Il tasso di interesse può essere un prezzo complicato da decifrare, ma dal punto di vista prasseologico ha comunque sempre la sua coerenza

Con questo post voglio tornare sull’argomento della mia precedente pubblicazione, vale a dire Il tasso d’interesse ed il suo senso economico, perché mi rendo conto che il tutto merita ulteriori precisazioni.

Premessa: per comprendere in modo adeguato l’argomento in questione, occorre che il dettaglio non venga mai estrapolato ed isolato dal quadro generale della situazione. Se si estrapola e si isola il singolo dettaglio non tenendo presente l’ambiente circostante in cui si dispiega, i numeri e le parole impiegati possono essere utilizzati per sostenere qualsiasi cosa.

Il tasso di interesse rappresenta quel prezzo di mercato che mette in correlazione i beni presenti con i beni futuri. Nel mondo dei fatti umani esiste quindi un generico mercato del tempo.

L’intera struttura produttiva può essere considerata come un enorme mercato di scambio tra beni presenti contro beni futuri.

La preferenza temporale di ciascun individuo è sempre rivolta in termini economici ad impostare valori positivi. Ciò ci porta di conseguenza ad affermare che siamo economicamente disposti a ridurre il consumo dei nostri beni presenti quando riteniamo che questo ci porterà a conseguire in futuro beni con un valore complessivo maggiore.

Perché il tasso interesse viene economicamente percepito ed impostato in termini reali positivi? Perché ciascuno di noi è in qualche maniera cosciente del fatto che viviamo in un mondo contraddistinto dal postulato della scarsità delle risorse. Una riduzione delle mie possibilità di oggi comporta dunque un sacrificio ed un rischio che in qualche modo mi aspetto che venga gratificato in futuro.

Uno scambio di beni tra persone avviene quando le parti in causa lo ritengono in termini economici reciprocamente vantaggioso, diversamente non avviene. Questa condizione però può subire delle interferenze che fanno sì che lo scambio possa avvenire anche se qualcuna delle parti in causa non lo ritiene economicamente vantaggioso.

Le suddette interferenze sono di due tipi: o di natura sentimentale o di natura politica: entrambe riescono a reprimere il modo con cui percepiamo ed impostiamo economicamente il tasso di interesse, cioè sempre in senso reale positivo. Ma attenzione, reprimere non significa propriamente cambiare.

Le interferenze di natura sentimentale hanno comunque carattere totalmente volontario e pertanto sono rivolte a casi particolarissimi. Le interferenze di natura politica sono invece di carattere coercitivo e possono conseguentemente avere portata generale e sistematica.

Un esempio di interferenza sentimentale è destinare delle somme di denaro per scopi caritatevoli: chi compie un simile atto caritatevole non ha programmato di certo che in futuro vengano restituiti alla propria persona dei beni economici di valore maggiore, anzi in tal senso già perfettamente sa che di ritorno non deve aspettarsi alcunché. Si fa la carità e quindi si reprime il senso reale positivo/economico con cui determiniamo il tasso di interesse, per soddisfare esigenze di carattere religioso e morale in generale. Senz’altro quest’azione mira ad appagare un nostro desiderio o a sanare un nostro stato di disagio. Nonostante ciò, ritengo che dovrebbe essere chiaro a tutti che non possiamo qualificare tale ricerca come un atto finalizzato a soddisfare un interesse economico personale.

Un esempio invece di interferenza politica è inerente il fenomeno del riciclaggio di denaro. Per riciclaggio di denaro si deve intendere quel complesso di operazioni rivolte a dare una sembianza lecita a valori la cui provenienza viene normativamente considerata illecita. Ora, lasciamo stare il fatto se queste somme provengono da una vera e propria attività delittuosa contro la proprietà di una persona altrui oppure se provengono da un semplice aggiramento di alcune regole di condotta statale: si aprirebbero lunghe discussioni al riguardo che non sono l’oggetto del post. Sta di fatto che il riciclatore pur di avere a disposizione dei valori puliti, e cioè pienamente ed apertamente utilizzabili, accetta non solo di privarsi per un certo periodo di questi valori ma anche a rinunciare per sempre a parte di essi una volta che saranno stati puliti. Di fatto, esso, forzato nella sua volontà da determinate norme di condotta, reprime il senso reale positivo/economico con cui si percepisce e si imposta il tasso di interesse, accettando l’idea di un tasso di interesse negativo finanche in termini reali e probabilmente agisce in questo modo perché, osservando le cose in un ottica relativa, ritiene che non pulire questi valori lo costringa ad accettare un interesse negativo ancora maggiore.

Il corso legale per principio sulla moneta può produrre lo stesso genere di interferenze e di risultati descritti per il riciclaggio di denaro. Una moneta non avente corso legale per principio e che viene sistematicamente svalutata dal soggetto emittente avrebbe sicuramente vita breve sul mercato. Tuttavia, si inserisca in questo quadro il corso legale per principio (cioè si renda l’unita monetaria irrifiutabile per l’estinzione di tutte le obbligazioni pecuniarie su un precisato territorio a tempo indeterminato) e come per magia avremo un’unità monetaria che pur svalutandosi sistematicamente continua a circolare in maniera imperante o quantomeno rilevante, a meno che l’emittente non cada nell’errore di svalutare troppo, ossia che cada nell’errore di generare un fenomeno di iperinflazione.

Esempio poi interessante di scambio di beni presenti contro beni futuri sono i contratti di assicurazione. Questi contratti sono finalizzati a trasferire da un soggetto ad un altro un’alea economica.

La nozione generale del contratto di assicurazione è contenuta nell’articolo 1882 del codice civile italiano. Questa afferma:

L’assicurazione è il contratto col quale l’assicuratore, verso pagamento di un premio, si obbliga a rivalere l’assicurato, entro i limiti convenuti, dal danno ad esso prodotto da un sinistro, ovvero a pagare un capitale o una rendita al verificarsi di un evento attinente la vita umana.

Il contratto di assicurazione pertanto può avere una funzione indennitaria, propria della funzione contro i danni, e una funzione di previdenza, propria dell’assicurazione sulla vita o delle cosiddette assicurazioni sociali (assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, malattie, invalidità e vecchiaia).

Sopra si è asserito che: “uno scambio di beni tra persone avviene quando le parti in causa lo ritengono in termini economici reciprocamente vantaggioso, diversamente non avviene. Questa condizione però può subire delle interferenze che fanno sì che lo scambio possa avvenire anche se qualcuna delle parti non lo ritiene economicamente vantaggioso”.

Allorché, allora, assicurato ed assicuratore decidono di stipulare in modo totalmente volontario un contratto di assicurazione è indiscutibile che entrambi lo fanno nella speranza di ottenere dei vantaggi. L’assicurato, versando dei premi, si tutela dal verificarsi di un certo evento futuro che presume di non poter assolvere, o di non poter assolvere comunque adeguatamente, senza l’intervento di un’assicurazione. L’assicurazione, basandosi sull’esperienza che non tutti gli eventi di cui ha garantito la copertura si svolgeranno o quantomeno si svolgeranno contemporaneamente, può nel frattempo gestire queste somme di denaro derivanti dai premi come meglio crede – non è un caso che esista anche il cosiddetto contratto di riassicurazione, ove l’assicurato è una vera e propria impresa di assicurazione che si assicura contro il rischio connesso alla necessità di far fronte ad una serie di contratti in caso di insorgenza di molti sinistri.

Ambedue le parti in causa agiscono guidate da un tasso di interesse reale positivo: l’assicurato, anticipa un bene presente contro un bene futuro, riducendo i suoi consumi correnti per garantirsi, tramite un altro soggetto (l’assicuratore), alcune prestazioni future, prestazioni che possono essere anche solo eventuali; l’assicuratore da un lato domanda beni presenti in cambio di beni futuri, chiede premi e promette in cambio (all’assicurato) il versamento di un capitale o di una rendita al verificarsi di determinate circostanze, dall’altro cercherà nel frattempo di far fruttare questi premi allocandoli in differenti strumenti.

Tutto il ragionamento sinora fatto sulle assicurazioni regge completamente finché le contrattazioni si svolgono su base pienamente volontaria. Ma se si introduce l’obbligo di legge (interferenze politiche) a stipulare un contratto di assicurazione è assolutamente possibile che ci si possa allontanare dalla razionalità economica pura sopra delineata, dato che quando lo scambio viene reso coattivo ci si trova nella condizione di dover scambiare seppur si abbia precedentemente ben stimato che ciò rappresenta un gioco chiaramente a perdere. Un esempio? Vorrei sapere quanti imprenditori presenti in Italia oggi, se potessero liberamente scegliere, verserebbero di loro spontanea volontà i propri contributi all’INPS. Molto probabilmente, per non dire certamente, destinerebbero queste somme verso altre forme di risparmio, riformulando magari anche l’entità dei versamenti e le modalità tempistiche.

Esistono diverse transazioni che consentono lo scambio di beni presenti contro beni futuri. Al momento dell’azione ciascun individuo cerca di rimuovere l’insoddisfazione nella maniera che ritiene migliore, dati però i vincoli situazionali. Ciò significa che in termini strettamente economici egli è disposto già in principio ad accettare una perdita futura o per superiori motivazioni di carattere sentimentale oppure perché obbligato da fattori istituzionali.

Ovviamente, anche quando l’individuo agisce all’interno del campo delle valutazioni economiche pure, non è detto che il suo agire abbia sempre successo. In altre parole, l’individuo percepisce ed imposta economicamente il tasso di interesse in termini reali sempre positivi e quindi, sotto questo punto di vista, stabilisce uno scambio tra beni presenti contro beni futuri che gli risulta essere sempre vantaggioso, ma questa azione può concretamente poi anche fallire. Il fallimento dell’azione si compie per deficienze nella strategia conoscitiva dell’individuo agente, deficienze che lo hanno indotto in errore. Quando questo avviene, vuol dire che la percezione soggettiva della situazione non è sufficientemente appropriata alla situazione oggettiva.

D’altra parte, se l’essere umano possedesse la capacità di non fallire mai nei suoi obiettivi, potremmo attribuirgli la definizione di homo oeconomicus, ossia di ottimizzatore in qualunque istante e circostanza della funzione di utilità. Tuttavia, giacché non possiede questa capacità, non possiamo definirlo nell’anzidetto modo e di conseguenza dobbiamo accontentarci di descriverlo “semplicemente” come homo agens.