La critica nascosta di Hayek alla Teoria Generale

  1. INTRODUZIONE

Il conflitto tra John Maynard Keynes e Friedrich August Hayek è uno dei più famosi nella storia del pensiero economico contemporaneo. Il dibattito ebbe luogo tra il 1931 e il 1932, e il suo oggetto fu un libro scritto da Keynes intitolato Treatise on Money (1930). Nonostante questo dibattito sia di primaria importanza, quelli che leggono di questo dibattito per la prima volta potrebbero rimanere delusi per tre ragioni. In primo luogo, Treatise on Money è un libro non molto noto, e per di più, se lo confrontiamo con The General Theory, la sua influenza è stata scarsa. In secondo luogo, Treatise on Money è un testo oscuro, difficile da leggere. Questo portò Hayek e Keynes a fraintendersi l’uno con l’altro (infatti una delle principali questioni discusse all’interno di questo dibattito fu la definizione di risparmio e investimento). Questo fatto costituisce anche un notevole handicap per chiunque voglia studiare il dibattito. In terzo luogo, dire che ci fu un dibattito tra il 1931 e il 1932 significa esagerare quanto realmente accadde. Durante questo periodo di tempo, Hayek scrisse una revisione sistematica di Treatise on Money costituita da tre articoli (due dei quali molto analitici). In risposta, Keynes scrisse soltanto un breve articolo sostanzialmente accusando il suo rivale austriaco di una sbagliata interpretazione. Di conseguenza, sarebbe appropriato dire che ebbe luogo piuttosto uno scontro unilaterale. Nel marzo 1932 questa controversia terminò con un improvviso ritiro di Keynes, che affermava di essersi ritirato per “rimodellare e migliorare” la sua “posizione centrale” (Keynes [1932] 1995: 172). Pertanto, possiamo dire che Hayek fu il vincitore di questo primo confronto1.

Nel 1936, quattro anni dopo tale controversia, Keynes pubblicò un nuovo libro intitolato The General Theory of Employment, Interest and Money, in cui presentò una nuova elaborazione del suo modello. Questo libro divenne uno dei più influenti trattati di economia mai scritti. Per la maggior parte dei governi e degli economisti del mondo, costituì una pietra miliare sia per la teoria economica che per l’economia politica. Indubbiamente, come diretta conseguenza de The General Theory, Keynes diventò una figura immortale nell’economia.

Quando il libro The General Theory fu pubblicato nel 1936, ci si aspettava che Hayek criticasse il nuovo modello di Keynes. Ad ogni modo, sorprendentemente, Hayek decise di tacere e lasciò il suo oppositore vittorioso. Tale assenza di replica ha sempre costituito un enigma per gli storici del pensiero economico. Cosa sarebbe successo se la battaglia di idee tra Hayek e Keynes fosse stata rinnovata nel 1936? Nessuno lo sa con certezza. Ma, probabilmente, se ci fosse stato un ulteriore dibattito e Hayek fosse risultato di nuovo il vincitore, questo fatto avrebbe grandemente influenzato il successivo sviluppo della teoria economica e dell’economia politica e, probabilmente, noi tutti oggi vivremmo in una società molto diversa. Come Keynes stesso una volta disse:

le idee degli economisti e dei filosofi politici, giuste o sbagliate che siano, sono più potenti di quanto comunemente lo si ritenga. Infatti, il mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici, che credono di essere scevri da ogni influenza intellettuale, sono solitamente schiavi di qualche economista morto. (Keynes [1936] 1973: 382).

Ad ogni modo, ciò che intendiamo sostenere in questo articolo è che nel lavoro di Hayek successivo al 1936, ci sia una critica di The General Theory che in buona parte è passata inosservata. Dunque, questo articolo riprende il grande dibattito tra Hayek e Keynes esattamente nel punto in cui lo avevano apparentemente lasciato, cioè, dopo la pubblicazione di The General Theory. Questa prospettiva sul dibattito è completamente differente da quella tradizionalmente considerata. La grande maggioranza degli autori che ha studiato tale controversia ha esaminato il dibattito tra Hayek e Keynes nel 1931 e 19322, mentre noi ci siamo focalizzati sulla critica nascosta di Hayek a The General Theory.

Prima di discutere le principali critiche di Hayek a The General Theory, può essere proficuo presente una breve sintesi dell’opera.

 

  1. SINTESI DI THE GENERAL THEORY

Gli anni ’30 del Novecento sono stati caratterizzati da una profonda depressione con alti tassi di disoccupazione e un netto declino della produzione. Queste condizioni hanno portato gli economisti a riconsiderare le cause della disoccupazione e le fluttuazioni economiche. Questo è il contesto in cui Keynes presentò la sua teoria. L’idea chiave di The General Theory è che ci sia una relazione diretta positiva tra occupazione e spesa aggregata. Quindi, in accordo con Keynes, la domanda totale determina il livello di occupazione all’interno di una data economia e, di conseguenza, l’esistenza di disoccupazione indica che la domanda aggregata è insufficiente per occupare tutti i fattori produttivi. Come conseguenza, la piena occupazione è definita come una situazione in cui il livello di spesa è sufficiente per occupare ciascuno. Tenendo ciò in mente, sorge una domanda: ci sono, in un’economia capitalista, dei meccanismi per assicurare in tutti i tempi un livello adeguato e sufficiente di domanda aggregata? Per Keynes, la risposta è negativa principalmente per due ragioni. In primo luogo, Keynes sostiene che ci sia una legge psicologica che presumibilmente incoraggia gli individui a risparmiare una quota crescente del loro reddito via via che esso aumenta. Egli afferma che, in generale, una persona con un reddito alto tende a consumare una quota inferiore di esso rispetto ad una con un reddito basso. Dunque, ad un livello macroscopico, Keynes osservò che una società con un reddito reale crescente tende ad aumentare i suoi risparmi più di quanto ci si aspetterebbe proporzionalmente. In altre parole, la propensione marginale al consumo di una data società tende a ridursi, e conseguentemente il moltiplicatore degli investimenti della società sarà più basso. Di conseguenza, in questa situazione, al fine di mantenere un livello costante di spesa sarebbe necessario aumentare gli investimenti allo scopo di compensare questo declino secolare dei consumi. Ma, per Keynes, non c’è un meccanismo nel mercato capace di connettere risparmi e investimenti. In accordo con The General Theory, la ragione è che tali investimenti non dipendono dai risparmi. Al contrario, essi dipendono dalle aspettative del mercato e dalle preferenze per la liquidità dei creditori (che determinano i tassi di interesse). Quindi, per Keynes non c’è una garanzia che l’aumento secolare nella propensione al risparmio, che normalmente tende a verificarsi quando il reddito sociale aumenta, verrà compensato da qualche aumento negli investimenti correnti. Keynes conclude che il capitalismo è condannato a patire una mancanza sistematica di domanda e, conseguentemente, un problema cronico di disoccupazione.

In secondo luogo, Keynes spiega che il futuro economico è sempre incerto e ciò fa sì che gli imprenditori agiscano mossi più da un istinto animale (gli “spiriti animali”) che con un calcolo razionale. The General Theory spiega che le aspettative di mercato sono mutevoli e capricciose, così gli investimenti (e quindi la spesa aggregata e l’occupazione) saranno sempre volatili, portando il processo di mercato a soffrire continuamente forti fluttuazioni economiche.

Per questi motivi, concluse che in un sistema capitalistico non regolato, il volume della domanda di mercato sarà insufficiente e volatile, e per questa ragione, il tasso di disoccupazione tenderà allo stesso modo ad essere alto e volatile. In ogni caso, Keynes credette che il governo avrebbe potuto correggere tali mancanze del mercato attraverso il controllo della domanda aggregata. Quindi, seguendo il modello di determinazione della domanda aggregata delineato in The General Theory, Keynes raccomandò diversi provvedimenti. Per prima cosa, propose la maggior riduzione possibile dei tassi di interesse al fine di incoraggiare il più possibile investimenti privati. Come seconda misura, dal momento che la gente con i redditi superiori tende più probabilmente a risparmiare, il governo dovrebbe imporre un sistema fiscale redistributivo atto a riallocare i redditi dalla popolazione benestante a quella con una maggior propensione al consumo- ossia, quella con un reddito più basso. In questo modo, il moltiplicatore degli investimenti diventerebbe più alto. Questa è la giusitificazione di Keynes del sistema fiscale progressivo. Come terza misura, il governo dovrebbe dar luogo a degli investimenti pubblici per supplire agli investimenti privati nel caso quest’ultimi fossero insufficienti3.

Nell’ottica di Keynes, attraverso tali meccanismi il governo dovrebbe essere in grado di assicurare che il volume di spesa aggregata rimanga sempre tale da mantenere la piena occupazione.

 

  1. LA CRITICA DI HAYEK A THE GENERAL THEORY

Hayek non rispose quando Keynes pubblicò The General Theory, e lo rimpianse per sempre (Hayek 1983: 251). Ad ogni modo, nel corso del suo lavoro successivo al 1936 si incontrano molti riferimenti critici verso le idee di Keynes, sia esplici che impliciti. Sono presenti critiche a The General Theory in molte delle sue opere, incluse Monetary Nationalism and International Stability ([1937] 1971)4, “Profit, Interest and Investment” ([1939] 1975)5, The Pure Theory of Capital ([1941] 1952)6, “The Campaign against Keynesian Inflation” ([1974] 1978b), The Fatal Conceit [(1988) 1991) e molti altri articoli7. Ci sono due caratteristiche nella critica di Hayek. In primo luogo, essa si è dispiegata lungo il periodo di tempo compreso fra il 1937 e il 1988. Nonostante ciò, la coerenza della critica è considerevole. E in secondo luogo, si tratta di una critica completa poiché attacca The General Theory da molte differenti angolazioni, come i cicli economici, la teoria del capitale, la teoria dei tassi di interesse, metodologia, salari e occupazione ed economia internazionale.

Presenteremo ora alcune delle principali obiezioni di Hayek a The General Theory. Prima, evidenzieremo i quattro errori concettuali che Hayek riteneva Keynes avesse compiuto nel suo modello, e poi illustreremo le sue quattro principali critiche a The General Theory.

 

    1. I quattro errori concettuali di Keynes

Errore concettuale n. 1: La Teoria del Capitale e il ruolo del tempo

Dal punto di vista di Hayek, la maggior mancanza de La Teoria Generale è che essa non è basata su una teoria del capitale (Hayek [1941] 1952: 46-49). In accordo con Hayek, il mercato è una rete di milioni di società che si completano e coordinano l’una con l’altra nel corso del tempo e nel medesimo tempo, formando una struttura produttiva estremamente complessa. Se vogliamo comprendere come e perché tale struttura è coordinata o scoordinata, abbiamo bisogno di applicare una teoria che ci permetta di studiare il modo in cui essa funziona. Ad ogni modo, Keynes non studia questa struttura produttiva, ma la riduce al concetto di investimenti aggregati. Questo è il motivo per cui Hayek pensava che Keynes non fosse in grado di comprendere le fluttuazioni economiche e le loro cause.

In accordo con Hayek, l’assenza di una teoria del capitale significa che nel modello sviluppato in The General Theory, il tempo non è considerato una variabile rilevante. Nel mondo keynesiano, quando aumenta la domanda, appare quasi istantaneamente un aumento corrispondente nelle provviste di beni. Di conseguenza, per Keynes, la struttura produttiva non ha bisogno di un ammontare significativo di tempo per produrre i beni finali addizionali necessari per incontrare la domanda di consumo addizionale (Hayek [1941] 1952: 395-396). Dunque, The General Theory non considerò mai la possibilità di una carenza di provviste. Secondo Hayek, questo approccio è sbagliato. In accordo con lui, il tempo è una variabile centrale nella comprensione di un processo produttivo. L’ “equilibrio” dinamico di una struttura produttiva dipende da una coordinazione adeguata tra la “maturazione” di investimenti nella forma di beni finali e i servizi e il reddito generato da tali investimenti nella forma di domanda finale. Quindi, per Hayek, il maggior problema dell’economia è che i consumatori dovrebbero essere disposti ad “attendere” sufficientemente a lungo per permettere che i beni di consumo emergano nei mercati finali. Altrimenti, apparirà il fenomeno dell’inflazione, e, come verrà spiegato più avanti, questo fenomeno metterà seriamente a repentaglio la sostenibilità della struttura produttiva. Questo è il motivo per cui, per Hayek, i risparmi sono così importanti (Hayek [1939] 1975: 38-56; [1941] 1952: 334-350).

Errore concettuale n. 2: Analisi monetaria vs. analisi reale

Secondo Hayek, Keynes centra la sua analisi principalmente sull’aspetto monetario del processo di mercato, mentre trascura di analizzare il processo reale sottostante. Hayek crede che Keynes consideri il mercato esclusivamente come un insieme di flussi di moneta e, quindi, in The Geberal Theory tutto è spiegato attraverso la variazione della domanda di moneta. Per Hayek, questo approccio al problema economico rende impossibile costruire teorie utili a comprendere il processo di mercato. Infatti, nelle parole di Hayek, “non è sorprendente che Mr. Keynes trovi che la sua visione sia stata anticipata dagli autori mercantilisti e da studiosi dotati non professionisti8: occupandosi della superficie del fenomeno si è sempre fermato al primo stadio dell’approccio scientifico al nostro tema.” (Hayek [1941] 1952: 410).

Errore concettuale n. 3: L’approccio macroeconomico

Il modello di Keynes è chiaramente macroeconomico. In accordo con Hayek, invece, questo approccio è sbagliato, poiché nasconde agli economisti i meccanismi fondamentali del cambiamento all’interno del mercato. Nella sua ottica, allo scopo di comprendere il processo di mercato, gli economisti devono studiare l’economia dal punto di vista degli attori coinvolti. Di conseguenza, gli elementi rilevanti sono i prezzi e la struttura degli investimenti, e non concetti come l’investimento aggregato o il livello dei redditi. Dunque, la teoria di Keynes non sarebbe sufficiente per spiegare il processo di mercato (Hayek [1966] 1978a: 285-289; [1988] 1991: 98-100; Huerta de Soto [1982] 2004: 75-79).

Errore concettuale n. 4: Breve termine vs. lungo termine

The General Theory costituisce un modello centrato primariamente sul breve termine. Hayek criticò Keynes poiché, secondo la sua opinione, soltanto gli imprenditori hanno molto da dire nel breve termine, e gli economisti non hanno molto con cui contribuire in questo campo. Nella sua ottica, un economista ha il privilegio e il compito di analizzare gli effetti di medio e lungo termine delle politiche economiche intraprese. Per Hayek, la filosofia keynesiana secondo cui “nel lungo periodo siamo tutti morti” rappresenta la punta dell’irresponsabilità economica, e conduce a politiche che possono dare buoni risultati nel breve termine, ma possono essere estremamente pericolose nel lungo periodo. Con le parole di Hayek:

E’ allarmante vedere che dopo che abbiamo lavorato sul processo di sviluppo di un resoconto sistematico di quelle forze che nel lungo periodo determinano prezzi e produzione, siamo ora chiamati a demolirlo, per rimpiazzarlo con la filosofia miope dell’uomo d’affari innalzata al rango di scienza. Non ci è mai stato detto che “dal momento che nel lungo periodo siamo tutti morti” la politica dovrebbe essere guidata interamente da considerazioni di breve periodo? Temo che coloro che credono nel principio del “dopo di noi il diluvio” possano ottenere quanto atteso prima di quanto lo desiderino. (Hayek [1941] 1952: 410).

 

    1. Le quattro principali critiche di Hayek a The General Theory

In accordo con l’analisi di Hayek, sono quattro gli errori concettuali commessi da Keynes. Quindi, la teoria keynesiana è inficiata da questi errori iniziali. Hayek articolò numerose critiche a The General Theory nel corso della sua vita, ma merita porre l’attenzione a quattro sulle quali egli pose particolare enfasi.

Inotre, nella presente rassegna delle principali critiche di Hayek a The General Theory, metteremo in relazione le differenti critiche con i quattro errori concettuali della teoria keynesiana che abbiamo già elencato. Indicheremo questa relazione in parentesi quando opportuno.

Critica n. 1: Relazione tra occupazione e domanda aggregata

Il fondamento su cui La Teoria Generale si poggia è la presunta esistenza di una relazione diretta positiva tra domanda aggregata e occupazione. In accordo con questo, la disoccupazione verrebbe sempre risolta da una spesa aggregata crescente. Ad ogni modo, nella concezione di Hayek, tale ipotesi, che a prima vista può sembrare vera, è totalmente sbagliata, e questo è precisamente l’errore più grande di Keynes:

L’immagine convenzionale sulla quale l’intera analisi keynesiana è basata, che rappresenta la connessione della domanda finale e dell’occupazione come analoga alla relazione tra l’aspirazione sul fondo di una pipa e la sua inspirazione dall’altro lato, è quindi molto fraintesa. [Comunque] tra le due parti si trova una cisterna elastica e variabile, la grandezza della quale è determinata da un insieme di circostanze largamente trascurate nell’analisi keynesiana. (Hayek 1981)

In accordo con Hayek, ci sono tre ragioni per cui non esiste una connessione diretta tra domanda aggregata e occupazione:

la prima ragione è data dalla struttura produttiva: in un’economia moderna soltanto una parte di lavoratori sono occupati nello stadio finale della produzione, così una buona fetta delle risorse produttive (lavoro, beni strumentali…) non hanno una relazione diretta con i mercati finali. Per esempio, se pensiamo a tutte quelle società che si dedicano a produrre beni strumentali altamente specializzati, l’estrazione di materie prime o la ricerca e sviluppo, è ovvio che le politiche di domanda proposte da Keynes (che causeranno aumenti di spesa in primo luogo nei buoni mercati finali) non avranno un effetto diretto su quelle aziende che lavorano in stadi più lontani dal consumo. Di conseguenza, l’aumento dei consumi non influenzerà in maniera significativa la domanda di lavoro per quegli imprenditori (Hayek [1939] 1975: 22-24) [Errori concettuali n. 1 e n. 3].

La seconda ragione è ciò che Hayek indicava con l’espressione “effetto Ricardo”: la stabilità di una struttura produttiva richiede la stabilità di una struttura parallela di prezzi relativi. Hayek sottolineava che le politiche keynesiane di domanda possiedono la caratteristica particolare di modificare la struttura dei prezzi così da promuovere investimenti con periodi di maturazione ridotti (cioè investimenti di capitale meno impegnativi). Hayek spiega che, dopo aver applicato le politiche di domanda keynesiane, questa modificazione peculiare ha luogo nei prezzi relativi, e come risultato, molti imprenditori modificheranno le loro strategie di produzione e proveranno strategie di produzione nuove, meno impegnative (e quindi più redditizie nei termini relativi dati dalla nuova struttura di prezzi). Questo cambiamento nelle strategie di produzione risulterà in un cambiamento nella composizione della domanda di beni strumentali di quegli imprenditori, ed inoltre ridurrà l’ammontare aggregato di moneta dedicata ad acquistare elevati ordini di beni strumentali nel mercato. Quindi, Hayek rileva, molti imprenditori cesseranno di acquistare beni strumentali dai loro fornitori abituali. Come risultato, questi fornitori perderanno parte del loro mercato e molti saranno costretti a licenziare lavoratori o addirittura a porre fine all’impresa. Hayek chiamò questo fenomeno l’effetto Ricardo9. Dunque, il cambiamento nei prezzi relativi causato dalle politiche di domanda keynesiane incoraggerà un processo spontaneo di disinvestimenti e, di conseguenza, molte delle società di mercato e molti impieghi che avevano bisogno prima di produrre quei beni strumentali specializzati (che ora hanno una domanda significativamente più bassa) diventeranno superflui. Hayek conclude che le politiche di domanda proposte da Keynes porteranno ad una riduzione assoluta nel volume dell’occupazione (Hayek [1939] 1975: 8-16 e 24-37; [1941] 1952: 345-346 e 433-439; [1942] 1980b: 220-243; [1966] 1978a: 285-289) [Errori concettuali n. 1 e 3].

Infine, l’approccio macroeconomico mostra che la credenza che ci sia una relazione diretta tra spesa aggregata e occupazione è sbagliata. Hayek spiega che la disoccupazione è solitamente concentrata in certi settori, industrie e stadi della produzione (per esempio, assumiamo che la disoccupazione sia principalmente concentrata nei settori A, B, C, D e E) (Hayek [1950] 1967b: 275-276). Per le politiche di occupazione keynesiane al fine di creare nuovi impieghi in quegli specifici settori del mercato, sarebbe necessario per gli imprenditori e consumatori decidere spontaneamente di spendere il ricavo addizionale ricevuto da tali politiche keynesiane in quei settori che si trovano in crisi. Ad ogni modo, Hayek spiega che “se la spesa è distribuita tra le industrie e occupazioni in una proporzione differente rispetto a quella in cui il lavoro è distribuito, un mero incremento della spesa non aumenterà l’occupazione.” (Hayek [1950] 1967b: 272) Hayek ritiene che sia un’illusione credere che tali politiche possano risolvere il problema della disoccupazione, dal momento che i detentori della moneta addizionale spenderanno i loro soldi dove essi considereranno più appropriato e non necessariamente nelle aree in cui c’è disoccupazione (per esempio, potranno decidere di spendere il loro denaro nei settori O, P, Q, R, S e T). Invece, Hayek rimarca che è molto improbabile che gli individui scelgano di spendere il loro denaro in settori specifici che sono in crisi, poiché quei settori sono in crisi esattamente perché gli imprenditori e consumatori non intendono acquistare i prodotti offerti da quei settori ai prezzi correnti. Per esempio, nel 2008, se i consumatori americani e gli imprenditori avessero avuto più denaro da spendere, è improbabile che il grosso di quel denaro sarebbe stato speso direttamente per comprare case. Sarebbe stato speso più probabilmente in altri settori come la telefonia mobile dove non c’è disoccupazione. Comunque, Hayek ammette che se l’aumento della spesa aggregata è sufficientemente ampio, allora una parte di esso potrebe eventualmente raggiungere quei settori in crisi e temporaneamente aumentare i relativi tassi di occupazione. Nelle parole di Hayek “nonostante durante il processo di aumento dei redditi [ovvero di applicazione delle politiche keynesiane], una spesa sufficiente possa temporaneamente “traboccare” nei settori depressi in modo da curare la disoccupazione, appena l’espansione giunge alla fine la discrepanza tra la distribuzione della domanda e la distirbuzione delle forniture si mostreranno di nuovo” (Hayek [1950] 1967b: 272). Ma questo accadrebbe sempre ad un livello di alto tasso di inflazione (poiché in tale situazione ci sarebbero diversi “ammanchi di forniture” in molti settori) e, di conseguenza, questo “rimedio” contro la disoccupazione porterebbe ad un’esplosione di pericolosi processi di accelerazione dell’inflazione con due possibili esiti: o causerebbe una severa recessione inflattiva, o il governo si troverebbe ad approvare ampi controlli dei prezzi che trasformerebbero l’economia di mercato in un’economia pianificata [Errori concettuali n. 2 e n. 3]. Queste idee saranno approfondite più avanti10.

Per tutte queste ragioni, Hayek afferma che non c’è una relazione diretta tra spesa aggregata e livelli di occupazione. Questa conclusione è particolarmente importante poiché è uno sparo in mezzo agli occhi di The General Theory. Invece, in accordo con Hayek, il sistema keynesiano sarebbe costruito sopra un’illusione monetaria: “è un modo di pensare troppo ingenuo credere che, dal momento che, se tutti i lavoratori fossero occupati ai salari correnti, il reddito totale raggiungerebbe tale e tale cifra, quindi, se possiamo portare il reddito verso tale cifra, avremo anche necessariamente piena occupazione” (Hayek [1950] 1967b: 272) [Errore concettuale n. 2].

Critica n. 2: Mercato e coordinazione economica

Il dibattito tra Hayek e Keynes è un dibattito sull’esistenza o non esistenza di meccanismi di coordinazione del mercato. Se seguiamo Keynes, la moneta sarebbe una giuntura rotta della macchina capitalista che impedisce ai risparmi di diventare investimenti (Garrison 1984: 203). Dunque, secondo la sua visione, il governo dovrebbe in un modo o nell’altro indurre i detentori di denaro a spenderlo e a non metterlo da parte al fine di mantenere un livello socialmente accettabile di occupazione e investimenti. Il punto di vista di Hayek è diverso. La moneta è come una giuntura che può diventare allentata e ciò perché ci possono essere boom e recessioni (Hayek [1941] 1952: 408). Ciò nondimeno, una volta che una mancanza di coordinazione diventa evidente, Hayek spiega che il mercato ha due meccanismi per correggere tali situazioni: il sistema dei prezzi e l’imprenditorialità (Hayek [1945] 1980c; [1946] 1980d). Infatti, l’attacco della crisi prova che ci sono forze nel sistema di mercato che tendono a correggere la mancanza sottostante di coordinazione. Così, c’è una tendenza spontanea nel mercato verso una coordinazione economica (Hayek [1936] 1980a). Ad ogni modo, Hayek avverte che questo trend può venire temporaneamente bloccato se il sistema dei prezzi è distorto o l’imprenditorialità è soffocata. Tali processi non sono compresi da Keynes dal momento che la sua concezione economica prende in considerazione soltanto le grandezze aggregate mentre ignora il ruolo dei prezzi come strumenti altamente efficaci di informazione (Hayek [1936] 1980a; [1945] 1980c) [Errore concettuale n. 3].

Inoltre, contrariamente a quanto Keynes pensava, non esiste un pericolo di crescita della propensione al risparmio. In accordo con la teoria di Hayek, una società più ricca ha bisogno di più capitale per lavoratore e, di conseguenza, di un volume maggiore di risparmi. Quindi, la propensione crescente al risparmio non è un problema macroeconomico ma una condizione necessaria utile a perseguire una società più prospera. Keynes sosteneva sì che l’accumulazione del capitale costituisce il modo per perseguire una società più prospera, ma egli non teneva conto del fatto che la struttura produttiva ha bisogno di essere costantemente rinnovata e, conseguentemente, un volume crescente di risparmi diventa necessario (Hayek [1931] 1967a: 32-54; [1939] 1975: 38-63; [1944] 2009b: 154-155) [Errore concettuale n. 1].

Critica n. 3: la soluzione alla crisi economica

Keynes pensava che la disoccupazione potesse essere corretta da aumenti nella spesa aggregata. In quest’ottica, se la spesa viene sufficientemente aumentata, i lavoratori disoccupati riprenderebbero i lavori precedenti e la crisi economica verrebbe sorpassata. Hayek asserisce che questa strategia dimentica il fatto che la crisi accade esattamente perché le risorse produttive vengono allocate erroneamente durante il precedente boom economico. Quindi, ristabilire la medesima distribuzione di risorse non costituirà una soluzione, come ha dimostrato l’esplosione della crisi [Errore concettuale n. 1 e n. 3]. La soluzione alla crisi economica richiede un processo sia di liquidazione di investimenti sbagliati che di riallocazione delle risorse produttive (lavoratori, beni strumentali, etc.) (Hayek [1939] 1975: 57-60; 1980; Huerta de Soto [1998] 2002: 340-346). Con le parole di Hayek:

Se la causa reale della disoccupazione è data dal fatto che la distribuzione del lavoro non corrisponde alla distribuzione della domanda, il solo modo per creare condizioni stabili di alta occupazione che non sia dipendente da un’inflazione protratta (o controlli fisici) è giungere press’a poco ad una distribuzione del lavoro che si accordi con la maniera in cui un reddito stabile in denaro sarà speso (Hayek [1950] 1967b: 273)

L’opera di Hayek si concentrò sull’attento studio delle conseguenze delle politiche di spesa proposte in The General Theory, e raggiunse le seguenti conclusioni: in primo luogo, la creazione, la modifica e/o il mantenimento di flussi di spesa da parte del governo manterrà o perfino aumenterà il totale di risorse produttive malriposte (Hayek [1971] 2009d: 128-129). Seguendo Hayek, verranno create nuove imprese e le relative risorse produttive troveranno la loro posizione (lavoratori, beni strumentali, etc.) a ragione di tali flussi artificiali di spesa. Quando questi flussi di spesa cambiano direzione o spariscono (il che è molto probabile accada quando la spesa deriva da una decisione politica), allora molta dell’occupazione creata da tali flussi di spesa diverrà nuovamente inutile. Quindi, un’economia che si sostenga da sé può essere realizzata soltanto sulle basi di flussi di spesa che provengano dalle preferenze reali dei consumatori [Errore conettuale n. 2]. Con le parole di Hayek:

Il punto principale che intendo sottolineare è che più a lungo si protrae l’inflazione, maggiore sarà il numero di lavoratori i cui impieghi dipenderanno dal mantenimento dell’inflazione, spesso addirittura da una continua accelerazione del tasso di inflazione. Non perché non avrebbero trovato lavoro senza l’inflazione, ma perché sono stati trascinati dall’inflazione verso occupazioni temporaneamente attraenti, che dopo un abbassamento o una cessazione dell’inflazione scompariranno nuovamente. (Hayek [1974] 1978b: 204-205)

In secondo luogo, le politiche keynesiane di spesa porteranno a carenze di scorte dal momento che la produzione di beni e servizi non è mai istantanea. L’aumento repentino nel flusso di spesa nei mercati di consumo causato dalle politiche di domanda raccomandate da Keynes non corrisponderanno ad un flusso parallelo di beni strumentali e servizi, il che porterà ad un aumento nei prezzi al consumo, ossia a inflazione [Errore concettuale n. 1]. Questo, in aggiunta al processo spontaneo di disinvestimento economico (effetto Ricardo), creerà tensioni nel mercato del lavoro. Hayek ammette che pensare che i lavoratori possano soffrire nel breve termine di alcuni gradi di “illusione monetaria” è ragionevole (assunto anche da Keynes) e di conseguenza inizialmente i redditi nominali non saliranno (Hayek [1937] 1971: 52-53; [1958] 1967c: 298). Ma, nel medio termine, questa assunzione è inammissibile, poiché i sindacati inizieranno a domandare salari più alti per proteggere il loro potere d’acquisto. Dunque, gli imprenditori inizieranno ad aumentare i salari degli operai dando luogo ad un processo di rilancio competitivo (Hayek [1958] 1967c: 296). Secondo Hayek, è ingenuo pensare che se vengono realizzate le politiche di spesa keynesiane, i redditi nominali rimarranno invariati nel medio termine [Errore concettuale n. 4]. Con le parole di Hayek:

Quando Lord Keynes sbagliò, aveva la credenza ingenua che i lavoratori si lasciassero ingannare da questa [politica inflattiva che riduce i salari reali] per un certo periodo di tempo, e che il calo del potere d’acquisto dei redditi non avrebbe mai prodotto nuove domande di salari più alti che diverrebbero perfino più allettanti quando si riconoscesse che non potrebbero avere alcun effetto sull’occupazione (Hayek [1959] 1967d: 282).

In aggiunta, Hayek rileva un effetto corrotto sui sindacati derivato dalle politiche per l’occupazione difese in The General Theory che Keynes non considerava: dal momento che la filosofia keynesiana esonera i sindacati da ogni responsabilità riguardo al tasso di disoccupazione, è molto probabile che i sindacati domanderanno continuamente salari più alti per incrementare il potere d’acquisto (Hayek [1944] 2009a: 141; [1974] 1978b: 204).

Questi due effetti combinati (l’assenza di “illusione monetaria” nel medio termine e l’effetto corrotto sui sindacati) tenderanno a generare pericolose spirali salari- prezzi: le domande di salari più alti troveranno risposta nelle autorità economiche con politiche ulteriormente espansive allo scopo di sostenere deliberatamente i prezzi al consumo e compensare i datori di lavoro per i costi del lavoro aumentati. In questo scenario, i lavoratori chiederanno salari ancora più alti e le autorità economiche li concederanno ancora con maggior espansione monetaria e così via. Così, Hayek dimostra che le politiche keynesiane tendono a produrre un processo di accelerazione continua del tasso di inflazione. Conseguentemente, nel lungo periodo, giungerà un momento in cui tale processo di crescita accelerata dei prezzi diverrà socialmente insostenibile e i politici dovranno prendere una decisione (Hayek [1958] 1967c: 296-297): o controllare i prezzi per decreto e mantenere le politiche di spesa keynesiane, sopprimendo l’economia di mercato stessa e spingendo verso un’economia da “socialismo tedesco” (nella terminologia di Mises) (Hayek [1971] 2009d: 129-131); o sradicare le politiche di spesa keynesiane e rivolgersi verso una recessione inflattiva o stagflazione [Errore concettuale n. 4].11

E in terzo luogo, Hayek sostiene che le politiche keynesiane pongono un serio rischio per le relazioni economiche internazionali. Egli asserisce che l’inflazione causata dalle politiche di spesa di Keynes porteranno ad un’alta volatilità nei tassi di cambio, che diverranno pericolosi sia per il mercato che per gli investimenti internazionali. In aggiunta, Hayek sottolinea che una politica monetaria che mira a ridurre permanentemente il tasso nazionale di interesse (che è una delle principali raccomandazioni di Keynes) è compatibile soltanto con una politica semi-autarchica (Hayek [1937] 1971: 54-72). Ci sono tre argomenti a sostegno di questa tesi. Primo, se il tasso nazionale di interesse è più basso rispetto al tasso di interesse estero, ciò causerebbe una “fuga di capitali” che condurrebbe ad un profondo deprezzamento nel tasso di cambio. Ciò costringerebbe le autorità economiche ad aumentare il tasso d’interesse. Di conseguenza, al fine di mantenere la politica keynesiana di bassi tassi d’interesse, le autorità dovrebbero proibire il libero movimento dei capitali (Hayek [1937] 1971: 66-67). Secondo, se il tasso nazionale d’interesse è più basso rispetto al tasso estero e non sono permessi i movimenti di capitali, i capitalisti inizierebbero a ricorrere a regolari pratiche commerciali internazionali in modo da celare l’esportazione di capitali. Questo costringerebbe le autorità a provare a prevenire il fenomeno imponendo regolamentazioni rigide al commercio internazionale (Hayek [1937] 1971: 67). Infine, Hayek afferma che i tassi di interesse influenzano la struttura dei prezzi dei beni strumentali e quindi, ceteris paribus, i beni strumentali diventerebbero più cari nel paese con tassi d’interesse artificialmente bassi. In tale situazione, vi sarebbe una tendenza ad importare beni strumentali esteri poiché essi sarebbero più economici e a iniziare più processi produttivi con ingenti capitali. Ciò aumenterebbe la domanda di credito nel paese e “a meno che la banca centrale non voglia permettere un’espansione indefinita del credito, si sarebbe costretti (…) ad alzare il proprio tasso d’interesse, perfino se in una certa misura il flusso di capitali fosse stato efficacemente prevenuto” (Hayek [1937] 1971: 70) [Errore concettuale n. 1]. In breve, un singolo paese non può mantenere una riduzione costante del suo tasso d’interesse e partecipare al commercio internazionale; dunque, il Keynesianesimo in un singolo paese risulta compatibile soltanto con una politica di semi-autarchia.12 Ironicamente, Keynes pervenne alle medesime conclusioni alcuni anni prima:

Per la verità, la trasformazione della società, che io preferisco immaginare, può richiedere una riduzione del tasso di interesse verso un punto di fuga entro i prossimi trent’anni. Ma in un sistema in cui il tasso d’interesse trova, sotto l’azione delle normali forze finanziarie, un livello uniforme ovunque, dopo aver permesso il rischio e altre cose, ciò è improbabilissimo. Quindi per un insieme di ragioni, che non posso spiegare in questa sede, l’internazionalismo economico che abbraccia il libero movimento dei capitali e di fondi di investimento così come di merci può condannare tale paese per una generazione a giungere ad un grado molto inferiore di benessere materiale di quanto potrebbe essere raggiunto sotto un sistema diverso [poiché con l’apertura economica il tasso d’interesse non può essere mantenuto sufficientemente basso per raggiungere la piena occupazione. (…) Il punto è che (…) tutti abbiamo bisogno di essere il più possibile liberi da interferenze in qualunque scambio commerciale, al fine di realizzare i nostri esperimenti preferiti verso la costruzione di un’ideale repubblica sociale del futuro; e che un orientamento deliberato verso una maggior autosufficienza nazionale e isolamento economico renderà il nostro compito più facile, nella misura in cui essa può essere raggiunta senza un costo economico eccessivo. (Keynes [1933] 1982: 240-241).

La conclusione di Hayek è che le politiche di spesa keynesiane non siano la soluzione alla disoccupazione o alla crisi economica. Al contrario, esse costituiscono una reale minaccia alla stabilità economica (Hayek [1974] 1978b; 1980).

Critica n. 4: la validità de The General Theory: l’economia dell’abbondanza

Hayek pensava che uno dei più grandi errori de The General Theory fosse la sua completa noncuranza del concetto di scarsità (Hayek [1941] 1952: 371-376). Keynes credeva che le politiche di domanda che proponeva avrebbero ridotto la disoccupazione e non avrebbero prodotto effetti di costrizione nel mercato. In accordo con questa concezione, la creazione di occupazione non avrebbe per niente influenzato negativamente terze parti, poiché i lavoratori addizionali avrebbero contribuito ad incrementare il benessere di quella società. Questo è il motivo per cui Keynes credeva che la disoccupazione avesse un alto costo opportunità sociale. Secondo Hayek, Keynes dimentica i principi di base dell’economia: la scarsità di mezzi.

Hayek ammette che le politiche di domanda potrebbero incrementare l’occupazione (almeno temporaneamente), ma per occupare tali lavoratori precedentemente disoccupati, gli occupati avranno bisogno di (e di conseguenza di domandare) risorse addizionali come carburante, macchine, costruzioni, materie prime, lavoratori specifici che possono non essere disponibili nelle liste di disoccupazione, etc. Quindi, al fine di occupare lavoratori inattivi sarà sempre necessario domandare altre risorse complementari che possono essere scarse. Di conseguenza, l’aumento dell’occupazione portato dalle politiche di domanda keynesiane risulterà in un aumento della domanda di varie risorse scarse, i cui prezzi aumenteranno e, conseguentemente, ciò causerà il fatto che molti imprenditori dovranno affrontare aumenti inattesi nei loro costi poiché alcune società minori saranno costrette a chiudere. Quindi, le politiche di domanda tenderanno a ridurre alcuni investimenti privati. Inoltre, in questo processo il reddito di alcuni fattori di produzione aumenterà e, come conseguenza, la domanda di beni finali aumentare di più rispetto alle scorte di beni e servizi causando inflazione e l’effetto Ricardo. Per tutti questi motivi, Hayek credeva che l’argomento di Keynes fosse, in generale, falso [Errore concettuale n. 1 e n. 3].

Ad ogni modo, Hayek sottolinea che la tesi di Keynes sarebbe valida soltanto in una situazione in cui ci fossero disponibili riserve inutilizzate di ogni genere di lavoratori, ogni genere di beni strumentali e scorte di beni finiti, nonché prodotti semi-finiti di tutti i tipi. Secondo Hayek, fintanto che tale situazione si protrarrebbe, l’applicazione delle politiche di Keynes risulterebbe totalmente adeguata e non causerebbe ulteriori danni. Hayek ([1966] 1978a: 286) afferma che in tale scenario di “abbondanza di mezzi” o di “piena disoccupazione”, le politiche di domanda possono incoraggiare gli imprenditori ad assumere nuovi lavoratori e richiedere risorse aggiuntive e, data l’abbondanza di mezzi, i loro prezzi non aumenterebbero. Conseguentemente, non si formerebbero effetti di costrizione del mercato. Inoltre, l’aumento del reddito dei fattori produttivi incrementerebbe la domanda finale di beni, ma data l’esistenza di scorte disponibili, ciò non causerebbe inflazione o effetto Ricardo. Dunque, in una situazione di “piena occupazione”, potrebbe essere consigliabile e praticabile intraprendere politiche di domanda keynesiane; tuttavia, Hayek sottolinea che appena avrebbe termine tale situazione di “abbondanza”, le politiche diverrebbero nuovamente estremamente pericolose.

Ma esiste qualche situazione in cui l’economia di “piena disoccupazione” sia plausibile? Hayek affermò che essa è plausibile soltanto nella fase più profonda di una grande depressione al momento in cui il declino generale dell’attività economica può aver creato una situazione temporanea in cui ci sono lavoratori inoccupati di ogni genere, una riserva di beni strumentali di ogni genere pronti all’uso, scorte disponibili di beni finiti. Hayek sostiene che nel contesto di tale drammatica situazione, che al massimo potrebbe perdurare per pochi mesi, le politiche keynesiane non sarebbero dannose, ma perfino raccomandate. Di conseguenza, Hayek conclude che The General Theory è attualmente una “teoria particolare” che sarebbe valida esclusivamente nello stadio più profondo delle peggiori depressioni quando l’ “economia dell’abbondanza” è plausibile, ma soltanto in queste condizioni eccezionali. Con le parole di Hayek,

una situazione siffatta [di piena disoccupazione], in cui siano presenti abbondanti riserve inutilizzate di ogni genere di risorsa, inclusi tutti i prodotti intermedi, può occasionalmente prevalere nelle profondità di una depressione. Ma non si tratta di sicuro di uno stato di cose normale su cui una teoria che si propone di essere generale può basarsi. Eppure tale genere di mondo è come quello raccontato da Keynes in General Theory of Employment, Interest and Money (Hayek [1941] 1952: 373-374).

Keynes avrebbe accettato tale interpretazione dello spazio di applicazione della sua teoria? Certamente no. Ad ogni modo, come proveremo a dimostrare, dopo la pubblicazione di The General Theory, Keynes ammorbidì un po’ delle sue proposizioni concernenti l’applicabilità delle politiche di domanda. Pensiamo che tali cambiamenti implichino un (inconscio) avvicinamento alle teoria di Hayek.

Seguendo Hutchinson (1977), si potrebbe affermare che Keynes sia stato più ortodosso di quanto ritenuto normalmente riguardo l’applicabilità delle politiche di domanda. La prova sta negli articoli che egli scrisse nel 1937, un anno dopo la pubblicazione di The General Theory.

A quel tempo, il tasso di disoccupazione inglese era al 12.5% (Keynes [1937b] 1974, 75) e il governo intendeva accelerare la politica di riarmo per preparare il paese ad un’eventuale guerra con la Germania. Dal momento che il prelievo fiscale non era sufficientemente alto da raggiungere tali obiettivi, il governo dovette finanziare le spese militari del programma di riarmo chiedendo prestiti (il che significa avere un deficit di bilancio). Poiché in Gran Bretagna nel 1937 c’era un alto tasso di disoccupazione, tale sforzo di riarmo poteva essere considerato come una tipica politica di domanda keynesiana per creare occupazione.

In tale contesto, Keynes avvertiva dei rischi inflazionistici di questa politica. In questo senso, spiegava chiaramente che “siamo in maggior bisogno oggi di una domanda correttamente distirbuita rispetto a una domanda aggregata superiore; e il Tesoro sarebbe autorizzato a risparmiare ovunque per compensare il costo dell’assistenza speciale per le aree depresse [ossia il costo delle politiche di domanda nelle aree depresse]” (Keynes, [1937a] 1977, 66). Suona simile alle idee hayekiane. Come possiamo vedere, con quest’affermazione Keynes riconosceva che nel 1937 la disoccupazione inglese era concentrata in certi settori e luoghi e che la creazione di nuova occupazione aveva bisogno di una distribuzione migliore della domanda aggregata (e non di un aumento nella spesa totale). Hayek avrebbe di sicuro concordato con questa diagnosi.

Dunque, per Keynes non tutti i tassi di disoccupazione hanno le medesime implicazioni, non richiedono i medesimi rimedi. Nel 1937, Keynes si accorse della differenza tra “piena disoccupazione” e “disoccupazione fisiologica”, e suggerì politiche diverse da attuare con le due condizioni:

credo che ci stiamo avvicinando, o che abbiamo raggiunto, il punto in cui non c’è molto vantaggio nell’applicare un ulteriore stimolo generale al centro. Finché risorse in eccesso erano ampiamente diffuse tra le industrie e le località, non era molto importante in che punto della struttura economica era applicato l’incentivo ad un aumento della domanda [situazione di “piena disoccupazione”]. Ma l’evidenza mostra che – per alcune ragioni nelle quali non c’è qui spazio per entrare – la struttura economica è sfortunatamente rigida, e che (per esempio) costruire un’attività nelle Home Counties13 è meno efficace di quanto si sarebbe potuto sperare nel diminuire la disoccupazione nelle aree depresse. Ne consegue che fasi più recenti di ripresa richiedono una tecnica diversa [situazione di disoccupazione fisiologica]. Per rimediare a tale condizione delle aree depresse, sono necessarie misure ad hoc.” (Keynes [1937a] 1973, 65-66)

Inoltre, affrontando la sfida del riarmo senza ricorso all’inflazione, Keynes ([1937b] 1977) suggerì (oltre ad altre misure come la riduzione di certe spese pubbliche allo scopo di liberare risorse per le industrie militari, e incoraggiare l’importazione di beni finali allo scopo di ridurre la domanda dei prodotti offerti dalle industrie di consumo inglesi):

misure atte a garantire che tutti gli ordini possibili siano concentrati nelle Aree Speciali dove il surplus è disponibile aiuteranno molto [ovvero, le aree con alto tasso di disoccupazione]. E’ un errore supporre che questa sia soltanto una forma di carità rivolta ad una parte disagiata del paese. Al contrario, è nell’interesse generale! Se la domanda è o non è inflazionaria dipende dal fatto che sia diretta verso mercati e località che non hanno capacità di surplus oppure no. Programmare la produzione nelle Aree Speciali è un mezzo per ottenere il riarmo senza inflazione. Non sono sicuro che ciò sia stato correttamente compreso. Si sente dire che i Dipartimenti della Difesa sono inclini a considerare una misura rivolta alle Aree Speciali come una forma di carità, sicuramente encomiabile, che interferisce, ad ogni modo, con la continuazione del loro lavoro nella maniera più efficiente. Al contrario, è soltanto usando risorse che sono attualmente inoccupate che il lavoro può essere fatto continuare, senza ricorrere al costo di grandi sprechi e disordini. Le Aree Speciali rappresentano la nostra principale riserva di risorse disponibili per il riarmo senza interferenza ingiustificata con il normale corso del mercato. Non si tratta di casi di carità, ma di opportunità. (Keynes, [1937b] 1977, 76).

Come possiamo vedere, Keynes era consapevole dei pericoli delle politiche di domanda in una situazione che fosse differente dalla “piena disoccupazione”. Queste sfumature, tuttavia, non sono esplicitamente trattate in The General Theory. E’ molto probabile che Keynes stesse pensando ad un’economia in depressione quando stava scrivendo il libro. Per tale ragione, concordiamo con Hayek sul fatto che The General Theory descrive un modello idoneo per un’ “economia di piena disoccupazione”. (Ovviamente questo non equivale a dire che Keynes e Hayek avessero la medesima idea di “piena disoccupazione”. Infatti, probabilmente essi sarebbero stati in disaccordo su diversi dettagli importanti riguardanti questa definizione.)

Austin Robinson interpretò tali suggerimenti di politica economica di Keynes nel seguente modo:

[Nel 1937 Keynes] fu principalmente preoccupato del fatto che l’economia si fosse scontrata temporaneamente con ostacoli strutturali all’ulteriore espansione e che i cambiamenti strutturali – in particolare gli investimenti industriali ed infrastrutturali e l’aumento delle esportazioni – fossero un preludio necessario ad una rapida ulteriore espansione libera da tormenti. Ciò poteva richiedere tempo per essere realizzato. (Robinson, 1977, 59).

Riteniamo che Hayek avrebbe concordato con questa diagnosi. Secondo la teoria hayekiana, l’espansione economica richiede una cessazione degli investimenti sbagliati e il trasferimento di beni strumentali e lavoro da settori e luoghi in stagnazione economica verso i settori in espansione. In altre parole, dopo una crisi economica, la crescita economica necessita di una ristrutturazione dell’economia e questo richiede tempo.

Ciò nonostante, come abbiamo detto, Hayek avrebbe probabilmente trovato i suggerimenti di politica economica di Keynes proposti nel 1937 più plausibili, sarebbe stato ancora scettico riguardo alla possibilità di implementare una politica di domanda nel modo suggerito da Keynes. Hayek avrebbe preferito lasciare agli imprenditori l’iniziativa e la guida nel processo di ripresa economica.

In breve, pensiamo che la politica economica raccomandata in The General Theory potrebbe essere utile soltanto per un’economia in stagnazione con alti livelli di disoccupazione (ossia, per situazioni di “piena disoccupazione”). Invece, nel 1937, Keynes, nonostante non avesse modificato la cornice teorica che aveva sviluppato nel 1936, dovette adattare pochi suggerimenti di politica alla nuova situazione economica caratterizzata da inferiore disoccupazione (quando il tasso di disoccupazione era “soltanto” del 12.5%). In questo senso, sospettiamo che molti errori commessi dagli allievi di Keynes potrebbero derivare dalla generalizzazione delle conclusioni e dai suggerimenti di politica economica sostenuti in The General Theory (che sono adatti soltanto nelle situazioni di “piena disoccupazione” e non nelle situazioni di disoccupazione fisiologica). Per tali ragioni, pensiamo che la General Theory di Keynes e il modello di cicli economici di Hayek potrebbero essere considerati modelli complementari se l’applicabilità della prima venisse ristretta alle situazioni speciali di “piena disoccupazione” e il secondo fosse applicato alle situazioni di disoccupazione fisiologica.

 

  1. CONCLUSIONI FINALI

In conclusione, è presente una critica di Hayek a The General Theory che si è dispiegata attraverso il suo lavoro successivo al 1936, la quale, in buona misura, è passata inosservata14. Questa critica è molto costante e vede la teoria di Keynes da una differente angolatura. Infatti, secondo la nostra opinione, Hayek presentò argomenti molto forti contro i principi su cui poggia il lavoro più prestigioso di Keynes. Quindi, crediamo che lo studio di tale critica sia di primaria importanza e ci possa aiutare a comprendere ed affrontare la crisi economica corrente.

Come riflessione finale, concludiamo che, se confrontiamo le strategie di questi due economisti, scopriamo che sono completamente opposte: Keynes intendeva creare e/o ridirigere i flussi di mercato spendendo in settori dove i lavoratori fossero disoccupati in modo da poter recuperare il loro lavoro, mentre Hayek proponeva che i lavoratori e altre risorse produttive si muovessero da sé verso i flussi di spesa che si sarebbero spontaneamente creati nel mercato sulla base delle preferenze dei consumatori. Possiamo inferire da ciò che la soluzione di Keynes nel miglior caso sarà insostenibile nel medio e lungo termine e quella di Hayek porterà ad una struttura produttiva nuova e più sostenibile, che sarà inoltre in linea con le preferenze dei consumatori.

 

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1 E’ vero che nel 1932 ci fu un dibattito tra Sraffa e Hayek, e Sraffa presentò alcune critiche al modello di Hayek; ad ogni modo, la controversia Keynes-Hayek finì nel 1931-1932 con la ritirata di Keynes, così si può dire che Hayek vinse questo primo round.

2 Si veda, per esempio, Argandona (1988), McCormick (1992), Tieben (1997), Seigin (1999), Feito (1999), Cochran e Glahe (1999), Tadeu ([2000] 2004) e Skidelsky (2006), White ([2012] 2014). Sono presenti delle eccezioni: per esempio, Nicolò De Vecchi (2006) scrisse un articolo molto valido sulla critica di Hayek a The General Theory; anche Wapshott ([2011] 2013) commenta alcune delle critiche mosse da Hayek a The General Theory, ma il suo libro ha uno scopo principalmente chiarificatore e non entra nei dettagli.

3 Keynes disse anche: “ritengo, di conseguenza, che una socializzazione piuttosto completa degli investimenti fornirà i mezzi necessari atti a garantire un’approssimazione della piena occupazione” (Keynes [1936] 1973: 378). In ogni caso, Keynes probabilmente intendeva che questa sarebbe l’unica soluzione una volta che fossero esaurite le opportunità di investimenti favorevoli. Nel medesimo tempo, una riduzione dei tassi di interesse, una redistribuzione dei redditi e politiche pubbliche integrative di investimenti costituirebbero le soluzioni alla disoccupazione. Infatti, “nel 1938 [e nel 1937] Keynes raccomandò che il governo inglese istituisse una Commissione per gli Investimenti Pubblici, la cui funzione sarebbe stata quella di pianificare gli aumenti degli investimenti pubblici idonei a supplire quelli privati qualora avesse minacciato una recessione economica” (Dillard 1948: 157; Keynes 1937a] 1977, 72). Ciò dimostrerebbe, secondo Keynes, che la socializzazione degli investimenti potrebbe essere una soluzione di medio- e lungo-termine. Infine, nonostante Hayek criticasse Keynes esplicitamente a causa del suo punto di vista socialista in The Fatal Conceit [(1988) 1991] e lo avesse indirettamente criticato in The Road to Serfdom (1944), noi non intendiamo enfatizzare questo punto nel presente articolo dal momento che i Keynesiani di solito difendono gli investimenti pubblici come integrativi di quelli privati, e usualmente non propongono “una socializzazione completa” degli investimenti. Quindi, pensiamo che tali politiche di investimenti pubblici integrativi costituiscano il punto critico che dev’essere posto in discussione.

4 Nella seconda pagina di Monetary Nationalism and International Stability, Hayek scrisse: “Ma lasciatemi dire per una volta che quando descrivo le dottrine che sto criticando come nazionalismo monetario non intendo sostenere che coloro che le difendono sono mossi da una forma di angusto nazionalismo. Il nome esatto del loro principale esponente , Mr. J. M. Keynes, testimonia che non è questo il caso” (Hayek [1937] 1971: 2). Ciò dimostra che Hayek aveva Keynes in mente quando scriveva questo grande saggio.

5 Ci sono almeno due cenni in “Profit, Interest and Investment” che mostrano che questo saggio costituisce una critica diretta a The General Theory anche se ciò non è affermato esplicitamente. In primo luogo, Hayek dice “spero di dimostrare perché in certe condizioni, contrariamente alla tesi largamente accettata, un aumento della domanda dei beni di consumo tenderà a diminuire anziché aumentare la domanda di beni di investimento” (Hayek [1939] 1975: 13n). E poi, “Profit, Interest and Investment” è una ricostruzione del modello hayekiano con alcune “assunzioni keynesiane” come punto di partenza: “partiremo da una situazione iniziale in cui è presente una notevole inutilizzo di risorse materiali e di lavoro, e terremo conto dell’esistente rigidità dei salari e della limitata mobilità del lavoro. Più specificamente, in questo saggio assumeremo che (…) i salari non possono essere ridotti (…) ed infine, che il tasso di interesse è mantenuto costante” (Hayek [1939] 1975: 5). Secondo la nostra opinione, Hayek provò a presentare un nuovo modello capace di battere The General Theory usando le assunzioni di Keynes di risorse inutilizzate, tasso di interesse costante e salari invariati. In poche parole, crediamo che Hayek scrisse “Profit, Interest and Investment” per sfidare il modello keynesiano. Infatti, Keynes scrisse alcune lettere nel Settembre e Ottobre 1939 a Hayek dopo la pubblicazione di tale saggio e gli chiese di chiarire alcuni punti. Ad ogni modo, la guerra iniziò e l’attenzione di Keynes si rivolse ai problemi della guerra economica.

6 Questo libro contiene molti riferimenti espliciti a Keynes e a The General Theory, specialmente nei capitoli XXV-XXVIII e nell’appendice III. Infatti, è probabile che Hayek non esaminò The General Theory nel 1936 poiché preferì terminare prima il suo nuovo modello (The Pure Theory of Capital) che confuterebbe le teorie di Keynes. Comunque, non riuscì a completarlo e nel 1941 decise di pubblicare quanto aveva scritto fino a quel momento. Quindi lasciò il suo lavoro di completamento del nuovo modello. Bruce Caldwell sostiene questa ipotesi (Caldwell 1998: 276).

7 Dopo il trionfo delle idee di Keynes nell’accademia e tra i politici, Hayek scrisse molti articoli in cui spiegava perché le politiche keynesiano fossero pericolose. Nella maggior parte di essi, egli citava esplicitamente Keynes. Si veda: “Bad and Good Unemployment Policies” ([1944] 2009a), “Full Employment Illusions” ([1946a] 2009c), “Full Employment, Planning and Inflation” ([1950] 1967b), “Inflation Resulting from the Downward Inflexibility of Wages” ([1958] 1967c), “Unions, Inflation and Profits” ([1959] 1967d), “The Outlook for the 1970s: Open or Repressed Inflation?” (1970), 1980s Unemployment and the Unions. The Distortion of Relative Prices by Monopoly in the Labour Market (1980), etc.

8 Hayek si sta riferendo al capitolo di The General Theory intitolato “Notes on Mercantilism, the Usury Laws, Stamped Money and Theories of Under-Consumption” in cui Keynes afferma che i precursori della sua teoria siano i mercantilisti, Silvio Gesell e John A. Hobson.

9 Hayek lo chiamò “effetto Ricardo” poiché David Ricardo fu il primo economista che parlò di sostituzione tra lavoro e beni strumentali quando c’erano cambiamenti nei prezzi.

10 Gottfried Haberler (1945, 107) giunge alla medesima conclusione: “Si tratta del ben noto caso della disoccupazione parziale. Ci può essere un ampio volume di disoccupazione che non può essere curato da un aumento della spesa generale. Se i disoccupati sono concentrati in certe aree “depresse” ed in certe industrie, mentre altrove c’è piena occupazione, un aumento generale della spesa servirà soltanto a far salire i prezzi nell’area di piena occupazione, senza avere molto effetto nelle industrie depresse. Allora il paradosso della depressione e disoccupazione verrà sperimentato nel mezzo di un’inflazione. Questo potrebbe, ovviamente, non accadere se il lavoro fosse sufficientemente mobile, ma l’esperienza mostra che tale condizione è realizzata raramente

11 Come Sudha R. Shenoy sottolinea, Hayek aveva predetto la comparsa della stagflazione degli anni ’70, circa 30 anni prima che accadesse. Vedi Hayek ([1946a] 2009c: 145-146).

12 Ovviamente, se c’è un coordinamento internazionale nelle politiche monetarie, sarà possibile mantenere una politica di bassi tassi d’interesse dovunque.

13 Le Home Counties sono le contee dell’Inghilterra che circondano Londra. Le contee generalmente incluse nella lista sono Berkshire, Buckinghamshire, Essex, Hertfordshire, Kent, Surrey e Sussex (anche se il Sussex non confina con Londra). (Wikipedia)

14 Nel presente articolo, abbiamo esaminato soltanto quattro critiche mosse da Hayek a The General Theory. Ad ogni modo, ci sono altre critiche di Hayek di grande interesse che non abbiamo introdotto dal momento che ciò avrebbe oltrepassato lo scopo di questo articolo. Per esempio, si trova una critica esplicita alla teoria dell’interesse di Keynes (Hayek [1941] 1952: 356-368) e alla teoria dei prezzi di Keynes (Hayek [1941] 1952: 374-375) e l’elaborazione di una teoria alternativa della disoccupazione cronica (Hayek [1939] 1975: 38-71).