Tutto quello che c’è da dire sul Bail-in

La direttiva Bank Recovery and Resolution Directive (2014/59/EU) ha introdotto nell’Unione Europea un meccanismo armonizzato per la prevenzione e la gestione delle crisi delle banche e delle imprese d’investimento.

Scopo della direttiva BRRD è quello di cercare di risolvere il problema delle banche facendo leva solo sulle risorse di quest’ultime, senza cioè ricorrere necessariamente agli aiuti di Stato, scongiurare il fallimento di una banca in gravi difficoltà economiche (risoluzione quindi come alternativa alla liquidazione) e di assicurare che la banca che si trova ad affrontare gravi difficoltà economiche possa continuare, nella fase di risoluzione, ad erogare quei propri servizi finanziari ritenuti basilari per la comunità ed essenziali per la stabilità finanziaria del sistema economico.

La BRRD istituisce in ogni Paese delle cosiddette autorità indipendenti di risoluzione coincidenti con le varie banche centrali nazionali. A tali autorità viene dato il compito di entrare in azione programmando e portando a termine la gestione della crisi dell’intermediario finanziario una volta accertato la presenza di determinate circostanze.

La BRRD nasce a seguito dei cospicui salvataggi bancari attuati in Europa dal 2008 al 2014 con soldi pubblici, ossia con il denaro di tutti i contribuenti. La banca centrale europea ha stimato durante questo periodo le organizzazioni statali europee hanno complessivamente iniettato 800 miliardi di euro per soccorrere intermediari finanziari in difficoltà. Tale iniezione di liquidità ha finito col comportare un ragguardevole incremento del debito pubblico in molti Paesi.

Tuttavia, in circostanze ritenute oltremodo straordinarie la BRRD prevede anche l’intervento diretto e sostanziale dell’organizzazione statale attraverso la fornitura di aiuti di Stato all’intermediario finanziario in difficoltà.

 

Quando è previsto l’intervento delle autorità di risoluzione?

Allorché le autorità di risoluzione appurano che una banca si trova in dissesto o è a rischio di dissesto (ad esempio, quando, a causa di perdite, l’intermediario finanziario abbia azzerato o ridotto in modo rilevante il proprio capitale), e contemporaneamente ritiene che misure alternative di natura privata (quali aumenti di capitale) o di vigilanza siano insufficienti ad evitare il dissesto e che inoltre la sottoposizione della banca alla liquidazione ordinaria non consentirebbe comunque di salvaguardare la continuità delle funzioni della banca e la stabilità finanziaria del sistema economico, ai sensi della suddetta direttiva ed in nome dell’interesse pubblico, queste autorità entrano in azione dettando il processo di risoluzione.

 

Cosa è il Bail-in e come funziona?

Per portare a termine tale processo, alle autorità di risoluzione vengono assegnati precisi strumenti. Il Bail-in è uno di questi strumenti (gli atri sono la vendita di una parte dell’attività a un acquirente privato, il trasferimento temporaneo delle attività e delle passività ad un’entità (bridge bank) costituita e gestita dalle autorità per proseguire le funzioni più importanti dell’intermediario finanziario, in vista di una successiva vendita sul mercato, il trasferimento delle attività deteriorate ad un veicolo (bad bank) che ne gestisca poi la liquidazione in tempi ragionevoli.

In soldoni, il Bail-in significa che il denaro per la ripresa dell’intermediario finanziario viene preso all’interno dell’istituto in questione, ossia da azionisti e creditori e non al suo esterno, cioè a carico di tutti i contribuenti (Bail-out). Tecnicamente, il Bail-in significa che al ricorrere delle condizioni di risoluzione, le autorità istituzionali preposte alla risoluzione della crisi delle banche possono disporre la riduzione del valore delle azioni dell’intermediario finanziario e di alcuni crediti nei confronti dello stesso o la loro conversione in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in misura sufficiente a ripristinare un’adeguata capitalizzazione ed a mantenere la fiducia del mercato.

Ciò nonostante, gli azionisti e i creditori non potranno in ogni modo subire perdite maggiori di quelle che sopporterebbero in caso di liquidazione della banca seguendo le procedure ordinarie.

Di regola, vi sono passività sottoponibili al Bail-in ed altre che non lo sono. Normalmente, esclusi dall’ambito di applicazione del Bail-in e non possono dunque essere né svalutati né convertiti in capitale:

  • i depositi protetti dal sistema di garanzia dei depositi, vale a dire quelli di importo fino a 100.000 euro;
  • le passività garantite, inclusi i covered bonds e altri strumenti garantiti;
  • le passività derivanti dalla detenzione di beni della clientela o in virtù di una relazione fiduciaria, come ad esempio il contenuto delle cassette di sicurezza o i titoli detenuti in un conto apposito;
  • le passività interbancarie (ad esclusione dei rapporti infragruppo) con durata originaria inferiore a 7 giorni;
  • le passività derivanti dalla partecipazione ai sistemi di pagamento con una durata residua inferiore a 7 giorni;
  • i debiti verso i dipendenti, i debiti commerciali e quelli fiscali purché privilegiati dalla normativa fallimentare.

Le passività non esplicitamente escluse sono invece tutte quante sottoponibili a Bail-in. I soggetti che possono essere colpiti dal Bail-in devono essere però colpiti seguendo uno specifico ordine sequenziale, cioè soltanto dopo aver consumato tutte le risorse della categoria più rischiosa si può passare a quelle della categoria successiva. L’ordine è il seguente:

  • gli azionisti della banca;
  • i detentori di altri titoli di capitale;
  • gli altri creditori subordinati;
  • i creditori chirografari;
  • le persone fisiche e le piccole e medie imprese titolari di depositi (solo) per l’importo in eccedenza a 100.000 euro;
  • il fondo di garanzia dei depositi, il quale contribuisce al Bail-in al posto dei depositanti protetti.

Inoltre, i depositi al dettaglio eccedenti i 100.000 euro, per motivi collegati al mantenimento della stabilità finanziaria del sistema economico, possono essere discrezionalmente esclusi dal Bail-in a condizione che questo sia stato applicato ad almeno l’8 per cento del totale delle passività.

Quanto appena descritto è la regola d’applicazione del Bail-in. Tuttavia, in circostanze ritenute eccezionali, ossia quando si pensa che la normale applicazione dello strumento implichi, ad esempio, un rischio per la stabilità finanziaria del sistema economico o comprometta la continuità di servizi finanziari ritenuti basilari, le autorità possono andare oltre la regola escludendo in via discrezionale ulteriori passività. Queste esclusioni sono però soggette a limiti e condizioni e devono essere approvate dalla Commissione europea. Le perdite non assorbite dai creditori esclusi discrezionalmente possono essere trasferite al fondo di risoluzione che può intervenire nella misura massima del 5 per cento del totale del passivo, a condizione che sia stato applicato un Bail-in minimo pari all’8 per cento delle passività totali.

 

Quando la BRRD consente che il Bail-in sfoci anche in aiuti di Stato?

Quando politicamente ed a livello europeo viene ipotizzata l’esistenza di una situazione oltremodo straordinaria, una situazione che senza un intervento diretto e sostanziale del pubblico potere si ritiene che finirà col produrre gravissime ripercussioni sul funzionamento del sistema economico nel suo complesso.

L’attivazione di tale intervento pubblico richiede comunque che i costi della crisi siano ripartiti con gli azionisti e i creditori mediante l’applicazione di un Bail-in almeno pari all’8 per cento del totale del passivo.

 

Il Bail-in visto sotto l’ottica dell’ordine di libero mercato

L’articolo 47 della Costituzione italiana afferma che: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”. Questa disposizione può essere fatta propria anche da un ordine di libero mercato, giacché esso si fonda sull’assioma della non-aggressione secondo il quale “nessuno può aggredire la persona o la proprietà altrui o frodarla” (assioma da declinare di volta in volta ai casi concreti). In tal senso, la parola tutelare deve essere però interpretata come proteggere ogni singolo individuo da aggressioni e frodi e non come velata promessa di caricare, qualora si riscontrino motivi di opportunità politica, il costo del rischio che ogni azione individuale comporta sul resto della collettività.

Ogni azione umana comporta un costo di rischio. Se si cerca di sterilizzare questo costo tramite l’aspettativa che qualcun altro subentrerà in qualsiasi tempo e circostanza, in tutto o in parte, nell’esercizio di sopportarlo al posto di chi questo costo di rischio lo ha assunto non può che finire con l’azzardo morale a farla da padrone.

A questo riguardo, la normativa sul Bail-in rappresenta nelle intenzioni ed in linea di massima un passo in avanti perché cerca di contrastare l’aspettativa secondo la quale alla fine lo Stato somministrerà in ogni circostanza gli aiuti necessari.

Tuttavia, va detto che tutto questo ragionamento viene se non altro in parte inficiato alla base dal contesto in cui il Bail-in si inserisce. Non viviamo di certo, infatti, in un ambiente economico nel quale vige una pluralità di istituti di emissione ed una piena libertà di scelta della moneta, bensì l’esatto contrario, vale a dire sotto un regime caratterizzato da monopolio di emissione di moneta avente corso legale in linea di principio e per di più forzoso.

Ad oggi, sussiste un’indiscriminata dichiarazione di corso legale imposta in linea di principio dallo Stato che va inevitabilmente ad alterare il concetto generale di denaro in quanto il corso legale imposto in linea di principio altro non è che un provvedimento che ha lo scopo di imporre al mercato o di mantenere in circolazione forme patologiche di mezzi di circolazione generate da ripetuti abusi di autorità della prerogativa di battere moneta. Tutto ciò tende nel tempo a finire col porre lo Stato come il principale aggressore del risparmio individuale.

Asserito che il sistema monetario nel suo complesso (a prescindere da casi eccezionali che richiedono una regolamentazione speciale proprio per la loro peculiarità) è tanto più economicamente efficiente quanto meno è soggetto a corso legale, cerchiamo ora di ragionare come se il Bail-in fosse applicato ad un sistema monetario in cui non sia presente quella coercizione che è il corso legale imposto in linea di principio dallo Stato.

Lì dove il Bail in si accanisce nei confronti degli azionisti e di alcune categorie di creditori della banca non ci può essere nulla da obiettare o comunque molto poco.

Comprando azioni si conferiscono somme di denaro (meglio sarebbe dire beni o servizi) per l’esercizio in comune di un’attività economica allo scopo di dividerne gli utili. Investendo in obbligazioni si sta facendo un prestito con lo scopo di riottenere la somma versata più il pagamento di un qualche interesse.

In entrambi i casi, stiamo chiaramente effettuando forme di risparmio-investimento e quindi il il costo di rischio che ci assumiamo è normalmente più elevato di quello che deriverebbe dal solo dare in custodia a qualcun altro una propria somma di denaro, ossia dall’effettuare una forma di risparmio-tesaurizzazione.

Perché nel risparmio-investimento il costo di rischio è di norma più elevato di quello presente nel risparmio-tesaurizzazione? Perché nel risparmio-investimento esiste la volontà, attraverso il capitale investito, di formare un flusso di reddito o di ottenere un interesse. Nel risparmio-tesaurizzazione esiste invece solo la volontà di accantonare una riserva di valore.

Di conseguenza: giusto porre il risparmio-investimento sotto la possibilità del Bail-in; ingiusto in linea di principio porre il risparmio-tesaurizzazione sotto la possibilità dello stesso.

Nel caso dell’obbligazione (di regola, il Bail-in può colpire gli obbligazionisti subordinati) è anche vero però che questa deve essere normalmente adempiuta. In primo luogo, infatti, il debitore deve sempre trattare l’obbligazione assunta con la cosiddetta diligenza del buon padre di famiglia, al fine di soddisfare il diritto dell’obbligazionista di riottenere la somma versata più gli interessi.

Tuttavia, tale diritto può accadere che non venga soddisfatto e allora in questa circostanza bisogna andare a vedere se questa diligenza è stata comunque applicata dal debitore nel trattare l’obbligazione convenuta: qualora venga riscontrata questa diligenza e l’obbligazione non viene adempiuta subentra l’impossibilità sopravvenuta della prestazione per causa non imputabile al debitore e pertanto l’obbligazione si estingue del tutto senza generare strascichi; al contrario, se questa diligenza non viene riscontrata e l’obbligazione non viene adempiuta subentra l’obbligazione di risarcire il danno da inadempimento.

Stabilire, nell’eventualità di mancato adempimento dell’obbligazione, se questa sia stata trattata o meno dal debitore con la diligenza del buon padre di famiglia deve essere affare da consegnare alla giustizia dei tribunali.

Occorre infine ricordare che le obbligazioni sono dei contratti reali ad effetti reali, ossia il contratto di obbligazione si perfeziona e produce i suoi effetti con la consegna della cosa contenuto dell’accordo (a differenza dei cosiddetti contratti consensuali in cui invece basta l’accordo per conseguire il perfezionamento e la produzione degli effetti del contratto) e che per quanto riguarda le obbligazioni bancarie essendo queste di natura pecuniaria, avendo cioè per oggetto un bene fungibile, ad essere restituiti devono essere dei beni della stessa specie e qualità (tantundem), tenendo presente che a valere è il cosiddetto principio nominalistico per cui la moneta è presa in considerazione per il suo valore nominale e non per il suo potere di acquisto.

Poiché il trasferimento concerne un bene fungibile, dottrina ufficiale vuole che a trasferirsi sia la proprietà. In effetti, da un punto di vista strettamente fisico, essendo praticamente impossibile la restituzione delle stesse unità specifiche consegnate, può rendersi necessario parlare di trasferimento di proprietà. Tuttavia, in ottica (prasseo)logica, non possiamo parlare di trasferimento di proprietà, ma solo di trasferimento del possesso. Benché il debitore ottenga dal trasferimento del bene fungibile la disponibilità della cosa in oggetto, nei fatti però non diviene titolare di un diritto di proprietà ma solamente di un rapporto obbligatorio. Affidando ad altri la detenzione del proprio bene fungibile, il proprietario non decide in realtà di trasferire la proprietà del bene in questione, bensì di non tenere per un certo periodo tale bene sotto la propria diretta disponibilità.

Passando a parlare dei depositi il tema si fa più complicato.

Sul fatto che si sancisca una differenza tra i depositi fino a 100.000 euro e superiori c’è da dire che questa è una decisione politica in linea con la tendenza oggigiorno imperante nel mondo di stabilire imposte progressive sul reddito delle persone fisiche. Si può essere d’accordo o meno, ma tant’è.

Il vero problema semmai è come inquadrare normativamente il contratto di deposito bancario, più precisamente quello libero, cioè quello in cui le somme versate sono da restituire su richiesta del depositante.

Dispositivo dell’art. 1782 del Codice Civile

Se il deposito ha per oggetto una quantità di danaro o di altre cose fungibili, con facoltà per il depositario di servirsene, questi ne acquista la proprietà ed è tenuto a restituirne altrettante della stessa specie e qualità. In tal caso si osservano, in quanto applicabili, le norme relative al mutuo.

Dispositivo dell’art. 1834 del Codice Civile

Nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria, alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante, con l’osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi. Salvo patto contrario, i versamenti e i prelevamenti si eseguono alla sede della banca presso la quale si è costituito il rapporto.

Esaminando le due sopracitate disposizioni, appare chiaro che con il deposito bancario non ci troviamo di fronte né ad un vero e proprio deposito né ad un vero e proprio mutuo, bensì abbiamo a che fare con un singolare tipo di deposito irregolare, la cui funzione non si esaurisce pienamente né in quella di custodia né in quella di credito. In base a ciò, non può essere applicabile direttamente ed integralmente né la disciplina del deposito irregolare né quella del mutuo ma è necessario svolgere una serie di considerazioni preliminari per arrivare a definire una relativa disciplina sui generis.

Prima rilevante considerazione: il deposito bancario è un contratto reale ad effetti reali e concerne un bene fungibile, la moneta. Per quanto affermato in precedenza sulle obbligazioni pecuniarie, seppur dottrina ufficiale sostiene che vi sia un trasferimento della proprietà, in realtà nell’ottica (prasseo)logica non avviene alcun trasferimento della proprietà: solo il depositante e non anche la banca può dirsi il legittimo proprietario delle somme versate. In tal senso, che il deposito bancario venga visto come un deposito irregolare o come un mutuo nulla cambia.

Elemento giuridico caratterizzante del contratto di deposito è la funzione di custodia che il depositario deve effettuare sull’oggetto trasferitogli dal depositante. Nel caso di un deposito irregolare in cui ad essere trasferito è un bene fungibile, come è il caso della moneta, il depositario è obbligato a restituire al depositante, nei termini convenuti, una quantità equivalente in quanto a specie e qualità (tantundem).

Elemento giuridico caratterizzante del contatto di mutuo è la funzione di prestito di cose fungibili e consumabili che il mutuante effettua nei confronti del mutuatario. Nel caso di un prestito di moneta, una persona consegna oggi una quantità di unità monetarie a un’altra persona la quale si impegna, trascorso un certo tempo, a restituire altrettanto della stessa specie e qualità di quanto ricevuto in prestito.

La destinazione d’uso nei due contratti è quindi diversa. Nel deposito irregolare il depositante limita la disponibilità del bene fungibile ora nelle mani del depositario alla sola funzione di sorveglianza della proprietà. Nel mutuo, diversamente, il mutuatario beneficia della piena disponibilità del bene fungibile ora nelle sue mani, fintanto che il contratto non arriva a scadenza; malgrado ciò, essendo comunque un’obbligazione, il mutuatario è obbligato a servirsene con la diligenza del buon padre di famiglia.

Giunti a questo punto, diviene abbastanza lapalissiano che con il deposito irregolare non abbiamo a che fare con uno scopo economico che prevede una rinuncia di beni presenti per cercare di avere una quantità di valore superiore di beni futuri, una volta trascorso un determinato arco temporale, bensì esclusivamente al cospetto di un cambio nella forma dello sfruttamento della disponibilità dei beni presenti.

All’opposto, lo scopo economico sottinteso nel mutuo è quello di rinunciare oggi ad una disponibilità di beni presenti per cercare di ottenere in cambio, una volta trascorso il periodo prestabilito, una quantità di valore superiore di beni futuri. Tuttavia, poiché si sta parlando di moneta, è necessario ricordare che a valere nella restituzione è il principio nominalistico e di conseguenza la ricerca di un valore superiore potrebbe essere soddisfatta solo nominalmente ma non realmente.

In sintesi, nel mutuo è sottointeso che vi sia una transazione creditizia, nel deposito irregolare invece tale transazione non sussiste. Il mutuante dunque effettua una forma di risparmio-investimento, mentre il depositante si limita ad una forma di risparmio-tesaurizzazione.

 

Alla luce di tutto quello finora evidenziato, come dobbiamo correttamente catalogare l’attuale deposito bancario?

L’attuale deposito bancario, più precisamente quello libero, deve essere configurato come un contratto aleatorio, un contratto cioè a prestazioni corrispettive nel quale il rapporto di scambio tra le prestazioni non è determinabile a priori.

La funzione di custodia che la banca esercita nell’interesse del depositante viene messa in discussione dalla funzione di credito che la banca esercita nell’interesse di sé stessa (dai depositi bancari la banca estrae fondi per le proprie attività di finanziamento) e anche, o meglio qualora, del depositante. Da tale fatto discende che qualsiasi banca applicante ad un deposito irregolare libero le regole del mutuo finisce per operare in regime di riserva frazionaria, vale a dire crea una doppia disponibilità sul denaro depositato. Tale doppia disponibilità genera un problema di effettiva disponibilità e dunque la banca potrebbe trovarsi nella situazione di non poter soddisfare più richieste simultanee di restituzione. Questo eventuale problema rappresenta l’alea di cui in primo luogo il cliente ed in secondo luogo la banca sono chiamati a tenere di regola in conto.

Alcuni sostengono che in una stessa formula contrattuale non si possono unire le funzioni del contratto di deposito e quelle di prestito e ciò, in base a i principi tradizionali del diritto, dovrebbe far scattare in ogni caso la nullità di tale contratto per cause incompatibili. In realtà, nulla vieta che l’evoluzione del pensiero e dell’azione umana possa produrre o perfezionare nel tempo sempre nuovi strumenti. Questo significa che l’unione delle funzioni di deposito e di prestito è da considerarsi legittima e con essa pertanto l’operare da parte della banca in regime di riserva frazionaria a patto che la volontà contrattuale del cliente-contraente non sia sottoposta a vizio del consenso. In altre parole, deve essere chiaro che il consenso del cliente della banca a stipulare un contratto del genere non sia stato estorto con violenza, carpito con dolo o dato per errore.

Sintetizzando, l’attuale deposito bancario libero pone in essere un contratto reale a d effetti reali in cui si instaura un rapporto obbligatorio tra le parti. Essendo presente al suo interno non solo la funzione di custodia ma anche quella di credito, è presente anche una quantità di costo di rischio superiore a quella che vi sarebbe se il deposito fosse unicamente considerato e trattato come tale. Al pari di qualsiasi obbligazione, questa deve essere normalmente adempiuta da parte di chi assume l’obbligo (in questo caso la banca) e per l’obbligato vale inoltre tutto quanto precisato sopra su inadempimento e diligenza del buon padre di famiglia. Tuttavia, ed allo stesso tempo, giacché il depositante possiede la anche la facoltà di richiedere in qualsiasi momento la restituzione del suo deposito o con una disponibilità a breve scadenza, il rapporto di scambio tra le prestazioni non è normalmente determinabile a priori e tutto ciò finisce per rendere questo contratto di tipo aleatorio. Se non condizionato da vizi del consenso, tale contratto è da considerarsi legittimo.

In definitiva, il Bail-in può di regola giustamente colpire i depositi in quanto e fintanto che questi vengono trattate come forme almeno parziali di risparmio-investimento dal cliente. Scriviamo fintanto perché è chiaro che se a valere è solo il principio nominalistico quando si va ad applicare sui depositi di moneta un tasso di interesse pari a zero o addirittura negativo va a bruciarsi tutto il concetto di risparmio-investimento.

In ultimo, una considerazione sulla riserva frazionaria. Utilizzando la riserva frazionaria, le banche prendono in custodia e contemporaneamente in accredito il denaro di numerosi soggetti economici e tendono a garantire ad ogni singolo depositante il rimborso del suo deposito libero in ogni momento o con una disponibilità a breve scadenza, attraverso la loro organizzazione e seppur con una riserva di liquidità inferiore al totale dei depositi. L’operazione si basa sull’esperienza che i depositi liberi non vengono ritirati simultaneamente da tutti i depositanti, ma in istanti diversi e solo per somme parziali e che oltretutto i rimborsi vengono di frequente rimpiazzati da nuovi versamenti.

Tale operazione non corre sostanziali rischi di fallimento fintanto che il sistema non è soggetto a recessioni-depressioni. Di regola, a nessuno piace tenere tutto o gran parte del proprio denaro sotto il materasso perché troppo il costo di rischio è abitualmente percepito come troppo alto; meglio pertanto affidarsi ad un istituto per provvedere a tale scopo. Ciò nonostante, quando sopraggiunge una crisi del sistema economico gli agenti aumentano la loro preferenza verso la forma di denaro che generalmente riconoscono come la più immediata ed accettabile, vale a dire (ai nostri giorni) il contante, e più la crisi si fa acuta più questa preferenza tende ad aumentare.

Alcuni intravedono nella riserva frazionaria una causa ultima della sistematica instabilità delle economie di mercato e quindi delle recessioni-depressioni economiche. In realtà, la causa ultima è una sola ed è il corso legale in linea di principio sulla moneta. Il monopolio di emissione e la riserva bancaria centralizzata aumentano la possibilità di squilibri tra offerta e domanda di moneta più di quanto non possa fare un regime opposto, cioè caratterizzato da pluralità di istituti di emissione e riserva bancaria decentralizzata, perché nel primo caso l’assenza di (una vera) concorrenza nel settore da un lato rende molto più difficile scoprire i segnali di prezzo forniti dal mercato, dall’altro consegna agli emittenti il potere di abuso di autorità legale. In questo contesto, la riserva frazionaria può tutt’al più amplificare gli effetti perniciosi che scaturiscono dalla causa ultima.

Se si riuscisse ad implementare il regime della pluralità degli istituti di emissione e della decentralizzazione bancaria ed a questo si aggiungesse la possibilità per ciascun cliente di convertire almeno buona parte della moneta di origine bancaria in riserva metallica, la riserva frazionaria da sola molto difficilmente potrebbe innescare sistematica instabilità, giacché le banche, non disponendo di alcun corso legale in linea di principio su cui far leva e non potendo aumentare la suddetta riserva senza limiti o restrizioni, non avrebbero alcuna possibilità o avrebbero possibilità in ogni caso decisamente ridotte al minimo di spalmare sull’intera collettività quel costo di rischio inerente la restituzione in ogni momento o con una disponibilità a breve scadenza del deposito libero. Allo stesso tempo, potendo impiegare parte significativa dei propri depositi per operazioni di credito, le stesse verrebbero messe nella condizione di poter rispondere adeguatamente agli aumenti della domanda di moneta bancaria che si dovessero verificare.