Trump, la FED ed il rischio sistemico

Il fattore decisivo per l’attuazione del piano economico Trump è la reazione della Federal Reserve. Mentre un rialzo dei tassi della FED a dicembre era una certezza, il percorso dei tassi nel 2017 influirà sul successo o il fallimento dei piani di Trump.

 

Il ruolo della Federal Reserve

La FED può scegliere di essere altamente accomodante a fronte di deficit più grandi di Trump. Di conseguenza la FED non anticiperà l’inflazione, ma attenderà fino a quando non emergerà. L’inflazione effettiva è ancora ben al di sotto dell’obiettivo della FED al 2%. Dato questo suo obiettivo, potrebbe consentire all’inflazione di superare il 2% per un po’, visti i bassi livelli di oggi.

La FED ricerca anche tassi reali negativi come una sorta di misura di stimolo. I tassi reali negativi esistono quando il tasso d’inflazione è superiore al tasso d’interesse nominale. Questa condizione può esistere ad ogni livello dei tassi nominali. Ad esempio, l’inflazione al 3% con tassi nominali al 2.5%, produce un tasso reale negativo dello 0.5%.

Analogamente, un’inflazione al 4% con tassi nominali al 3.5%, produce lo stesso un tasso reale negativo dello 0.5%. Non c’è dubbio che la FED non voglia un’inflazione al 3.5%. Tuttavia possono raggiungere tassi reali negativi a qualsiasi livello utilizzando la repressione finanziaria per mettere un tetto ai tassi d’interesse nominali.

Ciò può essere fatto costringendo le banche a comprare buoni del Tesoro anche se il bilancio della FED è in restringimento. Una sorta di “QE ombra” utilizzando i bilanci delle banche commerciali in cui parcheggiare obbligazioni piuttosto che nel bilancio della FED.

Questo tipo di accomodamento nei confronti di deficit più elevati è anche definito “posizione fiscale dominante”, un’idea abbozzata dall’ex-governatore della FED, Rick Mishkin, e dai suoi colleghi nella gilda accademica. L’idea è che l’indipendenza della FED sia perlopiù un miraggio e la FED farà ciò che è necessario per facilitare i desideri fiscali del Congresso nonostante eventuali proteste.

In base a suddetta posizione fiscale dominante, è tollerata per un periodo di tempo prolungato una bassa inflazione. Eroderà gradualmente il valore reale del dollaro e del debito del Tesoro USA. È così che gli Stati Uniti hanno ridotto il loro rapporto debito/PIL dal 1946 al 1970.

Il problema con questo approccio è che l’inflazione non è puramente un fenomeno monetario, ma è anche un fenomeno comportamentale. La stampa monetaria da sola non produce inflazione. La stampa monetaria dev’essere combinata con la volontà degli individui di accendere prestiti, spendere ed investire.

Tale volontà è in gran parte psicologica. Tuttavia, una volta che le aspettative si spostano da scenari deflazionistici a scenari inflazionistici, sono difficili da spostare di nuovo. Ciò potrebbe portare ad una situazione in cui le aspettative d’inflazione si spostano dall’1% al 3%, ma poi si spostano velocemente al 5% o più su.

La FED prevede si ababssare le aspettative d’inflazione dal 3% al 2%. Ma ciò può essere un pio desiderio. Qualsiasi tentativo di aumentare i tassi per contrastare aspettative d’inflazione più elevate, può avere l’effetto opposto a quello desiderato, poiché i consumatori considererebbero i tassi più elevati come una convalida che l’inflazione sta andando fuori controllo.

Questo è esattamente quello che è successo nel 1974-1981. La FED si posizionò al di sotto la curva e vi rimase fino a quando il presidente della FED, Paul Volcker, non mise in atto misure estreme nel 1980-81.

In alternativa, la FED potrebbe decidere di di aumentare aggressivamente i tassi nel 2017. Questa linea di politica si baserebbe sulla lettura di Janet Yellen della curva di Phillips e sull’idea largamente accettata che la politica monetaria agisce con un certo ritardo.

Con una disoccupazione ai minimi post-recessione e la domanda per i sussidi di disoccupazione ai minimi storici, l’analisi della Yellen conclude che le pressioni inflazionistiche, provenienti da richieste di salari più alti, sono solo una questione di tempo. Dal momento che la politica monetaria ristretta funziona con un range di ritardo che va dai sei ai dodici mesi, è importante aumentare i tassi ora per stare al passo con l’inflazione.

Indipendentemente dallo stato del mercato del lavoro di oggi, la FED sta cercando disperatamente di alzare i tassi il più possibile. Ciò dovrebbe consentire di avere un po’ di polvere da sparo asciutta per tagli dei tassi durante la prossima recessione.

Per ammissione stessa della FED, l’euforia nel mercato azionario dopo l’elezione di Trump è contata come un allentamento delle condizioni finanziarie. Tale allentamento ha rappresentato la copertura perfetta per un restringimento monetario. La FED porterà avanti un delicato equilibrio tra allentamento (dalle azioni) e posizione monetaria ristretta (dai tassi) che gli permetterà di raggiungere il suo obiettivo di normalizzazione dei tassi senza trascinare l’economia in recessione.

L’ultima mina vagante in questo mix è il dollaro. Un ciclo di restringimento monetario da parte della FED rafforzerà il dollaro. Questo è un esito deflazionistico, perché gli Stati Uniti sono importatori netti e un dollaro più forte rende le merci importate più convenienti per i consumatori degli Stati Uniti.

La combinazione di un dollaro più forte, deflazione importata e tassi più alti in un’economia già debole, potrebbe far precipitare gli Stati Uniti in recessione.

E alcune parole bisogna spenderle per il peggior risultato economico possibile: la stagflazione. Questa è la combinazione infelice tra una maggiore inflazione ed una bassa crescita reale o di una recessione.

I grandi piani di spesa di Trump potrebbero produrre l’inflazione, mentre il rialzo dei tassi della Yellen producono una recessione. Una situazione del genere la ritroviamo negli Stati Uniti dal 1976 al 1981.

 

Rischio sistemico

Tra i rischi macroeconomici, il rischio sistemico è il più pericoloso. Potrebbe giocare un ruolo importante e inaspettato nei piani economici di Trump. Le banche troppo grandi per fallire sono più grandi che mai, hanno una percentuale maggiore di asset totali del sistema bancario e hanno molti più derivati nei loro bilanci.

Nei sistemi dinamici complessi, come i mercati dei capitali, il rischio è una funzione esponenziale della scala del sistema. Ciò significa che la dimensione più ampia del sistema implica una futura crisi di liquidità ed un panico globale di gran lunga più grande della Panico del 2008.

La capacità delle banche centrali di far fronte ad una nuova crisi di liquidità è fortemente limitata dai tassi d’interesse bassi e dai bilanci gonfiati, che non sono stati normalizzati dopo l’ultima crisi. Nel prossimo panico, che potrebbe arrivare in qualsiasi momento, le banche centrali dovranno rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale per fornire la liquidità necessaria.

Tale liquidità assumerà la forma d migliaia di miliardi di diritti speciali di prelievo, DSP (moneta mondiale). Queste emissioni d’emergenza di DSP saranno altamente inflazionistiche, e porranno fine al ruolo del dollaro come valuta di riserva globale.

Ci sono molti potenziali catalizzatori che potrebbero innescare una crisi del genere, tra cui Deutsche Bank, mancate consegne d’oro, crisi del debito denominato in dollari nei mercati emergenti, un disastro naturale, ecc. Il catalizzatore per un tale panico è irrilevante — ciò che conta è l’instabilità del sistema nel suo complesso.

Quando il catalizzatore viene innescato e s’avvia il panico, dinamiche impersonali assumono una vita propria. Queste dinamiche sono indifferenti all’ideologia politica o all’ordine del giorno dei politici.

L’amministrazione Trump potrebbe essere rapidamente travolta da una crisi di liquidità globale, come l’amministrazione Bush nel 2007-08. In tal caso, le élite globali che operano attraverso il FMI, la BRI ed il G20 detteranno le presunte soluzioni dal momento che controllano le leve delle liquidità, in particolare i DSP.

Trump potrebbe appoggiare la soluzione delle élite, cosa che comporterebbe la cooperazione con la Cina, o potrebbe combattere le élite, nel qual caso assisteremo ad una nuova Grande Depressione.

Prendendo in considerazione queste cose, l’inflazione potrebbe dominare rapidamente in caso di deficit statali e accomodamento della FED. Al contrario, la deflazione dominerebbe in caso di fattori fondamentali come un dollaro forte, una riduzione della leva finanziaria, la demografia e la tecnologia insieme ad una politica ristretta prematura della FED.

Dietro le quinte c’è una crisi sistemica, che potrebbe tradursi in inflazione (a causa della massiccia emissione di DSP) o deflazione (a causa della mancanza di una risposta globale coordinata).

Saluti,

L'articolo originale: https://dailyreckoning.com/trump-the-fed-systemic-risk/