Mises e Hayek: un’unica visione dell’azione umana e della conoscenza

L’essere umano non è soltanto homo sapiens, ma anche homo agens.

Tuttavia, gli esseri umani che per difetti di nascita o acquisiti sono inevitabilmente inadatti all’azione nel senso stretto del termine, non possono essere considerati homo agens.

Anche il neonato non è un homo agens, perché non ha ancora percorso l’intera via della concezione al totale sviluppo delle sue qualità umane; solo alla fine della sua evoluzione diviene un uomo agente.

Scopo ultimo di ogni azione dell’uomo agente è sempre la soddisfazione di un suo desiderio e non sussiste misura di maggiore o minore soddisfazione all’infuori dei giudizi individuali di valore, differenti da persona a persona e da tempo a tempo per la stessa persona.

La prasseologia ci dice che qualunque azione dell’uomo agente è mossa dalla volontà di ottenere uno stato di cose più soddisfacente rispetto ad uno che lo è meno.

Tuttavia, la prasseologia non tratta dei moventi o dei fini ultimi ma si occupa dell’azione dell’uomo agente sotto l’ottica dei mezzi applicati all’ottenimento di un fine cercato.

In tal senso, l’azione dell’uomo agente, anche quella partorita da un impulso decisamente emotivo, non può che essere qualificata come sempre razionale, poiché i mezzi che l’uomo agente sceglie per la loro soddisfazione sono sempre determinati da una considerazione di spesa e risultato.

Ciò, ovviamente, non esclude che le azioni dell’uomo agente possano fallire nel raggiungere l’obiettivo prefissato e quando questo accade, è perché la percezione soggettiva della realtà non è sufficientemente in linea con la dimensione oggettiva della stessa.

Il contrario dell’azione dell’uomo agente non è allora l’azione irrazionale, bensì la reazione a stimoli degli organi e degli istinti corporali controllabili dalla volizione.

Asserito quanto, le regole che governano l’azione dell’uomo agente nel mondo fisico e sociale non sono pienamente esplicitabili attraverso una teoria.

Accanto ad una conoscenza cosciente, codificata ed esprimibile con flussi comunicativi strutturati, esiste quindi una cosiddetta conoscenza tacita, situata a livello inconscio, che è legata al contesto di riferimento, che è impossibile da formalizzare chiaramente e distintamente e che può essere acquisita solo mediante un apprendimento attraverso la pratica.

Tuttavia, la conoscenza cosciente è sempre il risultato di un’intuizione o di un atto di creazione, che altro non sono che manifestazioni di una conoscenza tacita.

Ciò significa che la conoscenza umana si sviluppa tramite un percorso che da tacito si estende progressivamente al cosciente.

In ogni caso però non tutta la conoscenza tacita riesce a divenire anche conoscenza cosciente.

In tal senso, non esiste comunque un’azione dell’uomo agente che possa definirsi irrazionale, ma ogni azione si fonda sempre su una dimensione della conoscenza tacita precedentemente interiorizzata nella mente individuale.

L’essere umano non ha iniziato ad azionare il mercato allorché è stato in grado di codificare e trasmettere con flussi comunicativi strutturati i vantaggi di questa attività.

L’essere umano ha invece iniziato ad azionare il mercato perché mosso da una conoscenza che era capace di applicare ma non in grado di spiegare sul come rimuovere quella tendenza al disequilibrio presente nella vita individuale.

Inoltre, imparare a fare mercato non è un qualcosa che possa essere trasmesso da uomo agente ad altro come un elenco di istruzioni, giacché imparare a fare qualcosa non equivale ad imparare qualcosa.

Il mercato è un fenomeno sociale sorto per via spontanea, ossia da un’interazione sociale non programmata e quello che vale per il mercato vale anche per tutti gli altri fenomeni sociali sorti alla stessa maniera.

I fenomeni sociali spontanei pertanto sono sempre il risultato di azioni umane razionali, ma queste azioni non hanno il loro punto di origine in una conoscenza cosciente, bensì in una conoscenza tacita.