Il tasso di interesse ed il suo senso economico

Il 16 dicembre 2015 la Federal Reserve USA, dopo ben sette anni, ha deciso di variare l’interesse americano di base, il Federal Funds Rate (l’interesse che le banche si addebitano per i prestiti di 1 giorno) rialzandolo dello 0,25 per cento (da 0-0,25 a 0,25-0,5).

Nelle prime intenzioni della Federal Reserve a questo primo rialzo sarebbero dovuti seguire nel corso del 2016 altri quattro rialzi. Con molta più probabilità di rialzi nel corso di quest’anno invece c’è ne sarà soltanto uno al massimo due e sempre di piccola entità: anni di tassi di interesse nominali schiacciati straordinariamente verso il basso altro non hanno fatto che accumulare errori economici su errori, ed ora ad ogni rialzo ecco che questi errori verranno a galla. Dopo una lunga sbornia di bassi tassi di interesse, rialzi di questi troppo ravvicinati nel tempo e/o di entità più che piccola potrebbero avere conseguenze devastanti. I banchieri centrali non comprenderanno il perché di certi fenomeni, ma quei dati sull’economia reale non in linea con le loro aspettative seguiti al rialzo del 16 dicembre 2015 assieme alla caduta dei mercati finanziari d’inizio anno già stanno conducendo alla prudenza.

Se la politica monetaria mantiene nominalmente per diversi anni tassi di interesse monetari straordinariamente bassi e l’economia nel frattempo rimane stagnante significa che il capitale presente all’interno della società è nel complesso male allocato. L’economia reale reagisce a questa situazione generando crisi, reclamando il cambiamento del contesto istituzionale in cui gli agenti economici si trovano ad operare e un innalzamento dei tassi nominali al livello di quelli che sarebbero realmente allo scopo di permettere un riaccumulo del risparmio reale, dato che la crisi genera distruzione di parte del capitale. Se le autorità monetarie cercano di contrastare tutto ciò spingendo i tassi nominali ancora più giù, i tassi di interesse reali occultamente saliranno ancor di più nella direzione opposta e questo, in ultimo, finisce per disallineare ancor di più la produzione con la sua domanda.

Tutto sommato, possiamo dire di essere (ancora) in stagflazione: si sta tendenzialmente mantenendo una crescita dei mezzi legali di pagamento, la quale crescita però non tiene il ritmo necessario da impedire il manifestarsi in ogni periodo di tempo degli effetti di inversione propri di una crisi economica. Scordatevi in ogni caso che la soluzione sia aumentare in modo progressivo il ritmo di tale crescita … a meno che non desideriate il fallimento completo dell’attuale sistema monetario a corso legale.  Il fatto che l’inflazione dei prezzi non salga quanto desiderato dalle autorità monetarie ed in alcuni casi vi sia anche una deflazione dei prezzi è in realtà un buon segno perché rappresentano manifestamente il sintomo di un’economia reale che reagisce a politiche monetarie sbagliate; sbagliate nella loro natura e non perché insufficienti.

Ogni rialzo dei tassi da parte delle autorità monetarie fino a quando il suo livello nominale non corrisponderà sostanzialmente al suo livello reale porterà con sé degli effetti di riassestamento. Data l’enorme quantità di errori economici che si sono venuti ad accumulare, un adeguamento graduale degli aspetti monetari a quelli reali, ossia un rialzo dei tassi piuttosto scaglionato e misurato nel tempo è probabilmente la cosa più intelligente che la grande moderazione macroeconomica delle autorità monetarie possa adesso fare allo scopo di ammortizzare almeno un po’ i (più o meno) consistenti effetti di riassestamento che seguiranno ad ogni innalzamento dei tassi. Di sicuro, così facendo ci vorrà più tempo per risanare la situazione, ma se fino a ieri neanche si permetteva al paziente di scendere dal letto, oggi chiedergli di colpo di tornare a fare una vita totalmente normale può essere troppo incauto.

Allorché una crisi economica scoppia può essere cosa saggia non consentire una contrazione dell’offerta monetaria indiscriminata, giacché alcuni prezzi, resistendo alla pressione verso il basso, non riescono a deflazionarsi tempestivamente quanto la riduzione dell’offerta monetaria. Queste resistenze provocano altresì un innalzamento della domanda monetaria e sono il frutto di una serie di rigidità. La prima di queste rigidità si chiama Stato, il quale tanto riesce facilmente a crescere durante i periodi di tepore inflazionistico tanto fatica fa a contrarsi quando questo tepore viene meno od incomincia a venire meno – Questo è uno dei motivi per cui una società senza Stato sarebbe cosa desiderabile, ma siccome lo Stato altro non è che una proiezione della stupidità umana che sorge per via irriflessa non c’è da stupirsi che esista e qualora si riesca a farlo sparire ci vorranno in ogni caso tempi biblici.

Tuttavia, se si vuole uscire dalla crisi, seppur gradualmente, al processo di smantellamento di ciò che era cresciuto sotto il tetto del tepore inflazionistico deve essere comunque dato il permesso di proseguire. In tal senso, una crescita della dimensione della spesa statale non solo allunga i tempi della crisi, ma la acuisce, proponendoci una società che complessivamente avrà orizzonti temporali tendenzialmente sempre più corti.

Certamente, nell’ambito dell’intermediazione di fondi, non c’è cosa più difficile che far coincidere il tasso di interesse della moneta con quel tasso di interesse che si avrebbe se i capitali reali si prestassero in natura e quindi il tasso nominale con quello reale. Tale coincidenza è fondamentale perché riflette pienamente e correttamente l’equilibrio fra investimento e risparmio di una società presa nel suo insieme.

Il modo migliore per affrontare questa difficoltà risiede nel decentramento decisionale. Come ciascun individuo possiede una conoscenza superiore delle proprie risorse rispetto a qualsiasi altro individuo, così un sistema bancario decentrato possiede una conoscenza superiore rispetto ad un sistema centralizzato. Queste conoscenze superiori potranno essere poi tanto efficacemente utilizzate tendenzialmente quanto più si riesce a tenerle immuni dalle interferenze politiche.

Asserito quanto, allora, l’attuale monopolio di emissione e riserva bancaria centralizzata andrebbe sostituito con una pluralità di istituti di emissione e la piena libertà di scelta della moneta da utilizzare, cioè l’abolizione del corso legale in linea di principio, e dal momento che l’offerta di capitale reale di un’economia è sempre materialmente limitata mentre la moneta di origine bancaria è in teoria riproducibile in maniera illimitata assicurare una certa riserva di liquidità metallica a copertura dei depositi è condizione auspicabile per garantire produzione sostenibile e stabilità monetaria.

Nell’attuale sistema di intermediazione finanziaria i costi di creazione delle riserve bancarie è in sostanza inesistente o poco significante rispetto al potere di acquisto dei mezzi legali di pagamento messi a disposizione, giacché tutto può essere scaricato sui contribuenti finali per via del corso legale sulla moneta e di una assenza totale di convertibilità della moneta bancaria. Ed è tutto questo che finisce per generare costantemente strutture della produzione insostenibili a cui seguono inevitabilmente apparati statali sovradimensionati.

Tornando specificatamente al tasso di interesse, questo rappresenta quel prezzo di mercato che mette in relazione i beni presenti con i beni futuri. Prezzo che per convenzione viene esposto in termini percentuali. Non esiste prezzo più rilevante del tasso interesse, in quanto tutta la struttura produttiva può essere letta come un enorme mercato di scambio tra beni presenti e beni futuri.

Elemento base di ogni tasso di interesse è la preferenza temporale ed essendo le nostre valutazioni psichiche di ordine economico mirate a raggiungere uno stadio futuro maggiormente soddisfacente di quello corrente qualsiasi individuo quando agisce economicamente riduce volontariamente il consumo dei suoi beni presenti per (nella speranza di poter) conseguire in futuro beni con un valore complessivo maggiore. Come conseguenza di ciò, il prezzo del tasso di interesse non può che avere un valore reale sempre positivo.

Le nostre valutazioni psichiche di ordine economico rispondono ad un fondamentale elemento esterno: quantomeno inconsciamente, siamo tutti consapevoli dell’esistenza del postulato della scarsità delle risorse ed è per questo che il tasso di interesse (come qualsiasi altro altro prezzo) viene economicamente impostato da ciascuno di noi sempre con un valore reale positivo.

Ora, poiché nella realtà la stragrande maggioranza delle transazioni avviene per mezzo del denaro può essere che nel mondo economico il tasso di interesse, pur mantenendo sempre valore positivo, si possa esprimere in termini nominali anche con un numero pari a zero o addirittura negativo. Tuttavia, tale situazione, più che una realtà inerente i fatti umani, è una costruzione analitica. Le cose di questo mondo, infatti, sono sempre caratterizzate da una serie di fattori, quali rigidità, abitudini e soprattutto continue fluttuazioni impossibili da prevedere o quantomeno da prevedere totalmente, che, anche nei casi più favorevoli, ci costringono a tenere un margine sempre un po’ più alto dello stretto necessario; stretto necessario, tra l’altro, di cui non conosciamo mai esattamente tutte le dimensioni – per tale motivo, è corretto affermare che nessuno di noi è in grado di massimizzare in senso stretto alcunché; economizzare sì, ma massimizzare in senso stretto è al di fuori dalla portata umana.

Prendiamo come esempio il mercato dei prestiti di denaro per spiegare il perché di quanto sopra appena affermato.

Il mercato dei prestiti di denaro va scorporato in 3 componenti che assieme vanno a definire il suo tasso di interesse lordo.

Il tasso di interesse originario, la componente fondamentale per porre in essere lo scambio di beni presenti con beni futuri, e cioè quel prezzo che viene determinato dalla preferenza temporale. Gli individui con una preferenza temporale alta sacrificano il conseguimento immediato dei loro fini  solo se pensano o si aspettano di ottenere in futuro valori (soggettivi) molto elevati. Gli individui con preferenza temporale bassa sono disposti a sacrificare il conseguimento immediato dei loro fini per assicurarsi in futuro valori (soggettivi) non molto (più) elevati.

Asserito quanto, l’intensità psichica della valutazione soggettiva dei beni presenti in relazione ai beni futuri, seppur varia da individuo ad individuo, risulterà essere sempre economicamente positiva e sarà dunque sempre espressa con un numero maggiore di zero.

Il premio per il rischio imprenditoriale, vale a dire quella componente addizionale volta a ripagare il rischio di controparte.

Dato che al mondo non esiste alcuna intrapresa umana di cui si possa essere assolutamente certi del buon fine (o quantomeno che il buon fine arrivi esattamente nei tempi e/o nelle modalità prospettate all’inizio) anche questo dato risulterà essere sempre economicamente positivo e anch’esso andrà sempre espresso con un numero maggiore di zero.

Il premio per l’atteso incremento o decremento del potere di acquisto dell’unità monetaria nella quale si effettuano e si calcolano le transazioni tra beni presenti e beni futuri.

Quest’ultima componente invece si può esprimere anche con un numero pari o inferiore a zero. Quando si prevede che il potere di acquisto del denaro andrà ad incrementare questa componente verrà espressa con un numero inferiore a zero, viceversa quando si prevede che andrà a diminuire  questa componente verrà espressa con un numero maggiore di zero. Ovviamente, qualora si preveda che il potere di acquisto non subirà variazioni questa componente sarà espressa con un numero pari a zero.

Attraverso l’analisi di queste tre componenti si evince chiaramente che le nostre valutazioni psichiche di ordine economico assegneranno al tasso di interesse sui prestiti di denaro, in quanto prezzo, sempre un valore reale positivo.

In termini nominali, questo valore positivo potrebbe essere anche espresso con somme neutre o persino negative qualora ci si aspetti un aumento del potere di acquisto dell’unità monetaria tale da compensare o addirittura andare oltre la compensazione della somma tra il tasso di interesse originario ed il premio per il rischio imprenditoriale. Di certo, allorché la crescita economica è accompagnata da un risparmio reale corrispondente, la componente del potere di acquisto della moneta si esprime in termini negativi, dato che la tendenza è verso la diminuzione dei prezzi dei beni di consumo, tanto nel breve quanto nel lungo periodo. Una crescita accompagnata da un risparmio reale corrispondente è sana e sostenibile pertanto ciò induce anche ad abbassare il valore della preferenza temporale nonché il livello medio del premio per il rischio imprenditoriale. Malgrado ciò, pensare che questa componente possa assumere concretamente proporzioni nominali tali da compensare del tutto o addirittura andare oltre la compensazione della somma tra il tasso di interesse originario ed il premio per il rischio imprenditoriale è comunque quantomeno molto difficile, perché la realtà dei fatti umani è talmente complessa e costantemente sottoposta ad imprevisti di ogni genere che ognuno di noi nel momento in cui effettua i propri calcoli economici tende a tenersi quel cosiddetto margine in più.

Questo sopra descritto è il mondo delle valutazioni economiche pure. Tuttavia, le anzidette valutazioni possono subire delle interferenze, delle giustificazioni non economiche, che non sono in grado di mutare il senso economico del tasso di interesse, che avrà sempre un valore reale positivo, ma di reprimerlo, di dissimularlo, facendo sembrare che all’interno delle valutazioni economiche possano sussistere tassi di interesse con valori reali negativi.

Il primo tipo di interferenze sono quelle sentimentali. Nessuno vieta a Tizio di prestare 10.000 euro al suo amico Caio con scadenza ad 1 anno e accontentarsi di ricevere indietro soltanto 9000 euro generando per lui una perdita non solo in termini nominali ma anche in termini reali (si è supposto pertanto che nel frattempo il potere di acquisto dell’unità monetaria non crescesse sufficientemente oppure che rimanesse stabile oppure che diminuisse). In tale caso, il legame di amicizia ha la meglio sul mondo delle valutazioni economiche e pur di aiutare un proprio amico in difficoltà Tizio è disposto ad assumersi volontariamente una perdita economica e altrettanto volontariamente reprimere il senso economico del tasso di interesse.

Questo tipo di interferenze va da sé che non potranno mai rappresentare una regola generale, ma saranno collegate a casi umani particolarissimi.

Interferenze invece che possono rappresentare una regola generale sono quelle collegate al controllo politico dell’economia. Tale controllo rappresenta un errore epistemologico che nasconde sempre da qualche parte un costo, giacché opacizza il sistema di trasmissione dell’informazione e di guida cognitiva della produzione e della divisione del lavoro.

Spieghiamo anche qui con un esempio.

Alcune banche centrali, tra cui la BCE, hanno imposto tassi negativi sui loro depositi di riserva con l’obiettivo di stimolare i prestiti delle banche commerciali e rimettere così in moto la domanda aggregata. Questi tassi nominalmente negativi sui depositi di riserva molto probabilmente lo sono anche in termini reali, dato che la deflazione dei prezzi non riesce a prendere costantemente piede. Tuttavia, sempre in termini reali, si stanno tendenzialmente rivelando essere comunque più convenienti del prestare all’economia reale se è vero che il mercato del credito alle imprese fa fatica a ripartire. Se le alternative sono tra perdere qualcosa nel tempo tenendo ferme presso la banca centrale le proprie riserve in eccesso e prestare ad un’economia reale sempre più impantanata in un capitale male allocato (per via delle stesse decisioni delle banche centrali e delle dimensioni degli apparati statali) perdendo molto di più, non vi è dubbio che le banche commerciali sceglieranno la prima opzione rispetto alla seconda.

Tuttavia, sussiste, seppur non concessa alle banche commerciali, anche una terza opzione, quella in cui si riflette il senso economico del tasso di interesse, vale a dire quella di depositare queste somme di denaro fisicamente in un caveau (dunque tesaurizzazione), allo scopo di preservare dalla distruzione il capitale potenzialmente rappresentato da queste somme e di trasferire il suo eventuale utilizzo attivo in periodi di tempo futuri ritenuti economicamente positivi. Ma qui stiamo parlando di banche commerciali sistematicamente collegate a denaro a corso legale e in un tale contesto le relazioni sono prevalentemente di genere politico e non economico; di conseguenza, siccome le banche commerciali rappresentano, all’interno del circuito unico di trasmissione, un elemento inferiore rispetto alla banca centrale e al suo mandante, cioè lo Stato, non può esistere il fatto che queste prendano intenzionalmente iniziative in conflitto con gli interessi degli elementi più alti.

Da questo esempio si deve dedurre che gli agenti economici possono, come regola generale, accettare l’idea di reprimere il senso economico del tasso di interesse e quindi impostare dei tassi di interesse realmente negativi unicamente in presenza di una coercizione forzosa. Tale coercizione impedisce la ricerca e la scelta dell’alternativa positiva.

In conclusione, allorché si fa del corso legale un attributo generale e necessario del denaro è possibile che le autorità pubbliche reprimano regolarmente il senso economico del tasso di interesse con un senso di tipo politico. Quando ciò avviene, lo scopo non è certo quello di promuovere un’allocazione economica delle risorse, bensì quello di imporre al mercato un’allocazione politica di quest’ultime. Magari si ritiene che l’allocazione politica sia più efficiente di quella economica, ma i fatti alla lunga dimostrano l’esatto opposto.

Keynes affermava di volere un tasso di interesse pari a zero perché un “po’ di riflessione” avrebbe mostrato “quali enormi mutamenti sociali si possono ottenere da una scomparsa progressiva di un saggio di remunerazione sulla ricchezza accumulata”. Ma se, in termini reali, un tasso di interesse pari a zero è contrario al suo senso economico, quel senso che rimanda al postulato della scarsità delle risorse, figuriamoci cosa può essere un tasso di interesse negativo.

Quando il potere politico si affranca da qualsiasi limitazione di ordine economico, il buon senso tende a venire meno, le protezioni clientelari si propagano a dismisura, la selezione competitiva viene marginalizzata, il benessere diffuso subisce un nitido declino.