Lo stato come deve essere raccontato

Se non altro nelle prime fasi dell’evoluzione dell’umanità gli Stati sono sorti, di norma, perché alcuni capi famiglie, che vivevano l’uno accanto all’altro, senza mettersi preventivamente d’accordo ma per il semplice fatto che essi avevano imparato a conoscere sempre meglio i loro interessi individuali e cercavano di perseguirli, pervennero a realizzare un’organizzazione statale mediante l’assoggettamento dei più deboli.

In tal senso, pertanto lo Stato è un fenomeno che, di norma, si genera in maniera spontanea, in quanto è l’esito inintenzionale di un gruppo di persone che desiderose ciascuna unicamente di imporre il proprio dominio si adegua in modo non vincolante l’uno all’altro finendo per dare origine ad un’organizzazione le cui caratteristiche principali sono:

ottenere il proprio reddito da quella pratica coercitiva conosciuta come imposizione tributaria e dichiarare e solitamente conseguire un monopolio dei servizi della difesa (polizia e tribunali) in una determinata zona territoriale.

Coloro che si fanno Stato conseguentemente adoperano nei confronti dei loro assoggettati delle pratiche coercitive a priori che fanno ritenere che questo fenomeno riguardo quest’ultimi non si sia esteso in maniera spontanea.

Quest’ultima affermazione è però soltanto limitatamente veritiera.

Gli esseri umani anche quando affermano il contrario tendono però concretamente a non voler competere incessantemente.

Si potrebbe dire che la competizione sociale, giunti ad un certo punto, tende a subire un punto di rottura (ovviamente, questo punto di rottura non è situato allo stesso livello per tutti e per alcuni individui può anche non esistere) senza che vi sia bisogno a priori di intimidazione o di vera e propria violenza, purché si venga a formare una legittimazione del potere politico che vada oltre l’uso della forza.

Storicamente, questa legittimazione del potere politico che va oltre l’uso della forza è stata ricondotta o alla volontà divina o all’appartenenza alla famiglia regnante o alla volontà popolare.

La capacità degli assoggettatori di mantenere il proprio potere politico sugli assoggettati anche senza dover far sempre ricorso a priori all’uso o alla minaccia d’uso della coercizione fisica e ciò che finisce per distinguere un’organizzazione statale da un’organizzazione criminale.

Attraverso questa capacità, si può così generare tra i più forti che assoggettano ed i più deboli che vengono assoggettati un’interazione sociale non programmata.

Muovendo da questa interazione, fra gli uni e gli altri viene poi a svilupparsi una sistematica cooperazione sociale diretta a garantirsi una sicurezza biunivoca ed un’esistenza più pacifica che fa divenire anche gli assoggettati membri attivi e non solo passivi dell’organizzazione statale.

In tal modo, dentro lo Stato si viene a strutturare seguendo un percorso tendenziale:

la pretesa degli assoggettatori di agire per il progresso ed il bene di tutta la società di riferimento;

la ricerca e la lotta portata avanti dagli assoggettati di metodi di risoluzione delle controversie ed applicazioni di sanzioni secondo procedure e criteri rispettosi, almeno in linea di principio, delle caratteristiche di generalità ed imparzialità;

il principio di separazione dei poteri, in base al quale le funzioni statali legislative, esecutive e giudiziarie devono essere separate e svolgersi senza interferenze reciproche.

Tuttavia, tutto ciò non significa che lo Stato si strutturi compiutamente per il tramite di un contratto sociale.

Utilizzare l’espressione contratto per descrivere la formazione compiuta dell’organizzazione statale è assolutamente fuorviante, giacché non è presente alcun esplicito regolamento contrattuale che lega assoggettatori ed assoggettati.

Senza tale regolamento non ci è consentito affermare che le tutte parti in causa si sono mosse nell’ambito di una piena libertà contrattuale, sia formale che contenutistica.

In ogni caso, uno Stato può essere nel suo complesso un ordine prevalentemente prescrittivo o prevalentemente spontaneo a seconda se l’allocazione delle risorse che viene svolta al suo interno avviene più in maniera politica o più in maniera economica.

E qui il punto di svolta è rappresentato dall’atteggiamento nei confronti della proprietà privata dei mezzi di produzione.

In base al grado di tutela e di estensione della proprietà privata dei mezzi di produzione avremo in seguito delle conseguenze oggettive.

Un’allocazione completamente politica delle risorse significa sopprimere la proprietà privata dei mezzi di produzione e dunque delegare tutte le decisioni ad un unico centro direttivo ed estinguere il mercato.

In tal modo, viene meno il sistema dei prezzi e la possibilità di un calcolo economico razionale rispetto alla realtà.

L’economia cade nel caos e la produttività viene inibita, in quanto ci si trova dinanzi ad una situazione di completo disorientamento.

Tale situazione è dovuta al fatto che eliminando l’ecosistema dell’imprenditorialità, vale a dire quello spazio dove è consentito ad ogni azione di esplorare l’ignoto e di correggere i suoi errori, la produzione non può che avvenire alla cieca rispetto alla dimensione oggettiva della realtà.

Un’allocazione completamente economica delle risorse significa invece un regime nel quale la proprietà dei mezzi di produzione di ciascuno non trova altri ostacoli che non sia il rispetto della proprietà altrui degli stessi mezzi.

In questo contesto, i prezzi che nascono tendono a segnalare il grado di effettiva scarsità di ogni bene, poiché ciascun individuo viene coinvolto attivamente nel tentativo di rendere noti i termini del problema economico attraverso azioni individuali che si dispiegano usufruendo della piena autonomia individuale.

Sostenere questo contesto non ci deve far pensare che ciò ci condurrà in una sorta di paradiso terrestre nel quale non trovano alcun accenno la corruzione, la povertà e le diseguaglianze.

Sostenere questo contesto ci permette però di dire che la logica basata sull’autonomo coordinamento locale dei singoli agenti, possibile solo grazie all’affermazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, è infinitamente più dinamica ed efficace di quella basata sulla direzione degli affari da parte di un unico centro direttivo, possibile solo mediante la soppressione della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Lo Stato, essendo uno strumento che nasce con fondamenti politici e non solo economici, è un’organizzazione della vita in comune incapace a garantire la piena tutela ed estensione della proprietà privata dei mezzi di produzione – più lo Stato si estende meno rispetto e spazio trova la proprietà privata dei mezzi di produzione – e quindi deve essere sottoposto ad una severa limitazione delle sue pretese e dei suoi interventi se i nostri scopi sono benessere diffuso, pace e cooperazione.

Attraverso la direzione degli affari da parte dello Stato si potrebbe, infatti, anche assicurare un lavoro a vita per tutti, ma in cambio di ciò avremo l’intrusione totale del suo potere arbitrario e coercitivo nelle esistenze di tutti e dunque almeno molti di questi lavoratori non saranno altro che schiavi e si finirà per conseguire inevitabilmente l’impoverimento e l’imbarbarimento come condizioni di vita oltremodo generalizzate.

In tal senso, non solo bisogna evitare che le tutte le risorse cadano nelle mani degli assoggettatori, ma bisogna anche evitare che un regime fondato per lo più sulla proprietà privata dei mezzi di produzione possa esistere soltanto nominalmente.

Per far questo è necessario:

combattere quell’idea che pretende di identificare la moralità con lo Stato: data l’inderivabilità logica dei valori dai fatti (inderivabilità che rappresenta il fondamento della libertà della coscienza umana), lo Stato, in quanto espressione della concretezza di azioni individuali, è soltanto una proposta e non la proposta migliore di ogni altra;

combattere l’ignoranza economica: la proclamazione dei fini senza una reale conoscenza dei mezzi deve essere nettamente respinta; l’economia è un processo complesso di mobilitazione di risorse e conoscenze che richiede un’affermazione sostanziale della proprietà privata dei mezzi di produzione se si vuole tendenzialmente soddisfare il criterio di maggiore utilità per tutti.

Lo Stato quindi dovrebbe prospettare nel suo complesso un diritto ed una linea di condotta che siano ampiamente descrittive della capacità umana di auto-regolarsi e di trattenere relazioni complementari.

In altre parole, la legislazione non deve sopraffare la legge.

Il mondo reale è un mondo in preda a continui cambiamenti.

Mutamento ed incertezza sono condizioni umane immodificabili.

Numero, gusti e bisogni della popolazione, tecnologia, offerta dei fattori della produzione sono in perenne mutamento; data questa realtà, c’è necessità di un continuo adattamento della produzione al mutamento delle condizioni se vogliamo una società economicamente ben funzionante.

Un ordine prevalentemente prescrittivo tende a rifiutare l’incertezza della condizione umana e perciò prova a paralizzare la libera interazione sociale, cioè il mutamento.

Un ordine invece prevalentemente spontaneo tende a non rifiutare l’incertezza della condizione umana e perciò prova soltanto ad istituzionalizzare il mutamento.

Questo vuol dire che se compatibili con il governo della legge certi provvedimenti non li si può escludere per il solo fatto di essere stati emanati da un’autorità statale, ma per capire se questi possono essere compatibili con il governo della legge occorre sapere se si muovono nella direzione di istituzionalizzare o di paralizzare il mutamento

A tal riguardo, per muoversi nella direzione di istituzionalizzare il mutamento e non al contrario di paralizzarlo, tali provvedimenti devono ossequiare allo stesso tempo alcuni principi generali così esprimibili:

lo Stato deve preservare il mercato astenendosi dall’ostacolarne il funzionamento e proteggendolo dall’usurpazione altrui dunque il mercato può attribuire allo Stato il solo ruolo di garantire la messa in sicurezza;

lo Stato non deve tentare di controllare prezzi o quantità di determinati beni né sanzionare i successi e/o compensare i fallimenti di mercato, giacché tali tentativi deprivano la concorrenza del suo potere di stabilire una coordinazione efficace degli sforzi individuali;

poiché la libertà d’azione di ciascuno non può trovare la sua garanzia che nella sua proprietà privata dei mezzi di produzione sussiste l’obbligo per lo Stato di non trasformare l’imposizione tributaria in inflazione tributaria;

la proprietà privata dei mezzi di produzione è dunque la base del benessere del maggior numero di persone è contemporaneamente il fondamento della libertà degli individui.

In alcuni casi specifici, non si può risolvere la questione in modo conclusivo richiamandosi semplicemente a questi principi generali, ma è necessario inserire e valutare le cose all’interno delle circostanze della vita in società.

Tuttavia, bisogna in ogni caso tenere a mente che questi principi generali possono essere messi in secondo piano – il che comunque non significa estirparli – soltanto quando ciò diviene il prezzo da pagare per preservare nel lungo periodo questi stessi principi.

In conclusione, lo Stato come organizzazione che tenta di estendere il benessere e disciplinare pacificamente la convivenza tra esseri umani è in grado di svolgere adeguatamente questi ruoli fintanto che la distribuzione funzionale dei redditi nella società non viene marginalizzata o peggio eliminata da una distribuzione personale degli stessi.

Il grado di tutela e di estensione della proprietà privata dei mezzi di produzione ci mostra l’orientamento della distribuzione.