La ricetta Austriaca

Al principio di ogni anno, per un’ormai vecchia consuetudine, noi opinionisti siamo soliti offrire uno o due tipi di previsione.

La prima assume la forma di un genuino tentativo, benché in ultimo destinato al fallimento, di sollevare uno sbrindellato angolo dello spesso velo dell’ignoto che separa l’oggi dal domani.

Il secondo invece combina la futilità con il malizioso tentativo di associare il proprio nome alla previsione di un evento. Ossia quando ci si imbatte casualmente in qualcosa che, successivamente, verrà strombazzato come l’ispirata previsione di un evento ritenuto altamente improbabile.

In questo caso il trucco del falso profeta consiste nel mettersi contestualmente al riparo dal possibile imbarazzo che si accompagna al fallimento delle previsioni, presentandole come Black Swans (n.d.t. Cigni Neri ossia eventi inusuali ed imprevedibili per definizione). Si noti che questa pratica ignora eroicamente il fatto che essendo i Black Swan imprevedibili per definizione, quindi se la previsione dovesse in qualche modo cogliere il bersaglio, le penne del cigno verrebbero immediatamente, ancorché retroattivamente, imbiancate.

Forse che un simile esercizio temerario dovrebbe, magari per scherzo, essere azzardato da un gruppo di chiromanti da fiera così incapaci di prevedere che non solo la stragrande maggioranza tra loro “non ci becca mai” ma che si spinge anche a celebrare la propria collettiva incapacità con quel meta-indicatore di incompetenza detto “economic surprise index”? Probabilmente no. Ma tale giustificabile reticenza farebbe ben poco per riempire le colonne sui giornali, così questa mascherata, questa simulazione di conoscenza, nonostante tutto prosegue.

Con questo in mente , tutto quello che il vostro autore si propone qui di “prevedere” è che gli eventi, molto probabilmente, non si svolgeranno nel modo previsto dal gregge e, nonostante ciò, non mancheranno le favole preparate per spiegarci, col senno del poi, l’inevitabilità di tali sorprese.

Se i politici, compresi quelli che dirigono le banche centrali, potranno reagire in modo tale da aggravare le nostre sofferenze e ridurre le nostre gioie, lo faranno con piacere. Ciononostante le leggi basilari dell’economia non verranno violate in quanto la loro esposizione viene vergognosamente storpiata da questi “Detentori della Fiamma”.

Così, con spirito determinato ad evitare imprudenze, ciò che mi propongo di fare è esaminare, piuttosto che prevedere, i trend e le tendenze in atto negli Stati Uniti, al fine di meglio comprendere le condizioni alle quali dovremo sottostare per provare ad interpretare ciò che, qualunque cosa sia, questo imprevedibile nuovo governo deciderà di fare allorché il suo uomo avrà prestato giuramento il mese prossimo.

Lungi dall’essere poco originale, il mio disaccordo dipende dalla circostanza che questo sguardo all’indietro trae il suo valore dal fatto che troppo di ciò che è considerato saggezza comune, ed anche il dissenso da ciò, è troppo spesso sbagliato o inconsistente quando non entrambe le cose. Dopotutto nessuno può trovare la strada da prendere se non è in grado di localizzare la sua presenza su una mappa, oppure se, avendolo fatto, non sa dove si trovano il nord e il sud.

L’importanza del Capitale

Come sempre quest’analisi si colloca nell’ambito di una prospettiva di chiaramente “austriaca” ciò perché prima di immergersi nei dati di dettaglio, vale la pena di avere presente lo schema generale di ciò che questo comporta.

Dal punto di vista filosofico noi “austriaci” crediamo nell’idea che ogni e ciascun essere umano sia nella migliore condizione per conoscere le priorità e l’intensità di ciò che vuole. Riteniamo anche che il ricco ordine dell’economia emerga grazie agli sforzi di ciascuno per soddisfare i propri bisogni attraverso quella che, di solito, è una reciproca ed arricchente interazione con gli altri, a loro volta interessati a soddisfare i propri.

L’economia non deve essere pensata come l’emergere di un disegno che viene dall’alto e nemmeno come un insieme di aggregati incorporei che agisce in modo invisibile, ancorché quasi meccanico, indipendentemente dalle azioni della miriade di individui coinvolti. Affermiamo che mentre il consumo è l’obiettivo finale dell’attività economica, ciò non significa che esso sia, di per sé, la parte più significativa del processo economico. Riteniamo che una maggiore attenzione dovrebbe essere rivolta all’attività frenetica, ancorché nascosta, che si svolge dietro le quinte, invece che agli attori che incedono e si agitano vicino alle luci della ribalta ricevendo le maggiori attenzioni.

Affermando ciò tentiamo dunque di occuparci della struttura produttiva come di un tutto di cui molto è stato allegramente cancellato dalla macroeconomia ortodossa e ciò per timore della cosiddetta “doppia contabilizzazione”, un po’ come un motorista che sin quando la sua auto si mette in moto al mattino non presta alcuna attenzione a ciò che succede sotto il cofano.

Piuttosto che accontentarsi del cosiddetto “flusso circolare del reddito” assecondando la banalità dominante, noi insistiamo nella necessità di pensare il capitale, sebbene lo stesso termine capitale sia parola ormai tristemente abusata, in tutte le sue forme. Ciò perche tale termine assume significati diversi per persone diverse così come cose diverse per le stesse persone in contesti diversi.

Dobbiamo dunque essere consapevoli che ci troviamo qui di fronte ad una abbondante fonte di confusione e malintesi, anche per le menti più dotate.

Dunque il capitale, sotto molti aspetti, può essere considerato lo Schleswig-Holstein dell’economia, del cui groviglio inestricabile il diplomatico del XIX secolo Lord Palmerston (n.d.t. Henry John Temple, terzo visconte Palmerston 1784-1865, politico inglese, Segretario di Sato e Primo Ministro) ebbe a dire: “Solamente tre persone hanno realmente compreso la…faccenda, il Principe Consorte che è morto, un professore tedesco che è impazzito ed io, che ho dimenticato tutto”.

Detto ciò, nonostante tutta la sua complessità, non possiamo permetterci di trascurare la sua singolare importanza per un’economia come quella attuale, suddivisa in modo complesso, interattivo e con funzioni complementari. Non dobbiamo nemmeno dimenticare che ciò che rende qualcosa un bene capitale è spesso dipendente da qual è la funzione che lo rende tale e non meramente le sue effettive costituenti fisiche.

Una questione di interesse

Ritenendo che il valore di un bene sia soggettivamente stabilito da ciascuno di noi in quanto individuo che vuole soddisfare un bisogno, teniamo anche conto del fatto che i prezzi che si formano come espressione delle nostre preferenze allorché interagiamo gli uni con gli altri negli scambi, esprimo pacchetti della più pura informazione concepibile circa ciò che è più urgentemente richiesto sul mercato. In altri termini di ciò che è più scarso, così come di ciò che è meno urgente. Questa informazione è decisiva per stabilire quali mezzi debbano essere utilizzati per conseguire tale fine in ogni dato momento.

L’uomo che ha l’intuizione per prevedere e l’energia manageriale per organizzare le modalità in cui egli può prendere elementi di ciò che è disponibile, ma ancora inutilizzato, e poi trasformare tali elementi combinandoli tra loro, oppure semplicemente trasportandoli così come sono altrove, è verosimile che debba essere ricompensato con il profitto così ottenuto. Facendo la sua piccola parte per ridurre gli errori di priorità, grazie al perseguimento del proprio interesse, ha beneficato gli altri attorno a lui.

In quanto imprenditore il conseguimento del profitto non è segno di volgare sfruttamento, ma piuttosto la conferma che un tentativo per soddisfare un’istanza di scarsità evitabile, per riallocare risorse, riordinare la matrice produttiva, reimmaginare il modo di fare le cose al fine di ottenere un migliore e più abbondante stato di cose, di cui tutti in qualche modo godono, ha avuto successo.

Affinché i prezzi possano generare le informazioni necessarie, essi debbono essere composti dal maggior numero possibile di segnali e, per converso, dal minimo di interferenze. Ciò per timore che queste ultime possano essere confuse con le informazioni ed il vantaggioso arbitraggio del nostro imprenditore trasformato in un’accozzaglia di costosi sprechi.

Dunque noi “austriaci” aborriamo tutte le forme di manipolazione monetaria, specialmente quelle di tipo inflazionistico. Esse tendono infatti contemporaneamente ad amplificare ed a propagare gli errori iniziali in un modo che quelle di tipo opposto non fanno.

Similmente, nella piena consapevolezza dell’assioma secondo cui la produzione è un’attività che richiede tempo per dare frutto, guardiamo a tutti i tentativi volti a manipolare il prezzo del tempo, ossia il tasso di interesse, come un’ulteriore abominazione.

Il sistema bancario è una realtà che vediamo con parecchio sospetto, visto che ha largamente, quando non universalmente, rimpiazzato i capricci dei Principi come principale strumento di corruzione delle informazioni. Ciò è specialmente vero nella presente forma istituzionale caratterizzata da una concezione fondamentalmente viziata nei suoi metodi e nei suoi obiettivi e da una perniciosa fragilità delle sue strutture.

Un vero e proprio vespaio di incentivi perversi e responsabilità di cui facilmente ci si libera, sovrastato dall’arroganza dei re filosofi Platonici che governano i sostegni delle proprie banche centrali, minaccia ormai la struttura stessa dell’ordine borghese.

Detto ciò la teoria Austriaca del ciclo economico è dunque una teoria bancaria e monetaria. Le cose cominciano ad andare male quando viene creato ulteriore nuovo credito senza che vi sia del risparmio reale, ossia ex ante nel gergo degli economisti. L’atto del risparmiare non indica solamente la volontà di rinunciare a beni attuali per beni futuri, ma fa sì che i beni attuali rimangano disponibili per qualcun altro, magari per scopi diversi, e soprattutto fa sì che si formi il capitale.

Nel ragionamento “austriaco” il prezzo di un mezzo di produzione, sia esso un machete o una macchina utensile, un forno a micro onde o un microchip, deriva in ultimo dal prezzo dei beni di consumo (la cui supremazia in tal proposito è incontestabile) la cui produzione è il vero scopo dei primi.

Ciò implica che possiamo considerare i mezzi di produzione come precursori funzionali della nostra successiva soddisfazione, ponendo una particolare enfasi posta sul termine successiva. Dunque il loro prezzo non solo deve riflettere il valore dei beni di consumo che essi consentiranno di produrre, ma anche il tempo che sarà necessario per maturarne il valore finale. Si tratta di fattore grandemente amplificato allorché consideriamo che molti fattori produttivi raggiungono il culmine di tale valore in serie, ossia dopo le molte interazioni dei processi produttivi.

Dunque, essenzialmente, il rapporto tra i beni di consumo finali e l’insieme di beni e servizi che li hanno originati deve riflettere il tasso di interesse prevalente. In realtà, a nostro modo di pensare, è più di un semplice riflesso, esso costituisce effettivamente il tasso di interesse.

Vivere nel tempo preso a prestito.

Abbiate pazienza per un momento. La decisione di un potenziale cliente finale di astenersi dal consumare, non solo rende ancora disponibile il bene ma, potenzialmente, ne riduce il prezzo . Ciò evidenzia che i beni lasciati a disposizione per usi alternativi, lo sono in un modo “riproduttivo” piuttosto che esaustivo.

Chi si astiene dal consumo rinuncia ai suddetti beni ed il denaro così risparmiato rimane naturalmente a disposizione per essere preso in prestito, così che questa pronta alternativa può essere implementata.

Come abbiamo visto, il rapporto tra i prezzi del produttore e quelli del consumatore incorpora il pagamento della tediosa attesa che ha luogo durante il tempo necessario per completare il lavoro di trasformazione dall’uno all’altro. Dunque, se il desiderio di immediato consumo decresce e, di conseguenza, anche i prezzi dei beni di consumo si riducono, anche il suddetto rapporto si ridurrà. Ciò significa che, riducendosi l’insistenza per un immediato consumo, ossia cambiando la preferenza temporale dei consumatori, il tasso naturale di interesse diminuirà.

Anche in questo caso vediamo all’opera una meravigliosa coerenza, la maggiore disponibilità di capitale, ossia i risparmi, spingeranno al ribasso il tasso di interesse, ossia nella stessa direzione del tasso intrinseco alla interrelazione dei prezzi nel mondo delle risorse reali.

Questo significa che iniziative di maggiore durata potranno ora essere avviate in quanto saranno, allo stesso tempo, sia sostenibili dal punto di vista monetario (un minor tasso di interesse per un più lungo periodo di tempo, aiuta le vendite a raggiungere il break even coprendo i costi di produzione) e che saranno disponibili sufficienti fondi reali con cui finanziare il processo produttivo, se non altro retribuendo i lavoratori in esso coinvolti e ciò molto prima che il loro lavoro produca i suoi frutti.

Proprio come accade nel più familiare mondo dell’aritmetica dei titoli a reddito fisso, dove uno spostamento verso il basso dei tassi di interesse causa in parallelo la variazione più forte sui prezzi dei titoli a scadenza più lontana e con le cedole più basse (n.d.t: cioè con duration maggiore), così anche la preferenza temporale di cui sopra comporta i maggiori effetti sui beni durevoli (i quali tendono ad avere il più elevato rapporto tra prezzo di acquisizione e flusso incrementale di reddito e sono dunque paragonabili ai titoli con le cedole più basse) ed anche su quei beni che verranno impiegati nelle ultime fasi del processo produttivo e che saranno gli ultimi ad essere prelevati dagli scaffali (e sono quindi paragonabili ai titoli obbligazionari con le scadenze più lontane). Queste due tipologie di beni sono, nel loro genere, tra le più lentamente ammortizzabili.

Per giunta, l’emergere di un maggiore grado di “sazietà” rispetto ad alcuni beni di consumo, incoraggia gli imprenditori ad innovare in modo da trarne profitto, non solamente incrementando l’efficacia dell’attività già in essere, ma anche inventando nuovi prodotti da aggiungere alla gamma già a disposizione dei consumatori. In questo modo verrà compensata la diminuita intensità della domanda dei beni esistenti.

Invece, si tenta di risolvere forzatamente questo problema (il rallentamento della domanda n.d.t.) creando credito dal nulla, dunque indipendentemente da qualsivoglia cambiamento nelle preferenze temporali dei consumatori, e si riducono artificialmente i tassi di interesse, (o si evita che essi aumentino, come accadrebbe se vi fossero soggetti che si contendono ansiosamente dei risparmi reali, ossia disponibili ex ante). Inoltre i tassi artificialmente bassi incentivano l’allungamento del processo produttivo (per renderlo più “roundabout” come diciamo noi Austriaci). Da notare che tutto ciò avviene nonostante non esista affatto una maggiore quantità di risorse finanziarie accantonate e con cui lavorare durante il lungo periodo che precede la maturazione e rimborso dell’investimento.

Il pericolo sorge quando questa situazione innesca una guerra di offerte tra i produttori-imprenditori, incoraggiati dagli incentivi, per accaparrarsi manodopera e mezzi produttivi e la massa dei consumatori il cui desiderio di gratificazione resta in gran parte insoddisfatto. In questa situazione ciascuno cerca di affermare le proprie pretese sullo stesso quantitativo di risorse e nello stesso tempo.

Quando i potenziali consumatori con riluttanza si riducono dopo l’evento, forse dissuasi da un iniziale incremento dei prezzi, si parla di risparmio forzato, una ricetta per il conflitto economico, come pure segno di crescente instabilità.

Invece se i consumatori, nonostante tutto, decidono di pagare e se il loro baccano per comprare viene a turno rafforzato dai nuovi addetti, dai produttori concorrenti oppure da coloro da cui, a loro volta, essi ordinano materie prime e componenti, avrà presto inizio la classica spirale inflazionistica.

Da principio, ciò potrebbe perfino apparire come il trionfo di una visione imprenditoriale poiché l’aumento dei prezzi, precedendo l’aggiustamento dei costi, si rifletterà sui profitti.

Ad ogni modo, a meno che il ciclo espansivo del credito non si ripeta, questo dimostrerà comunque di essere una falsa resa dei conti e la redditività delle imprese scenderà, allorché sia i fornitori che i dipendenti inizieranno a reclamare maggiori entrate ormai necessarie per mantenere il loro standard di vita.

Ad un certo punto, la trazione esercitata su entrambe le estremità della struttura produttiva, inizierà a mettere alla prova le connessioni al centro. Un’accresciuta scarsità di componenti chiave, di manodopera qualificata, o semplicemente di tempo per evadere gli ordini, o ancora per eseguire la necessaria manutenzione o limitati incrementi della capacità produttiva inevitabilmente presenteranno il conto.

Si manifesterà la mancanza di coordinamento ed emergerà l’incoerenza dello schema.

Il calcolo economico sarà ampiamente ostacolato e gli orizzonti inizieranno a contrarsi. La fame di finanziamenti a breve termine con cui alimentare profitti netti decrescenti e mantenere in vita le aziende in difficoltà per il tempo di un nuovo tiro di dadi, configurerà una situazione in cui, per dirla con Hayek (F.A. von Hayek 1889-1992), “l’investimento fa aumentare la domanda di capitale”.

A questo punto la curva del rendimento, se il nuovo credito sarà insufficiente a soddisfare il più incessante degli appetiti, tenderà ad invertirsi così confermando lo status di “uccello del malaugurio” di tale fenomeno, e tutto in assenza di goffi eccessi da parte della banca centrale. Nel caso classico, ciò con cui si confrontano i decision makers è la possibilità che se il vortice inflazionario viene lasciato senza controllo inizierà ad autoalimentarsi, fino al punto in cui il denaro perderà tutto il suo valore (il classico crollo finale o fuga verso il valore reale misesiani).

Senza giungere a tale estremo, quella che inevitabilmente è diventata una voragine nella bilancia dei pagamenti, non può più essere facilmente finanziata da volenterosi finanziatori e da fornitori esteri. Infatti a questo punto essi temeranno per la sicurezza dei propri investimenti e così, l’improvvisa riduzione del flusso dei capitali, farà precipitare la crisi.

La sgradevole alternativa a queste due possibilità, consiste in un tardivo sforzo per tenere a freno gli eccessi. Sia che esso venga attuato dalle banche commerciali allarmate che dalle pesanti banche centrali sovrane, esso metterà allo scoperto le linee di rottura nascoste nella struttura e porterà con sé una valanga di fratture, verosimilmente fino al punto di un catastrofico fallimento sistemico. Fra l’altro saranno le stesse banche che tramite la revoca dei finanziamenti ed i pignoramenti amplificheranno lo stress e daranno inizio alla cosiddetta depressione secondaria.

Simple Simon Says (n.d.t. popolare gioco infantile)

In una tale e in qualche modo apocalittica situazione la normale narrativa cessa di esistere, dobbiamo tuttavia riconoscere che questo schema, per quanto convincente e coerente dal punto di vista logico, fu formulato in circostanze istituzionali molto diverse circa 100 anni orsono. Esso necessità dunque di un piccolo adattamento per poter servire come modello analitico per noi, qui nel XXI° secolo.

Prima di tutto, a quel tempo la maggior parte degli stati aveva, almeno a livello formale, qualche forma di convertibilità della propria valuta, se non in oro, almeno in alcune delle più solide valute di riserva che ufficialmente erano a loro volta convertibili in oro (Gold Exchange Standard). Inoltre i governi erano ancora relativamente “piccoli” e con molti meno beneficiari dei loro sempre più generosi sussidi, mentre i lamentosi eserciti di passacarte e “timbratori” erano solo una misera ombra delle possenti legioni odierne.

Si pensi che durante l’amministrazione di Roosevelt (F.D. Roosevelt 1882-1945) vi fu un’espansione della spesa pubblica senza precedenti che vide raddoppiata, in tempo di pace, la propria percentuale sul Prodotto Interno Lordo, ebbene nonostante ciò il peso del Leviatano era appena la metà di quello odierno.

In terzo luogo, in questo modello è insita la tacita supposizione che la maggior parte dell’indebitamento gravi sulle imprese mentre i proprietari di case siano puri e semplici risparmiatori. Oggi naturalmente, sia i mutui immobiliari che il credito al consumo esercitano una potente influenza sul sistema e ciò, nonostante la loro recente riduzione in termini di percentuale dei redditi verificatasi nel periodo post Crash.

Secondo la diagnosi “austriaca” i più pericolosi quanto meno facilmente risolvibili effetti dell’introduzione di eccessivo credito senza garanzie (troppo capitale fittizio, per usare un altamente istruttivo termine vittoriano) si verificano allorché essi ingannano i produttori alterando l’effettiva distribuzione dei capitali nel sistema. Specialmente quando essi assumono la forma di impianti, macchinari e competenze professionali altamente specializzate (oppure come diciamo “favorendo cattivi investimenti”).

Dobbiamo provare a “filtrare” dai finanziamenti quelli contratti da individui e governi al solo scopo di permettere il godimento di una maggiore quantità di beni di consumo rispetto a quanto i redditi dei primi e gli espropri dei secondi avrebbero consentito. Quest’ultima forma di credito rappresenta non tanto una fonte pervasiva di cattivi investimenti quanto piuttosto una manifestazione di “semplice” inflazione.

Certamente se mi indebito con la carta di credito per acquistare un nuovo paio di jeans, il loro produttore vedrà da principio un maggiore volume d’affari che, in ultima analisi, può sembrare sostenibile. Egli, ingannato da questo falso segnale, potrebbe assumere troppi addetti alla cucitura, acquistare troppa stoffa o perfino installare nuovi macchinari nella sua azienda.

Tuttavia ogni eventuale insuccesso sarà concentrato come sempre nella parte più breve così come generalmente su quella più intercambiabile di quella grande multisettoriale linea di montaggio avvolta e riavvolta su se stessa che costituisce l’economia moderna.

In teoria l’insuccesso dovrebbe essere limitato nella sua capacità di trasmettere le sofferenze troppo ampiamente lungo la catena. La liquidazione delle attività, le ristrutturazioni ed il successivo reimpiego delle risorse umane e materiali impiegate dall’impresa fallita dovrebbero di conseguenza essere molto meno problematiche. Fortunatamente vi è spesso meno capitale immobilizzato (e meno capitale operativo specifico) coinvolto sia nelle aziende stesse che nel minor numero di intermediari connessi e il cui compito consiste nell’assicurare che i beni dei contendenti avanzino lungo la linea.

Trattandosi di beni di consumo, la maggiore quantità disponibile ad un prezzo relativamente inferiore può anche stimolare un’attività di compensazione a monte della catena produttiva mentre il tasso di interesse naturale scende a causa dell’altrimenti sfortunato surplus aprendo la strada a nuovi investimenti sia in campi nuovi sia semplicemente allo scopo di ridurre il costo di produzione per adattarsi alla nuova realtà (della domanda n.d.t.).

Detto ciò è innegabile che questa inflazione “semplice” potrebbe anche esercitare un’influenza più maligna se dovesse colpire un grande produttore di beni durevoli di consumo, ossia di quel “servizio di ricovero continuo” che chiamiamo comunemente casa. Ciò è dovuto al fatto che lo stesso mucchio di mattoni e malta spesso non è solamente una casa in cui vivere, ma bensì il mezzo più facilmente accessibile e facilmente comprensibile a disposizione dell’uomo comune che, grazie ad esso, può essere coinvolto in una continua rivalutazione del capitale, soggetta ad una sorta di effetto leva finanziario, incentivante la speculazione. Si tratta di possibilità che altri mercati riservano esclusivamente a soggetti residenti alle isole Cayman ed ai possessori di un conto alla Goldman, Sachs.

In quanto speculazione essa non solamente attira vari tipi di attività secondarie il cui compito consiste nel rifinire ed arredare i muri nudi delle nuove abitazioni, ma con la possibilità di dare in garanzia gli immobili spendendo i guadagni derivanti dall’aumento del capitale nozionale (n.d.t. dunque fittizio), molto prima che questi siano effettivamente realizzati, va ad alimentare il turbine inflazionistico. Intanto la completa dimensione del coinvolgimento si verifica quando si arriva a pensare che qualsiasi lotto di terreno da 100 mq. edificabile contenga una Sutter’s Mill (n.d.t. segheria situata in California dove nel 1848 furono rinvenute le prime pepite che avviarono la corsa all’oro).

Questa situazione può facilmente sconvolgere le intrinsecamente instabili finanze del nostro sistema di Banche commerciali basate sulla riserva frazionaria, incestuosamente finanziate all’ingrosso e scarsamente capitalizzate. Come abbiamo visto, con questa nuova svolta, questa storiella familiare conosce la sua ultima eroica ripetizione. Questa febbre può anche essere abbastanza contagiosa da porre termine anche alle più prestigiose tra le pseudo sofisticate e quotate Banche di Investimento, che sono state trascinate nell’abisso quando hanno permesso ai loro intelligenti gruppi interni di Dottor Faust di tenersi di gran lunga troppo rischio sottostante allorché affettavano e spezzettavano i prestiti riducendoli in complessi pacchetti di titoli.

Naturalmente i pericoli intrinseci si sono grandemente amplificati quando le nostre strapotenti banche centrali non hanno permesso che la prodigiosa forza fisica del nostre classi imprenditoriali apportasse una benefica riduzione dei prezzi finali, etichettando erroneamente tale segno di abbondanza creativa come il risveglio dello spirito malvagio della deflazione. Ciò non solo deruba i lavoratori, come recita l’indimenticabile frase di Dennis Robertson (n.d.t. Dennis Robertson 1890-1963 economista inglese) “negando loro un meritato incremento dei salari reali”, ma li induce spesso a compensare la percepita riduzione del credito.

Se un soggetto si indebita quotidianamente per fare la spesa in modo eccessivo, è probabile che la banca centrale reagisca prima che la cosa scappi di mano. Però se questo sceglie di avvalersi della “property card” come sistema per mettersi in pari, la loro prevalente e cieca ortodossia di mirare all’Indice dei Prezzi al Consumo condanna i nostri presunti guardiani monetari ad un ostinato rifiuto nel riconoscere che la rapida crescita dei prezzi immobiliari è semplicemente una deviazione verso un molto più pericoloso ambiente di quella stessa inflazione causata direttamente dal loro non necessario intervento.

Tenere gli occhi aperti

Quando analizziamo i dati che ci stanno di fronte dobbiamo sempre tenere presente che è difficile separarli dettagliatamente e che è impossibile costringerli in un modello o in un algoritmo. Soprattutto durante i momenti di ripresa dobbiamo cercare i segnali di un eccesso di prestiti e poi l’evidenza di sacche di investimento anormalmente elevate mentre, al contrario, nei momenti di recessione occorre ricercare istanze di ripudio del debito e rimborsi di emergenza, fenomeni che possono caratterizzare un livello di investimenti abnormemente basso.

Redditi, profitti e flussi di cassa sono dunque importanti, ma attività, passività e bilanci lo sono altrettanto.

Le valutazioni assegnate ai mercati dei titoli possono dirci molto sulle fasi di crescita e di rallentamento della crescita in quanto essa può essere alimentata o dalla volontà dei prestatoti commerciali, o dall’ottusa macro idiozia delle cattive favole delle banche centrali che forniscono agli acquirenti creduloni che nutrono tali speranze indotte, dei mezzi necessari per realizzare le loro illusioni autoalimentate.

Non ogni cella convettiva che si eleva sulla terra cotta dal sole si trasforma in tempesta e molte meno in tornado F5. Tuttavia quando, durante un’escursione estiva, vediamo quella prima nuvola “non più grande della mano di un uomo” è utile essere consapevoli che le condizioni metereologi sono le più favorevoli ad un pericoloso sviluppo che sta prendendo forma in alto nel cielo sopra di noi.

L'articolo originale: http://truesinews.com/the-austrian-prescription/