Cinque campioni dello Stato Totale dimenticati

La maggior parte delle persone è consapevole dell’influenza di Karl Marx (1818-1883) e dei suoi compatrioti ideologici nella costruzione del totalitarismo del XX° secolo. Esiste però un’altra scuola di pensiero, risalente agli inizi del XIX° secolo e che si protrasse nel periodo tra le due guerre. Essa pur seguendo una strada diversa per quanto concerne l’influenza dello stato nelle nostre vite, giunse grosso modo alle stesse conclusioni.

Contrapposti agli hegeliani di sinistra come Marx, questi pensatori sono conosciuti come hegeliani di destra, un movimento che rifiutando l’universalismo marxista, acclamava razza, nazione e guerra come essenze della vita. Questi pensatori rifiutavano inoltre la società mercantile ed in particolare il capitalismo.

Essi consideravano le imprese come entità senz’anima culturalmente distruttive in quanto prive di un più elevato senso che solo centralizzazione e pianificazione possono fornire.

Invece di provare a creare un mitico futuro basato su qualche fantasia circa l’uomo nuovo socialista, essi respingevano il capitalismo aggrappandosi al vecchio ordine e potere di governo: privilegi, gerarchia, nazionalismo e controllo della razza.

Il futuro che essi immaginavano somiglia al passato pre-capitalista che essi idealizzavano.

I cinque pensatori qui presentati in ordine cronologico, nella preistoria della destra alternativa, sono gli eccentrici protagonisti minori dell’evoluzione della destra anticapitalistica.

Johann Ficthe (1762-1814)

Fu il filosofo fondatore dell’idealismo tedesco. Attivo come scrittore e docente durante la generazione che precedette George Friedrich Hegel (1770-1831) e primo di una lunga serie di filosofi oscurantisti le cui idee in qualche modo ottengono una consistente applicazione politica, ossia la costruzione di uno stato forte guidato da un eroico dittatore. Fu lui, e non Hegel, che per primo propose una metanarrativa circa le onde storiche che possono essere descritte come: tesi, antitesi e sintesi.

In politica fu un grande ammiratore di Napoleone Bonaparte (1769-1821), salvo poi trovarsi in prima persona devastato dalla schiacciante vittoria della Francia sui territori Tedeschi, il che fu la ragione dei suoi “Discorsi alla Nazione Tedesca” (1808), ossia la più influente serie di conferenze sull’educazione apparsa nel mondo moderno. Egli fu il primo a delineare in modo compiuto come il nazionalismo tedesco avrebbe dovuto essere.

Il nuovo sistema educativo avrebbe dovuto essere “un sistema tedesco di educazione nazionale assolutamente nuovo”, come mai esistito in alcuna altra nazione. Il cui fine consisteva nell’educare “una nuova razza di uomini” con un metodo che doveva essere applicato “dai tedeschi per i tedeschi” inculcando “un vero amore per la patria pronto a tutto, una concezione eterna del popolo tedesco la cui sicurezza doveva essere assicurata per l’eternità”.

In tale ambito occorreva far sì che “ogni cibo, ogni articolo di abbigliamento, ecc. e, per quanto possibile, ogni utensile impiegato” fosse prodotto in Germania. In altre parole: autarchia. La Germania avrebbe dovuto aspirare ad essere “uno stato chiuso al commercio” e che rifiuta “l’idolatrica venerazione della moneta” .

La sua concezione, che sarebbe stata fatta propria dal pensiero fascista (destra hegeliana), è del tutto prevedibile: statalismo, nazionalismo, avversione alla classe mercantile e protezionismo, il tutto condito dall’inevitabile dose di misoginia (“le donne, private dei diritti civici e di cittadinanza ed anche di quelli di proprietà, dovrebbero essere completamente assoggettate all’autorità di padri e mariti”) e di antisemitismo (“attribuire diritti agli ebrei richiederebbe che fossero tutti decapitati in una notte e le loro teste sostituite con altre prive di qualsiasi idea ebraica”).

John Ruskin (1819-1900)

È ancora oggi inesplicabilmente riverito in quanto esteta, artista e campione, mentre invece odiava in modo assoluto il capitalismo commerciale, il laissez faire ed il mondo moderno. Come pensatore ebbe un’enorme influenza durante il periodo vittoriano, egli idealizzava una mitica Inghilterra del passato, in cui arte e buon gusto prevalevano sulla frenesia commerciale e sul benessere. Disse: “Ero, e mio padre prima di me, un convinto Tory della vecchia scuola”.

Nella sua visione egli era completamente concorde con il suo amico Thomas Carlyle (1795-1881) secondo il quale le forze liberate da Adam Smith (1723-1790) e dall’illuminismo scozzese in generale, avevano distrutto la sensibilità estetica di un’intera generazione e che essa doveva essere recuperata tramite l’instaurazione di un forte stato pianificatore. Il suo libro più “politico” ossia Unto This Last (Fino all’Ultimo, 1862) prendeva di mira la divisione del lavoro. Improvvisando sulla parabola dei vignaioli, egli considerava semplicemente oltraggioso che il vignaiolo decidesse di pagare in ogni caso. L’intero libro altro non è che un lungo e tedioso sermone contro i mercanti a causa della loro mancanza di lealtà, la loro obbedienza alle impersonali forze del mercato ed all’assenza di una ragione morale che giustifichi la loro esistenza. Egli disse:”il Mercante è l’uomo che non sa quando morire e non sa come vivere.”

Come altri critici dell’economia politica classica (che egli paragonava all’alchimia, all’astrologia ed alla stregoneria), egli negava che lo scambio di per sé potesse produrre qualche valore o profitto. “Solo nel lavoro può esservi profitto” dichiarò. Egli manifestò un particolare fastidio nei confronti di John Stuart Mill (1806-1873) e criticò la sua teoria su prezzi e salari, dimostrando una competenza in materia economica quasi pari a zero. Per Ruskin l’economia non era una scienza, ma una forma di estetica. Egli riassunse la sua visione dell’economia politica con le seguenti parole: “Governo e cooperazione sono in tutte le cose leggi della vita, anarchia e competizione leggi della morte”. Non meraviglia dunque che Ludwig Von Mises (1881-1973) abbia definito Ruskin “uno dei becchini della libertà, civiltà e prosperità britanniche”.

Houston Stewart Chamberlain (1855-1927)

Si tratta di una figura eccezionalmente strana nella storia della politica e delle idee. Un tedesco nato in Gran Bretagna la cui influenza trasudò in Germania per poi tornare in patria. Genero del celebre compositore Richard Wagner (1813-1883), egli divenne amico e fanatico ammiratore di Hitler, nonché il più aggressivo sostenitore di un virulento antisemitismo mai visto in Inghilterra. Egli si convinse, sin dalla giovinezza, che la Rivoluzione Industriale fosse la sorgente di ogni male politico ed economico e si costruì una visione della “vecchia dolce Inghilterra” caratterizzata da una bellissima aristocrazia, contadini parsimoniosi e laboriosi e cittadini patriottici impegnati a conservare la lingua e la razza contro le forze commerciali della modernità.

In queste condizioni, in assenza della confusione demografica causata dal capitalismo, le donne sarebbero rimaste sottomesse alla volontà dei loro padri e mariti e dedite esclusivamente a perpetuare la razza superiore.

Il suo bizzarro libro del 1899, ossia The Foundations of the Nineteenth Century divenne un bestseller in tutto il continente. Pesantemente influenzato da tipologie razziali che stavano diventando sempre più popolari, egli descrisse gli ebrei come stupidamente materialisti e sorgente del maggior male che affligge il mondo moderno. Egli sosteneva ad esempio che gli ebrei causarono la caduta di Roma, che Gesù non poteva essere ebreo in quanto tutto ciò che vi è di buono al mondo è emanazione della pura razza ariana. “Gesù era di straordinaria bellezza, alto, magro e con un nobile viso che ispirava rispetto ed amore. I suoi capelli biondi sfumavano nel color castano, le sue braccia e mani erano di nobile e squisita forma”. Fu in questo libro che egli espose la sua teoria secondo la quale vi era un complotto giudaico per spazzare via la razza ariana e popolare tutta l’Europa con una razza di meticci pseudo ebraici.

Grazie a questo libro che ebbe, nei primi dieci anni dalla pubblicazione, otto edizioni vendendo prima del 1938 ben 250 mila copie, diventò un celebre intellettuale. Ogni sua affermazione diventava così vangelo per i suoi seguaci, compresa quella secondo cui la Grande Guerra, che a suo parere era stata scatenata dagli ebrei, avrebbe lasciato l’Inghilterra “totalmente nelle mani di ebrei e americani” e dell’apparato capitalistico.

Fu durante il suo periodo di fama che egli avviò un dialogo con la potenza emergente di Hitler.

Avendo appreso che tra i suoi fan si annoveravano sia Adolf Hitler (1889-1945) che Josef Goebbles (1897-1945 Ministro della Propaganda del Reich) nel 1923 scrisse a Hitler quanto segue:

Molto rispettabile e caro Hitler…è difficilmente sorprendente che un tale uomo possa dare pace ad uno povero spirito sofferente! Specialmente quando esso si dedica al servizio della patria. La mia fede nel germanesimo non ha esitato per un istante, benché le mie speranze fossero scarse, lo confesso, voi con un colpo solo avete trasformato la condizione del mio spirito. La Germania, nell’ora del suo maggior bisogno, dava vita a Hitler, ciò prova la sua vitalità..posso ora dormire sereno…che Dio la protegga!”

Dopo l’arresto per alto tradimento di Hiltler per il fallito “putsch della Birreria”, Chamberlain mantenne il suo supporto e tenne viva la speranza. Hitler ne fu commosso e, dopo la sua liberazione dal carcere nel 1927, gli fece visita a Bayreuth accompagnato da Goebbles. Chamberlain gli assicurò che era certamente il prescelto risollevando così il suo spirito. Alfred Rosenberg (1893-1946), principale filosofo nazista era un fan anche maggiore di Chamberlain.

Morì di malattia nel 1927, senza mai venire a conoscenza del tentativo nazista di risolvere “il problema ebraico” alla cui divulgazione aveva dedicato la vita.

Giovanni Gentile (1874-1944)

Potrebbe essere la più buffa e ridicola tra le figure qui menzionate, ma, nella sua epoca, era un pezzo grosso. Aspirava ad essere il Marx del fascismo, il massimo teoreta della tradizione idealistica che aveva finalmente riunito i pezzi essenziali di un perfetto statalismo non marxista. Nel periodo tra le due guerre, i suoi lavori e quelli scritti a nome di Benito Mussolini godettero di una qualche fama in America. Infatti durante gli anni ’20 le opere di Mussolini venivano frequentemente pubblicate in America.

Il più familiare ai lettori americani fu il libro di Gentile che Harcourt, Brace and Co. pubblicò nel 1922, ossia La Riforma dell’Istruzione. Esso contiene il solito appello per l’istruzione obbligatoria militarizzata e nazionalista, radicata in una visione eroica dell’impresa per costruire una nazione. Per la maggior parte in libro consiste in chiacchiere pseudo erudite insopportabilmente pesanti, ma esso contiene pure la sua teoria dello stato che dovrebbe servire ad animare il materiale educativo:

In nessun caso una nazione può preesistere alla forma del suo Stato… uno Stato è sempre il futuro. È lo Stato che proprio oggi dobbiamo costruire, o piuttosto in questo stesso istante, e ciò unitamente a tutti i nostri futuri sforzi finalizzati a quell’ideale politico che si proietta innanzi a noi, non solamente nella luce di un bellissimo pensiero, ma come un irresistibile desiderio della nostra personalità. La nazione è dunque così intimamente pertinente ed originaria nel nostro essere come lo Stato, che considerato come espressione della Volontà Generale, è tutt’uno con il nostro vero carattere etico”.

E così via, per 250 pagine. Nonostante l’inarrestabile statalismo della sua visione, il suo amore per la pianificazione ed il potere centralizzati, gli scritti di Gentile mancano di alcune delle caratteristiche tipiche di altri lavori di questo genere. Essi sono misericordiosamente privi di razzismo, forse a causa della regione d’origine dell’autore. Gentile era siciliano, apparteneva dunque a quel popolo sin dal 1880 demonizzato dai pensatori americani in quanto disgenico (n.d.t. ossia tendente a favorire la riproduzione degli individui meno adatti).

Certamente, se è possibile così esprimersi, Gentile, tra i fascisti del suo tempo, era relativamente liberale. Criticò l’antisemitismo tedesco e trovò la morte per mano della resistenza antifascista (n.d.t. fu assassinato da membri del Gruppo di Azione Patriottica, comunista) al ritorno da una discussione per la scarcerazione di alcuni detenuti antifascisti.

Cionondimeno pubblicò, con la firma di molti intellettuali italiani, Il Manifesto degli Intellettuali Fascisti.

L’opposizione tra individuo e Stato è la tipica espressione politica di una corruzione così profonda da non poter accettare alcun più elevato principio di vita, in quanto essa informa e contiene tutti i sentimenti ed i pensieri degli individui. Il Fascismo fu dunque originariamente un movimento politico e morale. L’idea in questione è quella della patria, un ideale soggetto ad un continuo ed inesauribile processo di attualizzazione politica, sia come campo d’addestramento all’abnegazione sia come spirito di sacrificio in nome di un’idea, che dovrebbe dare a ciascuno una ragion d’essere, la libertà e tutti i diritti che gli spettano. La patria rappresenta la distinta ed unica incarnazione delle tradizioni di una civiltà che, lungi dall’essere in declino come memoria di un passato ormai morto, assume la forma di una personalità focalizzata sui fini verso cui tende. La patria è dunque una missione.

Leggendo i suoi scritti potrete capire perché il suo fascismo fu più gradito dal pubblico americano rispetto ai modelli inglese o tedesco. Esso consisteva né più né meno nella celebrazione dello Stato quale centro della vita e nella proclamazione della morte della libertà e democrazia nel vecchio mondo. In breve Gentile toccò una corda sensibile della vita politica americana, proprio grazie alla sua descrizione dell’ethos prevalente nello stesso New Deal (n.d.t. piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt fra il 1933 e il 1937).

T.S. Eliot (1888-1965)

Egli sembra un candidato poco plausibile in questa galleria di furfanti, ciò semplicemente perché questo modello di civiltà e di erudizione viene ampiamente portato ad esempio negli annali dell’antiliberalismo.

Dopo tutto egli è l’autore anglofilo, ancorché nato in America, del più celebre ed ammirato poema del XX° secolo, The Waste Land (1922) (n.d.t. La Terra Desolata). La sua impenetrabile narrativa cattura l’angoscia che nel periodo successivo alla Grande Guerra, affliggeva il mondo anglosassone, dando l’impressione che la civiltà non dovesse pentirsi solo per la guerra, ma anche per ciò che la vita era diventata nell’era del commercio di massa. Nulla più da salvare ed ogni cosa è corrotta.

C.S. Lewis (1898-1963), che considerava l’opera di Eliot semplicemente “malvagia” disse del suo poema: “nessun uomo viene fortificato contro il caos dalla lettura di The Waste Land, ma la maggior parte degli uomini ne viene piuttosto infettata”. In cosa consiste quel caos? Esso è l’oscuro desiderio di un passato da tempo defunto e la convinzione dell’irredimibilità del presente, un’attitudine che è un anatema per la classica tradizione liberale che vede speranza e meraviglia in ciò che la libertà può raggiungere. Non è una forzatura il considerare il contributo letterario di Eliot, nell’ambito dell’intero progetto letterario Modernista inglese, come condanna di tutto ciò che il capitalismo ha fatto per il mondo. In particolare per Eliot il costo è rappresentato dalla stessa integrità della cultura.

In “Notes toward the Definition of Culture”, egli prese di mira l’intera visione liberale/ hayekiana di cultura intesa come spontanea evoluzione dalla graduale emersione di norme, gusti, e maniere di un popolo libero. Per Eliot la vera cultura è l’emanazione di una elite, scelta da eccellenti istituzioni educative. Tutto nell’industrializzazione si oppone alla cultura, anche le proposte di pubblicazione. “Nel nostro tempo –dichiarò – leggiamo troppi nuovi libri…Siamo gravati non solo da troppi libri, ma anche da troppi periodici, rapporti e circolari private”.

La crescente quantità di istruzione lo indusse a manifestare le proprie simpatie per il movimento eugenetico e per la sua coerente preoccupazione circa l’aumento delle nascite nelle classi inferiori, ma ciò non dovrebbe affatto sorprenderci.

La condanna dell’aumento della popolazione reso possibile dalla prosperità è analoga all’opposizione verso il consumo di massa.

Alla fine il problema con Eliot non è lontanamente paragonabile con quelli presentati da altri scrittori appartenenti a questa linea di pensiero. In nessuna occasione egli difese il totalitarismo o alcunché di simile, benché si colga nel suo pensiero un accennata propensione all’autoritarismo.

Ma ciò che egli rappresenta è un problema sottostante, comune a questi scrittori anticapitalisti. Si tratta di una sorta di intrattabile snobismo aristocratico che alimenta un profondo sospetto contro la libertà, esso induce gli intellettuali ad immaginare che se solo la libertà venisse bloccata e sostituita da un saggio controllo sul nostro destino sociale, culturale e demografico, saremmo salvi dalla decadenza e corruzione in cui il liberalismo del XVIII° secolo ci ha piombati. I despoti non fanno che far prosperare simili convinzioni.

Il bivio

La libertà è minacciata da due estremi, la destra e la sinistra. Ciò che trovate in questa tradizione è un modello, molto diverso da quello di Marx e della sua scuola, impegnato nel criticare la società che si evolve liberamente celebrata dalla tradizione liberale di Adam Smith (1723-1790) e Frederic Bastiat (1801-1850).

La versione non marxista non si oppone a religione, nazione, famiglia e proprietà: purché tutto sia finalizzato verso l’unico scopo di fortificare la collettività.

Ciò che essi condividono è la convinzione che una società basata sui commerci e liberamente in evoluzione sia insostenibilmente corrotta in quanto essa non avrebbe in sé la capacità di auto-ordinarsi, inoltre, in tale contesto, le relazioni umane non potrebbero raggiungere un’universale armonia a causa dell’assenza di un consapevole disegno dello Stato, di potenti leader ed intellettuali.

La loro ampia influenza sulle sanguinose politiche del XX° secolo è stata stranamente dimenticata e la scuola di pensiero che essi rappresentano fu nascosta durante la Guerra Fredda, che rappresentò l’Occidente contro il Comunismo come l’unico reale conflitto politico.

L’idea di una forma di totalitarismo di destra giaceva in attesa del momento propizio per rialzare la sua brutta testa.

Sapere ciò aiuta a comprendere le nuove politiche del nostro tempo. La libertà è minacciata da due estremi, a destra ed a sinistra. L’idea di libertà rappresenta davvero una terza via, un sentiero illuminato dalla speranza in una civiltà non costruita dall’alto al basso, ma dal basso all’alto, non con la forza del potere, ma con l’associazione volontaria di persone comuni che aspirano ad una vita migliore.

L'articolo originale: https://fee.org/articles/five-forgotten-champions-of-the-total-state/