Le conseguenze del Brexit

È così la Gran Bretagna ha deciso: fuori. Inutile dire che il panico s’è diffuso tra tutti quei cori che continuano a tessere le lodi di un’unione coatta dei popoli. Ignorano cosa sia la libera associazione. Ignorano cosa siano le libertà individuali. Sono apologeti di un ordine sociale top-down. Blaterano di libertà, in realtà ciò che intendono è esattamente l’opposto. Sono i figli deformi di quel progetto che Jean Monnet e Raymond Fosdick idearono a tavolino all’inizio del XX secolo. L’Europa altro non è che un esperimento della pianificazione centrale in cui, attraverso il cavallo di troia del libero commercio e della libera circolazione dei beni, i pianificatori centrali hanno cercato d’ingabbiare le decisioni individuali degli attori di mercato.

Il libero commercio è, ovviamente, una manna per la società nel suo complesso, però il solo obiettivo degli eurocrati era quello d’implementare un commercio gestito centralmente. Ovvero, secondo le loro regole arbitrarie e non secondo le regole del mercato: un acquisto, un voto. Il nuovo ordine mondiale è essenzialmente questo: commercio gestito a tavolino da una manica di burocrati non eletti da nessuno. Non esistono benefici sociali diffusi in questo modo di organizzare la società, e il Brexit altro non è che la relativa conseguenza empirica. Ciò che abbiamo visto attraverso il referendum inglese è la materializzazione della perdita della fiducia degli individui nei grandi schemi della pianificazione centrale.

Ovviamente non è sufficiente a creare un sovvertimento di massa di tale ordine, ma quando la prossima recessione colpirà e metterà alla berlina l’incapacità delle banche centrali di farvi fronte, allora gli euroscettici smetteranno di essere tali e si trasformeranno in veri credenti di un’uscita dall’UE e dall’euro. Questo è un processo già in incubazione. Soprattutto, è un processo inarrestabile poiché l’accentramento e il globalismo cederanno il passo al decentramento e alla sovranità nazionale. Tutte le sovranità che il NWO ha lentamente eroso nel corso di questi anni, saranno legittimamente riscattate dagli individui attraverso le loro azioni.

È per questo che la campagna dei “remain” s’è fondata su spauracchi e paura. Oltre a ciò, non c’era uno straccio di motivazione per cui la Gran Bretagna dovesse rimanere in Europa. È questo l’atteggiamento dei burocrati: arroganti e supponenti nei confronti degli altri. Credono di detenere il diritto di governare la società. Chi ha garantito loro questo diritto? Non si sa. Ma sta di fatto che l’Unione Europea ha fatto il suo corso. Sebbene si dica tra la gente che l’UE non poteva funzionare perché nata su presupposti sbagliati, ciò è solo rumore per le azioni reali degli europei: l’Unione Europea non doveva nascere affatto. È una creatura burocratica, e come tale è sempre stata destinata a fallire.

Ciò è ulteriormente dimostrato dalla volontà crescente di altri paesi d’indire lo stesso referendum tenutosi in Gran Bretagna e votare per lasciare/rimanere. Nel frattempo dovranno passare due anni prima che la Gran Bretagna possa concludere tutti i negoziati per rendere effettiva la sua dipartita dall’Europa. Le altre nazioni staranno a vedere perché la Gran Bretagna segnerà un precedente nei negoziati. Infatti le altre nazioni potranno ritenere di poter staccare accordi migliori da una loro dipartita dall’Unione Europea, quindi metteranno pressione alla gigantesca macchina burocratica europea. Ciò è sicuramente vero per Germania, Italia e Francia, le quali offrono i maggiori contributi al budget europeo.

La loro situazione finanziaria non è affatto sicura, e quando saranno scaduti i due anni di negoziati per l’abbandono effettivo della Gran Bretagna, la recessione globale avrà già colpito. Nessuno potrò dire che sarà colpa della Gran Bretagna, perché nessuna delle economie europee è in buone condizioni. Tutte sono sulla stessa barca ed è una barca che sta affondando.

Ma attenzione, perché questa storia non è affatto nuova. Stiamo semplicemente assistendo a come i mercati alla fine correggono SEMPRE gli errori economici. Che siano rimandati nel tempo, o sepolti sotto una mole di regole arbitrarie, ingegneria finanziaria e dispotismi fiscali, si paga sempre dazio qualora si cade in errore. La vera domanda che bisogna porsi è la seguente: quanto dolore economico è necessario affinché l’ambiente economico possa essere purgato da tali errori? A giudicare dalla mole gigantesca d’interventismi messa in campo dalle banche centrali, molto.

Voglio dire, al giorno d’oggi ci sono circa $10,000 miliardi di bond sovrani trattati a rendimenti negativi, mentre il mercato azionario è stimato al 24X dei suoi guadagni reali nonostante i segni di una recessioni siano visibili in ogni dove. Ed è proprio questo il cuore della questione: la più grande bolla della storia finanziaria è stata gonfiata negli ultimi 8 anni nei bond statali. Infatti i membri dei PIIGS non sono diventati improvvisamente nazioni degne di credito perché il livello di disoccupazione è calato o perché sono state applicate riforme strutturali per snellire l’ingerenza statale.

No, è stato l’ukase dello zio Mario nel 2012 che ha scatenato una rissa tra i front-runner e tra gli investitori istituzionali affinché accaparrassero fino all’ultimo pezzo di carta sovrano. I bond statali, quindi, sono diventati come scarafaggi nei motel: sono entrati nei loro bilanci e non sono più usciti. Non è un caso se la BCE stia adesso monetizzando anche i bond IG, visto che non sa più cosa accidenti monetizzare per stimolare un’economia che non vuole assolutamente prendere in prestito a causa del raggiungimento del Picco del Debito.

Ciononostante i banchieri centrali continuano ad interferire con le forze di mercato e impedire a tutti i costi una sana pulizia dell’ambiente di mercato. Inutile ricordare che la risposta di Draghi a possibili incertezze derivanti dal Brexit è quella di emettere maggiore liquidità. E come questo dovrebbe funzionare se finora s’è dimostrato un fallimento? Quantunque vengano ostacolate, le forze di mercato trovano il modo di fare il loro corso, ponendo fine a tutte quelle pianificazioni monetarie che tengono attaccate al supporto vitale artificiale entità economicamente decotte. Un caso di specie è l’Italia.

La situazione finanziaria in Italia è una delle peggiori in Europa, con una tassazione fuori controllo e una spesa pubblica impossibile da arginare. Il comparto bancario, che si tenta di rendere credibile con la ridicola invenzione di Atlante, è ricolmo di crediti inesigibili e banche fallite, come dimostra l’ultimo esempio in ordine cronologico della Popolare di Vicenza. Nonostante la BdI aveva segnalato in un’ispezione la gestione “verticistica” della banca, nulla si è mosso, poiché se gli ingranaggi della burocrazia vengono oliati a dovere allora tutto rimane immobile. E così è stato, nascondendo il reale stato di salute della banca e traendo in inganno i piccoli risparmiatori i quali hanno comprato azioni a prezzi fuori mercato. Adesso, in seguito alla sua crisi, quelle azioni non valgono più nulla, mentre la banca è stata salvata dal fondo Atlante.

Ma le banche verranno salvate perché negli anni precedenti sono state grandi accaparratrici di bond sovrani, e la minima fluttuazione nei tassi d’interesse di tali obbligazioni potrebbe scatenare un caos finanziario a catena. L’attuale sistema finanziario è talmente interconnesso che nessuno ormai sa cosa è di chi e chi possiede cosa. Il fallimento di una banca italiana potrebbe far restringere l’attivo di un’altra banca dall’altra parte del mondo e scatenare così un effetto domino. La crisi LTCM del 1998, in sostanza, è iniziata allo stesso modo, col fallimento di alcune banche thailandesi fino al quasi-fallimento di JP Morgan se non fosse intervenuta la FED.

I salvataggi saranno all’ordine del giorno, ma qual è il limite? Stiamo parlando di un settore bancario che detiene circa €400 miliardi dei €2,000 miliardi di debito pubblico italiano. E dato il ritmo a cui quest’ultimo è cresciuto, arrivando al 135% del PIL, non c’è speranza che possa essere ripagato. Quindi le banche e gli stati sono due zoppi che si appoggiano alla stessa stampella: il contribuente. Ma, come abbiamo visto col caso Popolare di Vicenza, i risparmiatori continuano ad essere uccisi dal punto di vista finanziario dagli errori economici che emergono prorompenti dalle condotte sballate degli anni precedenti. Questo significa minore capacità, da parte degli attori di mercato, di creare ricchezza reale. Questo, di conseguenza, significa minore possibilità da parte della pianificazione centrale di sequestrarne per far sopravvivere le sue sacche di clientelismi un giorno più a lungo.

Inutile ricordare come tutto ciò non possa durare a lungo, poiché, come diceva la Thatcher, alla fine i soldi degli altri finiscono. E quando ciò accadrà, non ci resterà che guardare di sotto date le altezze raggiunte a causa delle sconsideratezze di banchieri centrali i politici. Il QE e i vari LTRO di Draghi saranno ricordati come la mossa più stupida da parte di un banchiere centrale. Questa gente ha agito in questo modo perché ha fede nella pianificazione centrale. Pensa che una manciata di uomini sia in grado di dirigere arbitrariamente una società composta da milioni e milioni di persone. Il Brexit ha dimostrato, per l’ennesima volta, il contrario. Ciò che rimane loro in mano è un mercato con prezzi distorti e una determinazione genuina dei prezzi morta e sepolta.

In questo contesto l’Unione Europea e la BCE sono finiti. La rinnovata voglia di sovranità nazionale rappresenta il proverbiale chiodo nella bara del progetto europeo.

Sarà un piacere veder cadere a pezzi questo mostro burocratico.