Come non si cura la povertà

Dall’inizio della storia, tanto riformatori in buona fede che demagoghi hanno cercato di eliminare od almeno ridurre la povertà tramite l’intervento dello stato. Nella maggior parte dei casi, i rimedi proposti sono tuttavia serviti soltanto ad aggravare il problema.

Il più frequente e diffuso tra questi rimedi proposti è stato semplicemente quello di togliere al ricco per dare al povero. Il rimedio ha avuto un migliaio di varianti differenti, ma in definitiva tutte giungono a questo punto. La ricchezza deve essere “condivisa”, “redistribuita”, “eguagliata”. Infatti nelle menti di molti riformatori il male principale non è la povertà, ma la disuguaglianza.

Questi schemi di redistribuzione diretta (inclusa la “riforma agraria” ed il “reddito garantito”) sono così immediatamente rilevanti per il problema della povertà che necessitano di un approfondimento distinto. Qui devo accontentarmi di ricordare al lettore che tutti gli schemi finalizzati a redistribuire od eguagliare i redditi o la ricchezza con forza minano o distruggono gli incentivi da entrambi i lati dell‘azione economica.
Devono ridurre od eliminare gli incentivi tanto all‘indiviuduo senza abilità od incapace di migliorare la propria condizione con le proprie forze, quanto all’individuo abile ed operoso che considererà poco sensato guadagnare oltre ciò che gli è permesso tenere. Questi schemi redistributivi devono inevitabilmente ridurre la dimensione della torta che sarà redistribuita. Possono solo livellare al ribasso. L’effetto di lungo termine che provocano è di ridurre la produzione e condurre all’imporìverimento della nazione.

Il problema che affrontiamo qui è che i falsi rimedi alla povertà sono quasi infiniti di numero. Un tentativo di esporre approfonditamente la confutazione di ognuno di essi sarebbe un dispendio sproporzionato in termini di tempo. Alcuni di questi rimedi errati, tuttavia, sono così largamente considerati come cure efficaci o riduzioni della povertà che se io non mi riferissi ad essi potrei essere accusato di aver intrapreso un’ampia analisi dei rimedi per la povertà ignorando alcuni dei più ovvi. Ciò che farò, come compromesso, sarà di prendere alcuni dei più diffusi e presunti rimedi per la povertà ed indicare brevemente in ciascun caso la natura dei difetti od i principali errori contenuti in essi.

 

Sindacati e Scioperi

Negli ultimi due secoli, il “rimedio” praticato più ampiamente per i bassi salari è stato la creazione di monopoli sindacali del lavoro e l’uso della minaccia di sciopero.
Oggi in quasi ogni nazione ciò è stato possibile nella misura attuale grazie alle politiche governative che permettono ed incoraggiano le tattiche coercitive dei sindacati e vietano o limitano le contromisure dei datori di lavoro. Come risultato dell’esclusività dei sindacati, della deliberata inefficienza, dell‘inerzia, dei dannosi scioperi e minacce di scioperi e delle arbitrarie politiche sindacali si è avuto l‘effetto a lungo termine di scoraggiare l’investimento di capitale e di rendere più basso, e non più alto di quanto sarebbe stato altrimenti, il salario medio reale dell’intero corpus di lavoratori.

Quasi tutte queste politiche sindacali arbitrarie sono state assolutamente miopi. Quando i sindacati insistono sull’assunzione di addetti che non sono necessari per svolgere un lavoro (richiedendo pompieri non necessari sulle locomotive diesel; impedendo alla dimensione delle squadre di lavoratori portuali di scendere sotto – diciamo – i 20 uomini indipendentemente dalla dimensione del lavoro; chiedendo che le stesse stampanti dei giornali duplichino copie pubblicitarie, etc.) il risultato può essere quello di mantenere o creare qualche posto di lavoro in più nel breve periodo, ma solo a costo di rendere impossibile la creazione di un equivalente o maggior numero di posti di lavoro più produttivi.

La stessa critica si applica alla vecchia politica sindacale di opporsi all’uso di macchinari più efficienti. Tali macchinari vengono installati solamente quando permettono la riduzione dei costi di produzione. Quando ciò accade, o si riducono i prezzi portando ad un aumento di produzione e di vendite del bene prodotto, oppure si rendono disponibili profitti più alti per un aumento di reinvestimento in altre produzioni. In entrambi i casi l’effetto di lungo periodo è di eliminare posti di lavoro poco produttivi sostituendoli con posti di lavoro più produttivi. Già nel 1970 fu pubblicato un libro per mano di uno scrittore che gode di una eccellente reputazione di economista, che si opponeva all’introduzione di macchinari più efficienti nei paesi sottosviluppati sulla base del fatto che essi avrebbero “ridotto la domanda di lavoro”. La naturale conclusione di ciò è che il modo per massimizzare i posti di lavoro è quello di rendere tutti i lavori il più inefficienti e improduttivi possibili.

 

Salari Straordinari

Un simile giudizio deve essere dato su tutti gli schemi “condividi il lavoro”. L‘attuale legge federale sul salario orario prevede che il datore di lavoro debba pagare il 50% di penale oraria per tutte le ore per cui un addetto lavora in eccesso alle 40 ore a settimana, indipendentemente da quanto sia alto lo stipendio orario normale.

Questo provvedimento fu inserito per l‘insistenza dei sindacati. Il suo scopo era quello di rendere così costoso per il datore di lavoro far lavorare le persone in regime di straordinario da obbligarlo ad assumere nuovi lavoratori.

L’esperienza dimostra che la normativa ha avuto in realtà l’effetto di ridurre la durata della settimana lavorativa. Nel decennio che va dal 1960 al 1969 incluso, la media annuale della settimana lavorativa nel settore manifatturiero è variata solamente da un minimo di 397 ore nel 1960 ad un massimo di 41,3 ore nel 1966. Anche le variazioni mensili non mostrano molte variazioni. La durata minima della settimana media lavorativa nei 14 mesi che vanno da Giugno 1969 a Luglio 1970 è stata di 39,7 ore e la massima di 41 ore.

Ma da ciò non consegue che la riduzione oraria abbia creato più posti di lavoro nel lungo termine oppure abbia aumentato il monte salario che sarebbe esistito senza l’obbligo di aumento del 50% del salario in regime di straordinario. Non c’è dubbio che in casi isolati siano stati assunti più addetti di quanto sarebbe stato altrimenti. Ma l’effetto principale della legge sugli straordinari è stato quello di aumentare i costi di produzione. Imprese già operanti in regime standard di pieno orario hanno spesso dovuto rifiutare nuovi ordinativi perchè non potevano permettersi le maggiorazioni per gli straordinari necessarie per eseguire quegli ordini. Non potevano permettersi di assumere nuovi dipendenti per quello che poteva essere un aumento solo temporaneo della domanda in quanto avrebbero dovuto installare anche nuove macchinari.

Più alti costi di produzione comportano prezzi più alti. Questi significano quindi mercati più ristretti e minori vendite.  Ciò comporta che un numero minore di beni e servizi sarà prodotto. Nel lungo periodo gli interessi dell’intera classe di lavoratori saranno inversamente influenzati dalle penali obbligatorie sugli straordinari.

Tutto ciò non significa che la settimana lavorativa dovrebbe essere più lunga, bensì che la durata della settimana lavorativa e l’entità delle maggiorazioni per il lavoro straordinario dovrebbero essere lasciate alla contrattazione volontaria tra singoli lavoratori o sindacati e datori di lavoro. In ogni caso, restrizioni legali alla durata della settimana lavorativa non possono aumentare il numero di posti di lavoro nel lungo perioodo. Ciò che possono fare nel breve periodo deve necessariamente essere a spese della produzione e del salario reale dell‘intera classe di lavoratori.

 

Leggi sul Salario Minimo

Questo ci conduce al tema delle leggi sul salario minimo. É profondamente scoraggiante che nella seconda metà del XX secolo, in quella che è ritenuta un‘era di grande raffinatezza economica, gli Stati Uniti debbano avere in vigore tali leggi e che sia ancora necessario protestare contro una normativa tanto futile e dannosa. Danneggia proprio i lavoratori marginali che dovrebbe aiutare.

Posso solo ripetere ciò che ho già scritto in altro testo. Quando esiste una legge per la quale nessuno deve essere pagato meno di 65$ per 40 ore settimanali, allora nessuno i cui servigi siano valutati 64$ a settimana sarà assunto da un datore di lavoro. Non possiamo far valere un lavoratore un certo ammontare rendendo per chiunque illegale offrire di meno. Stiamo meramente privando il lavoratore del diritto di guadagnare quell’importo che le sue abilità ed opportunità gli permetterebbero di guadagnare; allo stesso tempo, priviamo la comunità dei modesti servizi che egli è capace di fornire. In breve, sostituiamo un basso salario con la disoccupazione.

Qui non posso tuttavia dedicare maggior spazio a questo tema. Affido il lettore agli accurati approfondimenti ed agli studi statistici di eminenti economisti come il Professor Yale Brozen, Arthur Burns, Milton Friedman, Gottfried Habelerler, e James Tobin, i quali hanno evidenziato, per esempio, come i nostri salari minimi legali crescenti abbiano aumentato negli anni recenti la disoccupazione, specialmente tra gli adolescenti afro americani.

 

L’Onere Crescente dei Piani Assistenziali e delle Tasse

Nell’ultima generazione è stato promulgato in quasi ogni grande nazione del mondo un intero ventaglio di misure “sociali”, la maggior parte delle quali hanno l’obiettivo apparente di “aiutare i poveri” in un verso o in un altro. Queste misure includono non solo l‘aiuto diretto, ma anche sussidi alla disoccupazione, per anzianità, per malattia, per affitti, per aziende agricole, per veterani, in una profusione che sembra senza fine. Molte persone ricevono non solo uno, ma molti di questi sussidi.

I programmi spesso si sovrappongono e si duplicano l’un l’altro. Qual è il loro effetto reale? Ognuno di questi deve essere pagato da quell‘uomo cronicamente dimenticato, il contribuente. In forse metà dei casi, Paolo è in effetti tassato per pagare i suoi stessi sussidi e non guadagna niente al netto della bilancia (salvo il fatto che è costretto a spendere il denaro che ha guadagnato in altre direzioni rispetto a quelle che avrebbe scelto lui). Negli altri casi, Pietro è obbligato a pagare per i sussidi di Paolo. Quando uno di questi schemi o un ulteriore espansione dello stesso vengono proposti, i politici favorevoli si dilungano sempre su quanto generosamente il governo benevolo dovrebbe pagare Paolo; essi tralasciano di menzionare il fatto che questo denaro aggiuntivo deve essere tolto a Pietro. Affinchè a Paolo sia consentito ricevere di più di quel che guadagna, a Pietro deve essere permesso di tenersi meno di ciò che guadagna.

L’onere crescente della tassazione non solo mina gli incentivi individuali a lavorare e guadagnare di più, ma scoraggia in ogni modo l’accumulazione di capitale e distorce, sbilancia e deprime la produzione. Il reddito e la ricchezza totale reale risultano meno di quanto sarebbero altrimenti. Al netto della bilancia c’è più povertà anzichè meno.

Tuttavia l’aumento della tassazione è così impopolare che molti di questi aiuti “sociali” sono in origine emanati senza un aumento della tassazione per coprirli. Il risultato sono cronici deficit di biancio pubblico, coperti con l’emissione di addizionale moneta cartacea inconvertibile. E ciò ha condotto nell’ultimo quarto di secolo al costante deprezzamento del potere d’acquisto praticamente di qualsiasi valuta nel mondo. Tutti i creditori, inclusi gli acquirenti di obbligazioni governative, i detentori di polizze assicurative ed i titolari di depositi bancari vincolati sono sistematicamente ingannati.

Ancora una volta le vittime principali sono i lavoratori e le famiglie di risparmiatori con redditi modesti. Tuttavia questa inflazione monetaria, potenzialmente distruttiva e rovinosa per la produzione, è ovunque giustificata da politici e presunti economisti come necessaria per “la piena occupazione” e per la “crescita economica”. La verità è che se questa inflazione monetaria persiste può condurre solamente al disastro economico.

 

Il controllo dei Prezzi e dei Salari

Molte di quelle stesse persone che all’inizio chiedono inflazione (o le politiche che inevitabilmente conducono ad essa), quando ne vedono le conseguenze nell’aumento dei prezzi e dei salari nominali, propongono come cura della situazione non di fermare l’inflazione, ma l’imposizione governativa del controllo dei prezzi e dei salari. Tuttavia tutti questi tentativi di sopprimere i sintomi aumentano enormemente il danno. Il controllo dei prezzi e dei salari, proprio per il fatto che possono apparire temporaneamente efficaci, semplicemente distorcono, distruggono e riducono la produzione: di nuovo conducendo all’impoverimento generalizzato.

Ancora qui, come con gli altri falsi rimedi per la povertà, costituirebbe un ingiusticabile digressione evidenziare tutte le errate e nefaste conseguenze di sussidi speciali, di improvvida spesa pubblica, di finanziamento a deficit, di inflazione monetaria e controllo di prezzi e salari. Di questi temi mi sono occupato in due precedenti libri: “Il fallimento della Nuova Economia” e “Cosa dovresti sapere circa l’inflazione” e lì ovviamente potete trovare un‘estesa letteratura sull’argomento. Il punto principale da ripetere qui è che queste politiche non aiutano a curare la povertà.

Altri falsi rimedi contro la povertà sono la tassazione progressiva sui redditi, così come l’elevata imposizione sulle plusvalenze da capitale, le tasse di successione e le tasse sul reddito aziendale. Tutte queste misure hanno l’effetto di scoraggiare la produzione, l’investimento e l’accumulazione di capitale. In tal senso contribuiscono a prolungare anzichè eliminare la povertà.

 

Socialismo Integrale

Giungiamo adesso al falso rimedio per la povertà che per ultimo affronteremo in questo articolo: il Socialismo Integrale.

Ora la parola “socialismo” è largamente utilizzata almeno in due distinti significati, solitamente ma non necessariamente legati assieme nelle menti di chi la pronuncia. Il primo è la redistribuzione della ricchezza o del reddito – se non rendere uguali i redditi, almeno renderli più simili di quanto siano in un‘economia di mercato. Tuttavia la maggioranza di coloro che si propongono questo obiettivo, oggi pensano che ciò possa essere raggiunto sia eliminando il meccanismo dell’impresa privata sia tassando i redditi elevati per sussidiare quelli piccoli.

Con “Socialismo Integrale” mi riferisco alla proposta Marxista di “gestione e proprietà collettiva dei mezzi di produzione”

Oggi una delle più suggestive differenze tra gli anni ’70 e gli anni ’50, o anche gli anni ’20, è l’ascesa nell‘opinione pubblica del Socialismo 2.0 – la redistribuzione del reddito – ed il declino del Socialismo 1.0 – proprietà e gestione governativo. Il motivo è che, nell’ultima metà del secolo, il Socialismo 1.0 è stato largamente sperimentato. In particolare in Europa c’è adesso una lunga storia di gestione e proprietà governativa di “beni pubblici” come le ferrovie, le industrie dell’energia e dell‘elettricità, del telegrafo e del telefono. Ed ovunque la vicenda è stata sempre la stessa: deficit praticamente perpetui e soprattutto servizi scadenti in confronto con quelli forniti dalle imprese private. Il servizio postale, un monopolio governativo quasi ovunque, è anche praticamente ovunque noto per i suoi limiti, inefficienze ed inerzia (il contrasto con i risultati del servizio “privato” tuttavia, ad esempio negli Stati Uniti, spesso non viene percepito a causa del lento strangolamento dovuto alla normativa ed alla turbativa del governo a danno delle imprese delle ferrovie, telefoniche e dell‘energia).

Come risultato di questa storia, la maggior parte dei partiti socialisti in Europa capisce di non poter più attrarre voti promettendo di nazionalizzare più industrie. Tuttavia ciò che ancora non viene riconosciuto dai socialisti, dall‘opinione pubblica o anche da più di una piccola minoranza di economisti, è che l‘attuale proprietà e gestione governativa delle imprese, non solo nella “capitalista” Europa ma anche nell’Unione Sovietica, riesce a funzionare fintanto che – per il proprio calcolo economico – può fare affidamento sui prezzi del mercato mondiale stabilitisi tramite l’interazione tra le imprese private.

L'articolo originale: https://mises.org/blog/how-you-dont-cure-poverty