Il sottoconsumo e Keynes: una critica generale alla luce dell’azione umana — Parte 1

keynes in hatPer Sottoconsumo si deve intendere una serie di teorie economiche per le quali insiti nel libero mercato esistono delle componenti che generando una carenza di domanda aggregata rispetto all’offerta aggregata finiscono per decretare un consumo complessivo inferiore rispetto a quello che sarebbe necessario affinché tutte le merci prodotte vengano vendute o che la produzione si sviluppi in modo tale da occupare pienamente tutti i fattori disponibili.

Partiamo innanzitutto negoziando alcuni termini della questione.

Possiamo considerare la tesaurizzazione di saldi liquidi come risparmio che viene sottratto all’investimento ed ai consumi correnti oppure stimare la tesaurizzazione di saldi liquidi come domanda di moneta e vedere conseguentemente nel risparmio e nella tesaurizzazione due distinte modalità di scelta.

Questa sottolineatura ha la sua importanza in quanto sposando la seconda opzione si deve valutare la tesaurizzazione come una variabile completamente slegata rispetto alla dialettica tra consumo ed investimento.

Colui che oggi si astiene a consumare parte del proprio reddito in beni e servizi di consumo, allo scopo di guadagnare un interesse, presterà immediatamente questo denaro a delle imprese (che a loro volta lo impiegheranno istantaneamente per porre in essere delle produzioni), in maniera diretta o servendosi dell’ausilio dei canali di intermediazione finanziaria. Servendoci di questo esempio ed assumendo come valida la seconda opzione, il risparmio deve essere letto come l’altra faccia dell’investimento. Pertanto, il risparmio di moneta a differenza della tesaurizzazione di moneta rappresenta denaro in circolazione o per meglio dire denaro già scambiato per ottenere in cambio beni o servizi in un tempo futuro. In tal senso, il risparmio non rappresenta, quindi, una riduzione della spesa, bensì una diversificazione della spesa: scegliendo di risparmiare l’agente economico passa dallo spendere per consumare allo spendere per investire.

Nell’esaminare il Sottoconsumo è necessario partire da un presupposto essenziale. Tutte le tesi del sottoconsumo, sia quelle tradizionali sia quella che emerge nel 1936 con The General Theory of Employment, Interest and Money di John Maynard Keynes, assumono come idea comune che le crisi economiche nascono come effetto di una legge psicologica fondamentale: ogni comunità, all’aumentare del reddito reale non fa, di regola, mai corrispondere un aumento del consumo assoluto eguale (all’aumento del reddito reale); questa rigidità dei consumi rispetto al reddito reale tocca la società nel suo complesso, ma diviene certamente più forte mano a mano che gli individui si spostano verso le “classi più alte della società”.

Dal punto di vista temporale e dell’estrazione sociale, le teorie sottoconsumistiche traggono per lo più origine da quel mondo nobiliare che vede progressivamente sgretolarsi il suo prestigio a scapito di quella borghesia industriale e commerciale sempre più in ascesa a seguito dell’esplosione della rivoluzione industriale avvenuta nel corso del diciottesimo secolo. A cavallo tra settecento ed ottocento i più conosciuti sostenitori di queste teorie – James Maitland Lauderdale, Thomas Robert Malthus, Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi – sono, infatti, tutti personaggi di ascendenza aristocratica.

I sottoconsumisti tradizionali (vale a dire prima di giungere a Keynes ed alla sua Teoria Generale), ritengono che “quella legge psicologica fondamentale” si manifesti attraverso un processo che conduce ad una sfrenata espansione del capitale, ossia di beni di capitale, rispetto alle spese per il consumo corrente. In questo modo, gli autori di queste tesi tradizionali finiscono per sostenere che un accrescimento del capitale porta prosperità soltanto se all’accresciuta produzione si accompagnano, alla stessa velocità, vendite (cioè acquisti del pubblico) corrispondenti, diversamente il sistema produttivo collasserà in misura sistematica su se stesso. Nell’affermare ciò, essi fanno propria la posizione che risparmio ed investimento sono termini che rappresentano le due facce della stessa medaglia, mentre la variabile della tesaurizzazione viene ignorata. Tuttavia, l’aver trascurato quest’ultima variabile non sottintende che essi avessero identificato la tesaurizzazione come domanda di moneta, più semplicemente essi pensano che qualsiasi reddito che non viene speso in consumi viene tutto meccanicamente indirizzato verso la spesa per investimenti.

Nel 1804 Lauderdale nel suo trattato intitolato an Inquiry into the Nature and Origin of Public Wealth and into the Means and Causes of Its Increase asserisce che il singolo individuo astenendosi dalla spesa per consumi e allo stesso tempo risparmiando tenderà a diventare senz’altro più ricco, ma la pubblica ricchezza tenderà a non aumentare, giacché, in questa maniera, non si viene a creare materialmente ricchezza, ma si mette in atto unicamente un processo di trasferimento di ricchezza che impoverisce i venditori a vantaggio dei risparmiatori e questo processo conduce poco alla volta ad una diminuzione del benessere generale. In tale pensiero è, dunque, presente una disapprovazione del risparmio allorquando questo “viene ritenuto eccessivo”, ed una decisa critica alla libertà economica dell’individuo, dal momento che si suppone che esista anche nell’ambito delle azioni di scambio volontarie e rispettose della proprietà in generale una netta distinzione tra quello che profittevole per ogni singola persona e ciò che è profittevole per la società presa nel suo complesso.

Nel 1807 William Spence, altro sottoconsumista, partendo dalle suddette considerazioni di Lauderdale e preoccupato dal fatto che possa non esserci una spesa aggregata di consumi in grado di smaltire tutta la produzione di merci si spinge a proporre per evitare ciò di creare dei lavori magari anche del tutto improduttivi per l’economia ma che comunque redistribuiscano reddito, il quale reddito, una volta redistribuito, si ipotizza ovviamente che venga tutto o pressoché tutto speso in consumi correnti.

Se il detentore di una proprietà da 10.000 sterline l’anno dovesse spendere questa somma impiegando 500 soffiatori a creare bolle di vetro da frantumare non appena fatte, la prosperità del paese sarebbe promossa altrettanto bene che se impiegasse lo stesso numero a costruire uno splendido palazzo. William Spence, Britain Independent of Commerce, p. 36.

Tuttavia, Spence non è il solo tra i suoi contemporanei a sollecitare la crescita dei membri improduttivi della società come rimedio permanente alle forti oscillazioni del prodotto del sistema economico nel tempo. Malthus, nell’accusare “i capitalisti” di non voler consumare abbastanza i propri profitti perché troppo impegnati a raggiungere come obiettivo quello di “mettere da parte una certa fortuna”, suggerisce anch’esso il medesimo correttivo.

Allora, a meno di supporre che le classi produttive consumino molto di più di quanto lì si vede fare nell’esperienza … è assolutamente necessario che un paese con grandi capacità produttive possegga una quantità di consumatori improduttivi. Thomas Robert Malthus, Principles of Political Economy: Considered with a View to their Practical Application, (1a ed.1820), p. 463.

Nel contempo, però, Malthus non dimentica di evocare la legge psicologica fondamentale del sottoconsumo e, quindi, afferma pure che questo non voler consumare abbastanza rappresenta in realtà un limite fisiologico dell’essere umano dettato dal fatto che più si è abbienti più bisogni e gusti, benché tendano sempre ad aumentare, rallentano progressivamente la loro crescita.

Questa (supposta) legge psicologica fondamentale viene maggiormente dettagliata da Sismondi nella sua opera del 1819 Nouveaux Principes d’Économie Politique: Ou de la Richesse dans ses Rapports avec la Population.

In sostanza, Sismondi sostiene che il miglioramento della produttività generato dalla diffusione delle macchine aumenta i profitti dei capitalisti, i quali, però, a causa dell’esistenza di questo limite fisiologico alla crescita dei consumi, non sono in grado di acquistare merci alla stessa velocità con cui ora vengono prodotte grazie all’innovazione tecnologica.

Se i capitalisti non sono in grado di consumare abbastanza le merci da loro stessi prodotte, allora, onde evitare una crisi di sottoconsumo/sovrapproduzione che condurrebbe ad un ridimensionamento del sistema produttivo nel suo complesso – non trovando acquirenti per i loro prodotti i capitalisti dovrebbero chiudere parte dei loro impianti e soprattutto licenziare personale – occorre che quella fetta di società che ha ancora tanta voglia di consumare ma non ha reddito sufficiente per farlo venga fornita di questo reddito in maniera tale da proporzionare la crescita della ricchezza e dei consumi tra tutti i settori sociali.

Per Sismondi è compito dei buoni governi redistribuire reddito allorché il sistema economico ne faccia trasparire la necessità. A suo parere, tale redistribuzione, come esito ultimo, consentirà un sano raffreddamento della crescita dell’economia, o per meglio dire condurrà il sistema economico da una spontanea ma disastrosa modalità di crescita ad una interventista e sostenibile modalità di crescita.

Nel 1889 John Atkinson Hobson in The Physiology of Industry: Being an Exposure of Certain Fallacies in Existing Theories of Economics (opera scritta assieme alla collaborazione di Albert Frederick Mummery) nel riprendere il filone del pensiero sottoconsumistico, suggerisce anch’esso, come rimedio permanente per contrastare le forti oscillazioni del prodotto economico che caratterizzerebbero un’economia di libero mercato, una redistribuzione della ricchezza e del reddito, allo scopo di ridurre la quota di risparmio sul reddito nazionale.

Giungiamo adesso al sottoconsumo sui generis espresso da John Maynard Keynes nella Teoria Generale.

Il Keynes della Teoria Generale riprende dai sottoconsumisti tradizionali l’idea che nel libero mercato, al crescere del reddito dei consumatori gli acquisti dei beni di consumo non aumentano di altrettanto e che tale processo alla lunga comporterà una riduzione delle vendite, un’impennata degli stock, e utili che si tramutano in perdite.

Nonostante ciò, mentre per i sottoconsumisti tradizionali il suddetto processo era conseguenza di un eccesso di risparmio-investimento rispetto ai consumi correnti, per Keynes lo stesso processo era, invece, conseguenza di un soprappiù generale di risparmio che, però, in questo caso, non è da intendere come l’altra faccia dell’investimento, bensì come tesaurizzazione. Questo risparmio-tesaurizzazione, facendo rientrare nel sistema produttivo meno denaro di quanto ne esca, produrrebbe una crisi economica.

Keynes, pertanto, diversamente dai sottoconsumisti tradizionali, non esclude nella sua analisi la variabile tesaurizzazione e nel far ciò collega i rallentamenti della circolazione del denaro, o meglio dire dello scambio di denaro con altri beni o servizi, con la carenza sistematica di domanda aggregata rispetto all’offerta aggregata.

In aggiunta, Keynes ritiene anche che una carenza sistematica negli acquisti di beni di consumo correnti possa essere accompagnata da livelli di investimento ancora scarsi e con ciò egli vuole asserire che l’epicentro di una crisi dei tempi moderni è rappresentato da un’insufficienza degli investimenti rispetto alla tesaurizzazione-risparmio, insufficienza che viene generata da una caduta del tasso di profitto al di sotto del livello fissato dal tasso di interesse, la quale caduta, a sua volta, viene originata da un crollo psicologico (l’inquietudine circa il futuro) delle prospettive di investimento.

Di conseguenza, aumentare la spesa in beni di consumo resta una terapia anticrisi valida per i sottoconsumisti tradizionali quanto per Keynes, purché per quest’ultimo ad essere ridotta sia la variabile tesaurizzazione e non quella degli investimenti. Malgrado ciò, Keynes preferisce che il mancato incremento degli acquisti di beni di consumo corrente siano colmati non direttamente da altri acquisti in beni di consumo, bensì da un’ulteriore crescita del capitale, cioè da investimenti aggiuntivi, i quali ovviamente siano tutti finanziati espropriando in vario modo la quota di tesaurizzazione generale in possesso delle persone. Keynes prescrive questa preferenza “finché la massa di capitali non sia divenuta così abbondante che il suo ritorno-valore sia approssimativamente pari a zero”.

… in pratica io differisco da queste scuole di pensiero nel ritenere che esse possano mettere troppa enfasi sull’aumento dei consumi, in un’epoca in cui ci sono ancora molti vantaggi sociali che si possono ottenere aumentando gli investimenti … Personalmente sono impressionato dai grandi vantaggi sociali di aumentare la massa di capitale finché cessi di essere scarsa. John M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, p. 325.

Riassumendo, per quanto Keynes scrive nella sua Teoria Generale, una crisi economica moderna viene indotta da un crollo delle aspettative delle persone le quali, divenendo negative, fanno contrarre la domanda di beni di capitale. Tale contrazione produce disoccupazione e successiva contrazione della domanda di beni di consumo.

Altra differenza tra Keynes ed i sottoconsumisti tradizionali e che nel primo non sussiste il convincimento dell’esistenza di un meccanismo automatico, seppur temporaneo, di ripresa. Nelle tesi tradizionali del sottoconsumo, in un mercato libero, boom and bust si avvicendano ininterrottamente. In Keynes, invece, senza l’attivazione di stimoli esterni, un’economia (di libero mercato) in recessione/depressione potrebbe sempre star lì a ruotare attorno ad una situazione di semi-depressione che si evidenzia per mezzo di un equilibrio di sotto-impiego permanente.

Stimoli esterni devono essere tradotti con intervento governativo sull’economia. E quali interventi, per Keynes, dovrebbero attuare i governi per curare una crisi economica?

Dapprima, Keynes consiglia ai governi di cercare di raggiungere una stabilizzazione del reddito monetario agendo sui prezzi interni: “se diminuisce la velocità di circolazione di moneta bisogna aumentare la quantità di moneta se, viceversa, aumenta la velocità di circolazione della moneta bisogna diminuire la quantità di moneta”. Questa fantasticheria centralista appartiene ad un Keynes precedente alla Teoria Generale ed è basata sull’aver dato eccessiva rilevanza e precisione alle equazioni quantitative e sull’opinione che la velocità di circolazione della moneta sia un’entità che nell’essere instabile sia anche indipendente dalle valutazioni degli individui circa la convenienza di spendere o meno il proprio denaro e che si modifichi senza alcuna connessione con quanto avviene all’estero. Tuttavia, l’ossessione di una circolazione del denaro come causa di recessione/depressione permane anche nella Teoria Generale e ciò spinge Keynes finanche a lodare in qualche maniera l’idea del “denaro deperibile” di Silvio Gesell.

Secondo questa proposta le banconote … manterrebbero il loro valore solo se bollate ogni mese … con dei contrassegni acquistati presso l’ufficio postale. Il costo dei francobolli potrebbe, ovviamente, essere fissato in qualsiasi appropriata cifra … Il costo suggerito da Gesell è stato dell’1 per mille a settimana, pari al 5,2 per cento l’anno. Questo costo sarebbe troppo elevato nelle condizioni esistenti, ma la cifra corretta, che dovrebbe essere cambiata di volta in volta, potrebbe essere raggiunta solo per tentativi ed errori. L’idea alla base del denaro bollato è sana. E’, infatti, possibile che in qualche modo si riesca nella pratica ad applicarla su scala modesta. John M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, p. 357.

Quando con la Teoria Generale l’attenzione principale si sposta dall’instabilità della velocità di circolazione a quella della produzione reale, Keynes suggerisce di “utilizzare la politica monetaria, per forzare il tasso di interesse di lungo periodo verso il basso fino a fargli raggiungere quel livello in cui tendenzialmente si produce il pieno impiego”.

Ma egli stesso successivamente precisa che una tale politica di espansione monetaria può anche fallire se la preferenza per la liquidità degli individui cresce più velocemente di quanto la banca centrale stampi denaro; in questo caso, per Keynes non rimane che “una socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento come unico mezzo per avvicinarsi al pieno impiego e contemporaneamente incrementare il reddito reale dell’intera comunità”. Un aumento della spesa pubblica diviene la naturale ultima raccomandazione da eseguire e la creazione di un deficit di bilancio pubblico la necessaria implicazione di una teoria che mette lo Stato al centro di tutto il sistema delle relazioni economiche. I programmi di spesa curati dallo Stato richiederanno, per essere tangibilmente realizzati, una serie di beni indispensabili da far produrre, aumentando in tal modo la domanda di questi beni, e persone da assumere al lavoro. Queste persone, che ora sono in possesso di un reddito che precedentemente non avevano, incrementeranno la domanda aggregata fornendo ulteriori condizioni per effettuare nuovi investimenti nella produzione e nuove assunzioni – “moltiplicatore keynesiano”.

All’interno di quest’ultima soluzione, Keynes si spinge addirittura a sostenere la tesi “alla Spence” della creazione da parte del governo di lavori magari anche totalmente improduttivi ma che in ogni caso redistribuiscano ricchezza e reddito, poiché ciò può risultare tanto benefico per la domanda e lo sviluppo quanto più questa creazione viene indirizzata verso quei settori della popolazione in possesso di una maggiore propensione al consumo. – Nelle note conclusive della Teoria Generale, Keynes scrisse anche che solo l’esperienza potrà rivelare fino a che punto è sicuro stimolare la propensione media al consumo, senza rinunciare all’obiettivo di privare il capitale del suo valore di scarsità nell’arco di una o due generazioni.

La costruzione di piramidi, i terremoti, perfino le guerre possono servire ad accrescere la ricchezza, se l’educazione dei nostri governanti secondo i principi dell’economia classica impedisce che si compia qualcosa di meglio … Se il Tesoro dovesse riempire vecchie bottiglie con delle banconote, seppellirle a profondità adeguate all’interno di miniere di carbone in disuso che vengono poi riempite fino alla superficie con rifiuti urbani, e consentisse in seguito all’iniziativa privata, nel rispetto dei principi ben comprovati del laissez-faire di recuperare le banconote … non ci sarebbe più disoccupazione e … il reddito reale della comunità e la sua ricchezza di capitale diventerebbero probabilmente molto maggiori rispetto a quanto non siano effettivamente adesso. John M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, p. 129.

Se l’origine dei problemi per Keynes risiede in “quell’atavico desiderio umano di trattenere moneta per far fronte alle inquietudini circa il futuro” non vi è pressoché alcun dubbio, inoltre, che oggi essendo in presenza di quelle possibilità tecnologiche che lo consentirebbero (e che all’epoca di Keynes, invece, non c’erano) esso si esprimerebbe a favore dell’abolizione dell’uso del denaro contante. Ciò è sottinteso neanche tanto velatamente nelle seguenti parole della Teoria Generale:

L’unica cura radicale per le crisi di fiducia che affliggono la vita economica del mondo moderno sarebbe quella di non lasciare all’individuo alcuna scelta che non sia quella di spendere il suo reddito in consumi o di ordinare la produzione dello specifico bene-capitale che … gli sembra più promettente. John Maynard Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money, p. 161.

Abbiamo sin qui illustrato una serie di considerazioni economiche tutte accomunate dal fatto di vedere nel libero mercato l’origine dei cicli economici, e cioè di forti oscillazioni del prodotto del sistema economico nel tempo. Di qui, nasce la comune volontà di queste teorie di attuare restrizioni alle libertà economiche dei singoli individui, presupponendo così di poter raggiungere un quadro di stabilizzazione macroeconomica. Restrizioni che non mirano ad abolire il capitalismo inteso come processo di libero mercato, bensì a condizionarlo mediante delle interferenze che costringano le singole persone ad impiegare i propri mezzi e le proprie conoscenze in modo in parte differente, seppur sempre nel rispetto della proprietà in generale, da come essi farebbero altrimenti. Queste interferenze coercitive dovrebbero essere sancite da un gruppo di individui il più possibilmente esperti.

Tuttavia, ciò che loro imputano sia colpa del libero mercato, vale a dire le forti oscillazioni del prodotto economico di un certo sistema economico nel tempo, in realtà è dovuto a manipolazioni e blocchi effettuati proprio sul libero mercato. Nell’affermare questo, inoltre, dobbiamo tenere presente che queste oscillazioni non vanno confuse con le cosiddette fluttuazioni economiche, ossia normali variazioni settoriali dei dati economici provocate dai costanti e continui cambiamenti che avvengono nella tecnologia, nei gusti dei consumatori, nella qualità della forza lavoro, nella disponibilità delle risorse naturali, nel clima e nei raccolti agricoli.

Asserito quanto, si può comprendere innanzitutto il perché i mercati debbano essere definibili come processi dinamici e, in seguito, comprendere che se questi processi sono lasciati sufficientemente liberi di dispiegarsi essi tendenzialmente si muovono effettivamente verso l’equilibrio.

Ma attenzione: con la formula “tendenti all’equilibrio” si deve intendere che le situazioni di bilanciamento che le forze della domanda e dell’offerta riescono a raggiungere e con esse le strutture produttive presentano sempre un parziale disequilibrio e sono sempre in evoluzione, poiché comunque frutto di operazioni compiute in condizione di limitazioni e di dispersione della conoscenza, poiché, nel momento stesso in cui vengono realizzate, sono in ogni caso subito messe in discussione da quel processo di competizione, apprendimento e scoperta che non cessa mai di essere attivo.

L’equilibrio, allora, “nel senso pieno del termine”, essendo qualcosa che è concretamente in evoluzione in ogni istante di tempo ed essendo ricercato da agenti economici per loro natura imperfetti non può essere mai acquisito, né mai raggiunto, né mai conosciuto in anticipo.

Il processo di competizione, apprendimento e scoperta oltre a guidarci tendenzialmente verso l’equilibrio ci guida anche nella costruzione delle strutture produttive. Come risultato del fatto che questo processo mai concluso viene implementato da innumerevoli individui ciascuno dei quali in possesso di proprie conoscenze particolari di tempo e di luogo queste strutture non sono né unidimensionali né orizzontali, bensì ben più articolate, e cioè disaggregate in innumerevoli stadi di tipo verticale.

In base a tutto ciò, quando si afferma che in un libero mercato l’offerta è sempre in grado di creare la sua domanda, Legge di Say, si vuole semplicemente sostenere che in un contesto contraddistinto appieno da cooperazione volontaria è impossibile assistere ad un generale stato di sottoconsumo/sovrapproduzione di tutti i prodotti, giacché la tendenza all’equilibrio è garantita dal processo di competizione, apprendimento e scoperta che viene alimentato da una catena continua, circolare e smisurata di arbitraggi spontanei. (L’arbitraggio è il tasso a cui ognuno preferisce separarsi da quello che possiede piuttosto che rinunciare ad acquisire quello che possiedono gli altri).

Ma se questi arbitraggi spontanei vengono alterati attraverso delle interferenze coercitive, allora vi sarà vi sarà un’induzione all’errore massiccio di calcolo economico sul quale gli individui fonderanno i propri corsi d’azione. L’errore sarà orientativamente tanto maggiore quanto sarà stata la dimensione dell’alterazione.

Per dar luogo ad un generale stadio di sottoconsumo/sovrapproduzione occorre, quindi, che vi sia alla base una sostanziale interferenza coercitiva, che in quanto tale è qualcosa di esogeno rispetto al processo di libero mercato.

L’interferenza in questione, causa primaria di ogni ciclo economico dell’economia, è l’imposizione di un monopolio sull’emissione degli intermediari dello scambio e la centralizzazione della riserva bancaria: mediante questa imposizione, infatti, si ritiene erroneamente che si possa costantemente adeguare l’offerta di moneta di un’economia alla sua domanda e pianificare successivamente l’offerta di credito appropriata.

Tale interferenza, implicando una base monetaria arbitraria sfocia conseguentemente in un più che probabile aumento dell’offerta di credito non sostenuto da risparmio reale e volontario, aumento che una volta verificatosi finisce per generare una variazione della struttura produttiva che non può diventare permanente giacché non sostenuta dalle preferenze temporali dei consumatori. In questo modo, viene “temporaneamente” a prodursi un’offerta di beni di capitale ed i beni e servizi di consumo non strutturalmente coincidente con la domanda che di essi fanno i diversi agenti economici.

Allora, sì, certamente, si devono temere gli eccessi di capitale, intesi come beni di capitale, ma questi eccessi possono configurarsi solo quando il capitale viene reso fittizio e cioè allorché gli imprenditori intraprendono progetti di investimento, ampliando ed allungando gli stadi dei beni di capitale, senza il supporto di risparmio reale e volontario. E ciò può accadere solo a seguito di un intervento esterno al processo di libero mercato in grado di far credere che le proporzioni fra consumo corrente e risparmio-investimento siano cambiate a favore di quest’ultima variabile quando, invece, così non è.

Se poi il problema è stato creato da un intervento esogeno al processo di libero mercato, la soluzione non può essere implementare altri interventi che inibiscono ulteriormente tale processo, bensì permettere al sistema di attuare concretamente quegli effetti spontanei che reinstradano il sistema economico verso la tendenza all’equilibrio. A questo riguardo, non solo è essenziale intraprendere un riavvicinamento verso le reali e volontarie preferenze degli agenti economici tra consumo corrente e risparmio-investimento, ma anche far sì che i prezzi, in particolare i livelli salariali, non siano forzati artificialmente verso l’alto. Diversamente, proseguendo sulla strada dell’interventismo rispetto al processo di libero mercato, assisteremo allo svilupparsi di meccanismo perverso che intervento dopo intervento produce una direzione pianificata dell’intero sistema produttivo e distributivo tanto capillare ed estesa quanto inefficiente ed inefficace per il sistema economico preso nel suo complesso.

Gli esseri umani, in quanto imperfetti, non sono in grado di programmare lo sviluppo delle proprie menti né la crescita della propria civiltà. Tuttavia, la cooperazione volontaria può garantire in ogni caso che il corso d’azione complessivo persegua un continuo perfezionamento e miglioramento, dato che tramite questa vengono veicolate sostanzialmente solo quelle conoscenze e quelle capacità che servono a raggiungere scopi reciproci e sostenibili nel lungo periodo. Alla base di questo continuo perfezionamento e miglioramento vi è il rispetto dei diritti di proprietà e auto-proprietà di ciascuno. Soltanto per mezzo del rispetto di questi diritti la cooperazione volontaria può dirsi tale nonché trovarsi nella condizione di accendere un considerevole processo di competizione, apprendimento e scoperta.