E’ possibile un’unione monetaria senza un’unione politica?

Carl Menger ci ha esaustivamente insegnato nel 1892, con la sua opera Geld, che il denaro, l’intermediario dello scambio, si sviluppa attraverso un processo di tipo organico, ossia è un prodotto non programmato dell’interazione sociale.

Un frutto, quindi, che appartiene a quella cooperazione tra individui affrancata da interferenze politiche.

Nel concetto storico-empirico di denaro, pertanto, non è incluso come attributo necessario e generale la nozione di corso legale, cioè di oggetto che, in base ad un decreto declaratorio, il creditore è obbligato ad accettare a titolo di liquidazione di un debito monetario o di un’obbligazione qualsiasi.

I governi e l’opera nefasta di alcuni presunti economisti hanno poco a poco scardinato tale insegnamento e ciò è la causa per cui attualmente si ritiene comunemente che il corso legale sia un postulato necessario e generale del denaro.

Da provvedimento utile è indispensabile solo per certi casi specifici, il corso legale è divenuto così una regola universale.

Se si ritiene il corso legale un attributo necessario e generale del denaro, si finisce per confondere il concetto di denaro con quello di mezzo legale di pagamento.

Se il denaro viene equiparato all’interno dell’ordinamento sociale ad un mero mezzo legale di pagamento, non si può che vivere sotto un regime in cui abitualmente vengono considerati come denaro soltanto quei mezzi di circolazione ai quali il potere politico abbia conferito il corso legale.

Il risultato di questi fraintendimenti non possono che essere periodiche crisi economiche.

In tale contesto, la progressiva sostituzione della moneta metallica con quella assimilata in un semplice documento o bit, ha incentivato il fenomeno delle periodiche crisi economiche.

Oggigiorno, la domanda di moneta, cioè l’ammontare che decidiamo di trattenere, viene costantemente equivocata con la domanda di credito, cioè la l’ammontare che decidiamo di spendere, mentre il finanziamento fornito dal mercato dei capitali reali è stato sistematicamente sostituito con quello procurato dal mercato monetario.

I mezzi legali di pagamento, di norma, tendono sempre a sopravanzare la propria domanda e questo perché la loro possibilità di creazione è tendenzialmente illimitata, giacché arbitraria.

Tale eccedenza alimenta una spesa incontrollata che acquisisce tutto quello che incontra sul suo percorso.

Con all’origine un’emissione di mezzi legali di pagamento spropositati rispetto alla propria domanda, con tassi di interesse non più determinati dalle spontanee preferenze temporali degli agenti economici, bensì artificialmente determinati da meccanismi politici che per loro natura sono sprovvisti di una vera e propria capacità economica selettiva, è conseguentemente inevitabile che si dia vita a mal investimenti nella struttura produttiva e /o a bolle degli asset illiquidi.

Nel momento in cui questo fittizio processo di arricchimento deflagra, perché il capitale reale a fondamento non era e non è divenuto nel frattempo sufficiente a garantirne la sostenibilità, ecco che si manifestano apertamente tutti gli errori decisionali conseguiti anteriormente, ed ecco apparire un grande numero di fallimenti e di ridimensionamenti imprenditoriali nonché di persone senza più un’occupazione.

Decidere in base a conoscenze che in realtà non si possono avere di perseguire l’obiettivo del mantenimento della stabilità dei prezzi e/o tentare di pianificare l’offerta di credito ad una domanda stimata attraverso sofisticati modelli econometrici, non è servito, non serve e non servirà mai ad impedire la periodicità delle crisi economiche.

Quel che serve per evitare ciò è, invece, un meccanismo impersonale di mercato capace tendenzialmente di regolare in maniera corretta offerta e domanda di moneta e di credito.

Di conseguenza, serve abbattere la teoria che fa ritenere il corso legale un attributo necessario e generale del denaro.

Il progetto di un’unica moneta europea fondata sul corso legale come attributo necessario e generale e da far produrre e gestire su delega degli Stati membri ad una banca centrale comune nasce sotto varie spinte e motivazioni che possiamo sintetizzare nel modo seguente:

Il sogno francese era quello di porre conclusione alla supremazia monetaria della Germania nell’ambito del quadro europeo, e al contempo ampliare, o perlomeno mantenere inalterata, la propria influenza sulla scena politica internazionale.

La Germania era pronta a sacrificare il proprio Marco e con esso il miglior andamento registrato da una valuta nazionale a partire dal secondo dopoguerra nei Paesi industrializzati (il che ha non ha comunque vietato al Marco di perdere tra il 1950 ed il 1975 il 50 per cento del suo potere d’acquisto interno), al fine di procedere alla riunificazione dei suoi territori.

I piccoli Paesi con alta produttività ed efficienza tecnologica, ed economie aperte si sono mostrati da subito interessati alla valuta unica, poiché abdicare alla loro autonomia monetaria non avrebbe significato alcunché se non rinunciare a fissare il livello nominale dei propri prezzi e dei propri salari.

I Paesi posti in una fase intermedia del loro sviluppo come Spagna ed Italia come pure le economie meno sviluppate, come Grecia, Portogallo ed Irlanda, avrebbero potuto da un lato gestire gli effetti negativi dell’inflazione monetaria e di quella dei prezzi in maniera senz’altro più occultata e dall’altro, se fossero stati in grado di utilizzare gli aiuti a fondo perduto che avrebbero ricevuto dall’Europa, ridurre il gap tecnologico che li separava dai Paesi più avanzati.

Allorché la sovranità monetaria dei Paesi membri è stata ceduta alla Banca Centrale Europea qualcuno può aver sperato che il Trattato di Maastricht prima ed il Patto Europeo di Stabilità e Crescita poi sarebbero serviti a porre sotto controllo le politiche nazionali di bilancio ed a promuovere simultaneamente uno sviluppo economico sostenibile.

Ma, ad oggi, non è stato così.

Ad oggi, non possiamo asserire di avere un’Unione (Monetaria) Europea economicamente sana ed ordinata.

L’attuale situazione dell’Eurozona è, infatti, costituita in buona parte da disoccupazione istituzionale, da redditi reali assai limitati, da crescita economica infima se non inesistente, da un apparato finanziario nel complesso vacillante e sottoposto alla paura di subire un effetto domino.

Tutto ciò, non rappresenta però il fallimento di quella normale pratica bancaria che vede acquistare denaro a buon mercato per piazzarlo successivamente a tassi d’interesse più elevati.

Tutto ciò rappresenta, invece, il fallimento di tale normale pratica bancaria quando questa viene sostenuta da un’autorità emittente mezzi di circolazione contraddistinti dal corso legale come attributo necessario e generale del denaro.

Le interferenze politiche incorporate nel postulato del corso legale come attributo necessario e generale del denaro, fanno in modo, infatti, che la suddetta pratica venga attuata sistematicamente ignorando e/o travisando le informazioni che giungono dalla realtà economica effettiva.

E’ una questione di mezzi, non di fini: ogniqualvolta ci troviamo dinanzi all’orchestrazione degli scambi economici in base a dei mandati coattivi il dissesto sistemico diviene non una eventualità, ma una certezza.

Nel momento in cui tale certezza si palesa esplicitamente si tratta solo di constatarne le dimensioni e cercare di porvi rimedio.

Porvi rimedio può significare solamente una cosa: permettere alla struttura delle merci da produrre di adattarsi il maggiormente possibile alla reale domanda dei mercati mondiali, evitare aumenti ulteriori del consumo a spese dei risparmi allo scopo di agevolare una crescita sostenibile mediante l’innovazione.

Charles P. Kindleberger, nella sua opera del 1984, A Financial Hystory of Western Europe ha sostenuto la tesi secondo la quale tutte le unioni monetarie (di successo) sono state il prodotto di un’operazione di unione politica.

Così è effettivamente stato nel caso tedesco, con la Prussia che ha guidato alla formazione della Germania.

Così è effettivamente stato nel caso italiano, con il Piemonte che ha guidato alla formazione dell’Italia.

In realtà, in Europa però un’area monetaria comune non rappresenta affatto una novità in assenza di uno spazio politico unito.

A seguito della rivoluzione commerciale del XIII secolo gli scambi europei si realizzavano tramite due monete dalle stesse caratteristiche, vale a dire il Ducato di Venezia e il Fiorino di Firenze.

Entrambe le monete per il 97,9 per cento del loro contenuto possedevano oro a 23 carati e mezzo.

Ed anche quando nel XVII secolo è stato introdotto il biglietto di banca, in tutta Europa circolavano ancora monete d’oro e d’argento le quali, benché con nomi differenti, erano accettate dovunque in maniera confacente al loro contenuto e al prezzo dei metalli.

In questo modo, i metalli preziosi fungevano da denaro tra diverse Nazioni nel medesimo tempo.

E lo facevano perché optati attraverso un processo di cooperazione tra individui affrancato da interferenze politiche.

Di conseguenza, possiamo affermare che se equipariamo il denaro ad un mero mezzo legale di pagamento, allora abbiamo senz’altro bisogno di uno spazio politico il più possibile unito affinché l’unione monetaria concernente origini il minor numero di tensioni tra i Paesi membri.

Se, invece, consideriamo il denaro per quello che in verità è, un prodotto non programmato dell’interazione sociale e dunque qualcosa in più e di diverso rispetto ad un mero mezzo legale di pagamento, allora non vi è alcun bisogno di creare uno spazio politico omogeneo per avere un’unione monetaria che si stabilisca pacificamente tra i Paesi membri.

Tuttavia, una scelta del primo tipo non ci deve condurre nell’errore di pensare che ciò ci terrà al riparo dalla generazione di nuove e periodiche crisi economiche.

E’ ritenere il corso legale come attributo necessario e generale sul denaro il cuore del problema in quanto sostenere ciò significa attivare delle interferenze politiche sulla produzione e gestione del denaro.

Le regolamentazioni bancarie da sole se rispettate e costruite sul buon senso possono attenuare, ma certamente non possono eliminare il cuore del problema.

Fino a quando il denaro sarà comunemente considerato un bene pubblico da produrre e da gestire su basi politiche, unioni o meno, avremo sempre a che fare con più o meno grandi tragedie collettive.

I metalli preziosi sono stati portati avanti dal mercato per assurgere alla funzione di denaro perché questi facilitavano enormemente la razionalizzazione del calcolo economico, essendo il rapporto di scambio fra i metalli preziosi e altre merci condizionato a fluttuazioni minori di quello esistente fra molti altri prodotti.

L’inelasticità della loro offerta li rendeva, quindi, particolarmente ed impersonalmente adatti a fungere da riferimento del valore.

Tuttavia, in questa sede non si vuole di certo sponsorizzare il ritorno alle transazioni commerciali per mezzo esclusivamente di monete composte da metalli preziosi.

Diversamente, si chiede soltanto che il denaro torni ad essere veramente denaro, e per far questo occorre abbattere tutti gli ostacoli al libero commercio delle valute e al libero esercizio dell’attività bancaria.

Cioè abbattere la teoria attualmente imperante nel nostro quotidiano che il corso legale sia un postulato necessario e generale del denaro e con essa, pertanto, le incorporate interferenze politiche.

Così facendo, tenere in circolazione monete che servono gli esclusivi interessi dei governanti e di quei gruppi privati ad essi contigui diventerebbe praticamente impossibile, giacché il mercato provvederebbe nel giro di non molto tempo alla loro rimozione.

Ed in tal senso e solo in tal senso, la sostituzione della moneta metallica con quella assimilata in un semplice documento o bit può rappresentare un avanzamento omnidirezionale.

In conclusione, c’è da dire anche che non esiste un bene o un paniere di beni capaci di mantenere perfettamente costanti nel tempo e nello spazio il proprio potere d’acquisto.

Ma qui non si tratta di stabilire criteri assoluti ed immutabili, ma unicamente idonei ai nostri fini.

Infondo, nel mondo non regna la perfezione, bensì soltanto il perfettibile.