Deutsche Bank è fallita?

Sembra che Deutsche Bank si stia dirigendo verso il fallimento. Perché dovremmo esserne preoccupati?

Il problema è che Deutsche Bank è troppo grande per fallire – più precisamente, le nuove procedure di risoluzione delle crisi bancarie di Basilea III ora in vigore probabilmente non sono adeguate nel caso in cui fallisca.

Esaminiamo i recenti sviluppi. Nel Giugno 2013, il Vice Presidente della FIDC Thomas M. Hoenig ha rimproverato duramente Deutsche Bank in un’intervista a Reuters.”E’ orribile, nel senso che sono orribilmente sottocapitalizzati” ha detto. Non hanno margine di errore. Poco più di un anno dopo, è stato reso noto che la Fed di New York ha inviato una dura nota alla divisione americana della Deutsche Bank avvisando che era affetta da una serie di problemi correlati ad una “défaillance sistemica” nel controllo e segnalazione dei suoi rischi. I problemi operativi di Deutsche Bank non le hanno permesso di superare i successivi CCAR – analisi e controllo completo del patrimonio noti come gli stress test della Fed – nel Marzo 2015.

Durante il 2015 sono stati fatti grandi cambiamenti nella dirigenza e Deutsche Bank stava riducendo fortemente i costi tramite un piano per il taglio della sua forza lavoro di 35.000 unità. Questa riduzione dei costi non è stata in grado di rassicurare i mercati. Tra il 1 Gennaio e il 9 Febbraio di quest’anno, il prezzo delle azioni della banca è sceso del 41% e il prezzo dei CoCo bond (obbligazioni ibride convertibili in azioni in determinate circostanze) di Deutsche Bank sono arrivate a quotare 70 centesimi su 1 euro.[1] Il copresidente John Cryan ha risposto con una lettera aperta per rassicurare i dipendenti: “Deutsche Bank rimane assolutamente solida come una roccia, considerata la nostra solida situazione patrimoniale ed di esposizione al rischio,” ha scritto. La situazione era seria a tal punto che il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble si è sentito in dovere di chiarire che egli “non è affatto preoccupato” circa la situazione della banca. I ministri delle finanze solitamente non hanno mai bisogno di fornire rassicurazioni riguardo alle banche solide.

Il 12 Febbraio, Deutsche Bank ha lanciato un audace contro attacco: eseguirebbe, infatti, un buy back (riacquisto) di $5,4 miliardi delle sue stesse obbligazioni in circolazione. Il prezzo delle sue obbligazioni – e soprattutto dei suoi CoCo bonds – si è rialzato e il pericolo si è ridotto.

Molto più avanti, il giorno successivo al voto sulla Brexit del 23 Giugno, le azioni della Deutsche Bank sono crollate il 14%. La banca ha poi subito tre successivi colpi alla fine di Giugno. Primo, gli spreads dei suoi Credit Default Swaps (CDS) si sono drasticamente rialzati a 230 punti base, salendo dai 95 punti base rispetto a inizio anno. Questi spreads indicano le probabilità di fallimento assegnate dal mercato. Secondo, Deutsche Bank è stata nuovamente bocciata ai test CCAR. Infine, l’ultimo report Nazionale del FMI ha evidenziato che “Deutsche Bank sembra essere il maggiore contribuente netto al rischio sistemico” nel sistema finanziario mondiale ed ha avvertito le autorità Tedesche di (ri)esaminare urgentemente le loro procedure di risoluzione delle crisi bancarie.

Meno di una settimana più tardi, i CoCo bond della Deutsche Bank sono crollati di nuovo, arrivando a quotare 75 centesimi su 1 euro. Il Primo Ministro Italiano, Matteo Renzi, ha poi rincarato la dose, affermando, che le difficoltà che stanno affrontando le banche italiane circa i loro ben pubblicizzati prestiti in sofferenza, erano minime se comparate ai problemi che hanno le altre banche Europee con le loro esposizioni in derivati. Citando le sue parole:

Se questo problema dei prestiti in sofferenza vale uno, la questione dei derivati delle altre banche, grandi banche, vale cento. Questo è il rapporto: uno a cento.

Faceva riferimento all’enorme dimensione delle posizioni in derivati della Deutsche Bank.

In questa pubblicazione do uno sguardo alla posizione finanziaria di Deutsche Bank usando informazioni principalmente tratte dal suo ultimo Report Annuale. Desidero porre l’accento su due punti. Il primo è che sebbene ci siano problemi circa la mancanza di trasparenza sulla posizione in derivati della banca tedesca, la dimensione da sola non costituisce il problema. Invece, il problema principale è la sua leva finanziaria – la dimensione della sua “riserva di capitale” in rapporto alla sua esposizione o ammontare a rischio – che è basso e sta diminuendo velocemente.

 

Le posizioni in derivati di Deutsche Bank

A pagina 157 del suo report annuale: Passion to Perform del 2015, la banca tedesca riporta che al 31 dicembre 2015 l’ammontare nozionale totale della sua posizione in derivati era appena sopra € 41,9 trilioni, equivalenti a circa $ 46 trilioni, oltre il doppio del PIL degli Stati Uniti. Questo numero è grande, è veramente un numero spaventoso. Quello che conta non è la dimensione della posizione nozionale in derivati della Deutsche Bank ma la sua esposizione, cioè quanto rischia di perdere la banca?

Senza dubbio questa esposizione non sarà vicina al valore nozionale totale ma può essere solo una sua frazione. La prima ragione è perché il valore nozionale di alcuni derivati – come alcuni Swaps – comporta un’esposizione al rischio trascurabile per la loro stessa natura. Una seconda ragione è che molti di questi derivati avranno delle esposizioni controbilanciate, in tal modo le perdite su una posizione saranno compensate dai guadagni sulle altre.

Nella stessa pagina, Deutsche Bank dichiara il valore netto di mercato della sua esposizione in derivati: € 18,3 miliardi, solo 0,04 percento del suo ammontare nozionale totale. Comunque, questa cifra è certamente una sotto stima dell’esposizione in derivati della banca.

E’ una cifra inattendibile poiché molti dei suoi derivati sono valutati usando metodi inattendibili. Come molte banche, Deutsche Bank usa una gerarchia di tre livelli per valutare congruamente i suoi attivi. Il più attendibile, il Livello 1, si riferisce agli attivi negoziati e li valuta ai loro prezzi di mercato. Gli attivi del Livello 2 (come gli MBS, titoli garantiti da mutui ipotecari) non sono negoziati su mercati aperti e sono valutati utilizzando modelli calibrati su dati osservabili, come i prezzi di altri mercati. Il più oscuro, il Livello 3, si riferisce agli strumenti più esoterici (come i CDS e i CDO più complessi e illiquidi) che sono valutati utilizzando modelli non calibrati su dati reali di mercato – in pratica sono valutati a prezzi “ideali”. La possibilità di errore e abuso è talmente ovvia da non richiedere altri approfondimenti. Pagina 296 del Report Annuale valuta gli attivi del Livello 2 a € 709,1 miliardi e gli attivi del livello 3 a € 31,5 miliardi o rispettivamente 1.456 percento e 65 percento della sua misura principale di patrimonio, il Tier 1( o patrimonio di base). Dall’esterno non vi è modo di controllare queste valutazioni e gli analisti non hanno scelta ma devono lavorare con questi numeri rimanendo dubbiosi sulla loro attendibilità.

Il valore netto di mercato di €18,3 miliardi dei suoi derivati è probabilmente una sotto stima poiché si basa su ipotesi (per esempio riguardo l’efficacia della copertura)e valutazioni troppo ottimistiche. Il management della banca vuole impressionare analisti e investitori con i suoi report poiché questa dipende dalla loro fiducia.

I Principi Contabili Internazionali (IFRS) utilizzati da Deutsche Bank permettono anche una notevole autonomia per giochi contabili, e non solo per i derivati: l’inadeguatezza degli IFRS usati sta anche nella carenza di riserve per le perdite attese e la vulnerabilità di questi nel contenere la manipolazione degli utili.[2]

L’esperienza conferma che le perdite su alcune posizioni in derivati (per esempio i CDS) possono essere maggiori di molti multipli rispetto alle proiezioni delle loro esposizioni basate su modelli o principi contabili.[3]

Per tutte queste ragioni, la vera esposizione in derivati è probabilmente considerevolmente più alta – che stimerei approssimativamente molti multipli in più – di ogni valore numerico netto di mercato.[4]

In breve, l’esposizione in derivati di Deutsche Bank è molto più di € 18,3 miliardi, anche se è comunque solo una piccola frazione dello spaventoso numero in “prima pagina” di €41,9 trilioni.

La contabilità bancaria è il più nero dei buchi neri.

 

Il rapporto di leva finanziaria di 3,5 percento dichiarato da Deutsche Bank

Si deve ricordare che il numero da focalizzare quando si valuta l’esposizione al rischio di una banca è il suo coefficiente di leva finanziaria.[5] Tradizionalmente, il termine “leva finanziaria” (o alcune volte “coefficiente di leva finanziaria”) era usato per indicare il rapporto tra le attività totali della banca e il suo patrimonio base. Comunque, da quando sono in vigore le norme patrimoniali di Basilea III, lo stesso termine “coefficiente di leva finanziaria”è ora utilizzato per indicare il rapporto tra il patrimonio base di una banca rispetto a un nuovo indicatore noto come la sua esposizione a leva. Basilea III utilizza l’esposizione a leva al posto delle attività totali poiché il primo di questi due prende in considerazione alcuni rischi fuori bilancio che il secondo non considera. Comunque, di solito non vi è molta differenza in pratica tra l’ammontare delle attività totali e quello dell’esposizione a leva. Possiamo quindi dedurre che l’indice di leva finanziaria di Basilea III è (approssimativamente) l’inverso del tradizionale coefficiente di leva finanziaria.

Muniti di queste definizioni, guardiamo i numeri. A pag.31,130 e 137 del suo Report Annuale, Deutsche Bank dichiara che alla fine del 2015, il suo coefficiente di leva finanziaria secondo le regole di Basilea III, il rapporto tra il suo Tier 1 (€48,7 miliardi) (patrimonio di base) e la sua esposizione a leva (€1.395 miliardi) era 3,5 percento. [6] Questo coefficiente di leva finanziaria implica che solo una perdita di 3,5 percento della sua esposizione a leva ( o approssimativamente, delle sue attività totali) sarebbe sufficiente per azzerare tutto il suo patrimonio di base (Tier 1 capital).

E’ corretto pensare che una riserva di capitale del 3,5 percento è bassa. Il coefficiente di leva finanziaria del 3,5 percento di Deutsche Bank è anche più basso di quello di alcuni dei suoi concorrenti ed è circa la metà di quello della maggiori banche americane.

Si potrebbe anche comparare questo coefficiente di leva finanziaria del 3,5 percento di Deutsche Bank con gli standard normativi. Secondo le regole di Basilea III, il minimo assoluto (Tier 1) coefficiente di leva finanziaria richiesto è 3 percento. Secondo la logica del Prompt Corrective Action (PCA) americano (meccanismo d’immediata azione correttiva per le banche in caso di carenza di capitale) una banca è considerata “ben capitalizzata” se il suo coefficiente di leva finanziaria è almeno 5 percento, “adeguatamente capitalizzata” se lo stesso coefficiente è almeno 4 percento, “sottocapitalizzata” se è inferiore a 4 percento, “significativamente sottocapitalizzata” se è meno del 3 percento, e “criticamente sottocapitalizzata se il rapporto tra patrimonio netto tangibile e le attività totali è inferiore o uguali a 2 percento.[7]

Dal 1 gennaio 2018 la Federal Reserve imporrà un requisito minimo del 5 percento per il coefficiente di leva finanziaria per 8 banche americane capogruppo di categoria G-SIB (Banca d’importanza sistemica globale) e un coefficiente minimo di leva finanziaria del 6 percento per le loro filiali garantite dallo stato.[8]

Quindi, (a) il coefficiente di leva finanziaria di Deutsche Bank non è molto più alto di quello minimo assoluto richiesto da Basilea III, (b) secondo la logica del PCA è “sottocapitalizzata” e (c) sarà inferiore di molto ai prossimi requisiti minimi richiesti per le grandi banche americane.

Un coefficiente di leva finanziaria del 3,5 percento è anche una frazione degli standard minimi di capitale proposti dagli esperti. Riguardo quest’ argomento, nel 2010, una lettera importante scritta da Anat Admati e altri 19 rinomati esperti indirizzata al Financial Time, raccomandava un livello minimo di leva finanziaria di almeno 15 percento, che sembra essere vicino al coefficiente di leva finanziaria medio delle banche americane nel periodo in cui fu fondata la Fed.

Ci sono anche validi motivi per credere che il valore di 3,5 percento sovrastimi il “vero” coefficiente di leva finanziaria della banca. Senza considerare gli incentivi da parte della banca a sopravvalutare la sua solidità finanziaria, che ho citato prima, il primo punto qui da notare è che Deutsche Bank utilizza come valore al numeratore il Tier 1 capital, e che €48,7 miliardi è un cuscinetto di capitale piccolo per una banca d’importanza sistemica.

 

Il numeratore nel coefficiente di leva finanziaria : il patrimonio di base

Analizziamo ulteriormente il numeratore, e poi il denominatore.

Ricordiamo che ho definito patrimonio di “base” il numeratore del coefficiente di leva finanziaria. Il punto è che il patrimonio di base è il capitale “resistente al fuoco”sul quale la banca può fare affidamento nel momento caldo di una crisi. L’indice di liquidità immediata di un componente di bilancio del patrimonio di base è semplice: se la banca fallisse domani, questo componente avrebbe un valore? Se la risposta è Si, questo elemento del patrimonio è considerato “di base”; se la risposta è No, allora non lo è.

Esempi di componenti del patrimonio che fallirebbero questo test ma che sono ancora comunemente ma erroneamente inclusi tra i valori del patrimonio di base sono l’avviamento e le imposte anticipate (DTA), che permettono alla banca di farsi rimborsare le tasse o le perdite registrate se/quando la banca in seguito ritorna alla redditività.

Deutsche Bank dichiara anche (p.130) un indicatore del patrimonio più conservativo, il Common Equity Tier 1 (CET1), uguale a €44,1 miliardi. Questo parametro sarebbe stato più appropriato poiché esclude le componenti del patrimonio intangibili e di qualità non primaria – che incrementano il patrimonio di base – che sono invece inclusi nel parametro Tier 1.

Se sostituiamo il parametro Tier 1 con CET1, otteniamo un coefficiente di leva finanziaria di 44,1 / 1.395 = 3,16 percento.

Comunque perfino il CET1 sovrastima il patrimonio base della banca. Questa sopravvalutazione è causata dalla definizione normativa di CET1 che include un insieme non appropriato di quasi il 15 percento di componenti del patrimonio non appartenenti al CET 1 (poiché non tangibili), come le imposte anticipate (DTA), Diritti Ipotecari, e strumenti di capitale di altre istituzioni.[9] La conseguenza è che il CET1 approvato da Basilea III può sopravvalutare il “vero” CET1 quasi fino a 1/0,85-1=17,5 percento.

Anche senza considerare questo ridicolo insieme di componenti del capitale – che non furono altro che una concessione alle lobbies bancarie per ammorbidire i requisiti di capitale richiesti – il CET1 “puro” ancora sovrastima il patrimonio di base. Basilea III definisce il CET1 come (approssimativamente) il Patrimonio netto Ordinario Tangibile (TCE), più gli utili realizzati, altri redditi accantonati e altri utili dichiarati.[10 ]Tra questi elementi, solo il TCE può essere realmente considerato un indicatore del patrimonio di base, poiché gli altri elementi (soprattutto gli utili non distribuiti) sono manipolabili, infatti, questi elementi non sono affatto considerabili come patrimonio di base.

Che cosa è esattamente il Patrimonio netto Ordinario Tangibile? Per “tangibile” s’intende una misura che non considera attivi immateriali come l’avviamento o le imposte anticipate, e per “ordinario” si intende un valore che non considera componenti del patrimonio di importanza prioritaria rispetto ad altri come le azioni privilegiate o altri strumenti ibridi di capitale come i CoCo Bonds.

L’importanza del TCE come indicatore basilare del patrimonio di base è stata evidenziata in un discorso del 2011 dal governatore della Federale Reserve Daniel Tarullo. Riflettendo sull’esperienza della crisi finanziaria globale, Tarullo ha osservato:

E’ istruttivo che al culmine della crisi, le controparti e gli altri operatori di mercato, per valutare il merito creditizio o la stabilità complessiva delle istituzioni finanziarie guardavano quasi esclusivamente l’ammontare del patrimonio ordinario tangibile da queste posseduto e sostanzialmente ignoravano del tutto qualsiasi indicatore di patrimonio più ampio. [11]

In conseguenza di ciò, lo stesso CET1 è un indicatore di patrimonio troppo ampio ma non abbiamo quei dati che realmente vorremmo sull’indicatore TCE.

 

Il denominatore nel rapporto di leva finanziaria: esposizione a leva vs attività totali, entrambi troppo bassi

Analizzando il denominatore, si nota subito che l’esposizione a leva (€1.395 miliardi) è di meno delle attività totali dichiarate (€1.629 miliardi, p.184). Ricordiamo che l’esposizione a leva dovrebbe includere i rischi fuori bilancio che l’indicatore delle attività totali ignora, ma non li comprende. Al contrario, l’indicatore che include (alcune) delle esposizioni fuori bilancio è più piccolo dell’indicatore delle attività totali che non le include. Se quanto detto è complesso per la vostra mente, allora il vostro cervello sta lavorando. L’esposizione a leva è troppo bassa.

Se sostituiamo l’esposizione a leva al denominatore con le attività totali, si ottiene un coefficiente di leva finanziaria di 44,1/1.629 = 2,71 percento, che è tranquillamente sotto il minimo assoluto del 3 percento previsto da Basilea III. Ma lo stesso indicatore delle attività totali è troppo basso, poiché ignora i rischi fuori bilancio, che in genere riducono le esposizioni a bilancio.

In breve, il coefficiente di leva finanziaria del 2,7 percento sovrastima il coefficiente di leva finanziaria “vero” poiché il numeratore è sovrastimato e il denominatore è sottostimato.

 

Valore di mercato vs valore contabile di bilancio

Ci sono anche ulteriori problemi. Il coefficiente di leva finanziaria del 2,7 percento è una stima del valore contabile iscritto a bilancio. Il valore di mercato, che è la stima espressa dal prezzo delle azioni della Deutsche Bank, dovrebbe corrispondere alla stima del valore contabile. In questo contesto, il prezzo delle azioni è un indicatore più affidabile poiché riflette le informazioni disponibili sul mercato, mentre il valore contabile di bilancio riflette semplicemente le informazioni della contabilità. Se ci sono nuove informazioni, o se il mercato non crede ai dati in bilancio, allora il valore di mercato rifletterà quell’opinione del mercato, ma il valore contabile di bilancio non lo farà.

Si può ottenere una stima del valore di mercato moltiplicando il valore contabile per il quoziente Price/Book della banca, che era 44,4 percento alla fine del 2015. Così, attualmente il mercato attribuisce un valore di mercato al coefficiente di leva finanziaria della Deutsche Bank pari a 2,71 percento (per) 44,4 percento = 1,20 percento.

Da allora il prezzo delle azioni della banca è sceso almeno del 43 percento, pertanto l’ultimo valore di mercato del coefficiente di leva finanziaria della Deutsche Bank è ora circa 0,71 percento.

 

Implicazioni politiche

Quindi quale sarà il destino della banca più pericolosa a livello sistemico? A rischio di rimangiarmi le mie parole, non credo che Deutsche Bank potrà continuare a operare ancora a lungo senza alcun intervento : i suoi problemi cronici sono diventati acuti. Oltre ai suoi problemi di bilancio, sostiene dei costi di finanziamento che eccedono la redditività dei suoi impieghi, ha una cattiva gestione del rischio, ha delle infrastrutture informatiche antiquate, un’incapacità di gestire la sua stessa complessità e i suoi utili in caduta – e non ha ancora raggiunto il picco della sua crisi. Deutsche Bank mi ricorda proprio un pugile alle corde: è sufficiente solo un altro duro colpo per andare al tappeto.

Se la mia analisi è corretta, ci sono solo 3 possibilità politiche. #1 Deutsche Bank sarà lasciata fallire, #2 sarà salvata dall’interno (cioè con i soldi di investitori e correntisti) #3 sarà salvata dall’esterno dallo stato.

Possiamo escludere l’ipotesi #1: le autorità tedesche / la BCE lasciando fallire la Deutsche Bank innescherebbero il collasso del sistema finanziario Europeo e non possono permettersi di sopportare questo rischio. Deutsche Bank è troppo grande per fallire.

La loro opzione preferita sarebbe la #2, un salvataggio dall’interno, l’unica procedura di risoluzione delle crisi permessa dalle regole dell’Unione Europea, ma questa non funzionerà. Le autorità avrebbero paura di turbare gli investitori che sarebbero chiamati a contribuire al salvataggio e comunque il capitale di questi non sarebbe sufficiente.

Queste considerazioni ci conducono all’opzione politica di ultima istanza – il buon-vecchio-cattivo salvataggio a spese dei contribuenti. Non importa che le regole dell’Unione Europea non lo permettono e che si era promesso di non farlo più. Non importa, qualsiasi cosa sia necessaria.

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[1] I possessori dei CoCo bond temono che le condizioni che attivano la conversione delle loro obbligazioni possano essere violate e quindi che queste possano essere convertite in azioni che potrebbero presto diventare prive di valore.

[2] Confronta T. Bush, “UK and Irish Banks Capital Losses – Post Mortem,” Local Authority Pension Fund Forum, 2011) e G. Kerr, “Law of Opposites: Illusory Profits in the Financial Sector,” Adam Smith Institute, 2011.

[3] A. G. Haldane, “Capital Discipline,” discorso tenuto presso l’Associazione Economica Americana, a Denver, Colorado, il 9 Gennaio 2011, grafico 3.

[4] Infatti, come conferma parziale di questa ipotesi, a p. 137, il Report Annuale fornisce una stima dell’esposizione totale in derivati di €215 miliardi, quasi 12 volte il valore netto di mercato di €18,3 miliardi della sua posizione in derivati e oltre 4 volte il suo Tier 1 capital.

[5] Nel suo Report Annuale, Deutsche Bank evidenzia come indicatore di patrimonio “primario” il suo indicatore di patrimonio Tier 1, ottenuto rapportando il patrimonio Tier 1 all’attivo ponderato per il rischio (RWA): il rapporto è 12,3 percento se si utilizzano gli indicatori “completi”, che presuppongono che la Direttiva sui Requisiti Patrimoniali (CCR/CRD4) sia stata pienamente implementata. Comunque, l’indicatore RWA non è affidabile (confronta qui) e questi “così detti” indicatori patrimoniali sono fittizi, soprattutto poiché assumono che la maggior parte delle attività è priva di rischio. Per illustrare meglio, il rapporto tra l’RWA di Deutsche Bank su le attività totali è solo 24,4 percento, ciò indica che il 75,6 percento delle attività della banca sono prive di rischio!

[6] Questi numeri si riferiscono a CRR/CRD 4 indicatori “completi”.

[7] Confronta qui, p. 2.1-8.

[8] Confronta Board of Governors of the Federal Reserve System,” Agencies Adopt Enhanced Supplementary Leverage Ratio Final Rule and Issue Supplementary Leverage Ratio Notice of Proposed Rulemaking.” Press release, 8 Aprile 2014.

[9] Per ulteriori informazioni, confrontaT. F. Huertas, “Safe to Fail: How Resolution Will Revolutionise Banking,” New York: Palgrave, 2014, p. 23; e “Basel III: A global regulatory framework for more resilient banks and banking systems,” (Comitato di Basilea, Giugno 2011), pp. 21-6 e appendice 2.

[10] Per una definizione più completa del CET1 capital, confronta il Comitato di Supervisione Bancaria di Basilea (BCBS) “Basel III: A global regulatory framework for more resilient banks and banking systems,” (Comitato di Basilea, Giugno 2011), p. 13.

[11] D. K. Tarullo, “The Evolution of Capital Regulation,” discorso tenuto a the Clearing House Business Meeting and Conference, New York, 9 Novembre 2011.

L'articolo originale: http://www.cobdencentre.org/2016/09/is-deutsche-bank-kaputt/