L’evoluzione culturale: un cammino tra mezzi e fini

“La chiave di ogni uomo è il suo pensiero. Benché egli possa apparire saldo e autonomo, ha un criterio cui obbedisce, che è l’idea in base alla quale classifica tutte le cose. Può essere cambiato solo mostrandogli una nuova idea che sovrasti la sua.” — Ralph Waldo Emerson

I fenomeni sociali (come il linguaggio, il mercato, il denaro, la morale, lo Stato) sorgono di regola per via organica (irriflessa), ossia come l’involontario risultato di un’attività volta alla ricerca di un interesse individuale. Sebbene, infatti, tali fenomeni siano il risultato di decisioni prese da un certo numero di persone, non sono stati tuttavia coscientemente progettati da nessuno. Una volontà comune che si traduce in scelta direttamente pensata per il fenomeno sociale traspare solamente in seguito alla nascita del fenomeno e ciò fa sì che questo si perfezioni nel tempo avanzando di stadio.

Contemporaneamente al loro processo evolutivo, le istituzioni sociali si trasmettono da uomo a uomo, nello spazio e nel tempo, attraverso un contagio cosiddetto “memetico”. Il “meme” è un’unità di informazione comportamentale trasmessa da un individuo ad un altro per imitazione. Le nostre conoscenze collettive sono incorporate in regole, credenze, convenzioni ed istituzioni e queste ultime a loro volta sono incorporate nelle menti individuali sotto forma di schemi astratti. Infine, alla base di questi schemi, vi sono i singoli memi.

L’evoluzione culturale mette in competizione modi di pensare, di agire, di essere diversi, ma i modi selezionati, o selezionati di più, non sono sempre quelli soddisfano il criterio di maggiore utilità per tutti, bensì quelli che vengono sostenuti con maggior e miglior pressione. Il successo, la viralità di un meme, non dipende, pertanto, unicamente dalla sua utilità per la sopravvivenza dell’individuo, ma anche da altri fattori. Questi altri fattori cruciali possono essere il tempo che viene impiegato a trasmettere un meme ad altra gente, gli strumenti con cui viene divulgato, le aspettative che mediante esso si riescono a suscitare, il ruolo sociale già in essere di coloro che per primi condividono il meme.

Di fatto, è’ impossibile prevedere il successo o meno di un meme. Quel che si può asserire con certezza è che la selezione tende a favorire i memi che sfruttano a proprio vantaggio l’ambiente culturale al momento vigente. Questo ambiente culturale consiste in altri memi già selezionati. Si viene così a creare una sorta di “pool” di memi affini ed evolutivamente stabili che differenti memi faranno fatica a spodestare.

Da tutto ciò si evince che l’evoluzione culturale è influenzata dalle unità di informazioni comportamentali che più la trascendono e che le persone possono aggrapparsi a queste unità per cause diverse dagli effettivi benefici che ne ricavano. Benefici, tra l’altro, che non sono neppure capaci di misurare con esattezza. Il percorso dell’evoluzione culturale dipende, dunque, dalle unità di informazioni comportamentali più imitate e se queste unità producono regole, credenze, convenzioni ed istituzioni poco adatte a soddisfare il benessere del maggior numero di persone e comunque difficoltoso pervenire ad un cambiamento in tal senso più efficace di queste unità. La sola speranza per ottenere che le unità comportamentali più imitate siano quelle che vadano nella direzione di soddisfare il benessere del maggior numero di persone è quella di argomentare scientificamente che per determinati fini voluti ci sono mezzi idonei e mezzi non idonei e, in aggiunta, divulgare queste argomentazioni in modo tale che non possano essere eticamente screditate e simultaneamente che possano essere comprese dal più alto numero possibile di persone.

L’ordine esteso di libero mercato si configura nell’istante in cui gli individui si conformano a pieno all’assioma della non-aggressione, vale a dire quando viene completamente rispettata quella regola morale in base alla quale nessuno può aggredire la persona o la proprietà altrui. L’aggressione deve essere intesa come l’uso o la minaccia d’uso della violenza contro la persona o la proprietà di altri. Aggressione equivale a dire invasione. Violare o semplicemente intimorire fisicamente la persona o utilizzare la proprietà degli altri senza il loro consenso significa aggressione. Una volta rispettata tale regola i risultati generati da tale ordine possono essere considerati eticamente ciechi, privi di qualsiasi altro significato morale. Questo implica che le remunerazioni e le valutazioni di questo ordine sono perfettamente indifferenti nei confronti del valore morale e delle necessità degli agenti. Oltre ad essere ciechi sul piano etico, i risultati di questo ordine lo sono anche sul piano cognitivo. Data la sua complessità, infatti, nessuno può fissare a priori il valore di un lavoro, di un servizio o di un bene, nessuno può accedere a quella conoscenza collettiva rappresentata dai prezzi prima che questi si formino spontaneamente e, di conseguenza, nessuno è in grado di predeterminare i risultati che questo ordine può raggiungere in quanto esso è un ordine spontaneo.

L’ordine esteso di libero mercato non è un’organizzazione, ma un continuo processo spontaneo che deriva da innumerevoli azioni individuali ciascuna delle quali può porre in essere delle conseguenze inintenzionali non anticipabili. In questo continuo processo ogni posizione sarà sempre il risultato di sforzi e meriti precedenti ma anche di contingenze precedenti.

L’ordine esteso di libero mercato non è mai, però, un gioco a somma zero; ciò che al suo interno uno guadagna non corrisponde inevitabilmente a ciò che un altro perde. Tuttavia, se tutti guadagnano nel complesso, questo deriva dal fatto che, in ogni momento, c’è qualcuno che perde in maniera relativa rispetto agli altri. Affinché, di conseguenza, il gioco nel complesso risulti essere vincente occorre che qualcuno perda in termini relativi. Se si va perciò ad impedire, tramite l’implementazione di un’assicurazione politica, che alcuni concorrenti possano subire perdite relative durante il gioco, si andrà ad impedire che questo stesso gioco si concluda con somma positiva.

E’ giusto od ingiusto tutto questo? Se l’assioma della non-aggressione viene da tutti rispettato, il processo di selezione è allora anonimo e senza intenzione. Ad essere ingiusto, conseguentemente, sarebbe l’intervento di un’autorità centrale che prelevasse coattivamente risorse altrui allo scopo di salvare dal tracollo Tizio, Caio o Sempronio e non certo lo sviluppo spontaneo delle azioni umane. Il fallimento di un’impresa o la perdita di un lavoro provoca sempre delle sofferenze per chi ne è colpito; malgrado ciò, non si può sostenere che nel libero mercato il fallimento sia un qualcosa voluto intenzionalmente da qualcuno o qualcosa in particolare, poiché trattasi meramente di una inadeguatezza che, prima o poi, gli agenti economici nel loro insieme dovevano sancire. In questi fatti non è riscontrabile alcun complotto giacché quando qualcuno subisce un fallimento imprenditoriale o perde il proprio impiego non può considerare qualcun altro responsabile dell’accadimento più di quanto non lo sia lui stesso.

Cosa è, quindi, economicamente giusto secondo i criteri di un ordine esteso di libero mercato? Assegnare ad ogni individuo non ciò di cui necessita o ciò che pensa di meritare, ma l’equivalente dei servizi che rende agli altri, in altre parole lasciare che il valore dei contributi economici dati da un determinato soggetto siano liberamente decisi da tutti gli altri soggetti. Accettando questa prospettiva, gli individui saranno indotti ad uscire dalla propria soggettività e ad andare adeguatamente incontro agli altri e alle loro preferenze; in un certo qual senso, possiamo affermare che questo è il “valore morale” del libero mercato, un valore che va ad aggiungersi a quel “dovere morale basilare” che è l’assioma della non-aggressione. Con l’ordine esteso di libero mercato impariamo a fare cose buone, o meglio a dare un bene o un servizio utile agli altri, partendo del nostro interesse, ed impariamo ad offrire un bene o un servizio utile anche a persone verso le quali non siamo unite da alcun legame di tipo affettivo.

Qualcuno potrebbe obiettare che l’ordine esteso di libero mercato non rispetta sufficientemente la dignità umana, ossia quella condizione di nobiltà ontologica e morale che dovrebbe essere considerata propria di ogni essere umano in quanto tale. A questa obiezione si possono offrire due tipi di risposte ambedue esaurienti.

La prima risposta è che questo modello di ordine si pone in principio in modo del tutto conforme e successivamente neutrale nei confronti di quella morale kantiana per la quale si deve imperativamente vedere e trattare l’altro come un fine e non come un mezzo. In principio conforme, perché se si rifiuta l’aggressione come modalità di interazione a priori per forza di cose non si può essere considerati dei mezzi, bensì come dei fini. Successivamente neutrale, perché, una volta sancita l’inviolabilità dell’assioma della non-aggressione, sarà la forza riconosciuta ad ogni altra regola di condotta morale ad influenzare le azioni spontanee degli individui. Muovendo da questi presupposti, si andrà a sviluppare, sulla base di una rigorosa ragion pratica, una vicinanza ed un’equivalenza tra volontà e doveri dell’essere umano. Se la dignità umana viene spontaneamente e generalmente percepita come valore che deve essere tenuto all’apice della considerazione, l’ordine esteso di libero mercato tenderà a forgiarsi prestando massima attenzione a tale dignità.

La seconda risposta parte dalla premessa che l’etica non è una scienza. Non possiamo argomentare in favore o a sfavore di un principio etico alla stessa maniera con cui argomentiamo in favore o a sfavore di un enunciato scientifico. I valori non sono derivabili dai fatti e, di conseguenza, i valori e le relative norme etiche non sono da considerarsi altro che delle proposte. In questo senso, non esiste un valore dell’uomo in quanto tale e, dunque, da una ipotizzata qualità intrinseca propria di ogni essere umano, ma dal giudizio di valore altrui. Nonostante ciò, non possedere argomentazioni capaci di offrire un fondamento razionalmente valido ed indubitabile dei valori ultimi, non poter fissare una scala di valorizzazione dei fini universale, non poter decidere quello che è meglio per l’uomo in termini assoluti, non ci impedisce affatto di stabilire in modo scientifico cosa è giusto e sbagliato, cosa è meglio e peggio, in termini relativi. La scienza non può accertare il ciò che dovrebbe essere, ma il ciò che è, invece, sì. Se il nostro fine è, pertanto, assicurare nel contempo la migliore allocazione delle risorse economiche, promuovere l’elevamento materiale del maggior numero di persone, aumentare e differenziare i gusti e le opinioni delle persone, contenere la violenza di cui sono capaci tutti gli esseri umani, difendere i diritti e le libertà individuali, l’ordine esteso di libero mercato deve essere lo strumento, il meccanismo di coordinamento, a cui ci si deve affidare.

Se si ritiene che le persone non siano in grado contemporaneamente di unire ad una competizione incessante una certa pace sociale, se si ritiene, quindi, che l’ordine esteso di libero mercato non possa sopravvivere alla sua esclusiva dominazione e che per questo motivo sia necessaria la presenza di un apparato coercitivo che agisca in regime di monopolio legalizzato al fine di garantire una certa pace sociale, vale a dire che ci sia bisogno di uno Stato, si sappia che, in ogni caso, si andrà anche a suddividere la comunità in pagatori di tributi e consumatori di tributi con le seguenti ulteriori conseguenze: i consumatori di tributi, operano per legge in regime di assenza di libero mercato e perciò usufruiscono per legge di posizioni arbitrarie. Questa situazione li rende impossibilitati, anche volendo, a condurre le proprie attività cercando di soddisfare il più possibile le preferenze degli altri. I consumatori di tributi, infatti, “non vendendo una merce” ma “imponendola”, non sono sottoposti agli incentivi e alle sanzioni che una interazione volontaria è capace di mettere in atto. La posizioni arbitrarie di cui godono i consumatori di tributi, frutto di uno scambio reso coattivo, impediscono ai giudizi di valore altrui di far penetrare quei segnali informativi, prima di tutto quelli di prezzo, necessari ad adattare al meglio la merce alle preferenze di tutti gli agenti del sistema globale. E anche quando vi è un qualche adeguamento che va incontro a quanto richiesto dal sistema globale questo avviene molto lentamente.

Se in aggiunta si ritiene che lo Stato sia nella sua essenza il protettore dei più deboli contro i più forti, che sia il rappresentante degli interessi permanenti di tutti contro l’interesse temporaneo e violento del singolo individuo, che abbia l’autorità morale per violare i diritti di proprietà ed autoproprietà individuali quando lo ritiene opportuno, che individualismo sia sinonimo di egoismo, si sappia anche che l’accrescere delle funzioni da parte dei consumatori di tributi obbliga gli stessi ad eliminare quote sempre più consistenti di ordine esteso di libero mercato e condizionare così sempre più le attività dei pagatori di tributi. E con l’incrementare dei vantaggi arbitrari, dato che, come sopra si è accennato, un sistema di relazioni umane che assoggetta le preferenze di tutti gli altri individui ai vantaggi arbitrari di alcuni individui è impossibilitato a svolgere un calcolo economico che tenga adeguatamente conto delle preferenze di tutti, ci si allontana gradualmente dalla economizzazione del prodotto globale effettivo dell’economia e dalla possibilità media di tutti.

Si deve allora affermare con vigore che la pianificazione degli affari da parte dello Stato è orientata verso l’inadeguatezza. Fondandosi su scambi coattivi e sull’aggressione, essa mette in moto una politica deleteria. Raggiunto un certo limite di interventismo statale il prodotto economico totale diminuisce piuttosto che crescere e quando questo risultato viene raggiunto tutti risultano essere in qualche maniera perdenti. Nel frattempo, si andranno sacrificando dosi via via più consistenti di coscienza e proprietà individuale e la comunità sarà sempre più polarizzata in soggetti dominati e soggetti dominatori.

Da un punto di vista etico, dunque, è possibile rifiutare la civiltà fondata sull’ordine esteso di libero mercato. Tuttavia, bisogna sapere che più ci si distanzia da questo ordine nella sua forma ideale, più prenderà piede la pianificazione economica e sociale coercitiva, più risorse economiche verranno distrutte, più l’impoverimento sarà diffuso, più il risultato finale sarà la legge della giungla o il caos economico oppure entrambe queste due cose. L’etica non è in grado di stravolgere il rapporto che sussiste tra mezzi e fini: un ordine incentrato su relazioni volontarie ed uno incentrato su relazioni coercitive possono essere stati entrambi pensati per ottenere il benessere del maggior numero di persone, ma solo il primo tipo di ordine risulta essere concretamente adatto a questo scopo.

“Ogni forma di società è operativa nelle azioni degli individui.” — Ludwig von Mises

Quando si utilizzano concetti come società, classe sociale, comunità, partito politico, elettorato, chiesa, nazione, critica letteraria, fisco, Stato, ordine esteso di libero mercato e qualsiasi altro nome che identifica un aggregato di individui, non si dovrebbe mai dimenticare che si stanno adoperando dei “concetti ausiliari”. Questi concetti non sono realtà effettive. Non esiste la scelta del libero mercato; esiste la libera scelta di ogni singolo individuo che nell’insieme tendono a dire una cosa piuttosto che un’altra. Non esiste la scelta di uno Stato; esiste la scelta di quel politico o di quel burocrate che è riuscito a far accettare il proprio parere ad altri individui.

Non diamo la colpa a presunte leggi ineluttabili della Storia. L’evoluzione culturale è, infatti, caratterizzata solo da tendenze e non anche da leggi ineluttabili. Il passaggio da una società che definiremmo opulenta ad una che definiremmo decadente non avviene perché gli individui sono in sostanza prigionieri di realtà oggettive ed impersonali o perché le nostre azioni sono tutte inevitabilmente determinate da eventi cerebrali e compulsioni interne. Come soggetti agenti esistono esclusivamente i singoli individui e non anche i costrutti mentali che essi impiegano nel comunicare, e la causalità deterministica non preclude il libero arbitrio giacché la volontà di dar sfogo all’impulso più immediato non impedisce in seguito di scegliere, invece, un’azione frutto di una volontà più lungimirante.

I fenomeni sociali sono correttamente spiegabili soltanto muovendo il nostro ragionamento da individui che hanno assorbito determinate idee da altri individui o che hanno prodotto idee nuove in base a cui agire. I memi selezionati o più selezionati rappresentano sì un ordine astratto che fa da cornice all’ordine concreto delle azioni individuali, ma tra questi due ordini non sussiste un rapporto di subordinazione, bensì di codeterminazione; l’ordine astratto agisce sull’ordine concreto invitandolo ad una certa ripartizione dei diritti, delle obbligazioni e delle risorse, ma l’ordine concreto può sempre far emergere diversi memi che se vengono sufficientemente condivisi andranno ad incidere sull’evoluzione dell’ordine astratto. Una volta che si ha chiaro che a certi fini voluti devono corrispondere certi mezzi e non altri, siamo nella condizione di poter distinguere la via che porta all’inferno da quella che porta ad un umano purgatorio.