Mises e Hayek: un’unica critica al socialismo

Un ordine sociale prevalentemente spontaneo, ossia fondato sull’esercizio sostanziale dell’autonomia individuale, è il sistema più adatto per soddisfare, in maniera persistente nel tempo, il criterio di maggiore utilità per tutti.

Per sostenere un ordine del genere è necessario non solo riconoscere l’ignoranza e la fallibilità umana ma anche una pluralità di proprietà private di risorse ed un sistema giuridico ad essa corrispondente.

Di conseguenza, sostenere un ordine prevalentemente spontaneo significa sostenere un’economia di mercato.

Senza l’esistenza di una pluralità di proprietà private di risorse non è possibile esercitare una vera e propria libertà decisionale.

Senza l’esistenza di una pluralità di proprietà private di risorse non è possibile accendere quell’estesissimo processo che ci consente di scoprire quali beni siano scarsi o quali cose siano dei beni, quanto questi beni siano scarsi o che valore sia appropriato imputare agli stessi.

Tra la centralizzazione della proprietà in un unico agente che possiede e dirige tutte le risorse e l’impossibilità di centralizzare tutte le circostanze di tempo e di luogo dei singoli individui vi è pertanto un rapporto di “codeterminazione ricorsiva”.

Tale rapporto è la causa non tanto dell’impossibilità quanto dell’inadeguatezza di ciò che è diametralmente opposto all’economia di mercato, vale a dire un’economia pianificata centralmente, ossia il socialismo.

Inadeguatezza nel soddisfare, in maniera persistente nel tempo, il criterio di maggiore utilità per tutti.

Solo attraverso una pluralità privata di risorse, infatti, può avvenire lo scambio di proprietà.

Lo scambio di proprietà private consente successivamente di attivare quel processo di scoperta e quella calcolabilità che ci porta all’uso di maggiori capacità e conoscenze rispetto a qualsiasi altra procedura.

Di conseguenza, in assenza di una pluralità di proprietà private delle risorse non è possibile avere né uno scambio di diritti di proprietà privata né prezzi di mercato (ma soltanto tariffe fissate d’autorità) e dunque non si dispone di alcuna base per calcolare adeguatamente il valore.

Pensare poi che attraverso lo sviluppo della programmazione matematica e di computer sempre più potenti un’economia pianificata centralmente possa imitare i meccanismi e raggiungere gli stessi risultati di un’economia di mercato è e resterà sempre un’utopia.

Dimostrare, infatti, che alcune equazioni astratte hanno alcune soluzioni altrettanto astratte non significa automaticamente che queste possano essere in seguito di una qualche utilità pratica, in assenza di una pluralità di proprietà private di risorse e di scambio di diritti di proprietà privata.

In un’ottica di pianificazione centrale pertanto si possono descrivere i processi di un’economia di mercato, ma in ogni caso non si è capaci di prevederli, giacché unicamente per mezzo di una pluralità di proprietà private di risorse è possibile conoscere fatti che altrimenti nessuno conoscerebbe e/o che nessuno utilizzerebbe.

In un’economia di mercato gli arbitraggi che esprimono i prezzi assumono un significato razionale sistematicamente e sufficientemente in linea con la realtà oggettiva proprio perché ciascun soggetto può disporre della sua proprietà come vuole ma con il limite di rispettare la proprietà altrui.

Ciò non significa che in un’economia di mercato non si possano verificare episodi di cattive allocazioni delle risorse.

Ciò significa, invece, che in un’economia di mercato le cattive allocazioni delle risorse non avranno mai carattere di sottoproduzioni o sovrapproduzioni sistematiche.

Un’economia di mercato è dunque necessariamente più efficiente di un’economia pianificata centralmente ed è tanto più sana e sostenibile quanto più tutti al suo interno sono liberi di scegliere in piena autonomia decisionale i propri piani, le proprie preferenze e le proprie azioni.

Allo stesso tempo, un’economia di mercato assicura attraverso l’eliminazione dell’uso della forza e della coercizione come modalità a priori di interazione una tendenza al coordinamento dei piani individuali e quindi una tendenza all’equilibrio del mercato preso nel suo complesso.

Gli ostacoli al mercato costituiscono conseguentemente un freno all’aumento della produttività e del benessere diffuso, poiché rappresentano un’opacizzazione del sistema di trasmissione di quell’informazione che emerge da scambi effettuati secondo regole che tutelano in modo sostanziale la proprietà di ciascuno.

Da tutto ciò, non può che discendere, infine, la considerazione che il controllo politico dell’economia, qualsiasi forma esso assuma, rappresenta per definizione un errore epistemologico.