Mises e Hayek: un unico paradigma dei fenomeni sociali

Certamente, per gli scopi della scienza sociale noi dobbiamo partire dall’azione individuo perché essa è la sola cosa di cui possiamo avere conoscenza diretta.

Qualsiasi forma di società è, infatti, operativa nelle azioni degli individui che mirano a fini cercati.

Tuttavia, se i fenomeni sociali non manifestassero altro ordine all’infuori di quello conferito loro da un’intenzionalità programmata, non ci sarebbe posto per alcuna approfondita ricerca teorica riguardante loro.

E’ solo nella misura in cui un certo tipo di fenomeno sociale emerge come risultato dell’azione dei singoli, ma senza essere stato da alcuni di essi pianificato, che si pone davvero il problema di una spiegazione teorica dei fenomeni sociali.

Di conseguenza, non risulta essere contraddittorio affermare che sono gli esseri umani a far funzionare la società, ma la società è un qualcosa che tende a sfuggire agli esseri umani perché (infinitamente) più complessa di loro.

Si può avere così un approccio metodologico nello studio dei fenomeni sociali che nello stesso tempo non sia olista, ma nemmeno rivolto verso un riduzionismo superficiale.

Si respinge la nozione di rappresentazione collettiva e l’idea ad essa collegata di una totalità sociale anteriore ai suoi elementi costitutivi, poiché la conoscenza che mobilita il sistema è inevitabilmente dispersa sull’insieme dei suoi elementi costitutivi e non potrebbe mai venir descritta come una conoscenza del sistema riguardo a sé stesso.

Si accetta però il fatto che può sussistere un salto di complessità dal locale al globale, in quanto data una rete di elementi le cui interazioni sono definite localmente, ne può derivare un ordine sociale globale che osservando le interazioni locali non si era in grado assolutamente di prevedere.

I fenomeni sociali (il denaro, il diritto, il linguaggio, la morale, il mercato, lo Stato, etc.), di norma, non nascono come l’esito di una volontà comune diretta alla loro costituzione.

Questa volontà comune tende più che altro a manifestarsi soltanto negli stadi progrediti dell’evoluzione della vita collettiva e provoca non già la nascita, bensì solo il perfezionamento dei fenomeni sociali sorti e sviluppatisi almeno nelle prime fasi attraverso un’interazione sociale non programmata.

Quel che, di norma, succede è semplicemente che ciascuno cercando di soddisfare un proprio bisogno senza far uso di coercizione su altri individui, finisce anche per favorire il perseguimento dei fini altrui.

Le azioni allora si intersecano e tendono a co-adattarsi il che nel tempo da origine ad un fenomeno sociale spontaneo, cioè non vincolante; spontaneo perché non rientrava nei singoli piani individuali, spontaneo perché nessuno lo aveva previamente programmato.

Non può sussistere un fenomeno sociale spontaneo senza un sistema di regole astratte.

Non possono sussistere regole astratte senza un fenomeno sociale spontaneo.

Un sistema di regole astratte pertanto non può che emergere spontaneamente.

In realtà, i fenomeni sociali spontanei si mobilitano su due livelli e tra questi livelli sussiste un rapporto di “codeterminazione ricorsiva”.

Da una parte il fenomeno concreto: date certe regole astratte, le azioni individuali si organizzano in modo coerente mediante una certa ripartizione dei diritti e delle obbligazioni ed una certa allocazione delle risorse.

Dall’altra il fenomeno astratto: le regole astratte si adattano continuamente alle circostanze ed ai fatti nuovi che scaturiscono dal fenomeno concreto.

Se il fenomeno astratto rappresenta una cornice che detta il passo al fenomeno concreto, nel lungo periodo però il fenomeno concreto finisce per retroagire sul fenomeno astratto.

Questa è la “teoria dell’evoluzione culturale”.

Tuttavia, non è affatto detto che attraverso il processo dell’evoluzione culturale vengano selezionati sempre quei comportamenti che, all’interno del fenomeno sociale spontaneo, vadano maggiormente nella direzione di soddisfare, in maniera persistente nel tempo, il criterio di maggiore utilità per tutti.

La viralità di un comportamento, infatti, può dipendere anche da altri fattori cruciali, quali il tempo che viene impiegato a trasmetterlo, gli strumenti con cui viene divulgato, le aspettative che mediante esso si riescono a suscitare.

La suddetta selezione rappresenta quindi solo un orientamento e non anche una legge immutabile della storia ed in quanto tale può in taluni momenti arrestarsi o addirittura subire un’inversione.

Al fine di sostenere quei mutamenti sociali che vadano maggiormente nella direzione di soddisfare, in maniera persistente nel tempo, il criterio di maggiore utilità per tutti, fare affidamento esclusivo sulle conseguenze spontanee può non essere sufficiente.

E’ auspicabile e talvolta necessario allora che queste conseguenze spontanee vengano accompagnate da una conoscenza cosciente da parte degli individui sui nessi di causa ed effetto che queste stesse sono in grado di generare nel tempo in modo circolare.

Impiegando la ragione, intesa come conoscenza cosciente, in maniera critica è possibile pertanto convincere gli individui e conseguentemente convogliare le loro azioni verso quella che è la dimensione più oggettiva della realtà.

In conclusione, si può affermare che:

i fenomeni sociali, di norma, sono il frutto di un’interazione sociale non programmata, poiché la ricerca di un interesse individuale ha finito col produrre anche un meccanismo di interazione collettiva che nessuno aveva previamente programmato;

se poi vogliamo che a prevalere sistematicamente, all’interno dei fenomeni sociali spontanei, siano quei comportamenti che vadano maggiormente nella direzione di soddisfare, in maniera persistente nel tempo, il criterio di maggiore utilità per tutti, dobbiamo saper comunicare e convincere gli altri della “superiore lungimiranza” di certi comportamenti piuttosto che di altri.