L’Helicopter Money e il People’s Quantitative Easing: le ultime frontiere dell’illusione monetaria

Le recessioni-depressioni economiche sono l’inevitabile conseguenza di un precedente processo di offerta di mezzi legali di pagamento superiori alla loro domanda. Tale processo da definire come “inflativo” conduce alla realizzazione di una serie di mal investimenti, vale a dire di strutture della produzione insostenibili. Queste strutture insostenibili si traducono non solo in un dilatamento artificiale delle attività del settore privato ma, in presenza di un mondo retto da apparati statali, anche in un inevitabile sovra-appesantimento dello Stato, giacché dal tepore inflazionistico finiscono per essere coinvolti, chi più chi meno, tutti i soggetti agenti.

In poche parole, ecco che si è spiegata le origini e le problematiche della crisi odierna.

Subito dopo l’emergere dell’attuale recessione-depressione economica, le autorità monetarie di molti Paesi su spinta dei relativi governi hanno iniziato ad inondare l’economia di una nuova massa di mezzi legali di pagamento con lo scopo di non far crollare un sistema finanziario che spontaneamente si andava invece a ripiegare su se stesso e di scongiurare il fallimento formale di tutti quegli apparati statali sovra-indebitati.

Ora, impedire nelle fasi immediate o poco più di una recessione-depressione il verificarsi di un processo di contrazione indiscriminata dell’offerta di mezzi legali di pagamento può essere, se attuata entro certi limiti, una politica monetaria assennata. Se, infatti, prima dell’arrivo della crisi abbiamo una situazione di continuato eccesso di mezzi legali di pagamento rispetto alla loro domanda, in seguito, allo scoppio della crisi, la situazione tende a capovolgersi nel suo contrario, ossia in una contrazione eccessiva di questi mezzi i quali pertanto divengono tendenzialmente insufficienti a fronteggiare la straordinaria domanda che sempre di questi mezzi viene determinata con l’emergere delle crisi.

In teoria, è sicuramente vero che una diminuzione della quantità di mezzi legali di pagamento in circolazione può essere da subito compensata da un ribasso dei prezzi perfettamente adeguato a sostenere gli scambi, ma la realtà umana è fatta anche di abitudini e di rigidità che possono non consentire a tutti i prezzi di scendere con la stessa rapidità e misura della contrazione di questi mezzi; conseguentemente, contrastare la contrazione indiscriminata di offerta di mezzi legali di pagamento, nelle fasi immediate o poco più di una recessione-depressione, può risultare essere, entro certi limiti, opera di buon senso.

Nelle fasi immediate o poco più di una recessione-depressione ed entro certi limiti, perché tale contrasto è economicamente razionale fintanto che riesce nell’importante funzione di adattare la circolazione monetaria alla variazione della sua domanda. Ciò significa che l’obiettivo necessario e prioritario da perseguire, allo scopo di ristabilire un percorso di sostenibilità economica, deve essere in ogni caso lo smantellamento dei mal investimenti. Diversamente, il tutto si andrà a risolvere solo in un processo di sostentamento a spese di tutti gli altri di quegli apparati statali sovra-indebitati e di quei gruppi privati più contigui alle sorti di questi apparati, oltre a stimolare nuove allocazioni delle risorse insostenibili.

C’è da costatare che, nel corso della crisi attuale, quest’ultimo processo è quanto finora si è essenzialmente andato ad alimentare.

Se le recessioni-depressioni economiche nascono a seguito dell’arrestarsi o del rallentarsi del processo inflativo perché non agire in maniera tale da non permetterne l’arresto o il rallentamento?

L’inflazione è un fenomeno che coglie gli individui sempre di sorpresa in quanto da subito non può essere mai sufficientemente anticipata nei suoi effetti. Se l’inflazione potesse essere da subito sufficientemente anticipata nei suoi effetti potremo intuire immediatamente, ossia a partire dal principio del processo inflativo, in quale misura e con quale tasso di accelerazione tutti i prezzi aumenteranno. Ma l’idea per cui l’inflazione può essere da subito sufficientemente anticipata nei suoi effetti è solo un’astratta costruzione analitica, giacché gli individui quando si trovano ad operare all’interno di un’economia monetaria non posseggono la proprietà di stabilità automatica tipica invece di un’economia di baratto.

Il fatto che l’inflazione sia un fenomeno che non può essere mai da subito sufficientemente anticipato nei suoi effetti genera all’inizio e per un certo periodo di tempo una situazione in cui vi sono più operatori economici che ottengono profitti; i profitti crescono tendenzialmente più delle previsioni e quasi tutte le imprese vanno bene ed è molto difficile assistere a dei fallimenti imprenditoriali. Anche le imprese sull’orlo di chiudere o di ridimensionarsi drasticamente, infatti, con l’arrivo dell’improvviso rialzo dei prezzi, possono tranquillamente rimanere a galla ed ottenere dei profitti.

Tuttavia, tale situazione di piacevole sorpresa si protrarrà fintanto che gli agenti economici, nel loro complesso, non inizieranno a intuire che i prezzi continueranno a salire pressoché allo stesso ritmo. Quando gli agenti economici, nel loro complesso, iniziano a intuire questo incremento percentuale dei prezzi nel tempo, aumenteranno i prezzi dei fattori produttivi che determinano i costi della produzione ad un livello che riflette la loro aspettativa dei prezzi futuri. Arrivati a questo punto se i prezzi non aumenteranno più dell’aspettativa, i profitti torneranno verso la normalità e diminuiranno anche le imprese che realizzano un profitto. Con il diminuire dei profitti in linea generale, le prime imprese a patire il colpo saranno proprio quelle che senza l’arrivo dell’inflazione avrebbero dovuto chiudere o ridimensionarsi drasticamente e che ora che l’inflazione è stata almeno sufficientemente anticipata nei suoi effetti non possono più sfuggire dal subire conseguenze determinanti.

In breve, fintanto che l’inflazione rimane imprevista l’inflazione produce un effetto stimolante; appena diviene anticipata nei suoi effetti, esclusivamente se si riesce a procedere con una velocità sempre maggiore – e quindi a farla tornare imprevista – sarà in grado di mantenere lo stesso grado di artificiale prosperità.

Qualora nel corso del processo inflativo i prezzi crescessero meno dell’aspettativa, l’effetto prodotto sarebbe identico a quello di un’imprevista deflazione dei prezzi ed anche se i prezzi crescessero in linea con le aspettative generali verrebbe comunque a mancare quello stimolo che in precedenza, allorché i prezzi crescevano più delle aspettative, aveva permesso il procrastinarsi di quel necessario riassestamento della struttura produttiva.

In definitiva, perché l’inflazione possa conservare il suo iniziale effetto stimolante, dovrebbe continuare a galoppare ad un ritmo sempre più veloce delle aspettative degli agenti economici.

Ma poiché l’inflazione è in grado di far salire i prezzi in maniera imprevista e peraltro non uniforme (variazioni verso l’alto del livello generale dei prezzi sono così accompagnate da distorsioni nella struttura dei prezzi relativi) essa oscura anche i segnali informativi che gli individui ricevono a proposito della crescita e della diminuzione del loro reddito reale. Il riuscire pertanto a far accelerare progressivamente il tasso d’inflazione, allo scopo di evitare che gli agenti economici possano giungere tendenzialmente a prevedere il ritmo di crescita dei prezzi e mantenere così indefinitamente in vita gli effetti stimolanti del processo inflativo, alla fine si tradurrà in un risultato incredibilmente catastrofico: la distruzione dei metodi di contabilità su cui poggiano tutte le decisioni degli individui, dato che senza un sistema di determinazione dei prezzi ragionevolmente prevedibile ed affidabile, la maggior parte delle persone, sia in qualità di consumatori sia di distributori sia di produttori, non può che commettere errori in maniera continuativa e sistematica per quanto riguarda la definizione dei costi e dei rischi di qualunque cosa.

Nei migliori dei casi, allora, l’inflazione non può essere altro che uno stimolo momentaneo; questo stimolo può durare fintanto che riesce ad ingannare e deludere le aspettative degli agenti economici.  Nondimeno, questo stimolo è dovuto agli errori che produce ed è pericoloso in quanto i deleteri postumi di dosi possono essere sterilizzati solo aumentando progressivamente la dose. Ma poiché la strategia di accelerare il tasso di inflazione per scongiurare l’avvento della crisi non può essere mantenuta all’infinito, pena giungere alla distruzione dei metodi di contabilità su cui poggiano tutte le decisioni degli individui che è qualcosa in più rispetto ad una “normale crisi”, vale a dire la morte dell’economia monetaria (o nel caso sussistano intermediari dello scambio alternativi generalmente riconosciuti come tali, la morte soltanto dell’economia monetaria ufficiale), presto o tardi la recessione-depressione economica dovrà essere chiamata a manifestarsi.

Gli effetti di inversione relativi ad un processo di offerta di mezzi legali di pagamento superiori alla loro domanda possono essere soltanto ritardati, ma mai scongiurati. Si può deciderne unicamente l’ampiezza non anche il rifiuto.

Il pensiero economico ad oggi dominante caldeggia l’aumento costante della spesa monetaria come rimedio all’attuale crisi che avvolge le principali economie occidentali.

Da qui sono nate quelle politiche monetarie non-convenzionali come un costo del denaro schiacciato per lungo tempo attorno allo zero nominale e Quantitative Easing, cioè l’acquisto di generici titoli di Stato, mutui cartoralizzati e determinate azioni. Allo stesso tempo, una parte consistente del pensiero economico dominante, nel vedere l’inefficacia di queste politiche di sostenere stabilmente l’economia reale, accusa di scarsa efficacia queste stesse politiche per via di un loro difetto d’impostazione: tali politiche riescono sì a creare quei necessari nuovi mezzi legali di pagamento, ma questi rimanendo ingabbiati tra i corridoi del circuito bancario ordinario a causa delle modalità con cui devono essere trasmessi, non riescono a raggiungere a sufficienza l’economia reale.

Per rimettere l’economia reale sulla carreggiata di una sana sostenibilità, nell’ambito del pensiero economico dominante, alcuni consigliano di attuare politiche monetarie ulteriormente non convenzionali; misure ulteriormente non convenzionali in quanto più aggressive nell’approccio ma non diverse nella sostanza ultima. Da questa concezione nascono le idee dell’Helicopter Money e del People’s Quantitative Easing.

In realtà, che si tratti di politiche monetarie semplicemente non convenzionali o di una loro ulteriore estremizzazione, questo modo di pensare è vittima sostanzialmente della stessa illusione: “pensare che non esista la scarsità di risorse reali e che la scarsità di liquidità sia la sola causa di limitazione dell’attività economica”. Da questa errata convinzione ne nasce a sua volta un’altra, vale a dire “pensare che le influenze monetarie possano invertire stabilmente la tendenza intrinseca dei fattori reali”.

L’idea di fondo con cui in tempo di crisi vengono attuate tutte queste politiche monetarie è sempre la stessa: “un aumento della spesa monetaria totale, ossia un aumento dei capitali nominali, aumenta l’occupazione in maniera permanente, ed il reddito reale perché tutte le risorse necessarie per qualsiasi processo produttivo sono disponibili nelle proporzioni corrette ai prezzi correnti. Esse dunque muovono partendo dall’ipotesi implicita che la disoccupazione comporti tipicamente l’inattività di tutti i tipi di risorse in ogni fase produttiva”.

L’errore di fondo di tutte queste politiche monetarie non convenzionali è sempre lo stesso: “nel mondo reale, contraddistinto dalla scarsità delle risorse reali, le risorse non inutilizzate sono di tipo specifico ed in settori specifici. In queste circostanze, ogni tentativo di curare la crisi con interventi di spesa in disavanzo e politiche monetarie tese a tenere permanentemente il costo del denaro ad un livello più basso dell’interesse naturale del capitale reale (quel tasso di interesse che il mercato determinerebbe in assenza di qualsiasi intervento dei pubblici poteri), possono, nei migliori casi, offrire un sollievo momentaneo, ma intensifica l’errata allocazione delle risorse rispetto alle relative domande. In tal senso, un incremento della spesa può portare all’aumento dell’occupazione ma solo rendendo temporaneamente redditizio lo sfruttamento di risorse inutilizzate, combinandole con risorse sottratte e peraltro in utilizzo in altri settori, e causando un aumento generalizzato e non uniforme dei prezzi; ma una volta che i costi di produzione saranno aumentati per compensare l’aumento dei prezzi di vendita, il problema della disoccupazione rientrerà di nuovo in scena ed in maniera anche più dura per via della distorta allocazione delle risorse aggiuntive”.

Che oggi, nelle principali economie occidentali, il costo denaro sia ad un livello senz’altro più basso dell’interesse naturale del capitale, lo testimonia il fatto che nonostante i relativi tassi sull’interesse di base siano stati impostati dalle rispettive banche centrali attorno allo zero nominale il quadro generale è ancora quello di un’economia reale in affanno. Un controsenso che può essere spiegato solo tenendo a mente che capitale nominale, anche detto monetario, non equivale a capitale reale e che il primo, onde evitare fenomeni di espansione economica inflazionistica, di recessione-depressione economica inflazionistica, o di imprevista deflazione dei prezzi, dovrebbe sempre conformarsi nella quantità a quanto accumulo si riesce a fare del secondo.

Si tratti di politiche monetarie semplicemente non convenzionali o di Helicopter Money e del People’s Quantitative Easing il risultato ultimo di tutte queste azioni sarà sempre lo stesso: “portare il valore delle attività a livelli non allineati con la distribuzione ottimale, determinata dalla libera interazione dei prezzi sul mercato, del fattore lavoro e delle altre risorse”.

Nel dettaglio.

Per quanto concerne il cosiddetto Helicopter Money, gli economisti adoperano questa espressione per fare riferimento a due politiche monetarie diverse:

la prima prevede la monetizzazione permanente dei deficit di bilancio pubblici, la seconda prevede che la banca centrale effettui trasferimenti diretti di moneta ai singoli individui, nella speranza che questi la impieghino tutta o quantomeno abbondantemente in consumi e/o in investimenti.

Nel primo caso, a differenza dei deficit di bilancio finanziati attraverso la creazione di debito, quelli finanziati con la creazione di nuova moneta non comportano obblighi d’imposta futuri, ma ciò non significa che questi ultimi non possano essere altrettanto perniciosi quanto i primi, se non peggio.

Nell’eventualità che tale politica monetaria riuscisse a far scattare quel sollievo momentaneo, ecco come si muoverebbe e comunque terminerebbe il processo:

all’inizio aumenteranno il reddito lordo disponibile delle persone; ciò a sua volta farà incrementare il tasso di crescita di beni e servizi nel settore privato e, nella misura in cui la produzione e l’occupazione si trovano al di sotto dei livelli di pieno impiego, l’incremento di spesa pubblica aumenterà anche la produzione e l’occupazione; tuttavia, giacché questo aumento di spesa non libera alcun fattore produttivo (si inseguono gli stessi fattori solo pagandoli di più), ecco che progressivamente appariranno variazioni al rialzo e non uniformi dei prezzi – e ciò vuol dire che il reddito lordo disponibile alla fine del processo sarà aumento solo in termini nominali – e con esse quelle strutture della produzione insostenibili, riproponendo così la crisi in maniera ancor più aspra per via della distorta allocazione delle risorse aggiuntive.

Se questi deficit poi fossero attuati in un contesto di tendenziale equilibrio, ossia in cui l’esistenza di risorse inutilizzate ai prezzi correnti è pressoché esclusa per definizione l’effetto sarebbe di un aumento del tasso di spesa monetaria senza che neanche il verificarsi di un aumento temporaneo della produzione e dell’occupazione.

Il motivo per cui si è nel tempo preferito che i governi affrontassero i loro deficit attraverso un ricorso al prestito e non mediante monetizzazione risiede nel fatto storicamente comprovato per cui la spinta a generare inflazione monetaria è tendenzialmente più forte in un regime in cui lo squilibrio di bilancio viene corretto tramite variazioni permanenti dell’offerta di moneta e non in uno in cui l’aggiustamento avviene mediante variazioni del debito pubblico. Gli apparati statali, se possono scegliere, preferiscono svilire le loro monete piuttosto che introdurre tributi, dato che l’inflazione monetaria, diversamente dai tributi, non viene generalmente percepita per quello che in realtà è, cioè una forma di tassazione indiretta e non uniforme capace alla lunga anche di turbare profondamente l’intero ordine istituzionale.

Nel secondo caso, c’è da aggiungere che questa soluzione può essere anche peggio della prima perché emettere nuova moneta e distribuirla direttamente ai cittadini può accrescere a dismisura le tensioni inflazionistiche, giacché le pressioni popolari per tenere costantemente in vita i relativi effetti stimolanti potrebbero farsi facilmente più diffuse e conseguentemente più pressanti.

Se poi ci si accontenta di iniettare un effetto stimolante come soluzione una tantum ci si ricordi anche che successivamente, con l’esaurirsi dell’euforia, ci saranno in ogni caso aggiuntivi errori economici da smaltire.

Passando ora a trattare il cosiddetto People’s Quantitative Easing (Alleggerimento Quantitativo per il Popolo), si deve innanzitutto dire che con tale misura si deve intendere un processo di creazione e trasmissione di mezzi legali di pagamento mirato a finanziare progetti di investimento dello Stato, centrale e delle sue amministrazioni locali (dagli alloggi ai trasporti pubblici) in maniera tale da sostenere domanda ed occupazione. Pertanto, a differenza della cosiddetta idea dell’Helicopter money, nel QE for the People i mezzi legali di pagamento di nuova creazione non verrebbero destinati al riempimento di generici deficit di bilancio pubblico né destinati direttamente alle singole persone, bensì destinati ai vari organi di governo i quali dovranno impiegare questi nuovi mezzi per sostenere l’implementazione di qualsiasi cosa che possa essere ritenuto un investimento di pubblica utilità.

Niente di nuovo sul fronte occidentale: l’Alleggerimento Quantitativo per il Popolo altro non è che un revival del concetto del moltiplicatore keynesiano.

Certo, i presupposti keynesiani raccomandavano che i deficit di bilancio andassero finanziati con la vendita di titoli di Stato ai cittadini e ad istituzioni non bancarie, mentre il QE for the People preferisce appoggiarsi alla banca centrale, ma il ragionamento e la convinzione economica sostanziale, sono le stesse: qualsiasi incremento nella spesa per investimenti pubblici genera un incremento nel reddito nazionale superiore all’iniziale spesa pubblica, giacché la spesa addizionale, provocherà effetti a cascata nei redditi di più individui. La dimensione del moltiplicatore varierà (supposti immutati gli investimenti privati) in ragione diretta al variare della propensione marginale al consumo e in ragione inversa al variare di quella al risparmio. Di conseguenza, maggiore sarà la propensione al consumo degli individui, tanto maggiore sarà la crescita del reddito nazionale reale che si produce come risultato di un aumento dell’investimento.

La ragione per cui sia il QE for the People sia il moltiplicatore keynesiano, rappresentano un errore metodologico come rimedi alla situazione di crisi generate da un eccesso di mezzi legali di pagamento superiori rispetto alla loro domanda, risiede nel fatto che entrambi, ignorano che è il “tasso di risparmio” a limitare la quantità totale di investimenti che può essere portata a termine con successo. L’iniezione di capitali nominali influenza largamente l’offerta di fondi investibili, ma sarà sempre il tasso di risparmio e non l’iniezione di capitali nominali a determinare la domanda di fondi propriamente investibili. Il successo di una politica di investimenti non può di conseguenza essere determinato impiegando il flusso monetario a proprio piacere, perché questo in ultimo dipende sempre sia dalla quantità disponibile di risorse reali sia da come gli individui decidono di ripartire il proprio reddito tra acquisto di beni e servizi di consumo e risparmio.

Governi ed autorità monetarie possono decidere di inondare a proprio piacimento il mercato di mezzi legali di pagamento, fissare i tassi di interesse monetari largamente al di sotto del tasso di interesse naturale del capitale per alterare le preferenze intertemporali degli agenti economici nel loro complesso, ma non possono statuire i saggi di profitti delle imprese, cioè la quantità concreta di surplus estraibile da ogni singola unità di moneta o di suo sostituto.

Quando l’economia inizia a prendere un corso progressivo, in un sistema contrassegnato da monopolio nell’offerta di emissione di mezzi legali di pagamento quale è quello odierno, la velocità con cui questi mezzi crescono sia nel numero quanto nel peso immaginato è, di norma, maggiore di quella con cui cresce la quantità concreta di surplus estraibile da ogni singola unità di moneta o di suo sostituto immessa nel sistema economico.

Mancando un meccanismo impersonale, cioè di libero mercato, di compensazione interbancaria in grado di riportare verso l’equilibrio la relazione tra la crescita dei mezzi legali di pagamento e la crescita del surplus, poiché il regime di monopolio di emissione tende ad offuscare e/o a non prendere in dovuta considerazione i segnali necessari per riequilibrare tale relazione, il mercato reagisce imponendo il riequilibrio attraverso un rialzo dei prezzi non uniforme che a poco a poco rallenta la crescita del surplus.

Quando il surplus decelera la sua crescita o addirittura si riduce, giunge lo scoppio manifesto della crisi che da avvio al processo di liquidazione dei mal investimenti.

Governi ed autorità monetarie possono differire il processo di liquidazione, mantenendo in eccesso la massa di mezzi di mezzi legali di pagamento, ma non hanno il potere di aumentare il surplus a proprio piacimento. Anche se nel breve-medio periodo le influenze monetarie possono ritardare o persino invertire la tendenza dei fattori reali di risolversi da soli, in conclusione sarà sempre il rapporto tra la scarsità di risorse reali e la domanda di beni e servizi a decidere quale investimento è da considerarsi redditizio ed in quale entità. Inoltre, qualunque significativo ritardo negli adeguamenti monetari resi necessari dai cambiamenti reali potrà avere soltanto il risultato di accentuare ulteriormente questi stessi cambiamenti.

Dalla crisi si esce permanentemente solo evitando sistematicamente l’inflazione monetaria e consentendo ai prezzi delle risorse non utilizzate di portarsi spontaneamente verso il basso, cioè a livelli sostenibili per il corrente livello di reddito nominale. In questo contesto, il sistema dei prezzi canalizzerebbe le risorse non occupate ed altre risorse verso processi di produzione che siano sostenibili al livello corrente di spesa monetaria. Se il mercato fosse lasciato sufficientemente libero di adeguare i prezzi relativi ed i livelli salariali, la struttura dell’utilizzo delle risorse sarebbe senz’altro in linea con la struttura della domanda delle relative risorse. In altre parole, Una ripresa stabile e non fraudolenta richiede che gli agenti economici possano ampiamente attuare una corposa ricerca dell’efficienza e dell’innovazione all’interno di un mercato dove il processo di allocazione delle risorse non venga adulterato da grevi e sistematiche interferenze coercitive. Da un lato, occorre dunque abbattere i carichi tributari per sostenere la redditività di un’economia che si trova a subire una fase imprecisata di riassestamento; dall’altro occorre evitare che la struttura istituzionale dell’ordine economico possa essere manipolata da continue misure inflative.

Data allora la situazione presente, che non ha visto ancora una riduzione sostanziale delle spese e del ruolo dei pubblici poteri, dire che il problema attuale consiste in un’insufficienza di offerta di mezzi legali di pagamento o di gravi pecche nella trasmissione della politica monetaria ci porta assolutamente fuori dalla retta cognizione delle cose. Se non si ha chiaro che l’offerta non solo di risorse ma anche quella di prodotti finali ed intermedi e di strumenti di qualsiasi tipo non è infinitamente elastica (se tale offerta fosse infinitamente elastica qualsivoglia aumento della domanda potrebbe essere sempre soddisfatto senza che mai si possa verificare alcun incremento di prezzo) e se non si ha chiaro che la chiave per utilizzare al meglio la conoscenza dispersa tra innumerevoli persone risiede nel decentramento decisionale e quindi nel rispetto dei diritti di proprietà su se stessi e sulle proprie cose, staremo qui a girare sempre intorno agli stessi problemi senza mai risolvere stabilmente alcunché.