L’amministrazione gratuita della giustizia

4032L’amministrazione gratuita della giustizia fu un principio della common law e deve necessariamente far parte di ogni sistema di governo che non è progettato per essere un meccanismo nelle mani dei ricchi per l’oppressione dei poveri.

Dicendo che l’amministrazione gratuita della giustizia fu un principio della common law, intendo solo dire che – prima del processo stesso – le parti non erano costrette a sostenere alcun costo – per i giurati, i testimoni, i provvedimenti od altro elemento necessario per il processo. Di conseguenza, nessuno avrebbe potuto perdere la possibilità di adire un tribunale per mancato pagamento delle spese del processo.

Dopo il processo l’accusatore o l’imputato erano invece tenuti a pagare una sanzione (su ordine del giudice, ovviamente) per aver creato disturbo al tribunale con l’accusa o la difesa di una causa temeraria1. Tuttavia è improbabile che la parte perdente sia punita con un’ammenda come conseguenza naturale delle cose, ma solo in quei casi in cui l’ingiustizia della sua azione legale sia stata così evidente da rendere imperdonabile la decisione di averla portata in tribunale.

Tutti i titolari di proprietà furono obbligati a partecipare all’amministrazione della giustizia (nel ruolo di giurati, testimoni o qualsiasi altra funzione che potesse essere legalmente richiesta loro) e la loro partecipazione veniva pagata dallo stato. In altre parole, la loro presenza ed il loro servizio nei tribunali erano parte dei profitti che essi avevano pagato allo stato per le loro proprietà.

I proprietari, sempre obbligati a partecipare alle attività di giustizia, furono senza dubbio gli unici testimoni di solito necessari nelle cause civili. Questo era dovuto al fatto che, a quei tempi, quando gran parte della gente non sapeva né scrivere né leggere, pochi contratti venivano redatti in forma scritta. L’espediente usato per convalidare i contratti, era farli in presenza di un testimone che avrebbe potuto in seguito appunto testimoniare gli accordi raggiunti. Gran parte dei contratti riguardanti le terre erano quindi stipulati in tribunale, in presenza dei proprietari lì riuniti2.

Per il tribunale del re la Magna Carta stabilì in particolare che “la giustizia ed il diritto” non dovessero essere “venduti”: cioè, per l’amministrazione della giustizia il re non avrebbe dovuto ricevere alcunché dalle due parti.

Il giuramento di una parte sulla validità della propria azione legale, era il solo elemento necessario per poter esercitare il diritto al ricorso in tribunale, esente da ogni costo (eccetto il rischio di essere condannata ad una sanzione dopo il processo, nel caso il magistrato l’avesse condannata).3

Il principio dell’amministrazione gratuita della giustizia si collega necessariamente al processo con giuria, perché una giuria potrebbe emanare una sentenza ingiusta contro chiunque, sia in una causa civile che penale, se avesse avuto una qualsiasi ragione per supporre che costui non fosse stato in grado di procurarsi un proprio testimone.

Il vero processo con la giuria popolare avrebbe anche costretto l’amministrazione gratuita della giustizia ad un’altra necessità: prevenire cioè il litigio personale perché, a meno che lo stato non limiti i diritti dell’uomo e paghi per i suoi errori – esente da spese – una giuria potrebbe essere costretta a consentire di farsi giustizia con le proprie mani.

Una persona ha un diritto naturale a far rispettare i propri diritti ed a pagare per i propri errori. Se una persona ha un debito con un’altra e si rifiuta di pagarlo, il creditore ha un diritto naturale di sequestrare una parte sufficiente della proprietà del debitore, ovunque possa trovarla, per pagare il debito. Se un uomo commette una violazione di domicilio, di proprietà o di reputazione altrui, la parte lesa ha un diritto naturale di castigare l’aggressore oppure di ottenere un risarcimento per il danno subito dalla sua proprietà.

Siccome è parte imparziale tra questi individui, è più probabile che sia lo stato a fare vera giustizia tra loro, rispetto alla parte lesa che possa farsi vera giustizia da sé.

E’ più probabile che lo stato, avendo anche più potere a disposizione, risarcisca i torti commessi da una persona in modo più pacifico rispetto a quel che la parte lesa potrebbe fare da sé. Quindi, se lo stato porterà a termine il compito di far rispettare i diritti e far pagare i torti, rapidamente e senza spese, la persona sarà soggetta all’obbligazione morale di lasciare tale compito nelle mani dello stato; ma non altrimenti.

Quando lo stato proibisce ad una persona di far rispettare i propri diritti o rimediare ai propri torti, e la priva di tutti i mezzi per ottenere giustizia – salvo ricorrere allo stato per ottenerla e pagare lo stato per farlo – lo stato diventa esso stesso il protettore ed il complice del trasgressore. Infatti se lo stato proibirà ad un uomo di proteggere i propri diritti, sarà costretto a farlo al suo posto, senza addebitargli alcuna spesa. E finché lo stato si rifiuterà di farlo, i tribunali – se riconoscessero i propri doveri – proteggerebbero una persona nella difesa dei propri diritti.

Nel sistema vigente, forse la metà della popolazione è praticamente sprovvista di ogni protezione dei propri diritti, tranne quel che le garantisce il diritto penale. Le corti di giustizia, per tutte le cause civili, sono di fatto chiuse nei loro confronti, nonostante siano costituite da catenacci e sbarre. Non potendo difendere i propri diritti tramite la forza – come, per esempio, costringere al pagamento dei debiti – e non potendo pagare le spese delle cause civili, le persone non hanno alternativa se non la sottomissione a tanti atti di ingiustizia, contro cui lo stato è costretto a proteggerle, senza spese, oppure permettere loro di proteggersi da sé.

C’è la stessa ragione sia per obbligare una delle parti a pagare il giudice e la giuria per i loro servizi, sia per obbligarla a pagare i testimoni o qualsiasi altra spesa necessaria4.

Il coinvolgere le parti nel pagamento delle spese delle cause civili è uno dei tanti casi in cui lo stato contraddice il principio fondamentale sul quale si basa un ordinamento liberale. Qual è l’obiettivo dello stato se non proteggere i diritti delle persone? Su quale principio una persona paga le tasse allo stato, se non per contribuire per la propria parte alle spese necessarie alla protezione dei diritti di tutti? Tuttavia, quando i diritti vengono concretamente violati, lo stato – che il cittadino contribuisce a mantenere – invece di onorare tale contratto implicito, diventa il suo nemico e non solo si rifiuta di proteggere i suoi diritti (se non a pagamento), ma gli proibisce anche di farlo da sé.

Tutti gli ordinamenti liberali sono fondati sul principio della cooperazione volontaria e sulla teoria per cui tutte le parti volontariamente pagano le tasse per il mantenimento dello stato, a patto di ricevere protezione in cambio. Ma è assurda l’idea per cui un qualsiasi povero uomo pagherà volontariamente le tasse per sostenere lo stato e poi lo stato non proteggerà i suoi diritti (salvo il pagamento di costi), né tanto meno gli consentirà di tutelare tali diritti i mezzi a disposizione.

Nel sistema vigente, gran parte delle cause che vengono dibattute nei tribunali riguardano banali litigi piuttosto che questioni di diritti. E’ molto probabile che un tribunale – sotto giuramento di decidere “secondo l’evidenza” prodotta – decida, per quel che possa sapere, sulla base di chi tra le parti abbia usato più forza piuttosto che in base alla ragione intrinseca dei rispettivi diritti. Invece i giudici dovrebbero rifiutarsi di decidere una causa, salvo venga prodotta con certezza ogni evidenza necessaria per una completa comprensione della causa stessa.

Raramente possono tuttavia avere questa certezza, a meno che lo stato consenta di poter presentare tutti i testimoni che le parti desiderano far intervenire. Nelle cause penali, l’atrocità di accusare di reato una persona e quindi condannarla senza che costei abbia potuto provare la propria innocenza a proprie spese, è così evidente che un tribunale non potrebbe quasi mai essere giustificato qualora condanni una persona basandosi solo su tali circostanze.

Però la gratuita amministrazione della giustizia non è solo indispensabile per la tutela dei diritti tra due persone; la gratuità può anche favorire la semplicità e la stabilità del diritto. L’ossessione per la produzione normativa verrebbe infatti ridotta notevolmente se lo stato fosse costretto a pagare le spese di tutte le azioni legali causate dalla propria attività.

L’amministrazione gratuita della giustizia farebbe diminuire se non eliminare del tutto un altro grande difetto, quello delle cause civili calunniose. C’è un vecchio detto secondo cui “molti litigano nei tribunali non per ottenere qualcosa, ma solo per tormentare gli altri”. Tante persone, motivate dal desiderio di vendetta e di vessazione altrui, sono disposte a spendere il proprio denaro per avviare una causa infondata, se possono così costringere le loro vittime – meno capaci di loro a sopportare la sconfitta – a spendere del denaro per difendersi.

Nell’attuale sistema nel quale entrambe le parti pagano le spese delle azioni legali, è necessario solamente il denaro per consentire ad una persona malvagia di avviare e perseguire un’azione legale infondata, al fine di provocare il terrore, il danno e, forse, la rovina di un’altra persona. Un tribunale, dove dovrebbe essere ammesso ad entrare solamente un accusatore scrupoloso, diventa così un luogo in cui qualsiasi oppressore ricco e vendicativo può portare chiunque più povero di lui e tormentarlo, terrorizzarlo ed impoverirlo per qualunque ragione.

E’ uno scandalo ed un oltraggio che lo stato accetti di venire manipolato in questo modo, come un mero strumento, per la soddisfazione della malizia personale. Non dovremmo neanche avere tribunali che si prestino a spalancare le porte, come fanno, per tali vergognose azioni. Tuttavia, il difetto non ammette probabilmente altra soluzione se non la gratuita amministrazione della giustizia.

In un sistema liberale gli accusatori potrebbero infatti essere raramente influenzati da questo genere di motivi, perché potrebbero addebitare alla loro vittima una piccola spesa o nulla, né durante la causa (che è obiettivo dell’oppressore farlo), né al suo termine. Inoltre, se fosse applicata l’antica pratica della common law, cioè multare una delle parti per aver importunato il tribunale con una causa infondata, sarebbe più probabile che alla fine la stessa accusa verrà condannata dal giudice ad una sanzione, facendo così in modo che il tribunale sia un luogo non idoneo per una persona in cerca di vendetta.

Nella stima di tali difetti, risultanti dall’attuale sistema, consideriamo che essi non sono limitati alle cause concrete nelle quali è praticato questo genere di oppressione, ma includiamo anche tutti quei casi in cui la paura di una simile vessazione viene usata come arma per costringere le persone alla rinuncia dei propri diritti.

1 Sullivan Lectures, 234–235. 3 Blackstone, 274–275, 376. Sullivan dice che sia il querelante che l’imputato erano soggetti all’ammenda. Blackstone parla dei querelanti come responsabili, senza dire se l’imputato lo sia o meno. Quale fosse la vera norma non lo so. Sembrerebbe esserci qualche ragione nel permettere all’imputato di difendersi, a proprie spese, senza esporsi ad una sanzione in caso disconfitta.

2 Quando qualsiasi altro testimone oltre i proprietari era necessario in una causa civile, non so in che modo fosse procurata la presenza; però sicuramente era fatta a spese o dello stato oppure del testimone stesso. Ed era senza alcun dubbio lo stesso nelle cause penali.

3 “Le richieste sono state stabilite nella prima fase del giuramento dell’accusatore, tranne quando la legge avesse stabilito altrimenti. Il giuramento, tramite il quale qualsiasi richiesta è confermata, era chiamato pre-giuramento oppure ‘Prejuramentum’ ed era la base della vera e propria causa. Uno dei casi che non richiedeva tale conferma iniziale, era quando il bestiame poteva essere trovato nella terra di qualcun altro e così le impronte sostituivano il pre-giuramento.” –  2 Palgrave’s Rise and Progress, &c., 114.

4 Tra le spese necessarie delle cause dovrebbe essere stimato un compenso ragionevole al consulente, altrettanto significativo per l’amministrazione della giustizia, come i giudici, giurie o testimoni; e l’abitudine universale di impiegarli, sia dalla parte dei governi sia delle persone private, dimostra che la loro importanza è generalmente compresa. Anche solo come una mera questione economica, sarebbe saggio da parte del governo pagarli, piuttosto che non essere utilizzati; poiché raccolgono e ordinano precedentemente il testimone e la legge, così da essere in grado di presentare l’intero caso alla corte e giuria in modo intellegibile e in breve spazio di tempo. Invece, se non fossero impiegati, la corte e la giuria sarebbero nella necessità o di spendere molto più tempo rispetto ad adesso nelle investigazioni delle cause, oppure di sbrigare l’intera causa con fretta e senza alcuna considerazione della giustizia. Sarà molto probabile la scelta dell’ultima delle due, così sconfiggendo l’intero argomento della gente nell’insediare la corte.

Per prevenire gli abusi di questo diritto, ad ogni caso dovrebbe essere lasciata al tribunale una certa possibilità di determinare se il consulente deve ricevere un pagamento – e, se sì, quanto – dallo stato.

L'articolo originale: https://mises.org/library/free-administration-justice