Concetti Economici: Gli antichi romani, dalla supremazia della legge all’inflazione galoppante e al controllo dei prezzi

Gli antichi Romani, come gli antichi Greci, non hanno lasciato un importante patrimonio di conoscenze in ambito economico. Infatti, i Romani ripresero dagli antichi Greci gran parte dei concetti economici da loro utilizzati.

I Romani si preoccupavano principalmente di questioni “pratiche,” e riguardo a questi argomenti talvolta erano considerati più come “uomini del fare” che come filosofi.

L’ambito nel quale hanno lasciato un importante patrimonio di nozioni che ha influenzato per molto tempo le generazioni successive, soprattutto in Occidente fino ai nostri giorni, è quello del diritto e dei contratti. Il loro principale contributo è stato quello di gettare le basi dell’ordinamento giuridico sul quale si basano una parte delle consuetudini economiche occidentali in materia di proprietà e scambio.

 

Rispettare le Leggi Locali dei Diversi Popoli

Mentre l’Impero Romano si espandeva, annetteva a se un numero sempre più crescente di culture e popoli molto diversi rispetto alla cultura e alle ideologie prevalenti a Roma. Infatti, al suo massimo splendore, l’Impero Romano comprendeva gran parte dell’Europa Occidentale, Centrale e Meridionale, quasi tutto il Medio Oriente e la parte più a nord dell’Africa Settentrionale, incluso l’Egitto sotto il fiume Nilo. Quindi divenne importante sviluppare concetti e codici giuridici che fossero abbastanza chiari e di portata generale tali da comprendere tutte le diversità dell’Impero ed essere uniformi per tutti i suoi membri.

I giuristi e i filosofi romani iniziarono a distinguere tra le regole e le leggi per i cittadini di Roma e un ordinamento giuridico più generale valido per tutto l’impero.

Il cittadino Romano – il cittadino della città di Roma, la capitale dell’Impero – era sotto la giurisdizione dello jus civile, il “diritto civile.”

Questo era un codice giuridico che rifletteva gli usi e costumi di Roma, riguardante diritti, privilegi e doveri di un cittadino Romano di fronte alla legge e ai suoi concittadini. Infatti, ogni parte dell’Impero aveva il proprio jus civile, o diritto civile, rispettato dalle autorità Romane, al quale tutti gli abitanti di quelle province o regioni dovevano obbedire e che salvaguardava i loro diritti nei contenziosi legali nelle rispettive località.

 

Un Diritto Universale Come Giustizia per Tutti Gli Uomini

Diversamente dal “diritto civile” vi era invece lo jus gentium, il diritto generale o “universale.” Questo era il codice giuridico che si applicava a tutti i membri dell’impero, senza tener conto delle leggi o delle consuetudini locali. Poiché il “diritto universale” doveva trascendere le tradizioni locali dei diversi popoli dell’impero, esso doveva quindi fondarsi su concetti di giustizia e “diritti” più generali rispetto a qualunque apparato di usi e tradizioni, perfino di quello della stessa Roma.

Dallo sviluppo del codice giuridico del “diritto universale” nasceva il concetto di jus naturale, o “diritto naturale.”

I Romani distinguevano tra la legge dell’uomo e una legge “superiore” di giustizia e diritto, razionalmente giusta e corretta per tutti gli uomini, indipendentemente a quale individuo o comunità si applicasse. Questa legge universale sarebbe stata valida e garantista per tutti gli uomini ragionevoli e benevolenti.

Per 2.000 anni essa ha rappresentato la base sulla quale gli uomini hanno fondato alcuni diritti inalienabili verso i quali nessuno Stato poteva interferire o contravvenire senza violare un codice di comportamento tra gli uomini che nessuna autorità aveva il potere o il diritto di abrogare.

Come in tutti gli stati e gli imperi, la realtà di alcune cose spesso è diversa dall’ideale perfetto. I Romani spesso erano dei duri dominatori imperiali, poco pazienti o tolleranti verso pericolose rivolte o dissensi popolari. E, come gli antichi Greci, erano legati all’istituto della schiavitù; di conseguenza, coloro i quali godevano pienamente dei “diritti” sopra citati, erano poi in concreto solo una minoranza. Ma, ciononostante, furono gettate le basi di importanti principi politici e filosofici che influenzarono il successivo sviluppo dell’Occidente.

 

Il diritto, la Proprietà e la Prosperità del Commercio

Dal concetto di “diritto universale” dei Romani ne derivò un codice giuridico sui contratti e sulla proprietà estremamente completo che, a differenza dei Greci, stabiliva ampia libertà e autonomia per il libero individuo riguardo a come poteva usare e disporre della sua proprietà e della sua stessa persona.

Pertanto, il diritto Romano considerava come “prezzi corretti” per le transazioni commerciali, quelli che si formavano sul mercato, poiché questi rappresentavano l’accordo tra le parti sui termini dello scambio. Inoltre servì come base di quella che divenne un’ampia rete di produzione, commercio e scambio diffusa in tutto l’Impero Romano, anche tra le sue più remote regioni e province.

Esso favorì la nascita di un sistema di scambi di mercato e di divisione del lavoro che resero l’intero bacino del Mediterraneo, gran parte dell’Europa Orientale e Occidentale, la maggior parte del Medio Oriente e alcune parti dell’Africa settentrionale, una vasta unica area economica. Dati i mezzi di trasporto disponibili via mare e via terra (e dovrebbe essere ricordato che alcune parti del sistema viario che si estende in Europa costruito dagli antichi Romani ancora esistono), il risultato fu una più o meno libera circolazione di beni, materie prime, e persone dall’oceano Atlantico al Golfo Persico, e dal Mar Baltico verso le sorgenti del Nilo.

Di certo, quello dei Romani non era né un sistema di vero libero scambio né un sistema liberista, e il commercio di molte materie prime era sempre oppresso da controlli e regolamenti imperiali.

Come osserva l’economista austriaco Ludwig von Mises nel suo trattato L’Azione Umana:

Non è facile capire se sia corretto oppure no definire capitalismo l’organizzazione economica dell’Impero Romano. Comunque è certo che l‘Impero Romano nel secondo secolo, cioè nell’età degli Antonini, i cosiddetti “buoni” imperatori, aveva raggiunto un elevato livello nel sistema sociale di divisione del lavoro e del commercio interregionale. Diverse aree metropolitane, un considerevole numero di città di media grandezza, e buona parte dei piccoli villaggi, erano le sedi di una civiltà raffinata.

Gli abitanti di questi agglomerati urbani si rifornivano di cibo e materie prime non solo dai vicini distretti rurali, ma anche dalle province lontane. Una parte di questi rifornimenti arrivava nelle città sotto forma di reddito delle proprietà fondiarie dei ricchi proprietari terrieri. Ma una parte considerevole delle materie prime era ottenuta in cambio degli acquisti da parte della popolazione rurale dei prodotti manifatturieri realizzati nelle città.

Vi era un vasto commercio tra le varie regioni del grande Impero. Non solo nelle attività industriali, ma anche nell’agricoltura, c’era una tendenza verso una maggiore specializzazione. Le diverse zone dell’Impero non erano più economicamente autosufficienti. Esse erano interdipendenti.

 

Filosofi Romani e Anti-Commercialismo

Mentre il diritto Romano gettava le fondamenta per una società fondata sul contratto e sullo scambio, i filosofi Romani percorrevano una strada diversa. I più illustri esponenti furono Cicerone, Seneca e Marco Aurelio. In generale, questi condannavano la ricchezza e il lusso che si erano diffusi a Roma per merito del commercio dell’Impero, ritenendoli la causa del malcostume e dell’indebolimento dello spirito morale degli uomini del tempo.

La loro filosofia era pervasa da quello che alcune volte è stato definito il “quietismo,” cioè la credenza secondo la quale ci si dovrebbe adeguare alle circostanze che si incontrano durante la vita e accettarle come qualcosa di buono e inevitabile. Riportando le parole di Marco Aurelio:

Sii soddisfatto delle tue cose e impara ad amare quello per il quale sei stato educato; e per il resto della tua vita, sii completamente rassegnato, e permetti agli dei di giovare del tuo corpo e della tua anima.

Secondo la loro visione si poteva raggiungere la felicità solamente superando e rimuovendo il desiderio, in particolare i desideri e i bisogni materiali. La felicità dell’uomo, sostenevano, non può giungere dal costante tentativo volto ad incrementare sempre più i propri mezzi e dalla ricerca continua di nuovi obiettivi. No, questa strada avrebbe condotto solo ad una frustrazione permanente.

Diversamente, concepivano un diverso percorso verso la felicità. Questo concetto lo troviamo nel filosofo Romano, Epicuro: “ Se desideri rendere ricca una persona, non darle più denaro, ma placa il suo desiderio.”

In altre parole non tentare di incrementare l’offerta di quegli strumenti al servizio dei diversi scopi dell’uomo; piuttosto tenta di ridurne la domanda. Per ogni uomo, diminuisci i suoi desideri a quelli che sono appropriati per una vita “virtuosa” e “saggia.” L’uomo saggio, si è detto, “si rifà alla natura.”

 

La Critica di Cicerone verso i Mercati e il Lucro

Alla domanda su cosa intendessero per “rifarsi” alla natura in termini di stili di vita e di lavoro, i filosofi romani rispondevano che si doveva porre la massima importanza sulla “naturalezza” dell’agricoltura, rispetto al malcostume e alla corruzione presente negli altri mestieri e professioni. Ne è un esempio Cicerone quando affermava:

Oggi, riguardo al commercio e agli altri mezzi di sostentamento che possono essere considerati aristocratici o volgari, ci è stato insegnato, in generale quanto segue:

Primo, non sono auspicabili e quindi sono da rigettare quelle attività che suscitano rancore nelle persone, come gli esattori delle tasse e gli usurai [strozzini].

E’ volgare e non aristocratico, da parte dei lavoratori svolgere quelle attività che richiedono solo lavoro manuale, e non l’utilizzo delle loro abilità artistiche; il salario che essi ricevono in questo caso è un pegno per la loro schiavitù.

E’ da considerarsi volgare anche chi compra da mercanti all’ingrosso per rivendere immediatamente al dettaglio; questi non ricaverebbero alcun profitto senza tutte le loro grandi menzogne; e in verità non vi è azione più malvagia delle false dichiarazioni.

Anche tutti gli artigiani svolgono un lavoro volgare; nessuna bottega può considerarsi un posto di lavoro libero. Tra tutte, hanno un minimo di decenza solo quelle attività che provvedono al piacere dei sensi, e cioè pescivendoli, macellai, cuochi, commercianti di pollame, e pescatori. Possiamo aggiungere se ci fa piacere, profumieri, ballerini e tutto il corpo di ballo.

Ma le professioni per le quali è richiesto un elevato grado d’intelligenza o dalle quali ne deriva un beneficio non trascurabile per la società – per esempio la medicina, l’architettura o l’insegnamento – sono adeguate per coloro che ne ambiscono per la posizione sociale raggiungibile.

Il commercio, se svolto in ambito locale, deve considerarsi volgare; ma non è un’attività da denigrare se riguarda l’importazione su larga scala di grosse quantità di merci da tutto il mondo, con la loro successiva distribuzione (locale), purché tutto ciò sia svolto senza raggiri.

Anzi, questa si merita il massimo rispetto, se coloro che vi sono impegnati si accontentano della loro ricchezza, e si fanno strada dal porto verso la tenuta di campagna, come spesso hanno fatto dal mare verso il porto.

Ma di tutte queste occupazioni che garantiscono un guadagno, nulla è preferibile all’agricoltura, nulla garantisce un profitto maggiore, nulla è più piacevole, e nulla ti permette di essere un uomo più libero.

 

L’errore di Roma con il controllo dei prezzi

Prima di lasciare i Romani, può essere utile dedicare un pò di tempo ad una breve descrizione delle loro esperienze riguardo alle diverse politiche economiche da questi adottate, in particolare il controllo dei prezzi e la svalutazione della moneta.

Nel 449 AC, il governo Romano approvò la legge delle dodici tavole, che regolava una buona parte della vita commerciale, sociale e familiare dell’Impero. Alcune di queste norme erano ragionevoli e coerenti per un’economia basata sui contratti e sul commercio; altre infliggevano orribili sanzioni ad alcuni e attribuivano privilegi e poteri crudeli ad altri. Altri regolamenti fissavano inoltre un tasso d’interesse massimo sui prestiti, approssimativamente pari all’8 percento. Lo Stato Romano aveva anche la consuetudine di condonare periodicamente tutti gli interessi dovuti all’interno della società, cioè annullava legalmente tutti gli interessi che i debitori privati dovevano ai loro creditori.

Il governo Romano fissò anche un controllo sui prezzi del grano. Nel IV secolo AC, lo Stato comprava le granaglie durante i periodi di carestia e le rivendeva a un prezzo fissato molto al di sotto del prezzo di mercato. Nel 58 AC ciò venne addirittura migliorato, nel senso che lo Stato vendeva le granaglie ai cittadini di Roma ad un prezzo pari a zero, in altre parole, gratuitamente.

Il risultato fu inevitabile: i contadini abbandonarono le terre e si riversarono a Roma; questo certamente peggiorò i problemi, poiché in tal modo si produceva e si immetteva sul mercato una quantità di grano inferiore rispetto a prima, dal momento che era diminuita drasticamente la presenza dei contadini nelle terre intorno a Roma. Inoltre, i padroni iniziarono a liberare i loro schiavi accollando l’onere finanziario del loro sostentamento sul governo Romano a costo zero.

Nel 45 AC, Giulio Cesare scoprì che quasi un terzo dei cittadini Romani riceveva gratuitamente il grano dallo Stato.

Per sostenere l’onere finanziario che richiedeva l’offerta gratuita di grano, il governo Romano ricorse alla svalutazione della moneta, cioè l’inflazione. Per lunghi periodi della sua storia, lo stato Romano dovette quindi affrontare continuamente eventi legati alla svalutazione monetaria, al continuo peggioramento del bilancio statale, alla scarsità dell’offerta, e ai prezzi del grano fissati per legge.

 

Spesa, Inflazione e Controlli Economici Sotto Diocleziano

L’episodio più famoso riguardante il controllo dei prezzi nella storia di Roma, fu quello durante il regno dell’Imperatore Diocleziano (A.D. 244-312). Egli salì al trono nel 284 DC. Quasi immediatamente, Diocleziano iniziò a intraprendere vasti progetti di costosa spesa pubblica.

Ci fu un notevole incremento della spesa militare per l’ampliamento delle forze armate; iniziò un enorme progetto di opere pubbliche con la scelta della città di Nicomedia come nuova capitale per l’Impero Romano in Asia Minore (attualmente la Turchia); ampliò notevolmente la burocrazia statale; e istituì i lavori forzati per il completamento dei suoi progetti di lavori pubblici.

Per finanziare tutte queste attività, Diocleziano alzò drasticamente le tasse per tutte le classi sociali. L’elevato livello di pressione fiscale disincentivò per molto tempo il lavoro, la produzione, i risparmi e gli investimenti. Il risultato fu il declino del commercio e degli scambi.

Quando le tasse non furono più sufficienti a produrre un gettito fiscale sufficiente a finanziare tutte queste attività, Diocleziano iniziò a svalutare la moneta. Si ridusse la quantità di oro e argento utilizzata per coniare le monete; queste però venivano emesse con la rassicurazione da parte del governo che il loro valore metallico fosse lo stesso di prima. Il governo approvò delle leggi che istituirono un corso legale imponendo ai cittadini Romani e ai sudditi di tutto l’Impero, di accettare queste monete svalutate per un più alto valore facciale (nominale).

Anche il risultato di questo fu inevitabile. Poiché queste monete a corso legale avevano in realtà un valore inferiore in termini di oro e argento in esse contenuto, i commercianti iniziarono ad accettarle solo a sconto. In questo modo la loro svalutazione fu immediata. Le persone iniziarono ad accumulare tutte le monete d’oro e d’argento che ancora contenevano una più alta e reale quantità di oro e argento, utilizzando invece per gli scambi commerciali solo le monete “svalutate”.

Questo, di certo, volle dire che con ciascuna di queste monete svalutate, si sarebbe potuto acquistare solo una quantità inferiore di beni sul mercato rispetto a prima; o espresso in altri termini, sarebbero state necessarie più unità di queste monete “svalutate” per ottenere la stessa quantità di merci (di prima). L’inflazione monetaria peggiorava sempre più di pari passo con la continua emissione da parte dell’Imperatore, di questa forma di moneta dal valore sempre più basso.

Diocleziano istituì anche l’imposta in natura, cioè il governo Romano non avrebbe più accettato per il pagamento delle tasse dovute, la stessa moneta svalutata che aveva emesso. Poiché secondo questa normativa, i contribuenti Romani, dovevano pagare le tasse con dei beni reali, ciò bloccò l’intera popolazione; molti si ritrovarono così vincolati alla terra o a una determinata occupazione, al fine di assicurarsi la produzione di quei beni che sarebbero stati necessari per pagare le tasse statali alle scadenze fiscali. In tal modo si affermò una struttura economica sempre più rigida.

 

L’Editto di Diocleziano Peggiorò le Cose

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Nell’anno 301 DC, fu approvato il famoso Editto di Diocleziano. L’Imperatore fissò il prezzo di grano, uova, carne, vestiti, e di tutti gli altri beni venduti sul mercato; fissò anche i salari di coloro che erano impiegati nella produzione di questi beni. Fu stabilita la pena di morte per chiunque fosse stato sorpreso a vendere qualsiasi di questi beni ad un prezzo o salario più alto di quello stabilito per legge.

Poiché appena questi controlli furono annunciati molti contadini e fabbricanti persero ogni incentivo a vendere le loro merci sul mercato giacché queste avevano un valore di mercato fissato ad un livello di molto inferiore a quello che loro consideravano un valore equo, Diocleziano nell’Editto inserì anche, che chiunque fosse stato sorpreso ad “accumulare” i beni fuori dal mercato, sarebbe stato punito severamente; i suoi beni sarebbero stati confiscati e sarebbe stato condannato a morte.

Nella parte greca dell’Impero Romano, gli archeologi hanno trovato le tabelle dei prezzi che indicavano i prezzi imposti dal governo. Su di esse sono elencati più di 1.000 prezzi e salari unitari fissati dalla legge.

Un Romano di questo periodo chiamato Lattanzio scrisse durante questo periodo che Diocleziano “… stabiliva egli stesso i prezzi di tutti i beni commerciabili. Veniva versato molto sangue su dei conteggi irrilevanti e scarsi; e le persone non immettevano più le proprie scorte di beni sul mercato, poiché non riuscivano a ricavarne un prezzo adeguato, con la conseguenza quindi di una forte carestia, al punto che, la legge fu abrogata, ma solo dopo aver causato la morte di molte persone.”

Lezioni e Conseguenze dalla Politica Economica dei Romani

Roland Kent, uno storico dell’economia di questo periodo, ha sintetizzato le conseguenze dell’Editto di Diocleziano nel seguente modo:

I commercianti non rispettavano i limiti di prezzo imposti dell’Editto, nonostante la pena di morte prevista dalla legge in caso di violazione; gli aspiranti acquirenti, trovando che i prezzi di mercato erano sopra il limite legale, si riunivano in massa e distruggevano i negozi illegali dei commercianti, uccidendo tra l’altro anche questi ultimi, benché il valore dei beni fosse irrisorio; i commercianti accumulavano beni in attesa del giorno in cui sarebbero state rimosse le restrizioni ai prezzi, così che la risultante penuria delle merci messe in vendita avrebbe persino causato un rialzo dei prezzi ancora maggiore, al punto che il commercio andava avanti a prezzi illegali, e, quindi, era praticato clandestinamente.

Gli effetti economici furono così disastrosi per l’economia di Roma che quattro anni dopo l’entrata in vigore dell’Editto, Diocleziano abdicò per “problemi di salute” – un eufemismo storico per affermare che se un leader politico non lascia il potere, sarà rimosso da altri, e spesso anche tramite assassinio. Anche se l’Editto non fu mai abrogato formalmente, presto divenne lettera morta subito dopo che Diocleziano abdicò.

Michael Ivanovich Rostovtzeff, uno tra i principali storici che si erano occupati dell’antico sistema economico Romano, fornì questa sintesi nella sua, Storia Sociale ed Economica dell’Impero Romano (1926):

Lo stesso espediente [un sistema basato sul controllo dei prezzi e dei salari] è stato tentato spesso prima e dopo di lui [Diocleziano]. Potrebbe essere utile come misura temporanea in periodi di crisi. Ma come misura stabile e continua, crea di certo gravi danni e un terribile bagno di sangue, senza portare alcun giovamento. Diocleziano condivise la dannosa convinzione propria del mondo antico dell’onnipotenza dello Stato, una credenza che molti teorici moderni continuano a condividere.

Infine, di nuovo, Ludwig von Mises, concluse che l’Impero Romano iniziò a indebolirsi e a decadere poiché era privo di idee e ideologie necessarie per sviluppare e salvaguardare una società libera e prospera: una filosofia basata sui diritti individuali e sul libero mercato. Così Mises concluse le sue riflessioni sulle civiltà dell’antichità:

La meravigliosa civiltà dell’antichità perì poiché non adeguò il suo codice etico e il suo sistema giuridico

ai requisiti tipici di un’economia di mercato. L’ordine sociale è destinato a morire se le azioni richieste dal suo normale funzionamento sono respinte dalle norme morali, sono dichiarate illegali dalle leggi dello stato, e sono perseguite come criminali dalla giustizia e dalla polizia. L’Impero romano si sgretolò poiché mancava del [classico] spirito liberale e d’intraprendenza. La politica dell’interventismo e il suo corollario politico, il principio del condottiero politico, decomposero il potente impero così come, infatti, sempre disintegrano e distruggono ogni entità sociale.

L'articolo originale: http://www.cobdencentre.org/2016/10/economic-ideas-the-ancient-romans-who-went-from-rule-of-law-to-corrupting-inflation-and-price-controls/