La Legge (parte quattordicesima)

Le pretese degli organizzatori portano a sollevare un’altra questione, che io ho loro posto di sovente, e alla quale, che io sappia, essi non hanno mai risposto.

Poiché le tendenze naturali dell’umanità sono abbastanza cattive perché gli si debba togliere la libertà, come è mai possibile che le tendenze degli organizzatori siano esse buone? I Legislatori e i loro agenti non fanno essi parte del genere umano? Si credono essi costituiti di un’altra sostanza rispetto al resto dell’umanità? Essi dicono che l’umanità, abbandonata a sé stessa , corre fatalmente verso il disastro perché i suoi istinti sono perversi. Essi pretendono arrestarla su questa china e spingerla verso una migliore direzione. Essi hanno dunque ricevuto da cielo una intelligenza e delle virtù che li pongono al di fuori e al di sopra dell’umanità; che essi mostrino i loro titoli. Essi vogliono essere pastori; essi vogliono che noi siamo il gregge. Questa combinazione presuppone in essi una superiorità naturale, di cui noi abbiamo certo il diritto di chiedere anticipatamente la prova.

Notate che quello che io contesto loro, non è il diritto di inventare delle combinazioni sociali, di divulgarle, di consigliarle, di sperimentarle su sé stessi, a loro spese e a loro rischio; ma bensì il diritto di imporle a noi tutti attraverso l’intermediazione della Legge, vale a dire di forze e risorse pubbliche.

Io chiedo che Cabetisti, Fourieristi, Proudhoniani, Universitari, Protezionisti non rinuncino alle loro idee particolari, ma a quell’idea che è loro comune, di assoggettarci con la forza ai loro gruppi e classi, ai loro ateliers sociali, alla loro banca gratuita, alla loro moralità greco-romana, alle loro imprese commerciali. Quello che io domando loro, è di lasciarci la facoltà di giudicare i loro piani e di non associarci, direttamente o indirettamente, se noi troviamo che essi offendono i nostri interessi, o ripugnano alla nostra coscienza.

Infatti la pretesa di far intervenire il potere e le tasse, oltre ad essere oppressiva e spoliatrice, implica anche questa ipotesi pregiudiziale: l’infallibilità dell’organizzatore e l’incompetenza dell’umanità.

E se l’umanità è incompetente a giudicare da sé, perché ci vengono a parlare di suffragio universale?

Questa contraddizione nelle idee si è sfortunatamente riprodotta nei fatti, e mentre il popolo francese ha superato tutti gli altri nella conquista dei suoi diritti, o meglio delle sue garanzie politiche, nondimeno è rimasto il più governato, diretto, amministrato, succube, bloccato e sfruttato di tutti i popoli.

È anche quello fra tutti dove le rivoluzioni sono sempre più incombenti, e non può essere altrimenti.

Non appena si parte da questa idea, condivisa da tutti i nostri scrittori e così energicamente espressa da M. L. Blanc con queste parole: « La società riceve l’impulso dal potere »; non appena gli esseri umani si considerano essi stessi come ricettivi ma passivi, incapaci di elevarsi attraverso il loro proprio giudizio e la loro propria energia verso alcuna azione morale, verso alcun benessere, e siano ridotti ad attendersi tutto dalla Legge; in una parola, quando essi ammettono che i loro rapporti con lo Stato sono quelli di un gregge con il pastore, è chiaro che la responsabilità del potere è immensa. Beni e mali, virtù e vizi, uguaglianza e disuguaglianza, ricchezza e miseria, tutto deriva dal potere. Esso è incaricato di tutto, di intraprendere tutto, fa tutto, dunque risponde di tutto. Se noi siamo felici, esso reclama a buon diritto la nostra riconoscenza; ma se noi siamo miserabili, noi non possiamo che prendercela con esso. Non dispone esso, in principio, delle nostre persone e dei nostri beni? La Legge non è forse onnipotente? Creando il monopolio generale, esso si è fatto carico di rispondere alle speranze dei padri di famiglia privi di libertà; e se queste speranze vengono deluse, di chi la colpa? Regolamentando l’industria, si è incaricato di farla prosperare, se no sarebbe stato assurdo toglierle la libertà; e se essa soffre, di chi la colpa? Intervenendo a equilibrare la bilancia del commercio, attraverso il gioco delle tariffe, si è fatto carico di farlo fiorire; e se, lungi dal fiorire, esso muore, di chi la colpa? Accordando agli armatori marittimi la sua protezione in cambio della loro libertà, si è fatto carico del loro profitto; e se essi sono in perdita, di chi la colpa?

Così, non vi è una situazione dolorosa nella nazione di cui il governo non si sia volontariamente reso responsabile. Ci si deve allora stupire se ogni sofferenza rappresenti un motivo per la rivoluzione?

E qual è il rimedio proposto? È quello di ampliare senza limiti il dominio della Legge, vale a dire la responsabilità del governo.

Ma se il governo si prende carico di innalzare e regolamentare i salari; di assistere tutti gli infortunati; di garantire tutte le pensioni a tutti i lavoratori; di fornire a tutti gli operai degli strumenti di lavoro; di concedere a tutti coloro che ne fanno richiesta un credito senza interesse; se lo stato si prende carico di tutto ciò e poi non riesce a farvi fronte; se, secondo le parole che abbiamo visto con dispiacere scappare alla penna di M. de Lamartine, « lo Stato si prefigge la missione di illuminare, sviluppare, ingrandire, fortificare, spiritualizzare, e santificare l’animo dei popoli», e poi fallisce, non ci si accorge che al consumarsi di ogni delusione, ahimè!, più che probabile, ha luogo una non meno inevitabile rivoluzione?