L’etica dell’imprenditoria e del profitto

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Nel più fondamentale dei sensi siamo tutti, con ognuna delle nostre azioni, sempre e invariabilmente degli imprenditori alla ricerca di un profitto.

Ogni volta che agiamo, impieghiamo alcuni mezzi fisici (oggetti valutati come beni) – come minimo il nostro corpo e la stanza in cui si trova, ma nella maggior parte dei casi anche vari altri oggetti “esterni” – per cambiare il corso “naturale” degli eventi (cioè il corso degli eventi che ci si aspetta che accadano se agissimo diversamente) al fine di raggiungere uno stato futuro di cose a cui associamo un più alto valore. Con ogni azione miriamo a sostituire uno stato di cose futuro meno favorevole con uno stato di cose più favorevole. In questo senso con ogni azione cerchiamo di incrementare la nostra personale soddisfazione e raggiungere un profitto psichico. “Fare un profitto è invariabilmente lo scopo ricercato da ogni azione” come ha affermato Ludwig von Mises. (Mises, 1966, p.289)

Ma ogni azione è soggetta anche alla possibilità di perdita. Infatti ogni azione si riferisce al futuro e il futuro è incerto o al più conosciuto solo parzialmente. Ogni attore, nel decidere sulle proprie azioni, confronta preventivamente il valore di due stati di cose: lo stato di cose che vuole realizzare attraverso la sua azione e che non si è ancora realizzato, e un altro stato di cose che che potrebbe realizzarsi se egli agisse in modo differente, ma che mai si realizzerà in quanto egli ha agito in un altro modo . Tutto ciò rende ogni azione rischiosa. Un soggetto potrebbe sempre fallire e subire una perdita. Egli potrebbe non realizzare lo stato di cose che avrebbe voluto realizzare – questo significa che la conoscenza tecnica del soggetto, il suo “saper fare” potrebbe essere insufficiente o potrebbe essere temporaneamente “debilitato” a causa di circostanze esterne non predicibili. Oppure, anche se egli avesse generato lo stato di cose desiderato, potrebbe comunque considerare le sue azioni un fallimento e sentirsi insoddisfatto, se suddetto stato di cose causa meno soddisfazione di quanta avrebbe potuto ottenere se avesse scelto altrimenti (qualche corso alternativo rifiutato precedentemente) – cioè, la conoscenza speculativa del soggetto – vale a dire la sua conoscenza del cambiamento temporale e della fluttuazione dei valori e delle valutazioni – potrebbe essere solo parziale.

Dato che tutte le nostre azioni fanno mostra d’imprenditorialità e sono indirizzate a portare profitto e successi al soggetto, non ci può essere nulla di male nell’imprenditorialità e in generale nel profitto. In ogni senso possibile del termine ciò che si considera sbagliato, sono solo il fallimento e la perdita e dunque, in ogni nostra azione, noi cerchiamo sempre di evitarli.

La questione della giustizia, ossia se un’azione specifica e il profitto o la perdita da essa risultante sia eticamente giusta o sbagliata, affiora solo in connessione a conflitti.

Dato che ogni azione richiede l’impiego di specifici mezzi fisici – un corpo, una stanza, oggetti esterni – un conflitto fra diversi soggetti deve originarsi quando questi cercano di usare tali mezzi fisici per ottenere scopi differenti. La fonte del conflitto è sempre e invariabilmente la stessa: la scarsità di mezzi fisici. Due soggetti non possono usare gli stessi mezzi fisici allo stesso tempo – gli stessi corpi, spazi e oggetti – per scopi divergenti. Se ci provano, devono necessariamente scontrarsi. Ne segue che, per evitare il conflitto, o per risolverlo qualora occorresse, è richiesto un principio attuabile di giustizia, cioè, un principio che discrimini il giusto o il “proprio” dall’ingiusto o dall’ “improprio” uso e controllo (proprietà) di mezzi fisici scarsi.

Logicamente ciò che si richiede per evitare ogni conflitto è chiaro: bisogna che ogni bene sia sempre e invariabilmente posseduto da privati, cioè controllato esclusivamente da un individuo specifico (o anche da aziende in forma individuale o associata), e che sia sempre riconoscibile quale bene è posseduto e da chi e quale non lo è. I piani e gli scopi di vari attori-imprenditori che ricercano un profitto potrebbero essere del tutto diversi, ma comunque non ci sarà alcun conflitto finché le loro rispettive azioni coinvolgeranno solo ed esclusivamente l’uso della loro proprietà privata.

Ma come può essere che questo stato di cose: come può essere raggiunta in pratica la completa e non ambigua privatizzazione di tutti i beni? Come possono gli oggetti fisici diventare proprietà privata, e come può essere evitato il conflitto a partire dall’inizio della civiltà umana ad oggi?

Esiste un’unica – prasseologica – soluzione a questo problema che è stata conosciuta dal genere umano fin dai suoi inizi – anche se è stata solo lentamente e gradualmente elaborata e logicamente ri-costruita. Per evitare il conflitto in principio, è necessario che la proprietà privata sia fondata attraverso atti di appropriazione originale. La proprietà deve essere sancita attraverso atti (invece che mere parole o dichiarazioni), perché solo attraverso le azioni, che avvengono nel tempo e nello spazio, si può stabilire un vincolo oggettivo – intersoggettivamente verificabile – fra una particolare persona ed una particolare cosa. E solo chi per primo si appropria di una cosa di cui precedentemente nessuno si era appropriato, può acquisire tale cosa come sua proprietà senza conflitto. Per definizione, infatti, quest’ultimo non può entrare in conflitto con alcun altro nell’appropriazione del bene in questione, dato che ogni altro individuo apparirà sulla scena solo più tardi.

Tutto questo implica la conseguenza importante che mentre ogni persona è proprietaria esclusiva del proprio corpo fisico come suo principale mezzo d’azione, nessuno può essere il proprietario del corpo di un’altra persona. Perciò noi possiamo usare il corpo di un’altra persona solo indirettamente, ossia, usando in primo luogo in modo direttamente appropriato e controllato il nostro proprio corpo. Quindi, l’appropriazione diretta precede temporalmente e logicamente l’appropriazione indiretta; e similmente, ogni uso non consensuale del corpo di un’altra persona è l’ingiusta appropriazione di qualcosa di cui qualcun altro già è direttamente proprietario.

Tutta la proprietà allora, riporta direttamente o indirettamente, ad una catena di trasferimenti mutuamente benefici – e dunque non conflittuali – di titoli di proprietà agli appropriatori originali e agli atti di appropriazione originale. Mutatis mutandis, devono essere ingiuste tutte le rivendicazioni e gli usi fatti di cose da parte di persone che non se ne sono appropriate, né le hanno prodotte né acquisite, attraverso uno scambio non conflittuale da un proprietario precedente.

In conseguenza di ciò, tutti i profitti realizzati o le perdite sofferte da un attore-imprenditore attraverso mezzi giustamente acquisiti sono profitti giusti (o perdite giuste), così come tutti i profitti e le perdite

ottenuti attraverso mezzi ingiustamente acquisiti sono ingiusti.

II.

Questa analisi si applica nella sua completezza anche al caso dell’imprenditore nel senso più ristretto di questo termine: cioè come capitalista-imprenditore.

L’imprenditore capitalista agisce avendo in mente un obiettivo specifico: raggiungere un profitto monetario. Egli risparmia o prende in prestito denaro, assume lavoratori, e compra o affitta materie prime, beni capitali e terreni. Egli dunque procede a produrre i suoi prodotti o servizi, qualunque essi siano, e spera di venderli per un profitto monetario. Per il capitalista, “il profitto appare come un surplus di denaro ricevuto rispetto a quello speso mentre la perdita, inversamente, come un surplus di denaro speso in confronto a quello ricevuto. Profitto e perdita possono essere espressi come un ammontare definito di denaro. (Mises, 1966, p.289)

Come ogni azione, un’impresa capitalista è rischiosa. Il costo della produzione – il denaro speso—non determina il ricavo che si riceverà. In effetti, se il costo della produzione determinasse il prezzo, nessun capitalista fallirebbe mai. Al contrario, sono i prezzi e i ricavi previsti che determinano quali prezzi di produzione il capitalista può proporre.

Comunque il capitalista non sa quali prezzi futuri saranno pagati o quale quantità del suo prodotto si comprerà a tali prezzi. Questo dipende esclusivamente dal consumatore, e il capitalista non ha controllo su quest’ultimo. Il capitalista specula su quale sarà la domanda futura. Se prevede correttamente e dunque i prezzi previsti corrispondono effettivamente a quelli futuri, ricaverà un profitto. D’altro canto, anche se nessun capitalista vuole perdere denaro (perché la generazione di continue perdite implicherebbe che egli dovrà porre fine alla sua attività imprenditoriale e diventare o un lavoratore dipendente di un’altra impresa o un produttore-consumatore autosufficiente), egli può comunque sbagliare la sua speculazione e i prezzi che si realizzeranno sul mercato potranno cadere oltre le sue aspettative e il suo costo di produzione, nel qual caso egli quindi non ottiene un profitto ma incorrerà in una perdita.

Anche se è possibile determinare esattamente quanto denaro un capitalista ha ottenuto o perso nel corso del tempo, il profitto o la perdita di denaro non implica alcunché in termini dello stato di felicità del capitalista, ossia in termini di profitto o di perdita psicologica. Per il capitalista, il denaro è raramente l’obiettivo finale (tranne forse per Paperon de Paperoni, e solo sotto uno standard aureo). In quasi tutti i casi, il denaro è un mezzo per un ulteriore agire, motivato da obiettivi più ultimi e distanti. Il capitalista può voler usare il denaro per espandere il suo ruolo come soggetto in cerca di profitto. Egli potrebbe usarlo come capitale liquido per impieghi futuri ancora da determinarsi. Potrebbe volerlo spendere per beni di consumo o uso personale. Oppure ancora potrebbe usarlo per scopi filantropici o cause benefiche, etc.

Ciò che si può affermare senza ambiguità a proposito del profitto o della perdita di un capitalista è questo: Il suo profitto o la sua perdita sono l’espressione quantitativa della grandezza dei suoi contributi al benessere degli altri uomini, ossia i compratori e i consumatori dei suoi prodotti, che hanno consegnato il proprio denaro in cambio di prodotti aventi un più alto valore (nella prospettiva dei compratori). Il profitto del capitalista indica che egli è riuscito a trasformare mezzi di più basso valore sociale in mezzi di più alto valore sociale e dunque incrementare e migliorare il benessere sociale. Mutatis mutandis, la perdita del capitalista indica che egli ha usato degli input di più alto valore per la produzione di output di più basso valore e dunque ha sprecato mezzi fisici scarsi e impoverito la società.

I profitti monetari non sono solo un bene per il capitalista, dunque, ma sono anche un bene per gli altri uomini. Maggiore è il profitto di un capitalista, maggiore è stata la sua contribuzione al benessere sociale. Allo stesso modo, le perdite di denaro sono negative non solo per il capitalista, ma anche per gli altri uomini, il cui benessere è stato compromesso dal suo errore.

Circa la questione della giustizia, ossia di ciò che è eticamente “giusto” o “sbagliato” rispetto alle azioni dell’imprenditore capitalista, questa viene fuori, come nel caso di tutte le azioni, di nuovo solo in connessione con i conflitti, ossia con rivendicazioni di proprietà e dispute a proposito di specifici mezzi fisici di azione. E la risposta per il capitalista qui è la stessa che si darebbe per ciascuna delle azioni di ogni altro uomo.

Le azioni e i profitti del capitalista sono giusti, se egli si è originariamente appropriato, oppure ha prodotto i suoi fattori di produzione o ancora li ha acquisiti (comprati o affittati) in uno scambio mutuamente benefico con un precedente proprietario, supponendo comunque che tutti i lavoratori da lui impiegati siano stati assunti liberamente a termini mutuamente concordabili, e che non danneggia la proprietà di altri nel corso del processo di produzione. Altrimenti, se alcuni o tutti i fattori di produzione del capitalista non provengono da appropriazione diretta , ne sono da lui prodotti, o da lui comprati o affittati da un proprietario precedente, (ma derivati al contrario dall’esproprio della proprietà di un’altra persona), se egli impiega nella sua produzione lavoro “non-consensuale/forzato”, o se causa danni fisici alla proprietà altrui, le sue azioni e i risultanti profitti sono ingiusti.

In tal caso, la persona ingiustamente danneggiata, lo schiavo, od ogni altra persona la quale sia in possesso di un titolo di proprietà su una parte o su tutti i mezzi di produzione del capitalista, ha un giusto diritto contro di lui e può insistere sulla restituzione – esattamente come la materia viene giudicata e gestita fuori dal mondo degli affari, in ogni questione civile.

III.

Le complicazioni in tale panorama etico fondamentalmente chiaro saltano fuori solo per la presenza di uno Stato.

Lo stato è convenzionalmente definito come un “agente” che esercita un monopolio territoriale sulle decisioni ultime e fondamentali in tutti i casi di conflitto, inclusi i conflitti che coinvolgono sé medesimo e i propri enti. Dunque lo stato ha potere legislativo, e può unilateralmente emanare e ritirare leggi; e come conseguenza, quindi lo stato ha il privilegio esclusivo di tassare, ossia di determinare unilateralmente il prezzo che coloro che vi sono soggetti devono pagare per far sì che esso continui ad esistere.

Logicamente, l’istituzione di uno stato ha due importanti conseguenze. In primo luogo, all’interno di esso tutta la proprietà privata diventa essenzialmente proprietà non assoluta, cioè una proprietà garantita dallo stato e che può essere espropriata con la legislazione o la tassazione. Fondamentalmente, tutta la proprietà privata è quindi proprietà di stato. In secondo luogo nessuna delle terre e nessuno dei beni davvero di “proprietà” dello stato – chiamati in modo fuorviante proprietà pubblica – e nessuno dei suoi redditi monetari deriva da atti di appropriazione originale o scambio volontario. Al contrario tutta la proprietà e il reddito di uno Stato è il risultato di precedenti espropriazioni di proprietà privata.

Lo stato allora, contrariamente a quanto va propagandando, non è né l’ideatore né il garante della proprietà privata. Al contrario, è il conquistatore della proprietà privata. Allo stesso modo esso non è neppure l’ideatore o il garante della giustizia, ma al contrario è il distruttore della giustizia e l’incarnazione dell’ingiustizia.

Come può quindi un capitalista-imprenditore (o chiunque altri) agire giustamente in un mondo statalista fondamentalmente ingiusto, ossia come può agire affrontato e circondato da un’istituzione eticamente non difendibile, i cui enti vivono e si sostentano non attraverso la produzione e lo scambio, ma attraverso l’esproprio: ossia prendendo, redistribuendo e regolando la proprietà privata del capitalista e degli altri?

Dato che la proprietà privata è giusta, ogni azione in difesa della proprietà privata di ciascuno è allo stesso modo giusta – assunto che in tale azione il difensore non infranga il diritto alla proprietà di qualcun altro. Il capitalista ha eticamente il diritto di usare ogni mezzo a sua disposizione per difendersi da ogni attacco od espropriazione della sua proprietà da parte dello stato, esattamente come egli ha il diritto di difendersi contro qualunque criminale comune. D’altro canto, e ancora esattamente come nel caso di ogni criminale comune, le azioni difensive del capitalista diventano ingiuste se esse comprendono un attacco alla proprietà di una terza parte, ad esempio quando il capitalista usa i suoi mezzi per partecipare alle espropriazioni di stato.

Più nello specifico, per il capitalista (o chiunque altri) che agisce in difesa e in nome della sua proprietà potrebbe non essere prudente o persino pericoloso fare ciò; tuttavia è certamente giusto per lui evitare od evadere al meglio delle sue possibilità ciascuna o tutte le restrizioni imposte dallo stato sui suoi beni. Ne segue che è una cosa giusta per il capitalista ingannare e mentire circa la sua proprietà ed il suo reddito. Ed è giusto anche evadere le tasse sulla proprietà e sul reddito, ed ignorare od aggirare tutte le restrizioni legislative imposte sull’uso che egli potrebbe fare dei propri fattori di produzione (terreni, lavoro e capitale). In modo corrispondente, un capitalista agisce giustamente anche se corrompe o esercita pressioni sugli agenti dello stato perché lo aiutino a ignorare, rimuovere o evadere le tasse ed i regolamenti a lui imposti. Egli agisce giustamente ed inoltre è un promotore della giustizia sociale, se è in grado di usare i propri mezzi per ingannare o esercitare pressioni sugli agenti dello stato al fine di ridurre le tasse e i regolamenti sulla proprietà non solo per sé stesso, ma in generale per tutta la comunità. Egli ancora agisce giustamente ed è davvero un campione di giustizia, se attivamente esercita pressioni per porre fuori legge, in quanto ingiusto, ogni genere di esproprio e dunque ogni tassazione sulla proprietà e pure ogni restrizione legislativa sull’uso della proprietà (oltre al requisito di non causare danni fisici alla proprietà altrui durante la produzione).

Come è giusto per il capitalista comprare le proprietà dello stato al prezzo più basso possibile – tenendo fermo soltanto che la proprietà in questione non possa essere ricondotta all’esproprio di qualche specifica terza parte che ancora mantenga dei diritti su di essa. È similmente giusto per il capitalista vendere i propri prodotti allo stato al prezzo più alto possibile – tenendo fermo che questo prodotto non possa essere connesso direttamente e causalmente con un futuro atto di aggressione contro qualche determinata terza parte (come potrebbe essere il caso di certe vendite di armamenti).

Di converso, fatta salva ogni violazione delle due succitate condizioni, un capitalista agisce ingiustamente e diventa promotore di ingiustizia, se impiega i suoi mezzi per lo scopo di mantenere oppure addirittura incrementare il livello corrente di confisca o di esproprio legislativo della proprietà o del reddito altrui.

Quindi, ad esempio, l’acquisto di obbligazioni governative ed il profitto monetario derivante da esso è ingiusto, perché tale acquisto rappresenta una misura a favore di una continuazione dello stato e dell’ingiustizia corrente, siccome i pagamenti degli interessi e la restituzione finale dell’obbligazione richiedono future tasse. Allo stesso modo e ancora di più, ogni mezzo speso da un capitalista in tentativi di esercitare pressioni per mantenere o incrementare il livello corrente di tassazione – e di conseguenza il livello del reddito e della spesa dello Stato – o per incrementare le restrizioni regolative sulla proprietà, sono ingiuste, ed ogni profitto derivante da tali pressioni è frutto di corruzione.

Messo di fronte ad un’istituzione ingiusta, la tentazione del capitalista di agire ingiustamente è sistematicamente incrementata. Se egli diventasse complice dell’attività di tassazione, legislazione e redistribuzione di uno Stato, si aprirebbero per lui nuove opportunità di profitto. La corruzione diventerebbe per lui addirittura attraente, perché può offrire grandi ritorni economici.

Spendendo denaro e altri mezzi a favore di partiti politici, uomini politici, o altri enti statali, un capitalista potrebbe far pressione sullo stato in modo da ottenere sussidi per la propria impresa in perdita, o per salvarla dall’insolvenza o dalla bancarotta – e dunque in modo da arricchire o salvare sé stesso a spese di altri. Attraverso attività di lobbying e spesa, ad un capitalista potrebbe essere garantito un privilegio legale o un monopolio sulla produzione, sulla vendita o sull’acquisto di determinati prodotti e servizi – e dunque ottenere profitti derivanti da monopolio alle spese di altri capitalisti. Oppure egli potrebbe fare in modo che lo stato approvi una legislazione che aumenti i costi di produzione delle imprese sue concorrenti rispetto ai propri – e che dunque gli garantisca un vantaggio competitivo a spese d’altri.

Comunque si possa essere tentati, tutte queste attività di lobbying, come pure i profitti che ne risultano sono ingiusti. Tutto ciò infatti implica che un capitalista paghi gli enti statali affinché altri siano espropriati in modo da aumentare il proprio guadagno personale. Il capitalista in questo caso non impiega i suoi mezzi di produzione per la produzione di beni, da vendersi a consumatori disposti a pagare volontariamente. Viceversa, il capitalista impiega una parte dei suoi mezzi per produrre dei mali: l’esproprio involontario a danno di terzi. E, allo stesso modo, il profitto ottenuto dalla sua impresa, qualunque essa sia, non è più una misura corretta della sua contribuzione al benessere sociale. I suoi profitti sono corrotti e avvelenati moralmente. Alcune terze parti avrebbero dunque una giusta rivendicazione contro tale impresa e il suo profitto – una rivendicazione contro il potere statale che potrebbe non essere esecutiva, ma che comunque sarebbe una giusta rivendicazione.

L'articolo originale: https://mises.org/blog/ethics-entrepreneurship-and-profit