Possiamo ancora evitare l’inflazione?

In un senso, la domanda posta nel titolo di questa lezione è puramente retorica. Spero che nessuno di voi abbia sospettato neanche per un momento che io dubiti che ci sia tecnicamente alcun problema nel fermare l’inflazione. Se le autorità monetarie davvero lo volessero e fossero preparate ad accettarne le conseguenze, potrebbero sempre farlo praticamente nel giro di una notte. Controllano completamente la base della piramide creditizia e, a questo scopo, basterebbe un annuncio credibile del fatto che non aumenteranno la quantità di banconote in circolazione ed i depositi bancari ma che, se necessario, li diminuiranno.

Al riguardo gli economisti non hanno alcun dubbio. Ciò che mi preoccupa non sono le possibilità tecniche, ma quelle politiche. Qui infatti siamo di fronte ad un compito così difficile che sempre più persone, incluse quelle molto competenti, si sono rassegnate all’idea dell’inevitabilità di un’inflazione che continua indefinitamente. Non conosco infatti alcun serio tentativo di mostrare come possiamo superare questi ostacoli che risiedono non nel campo monetario, ma in quello politico. E neppure io possiedo la panacea sicuramente applicabile ed efficace nelle condizioni in cui ci troviamo. Ma non penso che sia un compito al di là dell’ingegno umano, una volta che si sia capita in generale l’urgenza del problema.

Il mio principale scopo questa sera è spiegare chiaramente perché dobbiamo fermare l’inflazione se vogliamo mantenere una vitale società di uomini liberi. Una volta che si sia esattamente capita questa urgente necessità, spero che le persone avranno il coraggio di afferrare quei ferri roventi cui bisogna mettere mano per rimuovere gli ostacoli politici e per avere una chance di ristabilire una efficiente economia di mercato.

Nei resoconti dei libri di testo elementari, e probabilmente nella mente del pubblico in generale, si considera solamente un effetto dannoso dell’inflazione, quello che influisce sulle relazioni fra debitori e creditori. Chiaramente, un’imprevista svalutazione del valore della moneta danneggia i creditori ed avvantaggia i debitori. Questo è un importante effetto dell’inflazione, ma non è per nulla il più importante. E, dato che sono i creditori ad essere danneggiati ed i debitori ad avvantaggiarsene, la maggior parte delle persone non vi presterà particolare attenzione, almeno finché non si renderà conto che nella società moderna la più numerosa e importante categoria di creditori è costituita dai lavoratori salariati e dai piccoli risparmiatori, mentre i gruppi più rappresentativi di debitori che per primi guadagnano dall’inflazione sono le imprese e le istituzioni creditizie.

Ma non voglio indugiare troppo su questo noto effetto dell’inflazione che è anche quello che più velocemente tende a correggersi da solo. Vent’anni fa avevo ancora qualche difficoltà a far credere ai miei studenti che se fosse stato generalmente previsto un aumento del tasso annuo dei prezzi del 5%, ci saremmo trovati con tassi di interesse del 9-10% o più. Sembra che ci sia ancora un certo numero di persone che non ha ancora capito che tassi di questo genere sono destinati a durare a lungo finché continua l’inflazione. Comunque, finché le cose stanno così, e i creditori capiscono che solo una parte dei loro ricavi sono guadagni netti, almeno i prestatori a breve termine hanno pochi motivi per lamentarsi (anche se i creditori a lungo termine, come i sottoscrittori di prestiti governativi e altre obbligazioni, rimangono in parte espropriati).

Ad ogni modo, esiste un altro aspetto più indiretto di questo processo e che a questo punto merita di essere brevemente menzionato. Cioè che l’inflazione mina l’attendibilità di ogni pratica di contabilità ed è destinata a far risaltare i falsi profitti molto più dei veri guadagni. Chiaramente, un saggio amministratore potrebbe, almeno in generale, tener conto anche di questo e considerare come profitto solo quello che rimane dopo che abbia computato la svalutazione monetaria che influisce sui costi di sostituzione del capitale a lui affidato. Tuttavia, l’agente delle tasse non gli permetterà di farlo e insisterà per tassare tutti gli pseudo-profitti. Una tassazione siffatta è semplicemente una confisca di una parte del capitale e può diventare una questione particolarmente seria in caso di rapida inflazione.

Ma tutto ciò è argomento familiare, questioni che volevo solo ricordarvi prima di passare agli effetti meno evidenti dell’inflazione, ma proprio per questo motivo più pericolosi.

L’analisi convenzionale riportata nella più parte dei libri di testo procede come se un aumento nei prezzi medi significasse che tutti i prezzi aumentano allo stesso tempo più o meno della stessa percentuale, o che almeno questo sia vero per tutti i prezzi determinati correntemente sul mercato, lasciando fuori solo alcuni prezzi fissati per decreto o da contratti a lungo termine, come le tariffe dei servizi pubblici, degli affitti ed altri prezzi fissati per convenzione. Ma questo non è vero e neppure possibile.

Il punto cruciale è che finché il flusso monetario continua a salire ed i prezzi delle materie prime e dei servizi salgono, i diversi prezzi devono aumentare non nello stesso tempo, ma successivamente e quindi, finché questo processo continua, i prezzi che salgono per primi devono in ogni caso muoversi sempre prima degli altri. Questa distorsione dell’intera struttura dei prezzi svanirà solo un certo tempo dopo che il processo d’inflazione si sia fermato. Questo è un punto fondamentale che il maestro di tutti noi, Ludwig von Mises, negli ultimi sessant’anni non si è mai stancato di enfatizzare. Pare comunque necessario insistere su questo punto perché, come ho recentemente scoperto con una certa sorpresa, non è affatto apprezzato ed è anzi esplicitamente negato da uno dei più autorevoli economisti viventi.

Che l’ordine in cui un continuo incremento del flusso monetario tende ad alzare i diversi prezzi sia cruciale per capire gli effetti dell’inflazione fu visto chiaramente da David Hume più di duecento anni fa (ed invero prima di lui da Richard Cantillon). Fu proprio per eliminare questo effetto che Hume ipotizzò come prima fase che una mattina tutti i cittadini di un paese si svegliassero e trovassero miracolosamente aumentata la quantità di denaro in loro possesso. Anche ciò non porterebbe davvero a un immediato aumento di tutti i prezzi nella stessa percentuale. Ma questo non è quello che realmente accade.

L’influsso del denaro aggiunto nel sistema ha effetto solo ad un certo punto. Ci saranno sempre persone che avranno più denaro da spendere prima delle altre. Chi sono queste persone dipenderà dal particolare modo in cui è stato introdotto l’incremento del flusso di moneta. Può essere che sia speso in primo luogo dal governo per lavori pubblici o per incrementi salariali, o può essere in primo luogo speso dagli investitori utilizzando i saldi di cassa o prendendo in prestito denaro per tale scopo; può esser speso in primo luogo in titoli, in beni d’investimento, in salari o beni di consumo. Sarà poi speso da parte dei primi riceventi del flusso di denaro addizionale in qualcos’altro e così via. Questo processo prenderà forme molto differenti a seconda della fonte o delle fonti iniziali del flusso di denaro addizionale; e tutte le sue ramificazioni saranno presto così complesse che nessuno potrà tracciarle. Ma tutte queste diverse forme del processo avranno in comune una cosa: che i differenti prezzi aumenteranno non allo stesso tempo ma in successione, e che finché il processo continua alcuni prezzi aumenteranno sempre prima degli altri e l’intera struttura dei prezzi relativi sarà molto diversi da ciò che il puro teorico descrive come una posizione di equilibrio. Esisterà sempre ciò che potrebbe essere descritto come un gradiente di prezzo in favore di quei beni e servizi raggiunti per primi da ogni incremento del flusso monetario e in sfavore dei gruppi successivi raggiunti più tardi (con l’effetto in generale non di un aumento per tutti della stessa entità, bensì un aumento nella forma di una sorta di piano inclinato) se prendiamo per normale il sistema di prezzi esistente prima dell’inizio dell’inflazione e che approssimativamente si ristabilirà una volta che si sia fermata.

A tale cambiamento nei prezzi relativi, se persiste per qualche tempo e ci si aspetta che continui a persistere, corrisponderà ovviamente un simile mutamento nell’allocazione delle risorse: saranno prodotti relativamente più beni e servizi i cui prezzi sono adesso comparativamente più alti e ne saranno prodotti relativamente meno di quelli i cui prezzi sono comparativamente più bassi. Tale redistribuzione delle risorse produttive durerà evidentemente a lungo, ma solo finché l’inflazione continua ad un certo tasso. Vedremo che questo incentivo alle attività, o al volume di alcune attività e che può continuare solo se continua anche l’inflazione, è uno dei modi in cui anche un’inflazione contemporanea ci genera perplessità, perché la sua discontinuità necessariamente distruggerà alcuni dei posti di lavoro che aveva creato.

Ma prima che inizi ad occuparmi di quelle conseguenze di un’economia che si aggiusta ad un continuo processo d’inflazione, devo occuparmi di un argomento che – anche se non so se sia stato formulato chiaramente da qualche parte – sembra essere alla radice della visione che tende a rappresentare l’inflazione come relativamente innocua.

Sembra infatti che, se i prezzi futuri siano stati correttamente previsti, ogni insieme di prezzi attesi nel futuro sia compatibile con una posizione di equilibrio, perché i prezzi presenti si aggiusteranno da soli ai prezzi previsti nel futuro. Tuttavia perché questo accada non è sufficiente che sia possibile prevedere il livello generale dei prezzi in varie date nel futuro, anche perché questi, come abbiamo visto, cambieranno per gradi diversi. L’assunzione che i prezzi futuri di particolari beni possano essere correttamente previsti durante un periodo di inflazione è un’assunzione che probabilmente non potrà esser mai vera: perché, qualunque siano i prezzi futuri previsti, i prezzi presenti non si adattano da soli ai prezzi più alti previsti nel futuro, ma si adattano attraverso un attuale incremento nella quantità di moneta insieme con tutti i mutamenti nel livello relativo dei diversi prezzi che tale incremento della quantità di moneta implica necessariamente. Ancora più importante, tuttavia, è il fatto che se i prezzi futuri fossero previsti correttamente, l’inflazione non avrebbe alcuno degli effetti stimolanti che la rendono gradita ai più.

Ora, l’effetto principale dell’inflazione che la rende inizialmente gradita al mondo degli affari è precisamente che i prezzi dei prodotti finiscono per essere generalmente maggiori rispetto a quanto previsto. È questo che produce uno stato generale di euforia, un falso senso di benessere, in cui tutti quanti sembrano prosperare. Coloro che senza l’inflazione avrebbero avuto elevati profitti ne registrano ancora di maggiori. Coloro che avrebbero ottenuto profitti normali, insolitamente ne registrano di elevati. E non solo le imprese che erano vicine al fallimento, ma anche alcune che avrebbero dovuto fallire, sono tenute a galla dal boom imprevisto. C’è un generale eccesso di domanda rispetto all’offerta (ogni cosa è in vendita ed ognuno può continuare a fare ciò che faceva prima). Questo è quello stato di apparente beatitudine in cui le offerte di lavoro superano le richieste e che Lord Beveridge definì come lo stato di piena occupazione (e mai capì che l’assottigliarsi del valore della sua pensione di cui si lamentava così amaramente in tarda età, era l’inevitabile conseguenza di aver seguito proprio le sue stesse raccomandazioni).

Tuttavia, e questo mi porta al mio prossimo punto, uno stato di “piena occupazione” nel senso di Beveridge non solo richiede un’inflazione continua, ma un’inflazione ad un tasso crescente. Perché, come abbiamo visto, l’inflazione avrà i suoi effetti benefici immediati solo finché non la si può prevedere, o almeno finché non se ne può prevedere la misura. Ma una volta che l’inflazione dura da un po’ di tempo, il suo andamento futuro diventa prevedibile. Se i prezzi per un po’ di tempo sono saliti del 5% all’anno, ci si aspetterà che faranno lo stesso anche nel futuro. I prezzi attuali dei fattori di produzione salgono a causa dell’aspettativa di prezzi più alti del prodotto finale – talvolta, quando alcuni degli elementi di costo siano fissati, i costi variabili possono salire anche di più degli aumenti previsti del prezzo del prodotto – fino al momento in cui il profitto ritornerà ad essere quello normale.

Ma se i prezzi non aumentano più del previsto, non ci sarà alcun profitto aggiuntivo. Anche se i prezzi continuano a salire ai tassi precedenti, non ci sarà più alcun effetto miracoloso sulle vendite e sull’impiego. I profitti artificiali spariranno, ci saranno nuovamente perdite, e per alcune aziende i prezzi non copriranno neppure i costi di produzione. Per mantenere l’effetto che l’inflazione aveva in precedenza, prima che il suo massimo livello potesse essere previsto, essa dovrà essere maggiore di prima. Se inizialmente era stato sufficiente un tasso d’incremento annuale dei prezzi del 5%, quando il 5% diventa normale, allora sarà necessario un livello come il 7% o più per raggiungere lo stesso effetto stimolante che aveva avuto prima un aumento del 5%.

Inoltre, qualora l’inflazione sia già in corso da qualche tempo un gran numero di attività sarà divenuto dipendente dalla sua continuità ad un tasso progressivo, ci troveremo in una situazione in cui – sebbene i prezzi continuino a salire – molte imprese subiranno perdite e ci potrà essere una notevole disoccupazione. Depressione con prezzi in aumento è una tipica conseguenza di un mero freno all’incremento del tasso d’inflazione, una volta che l’economia si sia assuefatta ad un certo tasso d’inflazione.

Tutto questo significa che, a meno di non esser preparati ad accettare incrementi costanti dei tassi d’inflazione che alla fine potrebbero eccedere ogni limite determinabile, l’inflazione può sempre dare all’economia solo uno stimolo temporaneo ed inoltre dovrà non solo cessare inevitabilmente di avere un effetto stimolante, ma ci lascerà sempre con un’eredità di regolazioni rinviate e nuovi aggiustamenti negativi che renderanno il nostro problema ancora più difficile. Si noti per favore che non sto dicendo che una volta imbarcati in un processo d’inflazione dobbiamo per forza imbarcarci in un processo di iperinflazione galoppante. Non credo che questo sia vero. Tutto quello che sostengo però è che se vogliamo perpetuare i peculiari effetti di prosperità e di occupazione derivanti dall’inflazione, dobbiamo progressivamente aumentarla e mai fermarne il tasso di crescita.

Che le cose stiano così è stato dimostrato empiricamente dalla grande inflazione tedesca dei primi anni venti del novecento. Finché l’inflazione crebbe ad un tasso geometrico non ci fu (eccetto verso la fine) praticamente alcuna disoccupazione. Ma fino ad allora, ogni qualvolta ci fu un rallentamento dell’incremento inflazionistico, la disoccupazione rapidamente assunse proporzioni gigantesche.

Non credo che dovremmo seguire quella strada – almeno finché persone abbastanza responsabili sono alla guida – anche se non sono così sicuro che una prosecuzione delle politiche monetarie dell’ultima decade non possa far sì che si crei prima o poi una situazione in cui persone meno responsabili saranno poste al comando. Ma questo non è ancora un nostro problema. La nostra esperienza attuale è ancora ciò che in Gran Bretagna è noto come politica “stop-go”, secondo cui ogni tanto le autorità si allarmano e provano a rallentare l’inflazione, con l’unico risultato di una disoccupazione di proporzioni minacciose ancor prima di essere riusciti a fermare l’aumento dei prezzi, sicché le autorità si sentono obbligate a far riprendere l’espansione inflazionistica.

Questo genere di situazione può andare avanti per un po’ di tempo, ma non sono sicuro che l’efficacia di dosi relativamente minori d’inflazione nel riaccendersi del boom non sia rapidamente decrescente. Ammetto che la cosa che mi ha sorpreso del boom degli ultimi vent’anni è appunto quanto a lungo sia durata l’efficacia della ripresa espansione nel riavvia del boom. Mi aspettavo che questo potere di far ripartire gli investimenti con un poco di espansione del credito si sarebbe esaurito molto prima – e potrebbe essere che ora abbiamo raggiunto questo punto. Ma non ne sono sicuro.

Può essere che abbiamo invece di fronte a noi altri dieci anni di politiche “stop-go”, probabilmente con un’efficacia decrescente delle misure ordinarie di politica monetaria e lunghi intervalli di recessione. In considerazione dell’attuale situazione politica e dell’umore prevalente dell’opinione pubblica, l’attuale presidente della Federal Reserve svolgerà probabilmente il suo compito altrettanto bene come chiunque altro. Ma le limitazioni a lui imposte da circostanze superiori al suo controllo e di cui parlerò fra un attimo potrebbero davvero limitare di molto il suo potere di fare quello che noi riteniamo che sia bene fare.

In una precedente conferenza a cui molti di voi erano presenti, ho paragonato la posizione di coloro che sono responsabili della politica monetaria dopo che una politica di piena occupazione è stata seguita per qualche tempo, alla situazione di chi si trova a “tenere una tigre per la coda”. Mi sembra che queste due situazioni abbiano in comune più di ciò che di solito si è pronti ad ammettere. Non solo la tigre tenderà a correre sempre più veloce e suoi movimenti si faranno sempre più saltellanti mentre si viene tirati in avanti, ma, dato che la ferocia della tigre aumenta sempre più, i probabili effetti dell’azione di mollare la presa diventeranno sempre più spaventosi. Il fatto che la situazione in cui ci si trova sia simile a questa è l’obiezione centrale contro le politiche che vorrebbero permettere all’inflazione correre per un po’ di tempo.

Un’altra metafora che è spesso stata giustamente usata in questo caso è quella degli effetti dell’assunzione di droghe. I primi effetti piacevoli e la seguente necessità di dure decisioni costituisce infatti una situazione molto simile. Una volta in questa posizione si è tentati di affidarsi a palliativi e ci si rassegna a superare le difficoltà a breve termine senza mai affrontare le difficoltà alla base del problema, a proposito delle quali poco possono fare coloro che sono responsabili solamente delle politiche monetarie.

Prima di procedere su questo importante argomento, mi sembra comunque doveroso dire qualche parola sulla pretesa necessità dell’inflazione come condizione per una rapida crescita. Vedremo che i moderni sviluppi delle politiche sindacali hanno certamente creato nei paesi molto industrializzati una situazione tale per cui la combinazione di crescita e di un livello di occupazione ragionevolmente alto e stabile avrebbero reso l’inflazione, fintanto che queste politiche rimangono invariate, l’unico mezzo efficace per aggirare i problemi da esse stesse creati. Ma questo non significa che l’inflazione sia, in condizioni normali e specialmente nei paesi meno sviluppati, necessaria o perfino vantaggiosa per la crescita. Nessuna delle grandi potenze industriali del mondo moderno ha raggiunto la sua posizione in periodi di svalutazione monetaria.

I prezzi britannici nel 1914 erano, fintanto che sia possibile paragonare significativamente i dati riferiti a periodi di tempo così lunghi, sostanzialmente uguali a duecento anni prima, ed anche i prezzi americani nel 1939 erano più o meno allo stesso livello in cui si trovavano nel 1749, il primo anno di cui possediamo dati storici. Sebbene sia vero che la storia del mondo è una storia d’inflazione, le poche storie di successo che troviamo sono soprattutto le storie di paesi ed epoche che hanno preservato una moneta stabile; mentre nel passato il deterioramento del valore della moneta è quasi sempre andato a braccetto con la crisi economica.

Chiaramente non c’è alcun dubbio che la temporanea produzione di beni strumentali può essere aumentata da ciò che si chiama “risparmio forzato”, ossia l’espansione del credito può essere usata per dirigere alla produzione di beni strumentali gran parte delle attuali risorse destinate ai servizi. Alla fine di tale periodo la quantità fisica di beni strumentali esistenti sarà maggiore di quanto sarebbe stata altrimenti.

Qualcuno di questi potrebbe essere un guadagno durevole – la gente potrebbe ricevere abitazioni in cambio di ciò che non le è stato permesso di consumare. Ma non sono così sicuro che tale crescita forzata delle riserve di attrezzature industriali renda un paese più ricco in ogni circostanza, ossia che in seguito il valore delle riserve di capitale sarà maggiore (o che attraverso tale operazione la produttività in tutti i campi sarà maggiore che altrimenti). Se l’investimento è stato deciso sulla previsione di un maggior tasso di investimento continuo (o, che è lo stesso, un tasso d’interesse minore, oppure ancora un maggiore tasso di salari reali) rispetto a quello che realmente ci sarà, questo più alto tasso d’investimento può aver fatto di meno per aumentare la produttività generale di quello che avrebbe fatto un più basso tasso d’investimento se avesse assunto una forma più appropriata. Credo che questo sia un pericolo particolarmente serio per i paesi sottosviluppati che confidano nell’inflazione per far salire il tasso d’investimento.

L’effetto usuale di questa manovra mi sembra essere che una piccola frazione dei lavoratori di tali paesi verrebbe dotata di un ammontare di capitale pro capite molto più elevato di quanto si potrebbe sperare di distribuire in un prevedibile futuro a tutti i lavoratori, e che di conseguenza l’investimento di più mezzi renderebbe le condizioni di vita peggiori di quanto possa fare l’investimento di meno mezzi più equamente distribuiti. Coloro che consigliano i paesi sottosviluppati di aumentare il tasso di crescita attraverso l’inflazione mi sembrano totalmente irresponsabili, quasi a livello criminale.

L’unica condizione che, secondo le tesi keynesiane, rende l’inflazione necessaria se si vuole garantire un utilizzo totale delle risorse, ossia la rigidità dei tassi salariali determinata dai sindacati, non è presente in questi paesi. E nulla di ciò che ho visto accadere in Sud America, Africa o Asia per effetto di tali politiche, può far cambiare la mia convinzione che tali paesi siano interamente ed esclusivamente danneggiati dall’inflazione (che produce spreco di risorse e ritardo nello sviluppo di quello spirito di calcolo razionale che è indispensabile condizione per la crescita di un’efficiente economia di mercato).

Tutto l’impianto teorico keynesiano per una politica di espansione creditizia poggia interamente e completamente sull’esistenza di quel livello di salari determinato dai sindacati, che è caratteristica dei paesi industrialmente avanzati dell’occidente ma non è presente nei paesi sottosviluppati (e per diverse ragioni meno marcata in paesi come il Giappone o la Germania). Come detto, è solamente per quei paesi dove i salari sono “rigidi verso il basso” e costantemente spinti verso l’alto dalla pressione dei sindacati, che si può plausibilmente sostenere che alti livelli di occupazione possono esser mantenuti solo attraverso un’inflazione continua (ed io non ho alcun dubbio che le cose continueranno a rimanere a questo modo finché persistono queste condizioni).

Ciò che è accaduto qui alla fine dell’ultima guerra è stato che certi princìpi politici sono stati adottati e spesso diventati legge, che ha l’effetto di scaricare i sindacati da ogni responsabilità per la disoccupazione che le loro politiche salariali possono creare, mentre fanno gravare tutta la responsabilità di garantire la piena occupazione sulle autorità fiscali e monetarie. In effetti a queste ultime si richiede di offrire abbastanza denaro in modo tale che l’offerta di lavoro per il salario fissato dai sindacati possa essere assorbito dal mercato.

Inoltre, dato che non si può negare che almeno per un periodo di qualche anno le autorità monetarie avrebbero il potere di assicurare alti livelli di occupazione attraverso una adeguata inflazione, esse saranno costrette dalla pubblica opinione ad impiegare tale strumento. Questa è l’unica causa degli sviluppi inflazionistici degli ultimi venticinque anni, e le cose continueranno ad andare in questo modo finché permetteremo ai sindacati di alzare i salari a qualsiasi livello riescano a contrattare con i datori di lavoro (e questi datori di lavoro possono accettare salari con un certo potere d’acquisto solo perché sanno che le autorità monetarie in parte vi rimedieranno diminuendo il potere d’acquisto della moneta e dunque diminuendo anche l’equivalente reale dei salari convenuti).

Questo è il fatto politico che rende oggi inevitabile l’inflazione costante e che può essere modificato non da cambiamenti nella politica monetaria, ma solo da cambiamenti nella politica salariale. Nessuno dovrebbe illudersi del fatto che, finché durerà l’attuale situazione del mercato del lavoro, saremo costretti ad avere un’inflazione continua. Tuttavia non possiamo permettercelo, non solo perché l’inflazione diventa sempre meno efficace anche ai fini di prevenire la disoccupazione, ma perché dopo che è durata per un po’ di tempo ed inizia ad agire a tasso elevato, inizia progressivamente anche a disorganizzare l’economia ed a creare forte pressione per l’imposizione di ogni genere di controllo. Un’inflazione libera è un male, ma un’inflazione bloccata da controlli è ancora peggio: è veramente la fine dell’economia di mercato.

I ferri roventi che dobbiamo afferrare per mantenere il sistema d’impresa ed il libero mercato sono dunque costituiti dal potere dei sindacati sui salari. A meno che i salari, e particolarmente i salari relativi nelle diverse industrie, siano di nuovo soggetti alle forze del mercato e diventino veramente flessibili sia verso l’alto sia verso il basso, non c’è possibilità per una politica non-inflazionistica. Una considerazione molto semplice mostra che, se a nessun salario è consentito di scendere, tutti i cambiamenti nei salari relativi che diventano necessari devono configurarsi nel senso di un aggiustamento verso l’alto per tutti i salari eccetto quelli che tendono relativamente a diminuire. Questo vuol dire che un qualsiasi cambiamento nella struttura dei salari significa che praticamente tutti i salari devono salire.

Comunque, un sindacato che conceda una riduzione dei salari per i suoi membri non sembra oggi essere ancora possibile. Sia chiaro, nessuno guadagna da questa situazione, perché l’incremento dei salari deve considerarsi annullato dalla svalutazione del valore della moneta, se non si vuole creare disoccupazione. Pare, comunque, che questa sia una necessità strutturale derivante dalla pratica di determinare i salari attraverso accordi collettivi con i sindacati dell’industria o dell’artigianato, a vantaggio di una politica di completa occupazione.

Credo che finché questa questione fondamentale rimarrà irrisolta, c’è poco da sperare da un miglioramento del meccanismo di controllo monetario. Ma questo non significa che la regolamentazione esistente sia soddisfacente. Essa è stata architettata precisamente per semplificare la gestione delle necessità determinate dal problema dei salari, ossia per semplificare in ogni paese le procedure d’inflazione. Lo standard aureo è stato abolito soprattutto perché era un ostacolo all’inflazione. Quando nel 1931, pochi giorni dopo la sospensione dello standard aureo in Gran Bretagna, Lord Keynes scrisse ad un giornale di Londra che “ci sono alcuni inglesi che non gioiscono allo spezzarsi delle nostre catene dorate” e quindici anni dopo poté assicurare che gli accordi di Bretton Woods furono “l’opposto dello standard aureo”, tutto questo fu diretto contro quella importante caratteristica dello standard aureo che rendeva impossibile qualsiasi politica inflazionistica prolungata in qualsiasi paese.

E sebbene non sia sicuro che lo standard aureo sia il migliore accordo possibile, è stato finora l’unico ad essere abbastanza efficace per tale scopo. Probabilmente ha molti difetti, ma nessuno di questi è il motivo per cui è stato abbandonato; e ciò che l’ha sostituito non ha migliorato la situazione. Come ho sentito recentemente spiegato da uno dei membri del gruppo di esperti convocati originariamente a Bretton Woods, se il loro scopo era di caricare il peso dell’aggiustamento degli equilibri internazionali esclusivamente sui paesi dal grande surplus produttivo, mi sembra però che il risultato di questo accordo sia solo la continua inflazione internazionale.

Ma ne parlo solo in conclusione per mostrare che se vogliamo evitare la continua inflazione mondiale, abbiamo bisogno anche di un sistema monetario internazionale diverso. Tuttavia, il tempo in cui possiamo con profitto pensare a ciò verrà quando i paesi più avanzati avranno risolto i loro problemi interni. Fino a quel momento dovremo probabilmente rassegnarci ad aggiustamenti improvvisati, e mi sembra che ad oggi e finché le difficoltà fondamentali che ho considerato continueranno ad essere presenti, non ci sia speranza di risolvere il problema dell’inflazione internazionale ristabilendo uno standard aureo internazionale, neanche se questa fosse una politica praticabile. Il problema centrale che dev’essere risolto prima di poter sperare in un ordine monetario soddisfacente è il problema della determinazione dei salari.

L'articolo originale: https://mises.org/library/can-we-still-avoid-inflation