Quello che c’è da sapere sul problema monetario

Un disequilibrio fra la domanda di mezzi di pagamento e la sua offerta che non viene corretto in tempo adeguato da un meccanismo di compensazione interbancaria, finisce per alimentare un processo di aggiustamento che si concretizza attraverso la variazione non uniforme dei prezzi.

Queste variazioni sono al ribasso quando la domanda di mezzi di pagamento è superiore alla sua offerta e al rialzo quando la domanda di mezzi di pagamento è inferiore alla sua offerta.

Entrambe le variazioni, producendo cambiamenti del potere d’acquisto che non colpiscono in maniera omogenea i diversi beni e servizi economici, sono perniciose in quanto ridistribuiscono reddito indipendentemente dai mutamenti che avvengono nel resto della domanda e dell’offerta aggregata e in quanto possono probabilmente generare effetti indesiderabili sulla struttura della produzione.

Nel caso di variazioni al ribasso, questi probabili effetti indesiderabili sulla struttura della produzione possono nascere dal fatto che nei comportamenti umani possono emergere talune abitudini e rigidità che fanno sì che i necessari ribassi atti a compensare una domanda di mezzi di pagamento superiore alla sua offerta non si accendano subito ma con minore o maggiore ritardo, il che produce, per un corrispettivo tempo, capitale reale inutilizzato o sottoutilizzato e una certa disoccupazione.

Nel caso di variazioni al rialzo, questi probabili effetti indesiderabili sulla struttura della produzione possono nascere dal fatto che se si produce un disequilibrio tale da non permettere che i rialzi dei prezzi futuri siano sostanzialmente previsti dagli agenti economici, vengono a crearsi strutture della produzione insostenibili le quali, nel momento in cui si paleserà la loro insostenibilità, provocheranno dilapidazione di capitale reale e una certa disoccupazione.

Gli effetti indesiderabili sulla struttura della produzione nel primo caso vengono percepiti immediatamente, nel secondo, invece, arrivano solo dopo aver sperimentato alcuni benefici economici tanto temporanei quanto fittizi e questa differenza ci deve indurre a considerare la seconda situazione come la più pericolosa.

L’emergere iniziale di questo tipo di benefici, infatti, può stimolare una loro prolungata ricerca.

Per continuare ad accendere questo tipo di benefici, la sovrabbondanza – l’inflazione – di offerta di mezzi di pagamento deve però necessariamente aumentare ad un ritmo crescente, cioè ad un ritmo tale da impedire che i prezzi futuri possano essere sostanzialmente previsti.

Tuttavia, più si protrae questo aumento a ritmo crescente, maggiori saranno i danni finali causati al sistema economico nel suo complesso.

L’offerta di mezzi di pagamento, infatti, non può aumentare a ritmo crescente senza alla fine sfociare in una recessione/depressione economica o addirittura nel fallimento del sistema monetario, il cui fallimento comporta che il successivo riassestamento economico dovrà riguardare una struttura della produzione totalmente o quasi totalmente distorta.

Il problema monetario ad ogni modo consiste nel tendere a minimizzare le possibilità che disequilibri tra domanda e offerta di mezzi di pagamento, in un senso o nell’altro, possano sottrarsi a una tempestiva compensazione interbancaria.

Tale problema non può essere risolto facendo affidamento esclusivo su norme che regolano l’attività bancaria, giacché il nodo fondamentale da sciogliere è in realtà un altro: la regolazione bancaria, infatti, s’incaglia in un ostacolo insormontabile, ossia la riserva bancaria centralizzata e il monopolio di emissione.

Riserva bancaria centralizzata e monopolio di emissione significano:

valute a corso legale imposte in linea di principio coincidenti con il territorio di una determinata nazione o nazioni;

un istituto – direttamente lo Stato o lo Stato agendo per il tramite di una banca centrale – che ricopra il ruolo di prestatore di ultima istanza su queste valute;

qualsiasi altra garanzia pubblica di sostegno o salvataggio che venga sancita come norma o ordinaria consuetudine a favore della produzione e della gestione dei mezzi di pagamento espressi nelle suddette valute.

La storia monetaria è contrassegnata da un incedere sempre più aggressivo della riserva bancaria centralizzata e del monopolio di emissione che altro non sono che emanazioni del potere politico, inteso come potere che fa capo ad un apparato statale.

Tuttavia, coloro che nel tempo hanno ideato e successivamente portato avanti questo sistema di pianificazione centrale hanno conseguito come effetto ultimo una situazione in cui gli apparati statali si muovono sistematicamente all’interno del perimetro dell’insolvenza sostanziale nonché una disarticolazione pressoché permanente e tutt’altro che irrilevante del complesso dei comportamenti economici.

Ecco come, ai nostri giorni, è stata servita la Grande Crisi.

Attraverso la centralizzazione della riserva bancaria e il monopolio di emissione, il denaro, l’intermediario dello scambio, è diventato dunque una leva che poteva essere da un lato deliberatamente controllata dal potere politico, dall’altro sfuggire al controllo della stesso.

L’espediente teorico con cui cercare di giustificare la centralizzazione della riserva bancaria e il monopolio di emissione è il nominalismo monetario per il quale il denaro è una creazione dell’apparato statale.

Il nominalismo monetario considera il denaro come un mero mezzo legale di pagamento, ma il denaro, in verità, essendo nato ed essendosi sviluppato almeno nei suoi primi stadi come prodotto dell’interazione sociale non programmata, non può coincidere nel suo concetto con quello di mero mezzo legale di pagamento.

Il denaro va considerato e trattato come un fenomeno sociale e non politico e conseguentemente il suo assorbimento da parte degli apparati statali non può che condurre a esiti che saranno tanto più generalmente controproducenti quanto più profondo sarà tale assorbimento.

Le monete coniate di oro e argento erano denaro perché la concorrenza fra coloro che le emettevano permetteva di conservare la relazione fra il loro valore nominale e il loro potere d’acquisto, ma ogniqualvolta che lo Stato è intervenuto ad alterare questa relazione a suo vantaggio mediante il suo potere arbitrario, esse hanno cessato di essere denaro e si sono trasformate in mero mezzo legale di pagamento.

Le stesse cose che si sono appena affermate per le monete metalliche valgono anche per il denaro cartaceo e digitale, convertibile o non convertibile in riserve metalliche, e ciò ci deve indurre a trovare la soluzione del problema monetario nell’opposto della centralizzazione della riserva bancaria e del monopolio di emissione, vale a dire nella decentralizzazione della riserva bancaria e nella pluralità degli istituti di emissione.

Decentralizzazione della riserva bancaria e pluralità di istituti di emissione significano:

competizione fra imprese bancarie che forniscono valute tutte legalmente istituite ma nessuna delle quali avente corso legale in linea di principio.

assenza di ogni garanzia pubblica di sussidi o di salvataggio – compreso il corollario del prestatore di ultima istanza –  nell’attività di fornitura di mezzi pagamento, ossia che ogni impresa bancaria nella sua attività di emissione dovrà sottostare alle generali leggi di libero mercato sul fallimento.

completa libertà di ingresso e di operatività nel settore della produzione e della gestione dei mezzi di pagamento espressi nelle suddette valute.

Carl Menger, autore di Geld, opera pubblicata nel 1892, sulla scia del pensiero di Adam Smith e Richard Cantillon, riteneva che il processo di sostituzione fiduciaria, ossia la progressiva sostituzione della moneta metallica con quella cartacea, contenesse in sé un enorme avanzamento in termini di semplificazione e incremento delle transazioni economiche – e possiamo tutti affermare che effettivamente è stato così.

Menger, come Smith e Cantillon, pur non disconoscendo mai la necessità della convertibilità della nuova moneta cartacea in quella metallica, era inoltre un sostenitore della possibilità per gli istituti di emissione di operare con riserve metalliche inferiori al totale dei mezzi fiduciari di pagamento emessi, cioè difendeva un regime di riserva frazionaria – banconote e depositi creati ed emessi senza la necessità di essere coperti al 100 per cento da attività considerate come le più facilmente liquidabili.

Tuttavia, la riserva frazionaria era sostenuta a patto che fosse simultaneamente garantita la decentralizzazione della riserva bancaria e la pluralità degli istituti di emissione, poiché solo attraverso una piena concorrenza nel settore della produzione e della gestione del denaro si sarebbero potute marginalizzare le possibilità che disequilibri tra domanda e offerta di mezzi di pagamento potessero sfuggire a una tempestiva compensazione interbancaria, in particolare si sarebbe sistematicamente contrastato in modo tempestivo l’affiorare più pericoloso dei due disequilibri: l’eccedenza di mezzi di pagamento rispetto alla loro domanda.

Insomma, i mezzi fiduciari di pagamento che operavano in sostituzione della moneta metallica avvalendosi in aggiunta della possibilità di essere prodotti sotto un regime di riserva frazionaria, potevano essere ritenuti un avanzamento omnidirezionale solamente se in parallelo fosse stata garantita la liberalizzazione del mercato del denaro e dell’attività bancaria.

Menger sosteneva che se si difende la libertà di scelta da parte degli agenti economici, il processo di sostituzione fiduciaria in regime di riserva frazionaria che pure all’inizio aumenta la circolazione non ha alla fine carattere inflazionistico, ma serve unicamente a intensificare ed estendere l’economia monetaria, producendo allo stesso tempo una crescita della domanda di moneta.

Difendendo la libertà di scelta da parte degli agenti economici e basandosi sull’esperienza che le riserve metalliche non venivano ritirate contemporaneamente da tutti i depositanti, ma in istanti diversi e il più delle volte anche soltanto per somme parziali, e che per di più i rimborsi venivano abitualmente rimpiazzati da nuovi versamenti, riducendosi in molti casi in una semplice operazione di trascrizione, Menger sosteneva che si sarebbe evitato anche che il rischio di insolvenza sistemico, determinato dall’operare con riserve metalliche inferiori ai mezzi di pagamento totali, potesse realmente concretizzarsi.

Al contrario di Menger, Ludwig von Mises, pur arrivando a difendere la moneta cartacea nonché la decentralizzazione della riserva bancaria e la pluralità degli istituti di emissione, ha sempre diffidato del regime a riserva frazionaria e sostenuto la necessità di un regime a riserva integrale – banconote e depositi creati ed emessi necessariamente con copertura del 100 per cento di attività considerate come le più facilmente liquidabili – ritenendo che la piena libertà di scelta da parte degli agenti economici non fosse sufficiente a impedire sistematicamente che un’eccedenza di mezzi di pagamento rispetto alla loro domanda potesse essere corretta tempestivamente.

Nel 1976, Friedrich von Hayek nel suo saggio The Denationalization of Money riformula la soluzione del problema.

In tale opera, von Hayek ha sostenuto che una volta abolita la centralizzazione della riserva bancaria e il monopolio di emissione, le diverse imprese bancarie, impegnate a emettere in condizione di libera concorrenza valute capaci di mantenere costante il loro valore espresso in termini di un paniere di certe merci, ossia senza il bisogno di alcuna convertibilità, avrebbero regolato al meglio gli squilibri di circolazione monetaria.

Hayek, giunge pertanto a ritenere la convertibilità una forma di difesa necessaria quando il sistema monetario viene fatto girare in regime di centralizzazione della riserva bancaria e di monopolio di emissione, ma non quando, invece, viene fatto girare in regime di decentralizzazione di riserva bancaria e pluralità di istituti di emissione.

Più precisamente, una volta assicurata la piena libertà di scelta da parte degli agenti economici, per l’Hayek di The Denationalization of Money non occorre alcuna convertibilità per affermare una certa rigidità nell’offerta di mezzi di pagamento e ciò avrebbe prodotto l’ulteriore vantaggio di non affrontare i costi di accumulazione e stoccaggio delle riserve metalliche.

In tal senso, l’attuale esperienza posta in essere dalle criptovalute sembra proprio dare sostegno alle osservazioni contenute in The Denationalization of Money: le riserve monetarie di base su cui in seguito si impernia l’offerta di circolazione monetaria possono essere anche qualcosa di astratto, purché sottoposte ad un meccanismo impersonale di mercato.

Come conseguenza della piena libertà di scelta da parte degli agenti economici, per quanto riguarda la contrapposizione riserva frazionaria o riserva integrale in questo saggio Hayek considera come ammissibili entrambi i regimi: in The Denationalization of Money si ritiene che il mercato debba poter accedere ad entrambe le soluzioni, ma nel contempo si lascia anche intendere che, con l’assenza di ogni garanzia pubblica di sostegno, le imprese bancarie, nella loro attività di credito, allorché si allontanassero dalla riserva integrale tenderebbero però a non discostarsene di molto.

Inoltre, nello stesso saggio – per l’esattezza nella seconda edizione del 1978 – Hayek promuove la distinzione radicale tra la pura attività bancaria di deposito, da esercitare scrupolosamente con riserva integrale, e la banca d’investimento predisposta esclusivamente a prestare quei fondi precedentemente depositati/prestati dai suoi clienti.

C’è da evidenziare che persino con la riserva integrale sulle sole operazioni d’investimento e in un contesto di decentralizzazione della riserva bancaria e pluralità di istituti di emissione non si evita a priori che si possano generare cicli di espansione e successiva contrazione economica – anche così, infatti, le imprese bancarie, creando dello scoordinamento temporale tra quello che raccolgono a vista e prestano a termine, possono sempre attivare uno squilibrio da eccesso di offerta di circolazione monetaria tale da non essere corretto tempestivamente e da portare la struttura della produzione verso un andamento ciclico – senza contare poi i limiti che la riserva integrale può avere nell’affrontare tempestivamente quegli squilibri di circolazione monetaria dovuti a un’offerta di mezzi di pagamento inferiori alla loro domanda.

Tutto ciò ci dice che non si possiede la facoltà di concepire un sistema monetario perfettamente solido e performante.

Tuttavia, la decentralizzazione della riserva bancaria e la pluralità degli istituti di emissione sono in ogni caso la soluzione migliore per correggere in tempo adeguato gli squilibri di circolazione monetaria e conseguentemente rappresentano quanto di meglio si possa implementare sotto il profilo della razionalità economica in ambito monetario.

Il perché è racchiuso nelle seguenti considerazioni:

da un lato, la gente sarà senz’altro desiderosa di prendere in prestito una valuta offerta ad un tasso di interesse inferiore, la stessa gente non vorrà però detenere una valuta che sta sminuendo il suo valore a causa di un imprudente aumento della sua offerta di circolazione e la cui svalutazione, resa manifesta da un sistema di tassi di cambio fluttuanti, non può essere forzosamente controbilanciata da alcun corso legale imposto in linea di principio;

dall’altro, le imprese bancarie, non potendo più socializzare i costi di rischio della propria attività vista l’assenza di ogni garanzia statale sulla medesima, tenderanno a mantenere posizioni maggiormente cautelative: in sostanza, nella loro attività di raccolta a vista e prestare a termine, allorché si allontaneranno dalla riserva integrale lo faranno orientativamente con un grado contenuto di moltiplicazione dei depositi e allo stesso tempo cercheranno sistematicamente di rintracciare il reale orizzonte temporale del risparmio;

in ultima analisi, ci è consentito sostenere che se alcuni mal investimenti possono comunque verificarsi, sarà quantomeno piuttosto improbabile, data l’assenza di ogni interferenza coercitiva statale, che si possa venire a produrre una sistematicità di errori tali da generare un vero e proprio andamento economico di tipo ciclico.

La decentralizzazione della riserva bancaria e la pluralità degli istituti di emissione non agiscono quindi da neutralizzatori degli squilibri di circolazione monetaria a priori, ma in base a un procedimento che avviene e si ripete in tempo reale.

Ovviamente, con la sparizione della riserva centralizzata e del monopolio di emissione, la possibilità di fissare deliberatamente il tasso di interesse – la pianificazione centralizzata del tasso di interesse – svanirebbe anch’essa.

Nel contesto di decentralizzazione della riserva e pluralità di istituti di emissione, ogni impresa bancaria, avendo come fine principale quello di regolare il volume delle proprie emissioni per cercare di mantenere costante il potere d’acquisto delle proprie valute, sarebbe costretta a farlo rispettando un tasso d’interesse individuato dal mercato, cioè secondo una logica di codeterminazione ricorsiva tra singolo agente e sistema economico globale.

Certamente, l’apparato statale, anche rinunciando alla riserva centralizzata e al monopolio di emissione, potrebbe sempre influenzare il processo di formazione spontanea del tasso di interesse tramite il volume netto dei sui prestiti, ma non potrebbe più in ogni caso fissare deliberatamente alcunché.

Il problema monetario è una questione che può essere affrontata in maniera funzionale soltanto se inquadrata in termini di processo e incentivi reali e non di risultati attesi.

In tal senso, il nostro obiettivo non deve essere quello di regolare i livelli di impiego e/o stabilizzare quel costrutto statistico che è il livello generale dei prezzi – in questo modo, si finisce per alterare l’informazione circa il vero andamento della domanda e dell’offerta e dunque stimolare l’assenza di coordinazione tra agenti e economici – ma assicurarci che anche in questo settore si affermi il primato della libera concorrenza, in quanto sistema più efficiente a cogliere ed a trasmettere in tempo reale l’informazione circa la struttura dei prezzi relativi e della produzione.

Il corso legale è un’istituzione forzosa che un potere arbitrario impone sulle transazioni fra individui.

Il corso legale impiegato in linea di principio non serve pertanto a garantire l’efficienza del sistema economico nel suo complesso, bensì a manipolare le spontanee regole di selezione dell’economia, cioè a premiare coloro che, nonostante la loro inefficienza, chiedono e ottengono la protezione del potere politico.

In conclusione, il corso legale imposto in linea di principio sul denaro – coadiuvato in aggiunta dal corso forzoso – rappresenta un impedimento che si frappone in modo determinante per l’attuazione della liberalizzazione del mercato del denaro e dell’attività bancaria.

Tuttavia, l’utilizzo di intermediari dello scambio alternativi a quelli a corso legale – come le criptovalute, denaro in senso autentico perché non degradato a mero mezzo legale di pagamento – ci consente parzialmente di sottrarci agli abusi di autorità legale che vengono commessi sullo strumento che ha aperto la strada all’espansione su larga scala della cooperazione sociale.