E se le banche centrali cancellassero il debito pubblico?

Quando il lavoro di ogni uomo è appena sufficiente per il suo sostentamento non vi è possibilità di mantenere in vita uomini oziosi ed attività improduttive, poiché non vi può essere alcun surplus prelevabile.

Quanto più, invece, il lavoro di un uomo diviene produttivo oltre il limite dell’autosufficienza, tanto più vi sarà possibilità di mantenere in vita uomini oziosi ed attività improduttive.

Il capitale reale presente all’interno di una società può essere dunque misurato in termini di capacità di mantenere in vita uomini oziosi ed attività improduttive, vale a dire non corrispondenti alle effettive esigenze del mercato.

Di conseguenza, allorché la quantità di surplus rimane lo stesso, ogni incremento di capitali nominali, ossia monetari, o riduce la parte di surplus di ciascuno o solo quella di qualcuno in particolare.

In definitiva, quanto più la massa di capitali nominali cresce più della produzione corrispondente alle effettive esigenze del mercato, tanto più diminuisce l’interesse-profitto che è possibile estrarre dal capitale reale nel suo complesso.

Un paese il cui governo ha contratto un eccessivo debito pubblico è in sostanza un paese in cui l’interesse-profitto estraibile dal capitale reale nel suo complesso si è ridotto drasticamente e non riesce a ricrescere quantomeno quanto servirebbe, perché il peso degli uomini oziosi e delle attività improduttive è cresciuto maggiormente e più in fretta della produzione corrispondente alle effettive esigenze del mercato.

Il debito pubblico di un paese altro non è che un modo con cui i soggetti improduttivi possono prelevare surplus dal settore produttivo e vivere così sulle sue spalle.

Il flusso dei benefici derivanti dal settore pubblico crea soggetti improduttivi. Questo flusso produce soggetti improduttivi non solo all’interno di questo settore, ma anche al suo esterno, e più precisamente tra quei soggetti privati più contigui a tale settore.

Ovviamente, a seconda di come questo flusso viene canalizzato, ogni soggetto improduttivo lo sarà per diverso grado.

Negli ultimi anni, per via del scarso o inesistente successo delle politiche di controllo della dinamica del debito pubblico in molti paesi, politiche fondate su aumenti di imposizioni tributarie e di tagli, lì dove vi sono effettivamente stati, assolutamente inadeguati della spesa pubblica, si è fatta avanti un’idea alternativa per risolvere una volta per tutte il problema dell’eccesso di debito pubblico, ossia la cancellazione di quel debito pubblico detenuto dalle banche centrali.

Quando una banca centrale compra del debito pubblico, in asta o sul mercato secondario, in realtà lo sta comprando soltanto in maniera temporanea. L’autorità monetaria terrà, infatti, nei propri bilanci questo debito o fino alla sua naturale scadenza o lo rollerà finché non ritenga che l’economia abbia ripreso un corso sufficientemente progressivo.

Questo debito viene temporaneamente comprato iniettando nel sistema economico liquidità, nuova massa monetaria. Questa massa, sarà definitivamente rimossa solo quando la banca centrale riuscirà a vendere i titoli di debito pubblico in proprio possesso, rientrando così delle somme investite.

Tuttavia, se la banca centrale decidesse di non rivendere il debito pubblico in suo possesso, ma decidesse di cancellarlo, tale massa monetaria è destinata a restare permanentemente nel sistema economico al di sotto della banca centrale.

Cancellare il debito pubblico in possesso alle banche centrali significa, insomma, cancellare attivi della banca centrale stessa.

Da un punto di vista squisitamente contabile, questo oggigiorno per una banca centrale non è mai un problema: una banca centrale anche se si trovasse in una situazione in cui le passività superano gli attivi non corre mai il rischio d’insolvenza, in quanto gli è stato conferito dall’autorità statale, attraverso il ruolo di prestatore di ultima istanza, il corso legale sulla moneta imposto in linea di principio ed il corso forzoso, il potere di creare all’occorrenza ed interamente dal nulla tutti i mezzi legali di pagamento che vuole a costi praticamente inesistenti o insignificanti.

I favorevoli a questa misura sostengono che così facendo si rimetterebbe in moto un circolo virtuoso per l’economia: ad una riduzione sostanziale del debito pubblico corrisponderebbe un calo se non addirittura una estinzione totale degli oneri dovuti al pagamento degli interessi sul debito e conseguentemente si eviterebbero tutte quelle manovre di austerità fondate principalmente su aumenti di imposizione tributaria.

Inoltre, essi sostengono che tale massa monetaria di nuova creazione, una volta sottratta all’impegno di dover ripagare il debito, potrebbe essere completamente libera di essere utilizzata per ridurre i livelli di disoccupazione, riproponendo in tal modo il cosiddetto trade-off (relazione inversa) inflazione-disoccupazione che ha le sue basi nella curva di Phillips.

Per quanto concerne il summenzionato trade-off, cioè prezzi crescenti possono essere tollerati se la disoccupazione fosse ridotta a livelli tollerabili, ormai dovrebbe essere chiaro che espansioni della domanda aggregata, accompagnata da inflazione (crescita di capitali nominali oltre le capacità del capitale reale) possono ridurre la disoccupazione nel breve periodo, ma solo perché, e dunque fino a quando, gli effetti inflazionistici non saranno stati inevitabilmente anticipati.

Una volta che tali effetti sui salari reali vengono compresi si riaffermano gli aspetti strutturali permanenti dell’economia. Il livello dei prezzi sarebbe più elevato a causa dell’aumento della spesa monetaria, ma non ci sarebbe nessun aumento permanente dell’occupazione.

In aggiunta, giacché l’inflazione non si distribuisce mai uniformemente tra gli agenti economici, vengono a prodursi effetti redistributivi sui redditi a vantaggio dei primi percettori della nuova liquidità.

Asserito quanto e ritornando al centro del tema, se cancellare il debito pubblico in possesso della banca centrale sembra equivalere ad una mera operazione contabile a somma zero tra la stessa ed il Tesoro perché questo fino ad oggi non è stato ancora fatto?

In termini di percezioni fiscali dei cittadini l’inflazione difficilmente viene percepita per quello che in realtà è, ossia un’imposta redistributiva sui saldi monetari.

La diminuzione di ricchezza reale a cui molti soggetti vengono sottoposti a causa dell’inflazione viene, infatti, generalmente attribuita a fallimenti dell’economia di mercato, non alla creazione di moneta.

Tuttavia, per chi produce inflazione e ne gode del vantaggio di veder cambiato verso di sé il flusso di beni e servizi, vi è un limite, che è quello di stare attenti a non produrre troppa inflazione; troppa inflazione disturberebbe esageratamente l’ordine economico, spingerebbe sistematicamente le persone a smettere di risparmiare ed investire, comprometterebbe fortemente la produttività del sistema.

Se quell’uomo il cui lavoro produttivo che permette l’esistenza di uomini oziosi ed attività improduttive da un certo punto in poi riduce drasticamente il suo lavoro, uomini oziosi e attività improduttive dovranno necessariamente, nel loro insieme, quantomeno diminuire altrettanto drasticamente.

Un’accorta finanza inflazionistica genera una sottostima del costo-opportunità dei servizi pubblici.

La capacità del potere politico di contraffare non eccessivamente lo stock di moneta, riduce, infatti, il costo percepito del settore pubblico, promuovendo quindi un’espansione del settore pubblico.

Una contraffazione eccessiva di stock di moneta, al contrario, fa alzare il costo percepito del settore pubblico, riducendone pertanto le possibilità di espansione ed aumentandone contemporaneamente le possibilità di una contrazione.

Cancellare il debito pubblico detenuto da una banca centrale non rappresenta altro che una forma di finanza inflazionistica che trasforma un ricorso al prestito da parte del governo in creazione permanente di nuova moneta circolante (nel sistema economico al di sotto della banca centrale).

Proprio perché tale, questa manovra però non può essere descritta come una semplice operazione contabile a somma zero tra Tesoro e banca centrale; in gioco c’è molto di più.

In gioco vi è quella capacità del potere politico di contraffare lo stock di moneta quanto basta per non disturbare esageratamente l’ordine economico, non spingere sistematicamente le persone a smettere di risparmiare ed investire, non compromettere fortemente la produttività del sistema.

Se la tendenza all’inflazione è maggiore in un regime in cui lo squilibrio di bilancio viene aggiustato in maniera residuale tramite creazione di nuova moneta che non in uno in cui l’aggiustamento avviene mediante ricorso al prestito, affermare allora che la tendenza inflazionistica potrebbe sfuggire di mano quando ai governi è consentito di finanziare deficit mediante ricorso a prestiti della banca centrale che possono essere trasformati d’imperio in creazione permanente di nuova moneta circolante (nel sistema economico al di sotto della banca centrale), dovrebbe essere cosa ovvia.

Ed è proprio il giustificato timore che questa tendenza inflazionistica possa sfuggire di mano che trattiene i governi ad attuare una misura del genere. In particolar modo, vista la situazione odierna.

Data, infatti, la situazione di partenza attuale, cioè surplus che rallenta la sua crescita o addirittura si riduce, presenza in relazione di un eccesso di capitali nominali che impedisce tutte le spontanee liquidazioni e tassi di interesse nominali bassi, o meglio minori dei tassi naturali, qualora una cancellazione del debito pubblico in possesso alla banca centrale originasse in seguito effetti da eccessiva contraffazione di stock di moneta, le conseguenze “potrebbero” giungere ad essere finanche decisamente disastrose.

Tutti gli uomini produttivi potrebbero non dar più alcuna fiducia al sistema economico-istituzionale circostante, il surplus estraibile conseguentemente crollerebbe, ma ciò causerebbe a sua volta una distruzione di capitali nominali ed un accorciamento degli orizzonti temporali di un’entità ancor più rilevante del crollo del surplus.

In sostanza, se si verificasse un tale scenario, sarebbe il disordine portato ai massimi livelli e la fine di almeno molto dell’ordine legale fino a quel momento costituito. Ovviamente, sarebbe anche la fine se non altro per molti di quegli uomini oziosi e di quelle attività improduttive, giacché il costo percepito del settore pubblico si alzerebbe a dismisura.

Chi oggi nel mondo detiene il potere politico è in qualche modo consapevole della possibilità di questo scenario decisamente disastroso, ed ecco perché tale idea stenta ancora ad essere presa seriamente in considerazione.

L’economia non si fonda principalmente su numeri e dati, bensì su azioni umane.

L’interventismo politico in economia non funziona poiché stabilisce un regime di comproprietà forzata, nel quale i partner involontari impiegano il loro margine di manovra per sfuggire alla regolamentazione.

Di conseguenza, l’interventismo politico è destinato fatalmente a fallire. Non solo, esso attiva un meccanismo perverso per cui, lungi dal risolvere i problemi, se ne creano altri che cerca a sua volta di aggiustare per mezzo di interventi successivi, in un’escalation di intensità che se non viene frenata alla fine sfocerà nel tentativo di assumere la direzione pianificata dell’intero sistema produttivo e distributivo.

A meno che non si riescano ad innescare considerevoli aumenti di produttività (aumenti che in quanto tali non si possono pianificare perché dipendono dalla imprevedibile capacità creativa umana di inventare e di innovare), oggi come oggi una crescita economica diffusa, progressiva e sostenibile non può prescindere da rilevanti tagli di imposizione tributaria e di spesa pubblica.

Ciò significa che il lavoro di quell’uomo produttivo deve essere il più possibile sgravato di quel peso derivante da uomini oziosi ed attività improduttive.