La “presunzione intellettuale” e la diffusione delle idee keynesiane nonostante il loro evidente fallimento

Se si affronta il successo e la diffusione delle idee keynesiane fra gli intellettuali da un punto di vista utilitarista è evidente la convergenza di interesse fra ceto politico e ceto intellettuale: i politici hanno bisogno di una qualche giustificazione da dare alle masse per aumentare l’intermediazione di risorse economiche e gli intellettuali agiscono da ufficio marketing ricavandone compensi. Naturalmente i compensi non sono solo di natura economica, ma anche in termini di prestigio (premi, passaggi in tv, incarichi, ecc.) e di potere. Il riconoscimento pubblico fa sempre piacere ed essere consigliere del principe o addirittura nella stanza dei bottoni non lascia certamente indifferenti. Quanti “professori” hanno avuto cariche pubbliche?

Ci sono altri aspetti che forse sono preponderanti e che in ogni caso incidono in maniera importante a fianco dell’aspetto utilitarista. Il principale di questi lo potremmo denominare la “presunzione dell’intellettuale”, ovvero la convinzione che dalla “maggior cultura acquisita” discenda automaticamente il ruolo di guida della vita altrui a cui insegnare cosa è giusto e cosa è sbagliato. Quanti laureati che non hanno mai letto un quotidiano o un libro in più rispetto a quelli scolastici si gonfiano per la loro presunta cultura superiore? E quale migliore strumento dello Stato per dettare le regole a cui ci si deve attenere?

Ovviamente in questa presunzione c’è buona fede e non volontà di potenza, ma gli effetti sono gli stessi. Quest’idea è supportata da un positivismo mai veramente scomparso, altrimenti non si spiegherebbe come mai le cosiddette scienze sociali tendono a scimmiottare le metodologie delle scienze “dure”. Il successo di scienze come matematica, fisica, chimica ha infatti innescato un processo di imitazione da parte delle altre scienze, che ha determinato l’affermarsi di teorie che da un lato prevedono una “matematizzazione” e dall’altro la possibilità di modificare la realtà dall’alto, con meccanismi di cause ed effetto. Il meccanicismo di Cartesio è di fatto esteso all’uomo e non a caso a volte è capitato di leggere l’espressione “ingegneria sociale”. L’idea è, che si possano indurre delle conseguenze desiderate nella società, intervenendo su alcuni aspetti della realtà come se si stesse regolando o modificando un dispositivo meccanico. Naturalmente le “statistiche dei fenomeni sociali” su cui si basa la matematizzazione delle scienze sociali sono ben diverse dalla raccolta dati di un fenomeno fisico. Da un lato una serie storica che si presume possa ripetersi più o meno allo stesso modo, dall’altro numeri ripetibili sotto le stesse condizioni.

L’economia, come le altre scienze, non ha potuto non essere coinvolta in questo processo di “scientificazione” e anzi, più di altre, perché tratta di fenomeni come i prezzi che si esprimono sotto forma numerica. Da ciò discende un’importante conseguenza. Se le leggi dell’economia si possono esprimere tramite equazioni matematiche, per quante complesse, è evidente la tentazione e la convinzione che basti manipolarne un po’ i coefficienti per ottenere i risultati desiderati.

La scuola austriaca di economia rifiutando la matematizzazione e confidando nell’ordine spontaneo di mercato si pone fuori dai paradigmi oggi dominanti. Per quanto, affrontando razionalmente le questioni, è lampante il fallimento delle politiche keynesiane, la scuola austriaca deve fare uno sforzo enorme per poter emergere contro i paradigmi dominanti. Di fatto, per un’economista formatosi nelle università, si tratterebbe di rivedere tutto quello imparato in anni di studio. Ma cosa più determinante, l’affidarsi ai meccanismi di mercato non solo toglie ogni giustificazione all’intervento del potere politico, ma riduce il ruolo di guida dell’intellettuale.

In conclusione, per quanto la realtà dia ragione a politiche economiche liberiste e in particolare alla scuola austriaca di economia, c’è un mondo intellettuale che si rifiuta di vedere la realtà, ancorato ai suoi paradigmi e al suo ruolo di guida e di consigliere del principe.