L’influsso nefasto dei cicli economici sul diritto fallimentare (parte seconda)

Abacus

Le codificazioni napoleoniche, e quindi le ottocentesche in genere, distinguono il Codice Civile, applicabile alla generalità dei cives, dal Codice di Commercio, che – ponendosi in continuità, su questo punto, con la tradizione medioevale – conteneva la normativa speciale dei commercianti, o degli atti di commercio, o, più modernamente, degli imprenditori. Ma, con il tramonto dell’Ancien Régime, la legge della “parola data” trionfa ben oltre i confini segnati dal Codice di Commercio: l’effetto traslativo del consenso è previsto per la generalità dei contratti, anche se solo l’Italia ha poi recepito quest’esito del processo codificatorio napoleonico.

E tuttavia, sempre in quella sede, si sono gettati i semi della rovina.

Non appena la rinascita dei traffici economici ha richiesto, agli uomini del Medioevo, un diritto un po’ più sofisticato delle consuetudini locali e i testi giuridici romani, riemersi dall’oblio, sono stati studiati e commentati da un ceto di professionisti subito sorto alla bisogna, il fenomeno ubiquitario delle alterazioni della moneta si è posto come uno dei problemi pratici più urgenti da affrontare. E, pur muovendo da costituzioni del Basso Impero, che tendevano a proteggere in tutti i modi il potere del princeps di svilire la moneta, i giuristi medioevali sono riusciti a neutralizzarli e a costruire un compiuto sistema metallista: “moneta” è la quantità di metallo prezioso; se viene alterato il titolo della lega, o il valore nominale, comunque il debitore resta obbligato a corrispondere la medesima bonitas intrinseca. Così, la mutatio monetae, pur non reputata illegittima in sé, viene privata di buona parte della sua pretesa utilità; e anche il fondamento normativo, secondo cui la moneta apparterrebbe al principe (teoria demaniale o feudale della res nummaria), finisce scalzato da un’interpretazione peculiare di Aristotele (e dei testi romani), secondo cui l’origine “convenzionale” della moneta alluderebbe ad un “accordo primordiale” che coinvolge tutta l’umanità, con cui si è riconosciuto che le materie più idonee all’uso monetario sono l’oro e l’argento. In questo modo, la moneta diventa un istituto di ius gentium, che, come il diritto naturale in senso stretto, è sottratto all’arbitrio dei principi; l’apposizione del conio, lungi dal costituire un titolo di proprietà, si riduce a mera certificazione della quantità di fino, volta a rendere più agevoli gli scambi monetari. E’ forte, in quel mondo in cui il potere politico e la coniazione sono assai parcellizzati, la consapevolezza che la moneta deve servire anzitutto e soprattutto agli scambi internazionali; di qui l’eccezione prevista per la moneta spicciola, che può essere coniata anche in metallo vile (rame o lega di biglione).

Il sistema metallista, sviluppato in tutte le sue implicazioni dal principe dei giuristi medioevali, Bartolo da Sassoferrato, presentava un difetto: impediva di tener conto delle variazioni che fossero intervenute – non nel metallo, ma – nella aestimatio, il potere di acquisto. Problema avvertito già dal massimo allievo di Bartolo, Baldo degli Ubaldi, e che condusse poi un canonista insigne come il Panormitano a risolvere anche questo caso a pro’ del creditore. Tuttavia, questa soluzione, pur recepita dalla Seconda Scolastica, non si è mai affermata pienamente nella pratica (se non tramite l’uso di clausole contrattuali ad hoc) perché i grandi Tribunali, e soprattutto la Rota Romana, che di fatto era il giudice supremo di tutta la Cristianità, sono rimasti rigidamente ancorati alla doctrina Bartholi.

Nondimeno, la riflessione sul problema della aestimatio ha condotto le menti migliori a comprendere che il potere d’acquisto è la peculiarità della moneta in quanto moneta; così, Dumoulin, pur tenendo ferme la sua appartenenza al ius gentium e la necessaria natura metallica, inverte i termini della distinzione tradizionale tra bonitas extrinseca ed intrinseca, intendendo per quest’ultima non il metallo, ma appunto la aestimatio. Samuel Pufendorf è andato ancora più in là, teorizzando come pienamente ammissibile la moneta-segno.

Inoltre, i re non si sono mai conformati di buon grado alla dottrina giuridica; e soprattutto in Francia, da Filippo il Bello in poi, con una sola breve parentesi, è rimasto in vigore un editto regio che imponeva di eseguire i pagamenti secondo il valore nominale (compte par livres) e non secondo il contenuto di fino (compte par écus). Non fa meraviglia che le teorie monetarie regaliste e feudali siano rimaste tanto in auge da essere recepite senza difficoltà ancora dall’ultimo dei giuristi pre-rivoluzionari, Robert Pothier, che, pur avendo vissuto il tracollo del “sistema” di Law, reputa perfettamente equo che il creditore sopporti il rischio delle alterazioni monetarie, poiché – egli scrive – ne godrebbe anche i benefici, se operassero in aumento del contenuto metallico o dell’aestimatio.

Pothier era tenuto in sommo onore dai compilatori del Code Napoléon e non vi è forse prova maggiore della sua autorità che il fatto che la sua soluzione – il principio nominalistico – sia stata seguita anche da uomini che erano passati attraverso gli sconvolgimenti della Rivoluzione, ricordavano con orrore gli assegnati, anelavano ad un ritorno all’ordine e servivano un Imperatore che, reduce dalle stesse esperienze, non voleva né volle mai far ricorso alla cartamoneta. Nonostante un dibattito acceso ed obiezioni accorate, il Code Napoléon, seguito poi da tutti gli altri tranne l’austriaco, ha stabilito che le obbligazioni pecuniarie si eseguono corrispondendo moneta per una quantità corrispondente al valore nominale. Perché, si è detto, ad esso normalmente pensano i contraenti e intendono obbligarsi.

L’affermazione sarebbe stata del tutto inverosimile, se non fosse che, rispetto ai tempi di Bartolo, o del Panormitano, o anche di Leonardo Lessio, era mutata la percezione sociale del denaro: lo sviluppo dei mezzi fiduciari, combinato con la legge di Gresham, aveva reso normale l’impiego delle banconote (o dei conti correnti), almeno tra imprenditori, in luogo della moneta metallica. Di qui la scelta dei codificatori: distinguere tra un obbligo di pagare 100, senz’altra specificazione, che doveva intendersi riferito al valore nominale (supponendo che le parti “avessero in mente” i pezzi di carta); e un obbligo convenuto con l’indicazione della specie monetaria, per il quale restava in vigore l’antico principio bartoliano della bonitas intrinseca.

E’ difficile esagerare l’importanza dell’innovazione. Basti dire che l’Ottocento segna la consacrazione definitiva dei mezzi fiduciari – seppure in un regime ancora improntato alla convertibilità dei biglietti – come legittimi mezzi di pagamento. E quindi anche l’emersione del ciclo economico come fenomeno macroscopico, ricorrente e di portata generale.

Di qui, in progresso di tempo, i riflessi sul diritto fallimentare, di cui alla parte terza e ultima.