L’ossessione della buona circolazione del denaro

“… oro e argento una volta nel paese … debbono sempre rimanere in circolazione”.
Philipp von Hörnigk, Ősterreich über alles, wann es nur will, 1684

 

 

La preoccupazione che possa essere assente una quantità circolante di mezzi di pagamento, nel senso di una velocità di circolazione, sufficiente ad impedire forti oscillazioni del prodotto di un certo sistema economico è uno di quei leitmotiv che sistematicamente si affacciano nel corso della storia.

Certamente, per consentire che la cooperazione sociale si sviluppi in maniera intensa è necessaria la diffusione di un’economia monetaria. In tal modo, il sistema dei prezzi si articola e si affina e produttori, distributori e consumatori possono così veder notevolmente facilitata la loro coordinazione reciproca.

In seguito, ed enunciando innanzitutto che sono le differenze fra i prezzi delle merci e i prezzi dei fattori indispensabili per produrre queste stesse merci nelle diverse tappe del ciclo produttivo, ossia i ritorni sugli investimenti, a determinare il grado di salute economica di una comunità, si può lecitamente sostenere che quando un’economia è stagnante il denaro tende per lungo tempo a circolare poco.

Ciò nonostante, l’affermazione contestuale in base alla quale per assicurare un buon livello di prosperità economica occorre, qualora essi non lo facciano spontaneamente, coartare gli individui a far circolare denaro deve essere necessariamente qualificata come un’operazione fraudolenta.

Gli individui ripartiscono il loro reddito in spese per consumi, spese per investimento, e denaro momentaneamente tenuto da parte, la cosiddetta tesaurizzazione di unità monetarie. Tuttavia, dire che la moneta tesaurizzata sia moneta inerte è decisamente fuorviante visto che il servizio che il denaro offre non è il suo rendimento, bensì quello di dare agli agenti economici giacenze di cassa che successivamente per essere usufruite dovranno essere in ultimo o spese in beni di consumo oppure investite in beni capitali, passando forse, nel frattempo, per strumenti d’investimento finanziario.

Di conseguenza, se la moneta non è mai inerte asserire che esiste una moneta circolante ed una inattiva diviene assai opinabile. La moneta appartiene sempre legittimamente a qualcuno, vi sarà sempre da qualche parte un legittimo proprietario quindi la moneta è sempre viva. Da ciò si deduce, inoltre, che l’espressione per cui in un’economia stagnante il denaro tende per lungo tempo a circolare poco è imprecisa e questa andrebbe sostituita con la più adatta affermazione secondo la quale in un’economia stagnante tendono ad avvenire per lungo tempo poche transazioni tra denaro ed altri beni e servizi.

Queste giacenze di cassa, questa tesaurizzazione di unità monetarie, può essere più o meno ampia a seconda delle valutazioni soggettive di ogni individuo. Ogni individuo, in quanto agente economico, possiede informazioni uniche che possono essere realizzate con profitto soltanto se le decisioni che dipendono da queste vengono lasciate a costui o sono prese con la sua attiva e determinante collaborazione.

Non importa sapere se gli altri approvino o meno le scelte economiche di un singolo individuo (ovviamente fintanto che queste rimangono circoscritte nel rispetto dei diritti di proprietà ed auto-proprietà altrui), queste scelte comunque influiscono sui prezzi e danno un segnale informativo a tutti gli altri individui i quali sono chiamati in qualche modo ed in qualche misura a coordinarsi.

Con questo non si vuole, però, legittimare la teoria dell’equilibrio economico generale secondo la quale ogni evento è immediatamente conosciuto da ciascun individuo e pertanto ogni individuo sa già come armonizzare le proprie azioni a quelle degli altri e conseguentemente l’equilibrio economico è qualcosa di presupposto.

Più modestamente, ma realmente, se gli individui sono lasciati liberi di scegliere si finisce per alimentare un processo mai concluso di cooperazione sociale il quale, mosso a sua volta da un incessante processo di competizione e scoperta, ci permette di sostituire una situazione di disequilibrio con una di equilibrio in ogni caso sempre imperfetto e precario o tutt’al più di raggiungere una situazione di disequilibrio più tollerabile della precedente.

Il concetto di utilitarismo perciò non deve essere volgarizzato. La dimensione economica della vita di ciascuno non dipende prima di tutto dal desiderio di ricchezza, bensì dalla condizione di scarsità in cui è immersa l’intera umanità. Economici sono soltanto i mezzi e non anche i fini ultimi dell’azione.

Tornando al centro della questione trattata, se il mondo economico oltre ad essere in perenne movimento e afflitto dalla condizione di scarsità, avere sempre ed istantaneamente disponibili con sé un certo importo di unità monetarie per far fronte ad eventuali necessità che possono sopraggiungere all’improvviso e/o da spendere in attesa di tempi economici migliori non dovrebbe scandalizzare nessuno.

La velocità con cui circola la moneta o meglio dire con cui viene scambiata per ottenere altre merci, è un effetto non una causa, una mera conseguenza discendente dalle modifiche nelle valutazioni soggettive degli agenti economici concernenti il denaro e gli altri beni e servizi.

Se questa velocità è un effetto e non una causa, allora in alcuna maniera un suo rallentamento può essere il fattore su cui esercitare pressione per tenere in salute un’economia. Dunque, i problemi vanno ricercati e risolti altrove e più precisamente quello che serve è sopprimere blocchi e/o storpiature che ostacolano il processo di libero mercato.

Di certo, pertanto, al fine di sbloccare una situazione economica stagnante a nulla veramente giovano gli interventi coercitivi e di conseguenza nemmeno l’inflazione. Generare inflazione, ossia un aumento non coperto da risparmio reale e volontario dell’offerta di moneta o di quelle attività finanziarie svolgenti la stessa funzione della moneta, nel tentativo, svalutando l’unità monetaria, di smuovere arbitrariamente ricchezza dalla tesaurizzazione verso consumi ed investimenti, può servire solamente a peggiorare nel tempo le cose visto che i processi inflazionistici terminano sempre con recessioni o depressioni.

Gli effetti stimolanti dell’inflazione, infatti, si interrompono se non se ne accelera progressivamente il tasso, ma parallelamente il prolungarsi del processo inflazionistico rende sempre più pesanti alcune conseguenze negative connaturate a tale processo. La più rilevante di queste conseguenze riguarda i metodi di contabilità su cui si fondano tutte le decisioni degli agenti economici.

Durante i processi inflazionistici, all’inizio i prezzi tendono a crescere di meno rispetto all’aumento dell’offerta di circolazione monetaria, ma allorché si decide di accelerare con il tasso di inflazione per mantenere in vita gli inerenti effetti stimolanti ecco che i prezzi da un certo momento in poi tendono a crescere più di quanto non faccia l’offerta di circolazione monetaria.

Ciò significa che se agli inizi del processo inflazionistico l’unità monetaria non si degradava proporzionalmente nelle fasi successive all’aumentare dell’offerta di circolazione monetaria questo degrado avviene, invece, prima in modo proporzionale ed infine in maniera più che proporzionale. Questo succede perché con l’accelerarsi del tasso di inflazione un ruolo fondamentale lo vengono a giocare le aspettative degli agenti economici i quali intimoriti dal fatto che i prezzi delle merci potranno salire ancora di più in futuro ed ancora più velocemente di quanto finora visto iniziano da un certo istante in poi a spendere moneta per acquisire merci ad un ritmo tendenzialmente superiore dell’incremento dell’offerta di circolazione monetaria.

Al termine del processo, però, una massa circolante che ha perso di valore più che proporzionalmente rispetto al suo accrescimento, rendendo concretamente impossibile una determinazione dei prezzi espressi in moneta ragionevolmente affidabile e presumibile, farà diventare talmente difficili le transazioni tra denaro e altri beni e servizi che sembrerà materialmente esserci una penuria di mezzi di pagamento. Con l’esaurirsi dell’euforia, l’economia torna a stagnare, gli scambi tra denaro ed altri beni e servizi tornano a languire, ma gli errori economici ora da smaltire sono inevitabilmente superiori.

Quando alla fine si giunge a ipotizzare, come fece John M. Keynes nella sua Teoria Generale, che:

L’unica cura radicale per le crisi di fiducia che affliggono la vita economica del mondo moderno sarebbe quella di non lasciare all’individuo alcuna scelta che non sia quella di spendere il suo reddito in consumi o di ordinare la produzione dello specifico bene-capitale che … gli sembra più promettente

nel sostenere l’antica e sbagliata idea che per assicurare un buon livello di prosperità economica occorre in qualche maniera coartare gli individui a far circolare denaro (qualora essi non lo facciano spontaneamente) si va, però, oltre l’inflazione, oltre un comune anche se potenzialmente molto distruttivo intervento coercitivo: si chiede di evitare che i singoli individui, semmai si noti che globalmente siano assaliti da eccessivi dubbi circa il futuro, possano avere anche la più minima possibilità di impiegare il loro reddito in tesaurizzazione.

L’anzidetta forzatura, deve essere tradotta come un tentativo troppo spinto di pianificare centralmente la propensione al consumo e la volontà di risparmio-investimento dei diversi ed innumerevoli individui ed in quanto tale non può che condurre ad esiti nell’insieme decisamente deleteri. Mentre i governanti ed i gruppi privati ad essi contigui, vedendosi irrobustire i loro poteri coercitivi, finirebbero per continuare a sguazzare in rendite di posizione, il sistema economico complessivo perderebbe di cospicua efficienza, giacché lo scambio volontario dei diritti di proprietà privata verrebbe profondamente manipolato e più questo scambio viene manipolato minore sono le basi per effettuare in seguito un calcolo economico sufficientemente adeguato.

Tale dispotica ipotesi qualora fosse realmente implementata se misurata in termini di miglioria economica complessiva è quindi destinata sempre fatalmente a fallire.

Malgrado ciò, siffatta congettura sembra affascinare ancora molte menti e non solo quelle che meno si interessano di studi economici. Nel momento in cui presunti autorevoli ed attualmente viventi economisti come Kenneth S. Rogoff, Willem H. Buiter e Peter Bofinger arrivano a sostenere l’abolizione del denaro contante essi, fondamentalmente, non fanno altro che riproporre la medesima solfa e cioè cercare di impedire l’emergere dell’autonoma volontà dell’individuo di accumulare e conservare riserve liquide nel tempo, al fine di rafforzare il dirigismo economico dell’autorità centrale.

Eliminando il denaro fisico non esisterebbero più, in sostanza, depositi bancari restituibili nel senso stretto del termine e gli individui si troverebbero così costretti a consegnare una colossale quantità di proprie risorse ad un sistema bancario colluso con lo Stato.

Allorché Stato ed istituti finanziari complici ricevessero questo trasferimento arbitrario questi stessi soggetti potrebbero godere di una pressoché piena ed immediata disponibilità di risorse altrui e dunque i singoli individui sarebbero costretti ad accettare sui propri depositi qualsiasi tasso di interresse e qualsiasi imposizione tributaria che venissero immaginati e deliberati dagli istituti finanziari e dagli apparati statali.

Si suppone che la gente stia spendendo poco, gli istituti finanziari abbassano i tassi di interesse sui depositi delle persone fino a farli entrare magari in territorio negativo mentre forse contemporaneamente lo Stato tassa il saldo complessivamente disponibile della comunità per quanto questo viene ritenuto in eccesso (oppure, al contrario, mentre lo Stato agisce in tal senso forse anche gli istituti finanziari caleranno i tassi sui depositi) cercando così di smuovere forzatamente liquidità tesaurizzata verso consumi e/o investimenti.

Si suppone, viceversa, che la gente stia spendendo troppo, gli istituti finanziari alzano i tassi di interesse sui depositi delle persone mentre forse nel frattempo lo Stato cala un po’ le sue pretese sul saldo complessivamente disponibile della comunità (anche in questo caso vale il ragionamento al contrario) cercando così di stimolare un aumento della liquidità tesaurizzata.

Il tutto in perfetto contrasto con quell’autonomo decentramento decisionale delle proprie risorse che è la chiave per utilizzare al meglio la conoscenza dispersa tra gli individui.

L’abolizione del denaro contante è una perversa fantasticheria centralista che trova il suo presupposto nel ritenere la moneta una creazione delle leggi dello Stato. Ma per nostra fortuna, l’idea per cui è chiaramente moneta unicamente ciò che in tal senso viene prodotto dallo Stato (direttamente o per mezzo di una banca centrale) è in realtà solo una finzione legale; una finzione buona di sicuro per agevolare il lavoro del legislatore, ma mai veritiera in relazione agli eventi economici. Se al giorno d’oggi c’è un merito da assegnare alle varie libere criptovalute è proprio quello di aver smascherato apertamente questa finzione.

Ritenere legittimamente moneta soltanto quello che in tal senso viene prodotto dallo Stato, significa dare sostegno ad una vera e propria assurdità, dal momento che qualunque valore economico è sempre soggettivo e che quindi il denaro, nell’essere un’entità convenzionale esprimente indirettamente delle proporzioni, non solo sorge come frutto della spontanea interazione sociale (e non come creazione delle leggi dello Stato), ma nello svolgere la sua funzione di intermediario dello scambio può anche tranquillamente prescindere da qualsiasi decreto declaratorio che gli riconosca o meno tale funzione.

Se nel mondo economico non esiste un valore che si possa sottrarre alla soggettività degli individui, allora poi non vi può mai essere una distinzione molto netta tra ciò che è denaro e ciò che non lo è.

Nella realtà economica, infatti, esiste un continuum di oggetti con un grado diverso di liquidità, ossia di accettabilità, che sfumano l’uno nell’altro nella misura in un cui fungono da denaro, da intermediario dello scambio.

Nel punto più basso della scala della liquidità questi oggetti sfumano in altri che non vengono più inclusi nell’area del denaro poiché non soddisfano più a sufficienza quelle caratteristiche che convenzionalmente vengono attribuite all’intermediario dello scambio, vale a dire riconoscibilità, divisibilità, portabilità, una certa continuità di valore reale nel tempo generalmente riconosciuta e un volume ed un peso ritenuti ragionevoli rispetto al valore reale conferito.

Parafrasando l’economista di scuola austriaca Eugen von Böhm-Bawerk nel saggio Potere o legge economica?, si può affermare, in conclusione, che il potere politico possiede senz’altro la facoltà di esercitare la propria influenza attraverso le leggi economiche universali, ma per quanto si adoperi non sarà comunque mai capace di condizionare l’efficacia di queste stesse leggi.