Chi ha paura del futuro?

Un’economia non può funzionare efficacemente nel lungo periodo se i prezzi relativi e dunque anche i salari non sono determinati dalle forze di libero mercato.

Il dispiegarsi dei prezzi relativi secondo le forze di libero mercato è ostacolato dalla centralizzazione dell’economia mediante eccesso di restrizioni e regolamentazioni.

Allorché il controllo statale sulla produzione tende a divenire pervasivo, serve un’offerta di mezzi di pagamento spropositata rispetto alla loro domanda per garantire la circolazione di beni e servizi.

Questa sovrabbondanza di mezzi di pagamento si definisce inflazione.

L’inflazione, a sua volta, produce però effetti deleteri.

Vero che un incremento progressivo del tasso di inflazione è in grado di incentivare la produzione o alcune produzioni e ridurre parallelamente la disoccupazione (fintanto che l’inflazione viene fatta crescere ad un ritmo capace di non far sostanzialmente prevedere i prezzi futuri), ma all’aumentare progressivo del tasso di inflazione aumentano progressivamente anche alcune conseguenze sfavorevoli.

Una di queste conseguenze è una diminuzione del potere d’acquisto che non colpisce tutti in maniera uniforme, ma la più rilevante delle conseguenze concerne i metodi di contabilità su cui poggiano tutte le decisioni del mondo delle imprese, i quali hanno bisogno di un valore della moneta tolleratamente stabile per non perdere ogni ragion d’essere.

Sommando questi motivi si può capire facilmente il perché l’inflazione possa generare strutture della produzione insostenibili e possa anche condurre al fallimento del sistema monetario.

Man mano che l’inflazione cresce nel suo ritmo, diventerà più pressante anche la richiesta di frenarla da parte degli individui i cui redditi non riescono a tenere il passo dell’aumento dei prezzi per via proprio di questa crescita progressiva.

All’inizio, le autorità continueranno a far progredire l’inflazione cercando di reprimere il più possibile i rialzi dei prezzi generati dalla stessa con ulteriori restrizioni e regolamentazioni che andranno così ad alimentare il controllo statale sulla produzione e quindi le relative inibizioni sul dispiegarsi dei prezzi relativi secondo le forze di libero mercato.

Nel momento in cui questa repressione non si dimostrerà più sufficiente come rimedio alla diminuzione non uniforme del potere d’acquisto delle persone, si procederà con interventi per arrestare o rallentare il ritmo di crescita dell’inflazione.

Ogni intervento per arrestare o rallentare il ritmo di crescita dell’inflazione provocherà recessione o depressione e conseguente disoccupazione.

Quando la disoccupazione così prodotta sarà percepita come socialmente inaccettabile, si andrà a spingere nuovamente sul pedale dell’inflazione.

Questo processo cumulativo di controllo statale sulla produzione e di inflazione più va avanti più inibisce il libero meccanismo dei prezzi e fa sì che questo venga gradualmente rimpiazzato da una gestione centralizzata di tutte le attività economiche, più va avanti più ci allontana da una distribuzione funzionale dei redditi.

La gente ha paura del libero mercato perché lo vede come sinonimo di incertezza.

Tuttavia, eliminando il libero mercato, l’incertezza non scompare, ma viene solamente ignorata allo stesso modo con cui si ignora una malattia mortale.

Ed una malattia mortale non può essere ignorata per sempre: ad un certo punto o sopraggiunge la morte oppure ci si mette in cura per tempo, ben sapendo che più si aspetta più dolorosa e/o lunga sarà la cura.

La domanda di beni e servizi si muove costantemente verso nuovi beni e servizi e più è rapido il progresso tecnologico più diviene frequente questo spostamento.

Anche se la velocità del cambiamento accrescerà necessariamente le fila delle persone temporaneamente senza lavoro alla ricerca di una nuova occupazione, non necessariamente ciò produrrà un incremento della disoccupazione nel lungo periodo, se ai tassi salariali relativi è consentito di variare in maniera corrispondente al cambiamento.

Il tutto senza ricorrere a controproducenti politiche monetarie inflazionistiche e con buona pace di Karl Marx, il quale credeva che l’avanzare della tecnologia avrebbe diminuito permanentemente ed in proporzione la presenza del lavoro umano in un’economia di libero mercato.

La fissazione di un eccesso nel numero e/o nel peso di restrizioni e regolamentazioni fa in modo che il valore scontato della produttività marginale reale del lavoratore tenda ad essere in molti casi inferiore ai costi monetari e non monetari che il datore di lavoro è costretto a sopportare.

Tutti quei lavoratori la cui produttività marginale reale del lavoro viene quantificata dal datore di lavoro come sistematicamente inferiore ai costi che egli deve reggere per tenere in vita la sua impresa, a meno che costui voglia e possa permettersi di comportarsi come un mecenate, o saranno licenziati o non saranno contrattati o ambedue le cose insieme.

Ragionamento dello stesso tipo viene svolto da un lavoratore autonomo o subordinato; se il salario che essi ricavano dalla loro attività viene quantificato come sistematicamente inferiore ai costi monetari e non monetari che sono chiamati a sopportare per portarla avanti essi o hanno accesso ad altre fonti di reddito che li aiutano a superare questi costi o hanno la possibilità e/o la volontà di ridurre questi costi portandoli ad un livello sostenibile rispetto al loro salario o smettono di lavorare.

Il suddetto eccesso rappresenta perciò la causa immediata della disoccupazione di massa che, come si è osservato in precedenza, se curata con politiche monetarie inflazionistiche alla fine determinerà una disoccupazione da causa mediata che si aggiunge alla causa immediata.

La soluzione in un’economia di libero mercato al problema della disoccupazione di massa sta nel permettere ai tassi salariali relativi di variare attraverso le diverse linee di produzione, ossia di crescere e decrescere seguendo il mutamento nella direzione della domanda di beni e servizi.

Permettere queste variazioni significa però agire su più fronti allo stesso tempo e non soltanto su un fronte ed ha come pre-requisito la sicurezza della proprietà sia su se stessi che sulle proprie cose.

In tal senso, avere un mercato del lavoro senza barriere d’entrata e di uscita è certamente condizione necessaria; ciò rappresenta un incentivo alle persone a spostarsi verso quei settori lavorativi meglio retribuiti e questo stesso spostamento tenderà contemporaneamente ad assottigliare le differenze tra i tassi salariali che sussistono tra le diverse linee di produzione.

Tuttavia, altrettanto certamente tale condizione può essere in molti casi non sufficiente.

I tassi salariali reali che risulteranno essere più bassi devono poter comunque essere in qualche modo adeguati a sostenere autonomamente il cosiddetto costo della vita, giacché nessun umano in possesso della capacità d’agire, indipendentemente dal ruolo che svolge all’interno della società, può dirsi effettivamente libero se non ha la possibilità di accedere ad un reddito congruo ad una vita perlomeno dignitosa.

Il costo della vita deve essere dunque orientato ai minimi termini nella sua parte artificiale o per meglio dire arbitraria, il che equivale ad affermare che deve esistere una tendenza a ridurre gli esborsi che i cittadini sono chiamati ad eseguire nei confronti dello Stato, sia quelli diretti (imposizione tributaria e burocratica) sia quelli indiretti (inflazione).

Sostenere tale tendenza avrà poi un duplice effetto positivo: da un lato le decisioni finali concernenti le circostanze particolari di tempo e di luogo verranno lasciate in misura senz’altro maggiore direttamente alle persone che conoscono queste circostanze; dall’altro si alimenterà un circolo virtuoso di contrazione strutturale del settore pubblico.

L’opera degli impiegati dello Stato non ha un accertabile valore di libero mercato, in quanto si trova al di fuori del suo sistema dei prezzi e non può essere pertanto gestita mediante un calcolo economico razionale rispetto alla dimensione oggettiva della realtà.

Nel settore privato, infatti, il calcolo dei profitti e delle perdite derivanti dalle vendite è sovrano, ma il settore pubblico non può essere controllato dal calcolo dei profitti e delle perdite, poiché i beni ed i servizi prodotti dal settore pubblico non sono né comprati né venduti; di conseguenza, l’assenza di un modo netto per accertare il successo o l’insuccesso crea per il settore pubblico un problema insolubile, cosicché non rimane da dire che lì dove si riesce ad affermare la volontà di sostituire lo Stato con il libero mercato ci si è mossi sicuramente verso una distribuzione funzionale dei redditi.

Infine, come ultima regola generale da seguire per promuovere una distribuzione del fattore lavoro quanto più ampia e corretta, occorre non incentivare la disoccupazione volontaria e per far ciò bisogna evitare di attuare provvedimenti che hanno un forte disincentivo sul desiderio delle persone di ricollocarsi nel mondo del lavoro.

Il giorno in cui i pericoli delle tendenze attuali riusciranno ad essere prima compresi e poi affrontati con sufficiente chiarezza, riusciremo a tirarci fuori da quella confusione in cui è caduta la nostra società contemporanea.

Confusione che sta regolarmente ledendo la base per sviluppare un benessere economico quanto più diffuso, vale a dire quella libertà d’azione di ciascuno che, a sua volta, trova fondamento nel rispetto dei singoli diritti di proprietà.