Bolle speculative e mercati finanziari

In alcuni casi un grafico vale più di mille parole… vorrei partire dal grafico sottostante per prendere spunto e condurre alcune riflessioni sull’attuale situazione economica e sui riflessi che si potranno determinare a breve/medio termine sui mercati finanziari. 

Nel grafico vengono appunto rappresentate la ricchezza netta detenuta negli Stati Uniti in relazione al PIL americano. Come si può facilmente notare, due dei tre picchi rispetto alla linea del PIL coincidono con le ultime due grosse bolle speculative finanziarie che hanno interessato i mercati nell’ultimo ventennio.

La prima è quella delle dot.com, le aziende Internet, sviluppatasi intorno agli anni 2000. In questo lasso di tempo, pari a circa tre anni, l’indice Nasdaq e’ praticamente quintuplicato portando le capitalizzazioni di molte societa’, anche appena nate, a valutazioni stratosferiche anche in mancanza di ricavi o solo per essere presenti in qualche modo sul web. Il risultato è stato l’indice tecnologico e’ tornato da dove era ripartito, con danni sull’economia reale abbastanza contenuti, sebbene gli Stati Uniti sia il Paese al mondo nel quale i privati detengono la piu’ elevata percentuale di azioni rispetto al patrimonio. Gli Stati Uniti entrarono in una lieve recessione, ma l’impatto sarebbe potuto essere più contenuto qualora nel 2001 non ci fosse stato l’attacco alle Torri gemelle.

La seconda bolla, originatasi tra il 2006 e il 2008, ha preso l’avvio dal mercato immobiliare statunitense, per poi estendersi a macchia d’olio anche ad altri settori e paesi. Il 62% della popolazione statunitense e’, infatti, proprietario di almeno un appartamento e molti lo acquistano con mutui anche trentennali con finanziamenti in molti casi pari anche al 100% del valore dell’immobile e concessi attraverso pratiche istruttorie poco rigorose. L’inflazione dei valori immobiliari, sostenuta appunto da una forte domanda di case, ha superato ogni ragionevole fondamentale economico, fino al punto in cui la bolla è scoppiata.

Le banche hanno quindi deciso di cartolarizzare tali prestiti/mutui ad alto rischio di insolvenza, impacchettandoli in prodotti derivati di complessità crescente, con il conseguente risultato di trasferire il rischio dal sistema bancario alla collettività degli investitori. 

L’esito finale di questo processo, facilitato anche da mercati finanziari globalizzati e sempre più interconnessi, è stato appunto quello di una enorme reazione a catena (o se preferite effetto domino) così devastante da mettere in ginocchio l’intero sistema. Alcuni studiosi parlano di una seconda Grande Recessione, dopo quella del 1929.

La risposta delle banche centrali è stata quella di ricorrere a politiche monetarie fortemente espansive, prima attraverso lo strumento della riduzione dei tassi di interesse, e quando questi sono arrivati ad essere prossimi allo zero, ricorrendo a politiche monetarie cosiddette “non convenzionali”, come l’acquisto di titoli sul mercato.  Quasi quattro trilioni di dollari è stata la liquidità iniettata nel sistema finanziario negli ultimi otto anni dalla Fed, che non sono stati, tuttavia, in grado di risollevare le sorti dell’economia a stelle e strisce, la quale ancora langue in una crescita ben al di sotto del suo potenziale standard, vale a dire il tre per cento annuo. 

Il denaro e’ così rimasto nelle pieghe della finanza;  mentre i livelli di consumo e domanda per investimenti in molti Paesi avanzati non hanno ad oggi ancora raggiunto i livelli pre-crisi. Stesso discorso per la disoccupazione, la quale è ancora al di sopra del livello pre-crisi.

In questo contesto, le quotazioni di Wall Street sono ascese proprio di recente a nuovi record storici, i quali comunque stonano con i deboli fondamentali sia economici che societari, alimentando il potenziale per una nuova bolla speculativa.

Bisogna, tuttavia, sottolineare che la Federal Reserve continua da anni a posticipare in avanti questa deflagrazione, con qualsiasi mezzo a disposizione, non solo perché teme le conseguenze pericolose sull’economia reale dalla caduta dei prezzi di molti asset gonfiati, ma in quanto e’ ritenuta, a differenza delle due precedenti bolle, la principale responsabile.

Sembrerebbe quindi che, nei prossimi mesi, i mercati azionari potrebbero riservare qualche sorpresina più in discesa che in salita. A tutto questo si aggiunge la variabile dell’esito delle elezioni politiche USA, momento di passaggio delicato. 

Negli ultimi casi di doppio mandato dei presidenti USA (Clinton, Bush jr e Obama), vi è stata sempre una Fed compiacente la quale aveva tardato ad alzare i tassi e tollerato il formarsi di bolle speculative. Sarà un caso, ma i crash di borsa del 1987, del 2000 e del 2008 sono capitati alla fine del secondo mandato di amministrazioni di successo, un successo fin troppo premiato dai mercati.