Verità e Miti sulle differenze retributive dovute al genere

L’attuale conflitto sull’uguaglianza di genere ha trasformato la questione delle retribuzioni relative di uomini e donne in uno scontro tra opposte tifoserie. Durante gli ultimi anni i difensori del mercato, me incluso, sono stati all’attacco, sostenendo che le differenze di retribuzione legate al genere sono una sorta di mito. Più recentemente i critici hanno replicato che non si tratta affatto di un mito e che, coloro i quali lo considerano tale, sono degli spacciatori di assurdità.

Si scopre che entrambe le parti hanno ragione. Se il divario retributivo di genere è un mito dipende esattamente da ciò che le opposte fazioni sostengono. Qui di seguito, spero di risolvere questa controversia rendendo chiaro ciò che possiamo e non possiamo dire di vero e di falso sul divario retributivo di genere.

Cosa è mitico?

Per decenni, i critici del mercato hanno affermato che le donne guadagnano solo una percentuale della retribuzione degli uomini e ciò proverebbe che le donne sono effettivamente discriminate. Da principio si sosteneva che le donne ricevevano all’incirca solo il 65% di quanto guadagnato dagli uomini, mentre ora tale percentuale si avvicinerebbe all’80%.

Possiamo dunque osservare che il divario, quali che ne siano le sue cause, si è ridotto rispetto al 1970.

Per quale ragione si potrebbe sostenere che si tratta solo di un mito?

Per due motivi. I critici affermano che le donne ricevono l’80% del salario maschile ossia che le donne, pur avendo le stesse identiche competenze ed esperienza, le stesse preferenze e svolgendo esattamente lo stesso lavoro, vengono pagate 80 centesimi per ogni dollaro corrisposto agli uomini, ma si tratta di un errore, perché la percentuale dell’80% ha un significato completamente diverso.

In realtà, il suddetto valore è il rapporto tra salari femminili e salari maschili, mescolando in un unico calderone sia i lavoratori a tempo pieno che tutte le altre tipologie di impiego, e questo indipendentemente dalle capacità e dalle preferenze dei lavoratori.

L’80% è infatti un dato aggregato, non il frutto di un confronto tra dati omogenei relativi a uomini e donne che fanno lo stesso lavoro. Così, l’affermazione che le donne, a parità di lavoro,ottengono solo l’80% della retribuzione degli uomini è un mito.

La maggior parte della differenza retributiva è giustificata da competenze, esperienza e preferenze.

Per contro secondo l’altro mito il rimanente 20% sarebbe dovuto alla discriminazione da parte dei datori di lavoro. Quando comprendiamo la causa di tale differenza vediamo subito che anche quest’affermazione è un mito, è dunque necessario confrontare dati omogenei.

In realtà, questo è ciò che studi economici su questo gap tentano di fare. Si tenta, fermo restando tutto il resto, di confrontare dipendenti che sono tra di loro il più possibile omogenei, che hanno posti di lavoro simili, solo che alcuni sono di sesso maschile ed altri sono di sesso femminile.

Quando il gap non può essere spiegato con l’abilità e l’esperienza, gli economisti, in attesa di ulteriori studi, concludono che presumibilmente esso sia causato dalla discriminazione. Va però detto che, in base agli studi sin qui svolti, è opinione diffusa che nella maggior parte dei casi le differenze salariali si spiegano con differenti competenze, esperienze e preferenze. Quindi si tratta ancora di un mito che il rimanente 20% sia dovuto alla discriminazione.

Cosa invece non è un mito

Noterete che ho scritto “nella maggior parte dei casi” il divario salariale di genere è dovuto a fattori diversi dalla discriminazione, ma non in tutti. Secondo gli studi economici da 3 a 5 punti percentuali del 20%, ossia circa il 15 – 25% del gap, non possono essere rappresentati da differenze economiche e potrebbero essere effettivamente dovuti alla discriminazione.

Detto ciò chiunque intenda sostenere che l’80% è un mito, dovrà comunque essere molto preciso nel dire esattamente cosa vi sia in esso di mitico.

Non è un mito che vi siano discriminazioni nel mercato del lavoro. Anche se gli studi evidenziano che la maggior parte delle differenze salariali è dovuta ad altri fattori, non significa che tutto il gap sia ascrivibile ad essi.

Sebbene gli studi economici non dimostrino direttamente l’esistenza della discriminazione, il fatto che altri tipi di studi ne ipotizzino l’esistenza nel mercato del lavoro è coerente con l’esistenza di una porzione economicamente inspiegabile del divario.

Chi considera il dato dell’80% una leggenda, dovrebbe essere molto preciso dell’indicare esattamente per quale ragione è di questo avviso.

L’affermazione più precisa dovrebbe essere qualcosa di simile a quanto segue: “il fatto che le donne, a parità di competenza ed esperienza, ricevano un salario pari all’80% di quello degli uomini è una leggenda. Tuttavia è altrettanto mitologico sostenere che l’economia non evidenzia discriminazioni di genere nel mercato del lavoro. Infatti gli studi esistenti evidenziano che semplici fattori economici non possono spiegare tutto il divario salariale legato al genere”.

Discriminazioni nel mercato del lavoro contro sessismo

Per essere ancora più precisi, ciò che gli studi economici indicano è che le “discriminazioni nel mercato del lavoro” spiegano, nella migliore delle ipotesi, solo una frazione del divario salariale esistente tra i sessi. D’altra parte sarebbe anche un mito sostenere che “il sessismo” spiega solo quella frazione. Anche se gran parte dei datori di lavoro non discrimina affatto sulla base del genere pagando in modo diverso uomini e donne altrettanto qualificati, la discriminazione causata dai datori di lavoro non è l’unica forma di sessismo che potrebbe spiegare i differenziali retributivi in base al sesso.

Tutti gli studi economici dimostrano che le differenze nell’abilità, nell’esperienza e nelle preferenze tra uomini e donne spiegano la maggior parte del divario.

Ciò che questi studi non considerano è il grado in cui le diverse abilità e conoscenze di uomini e donne (il loro “capitale umano”) siano causate dal sessismo prima di entrare nel mercato del lavoro. Né questi studi si domandano se le differenze nelle preferenze o nell’esperienza possano anche essere dovute al sessismo o ad altri fattori sociali.

Se fin dalla giovinezza, viene inculcato alle ragazze che esse non sono portate allo studio della matematica e delle materie scientifiche, e sono quindi scoraggiate dallo studio di queste materie, di conseguenza riceveranno salari più bassi, questo contribuirà certamente al dato dell’80%. Ma attenzione, non perché i datori di lavoro discriminino le donne. Se il sessismo spinge le donne verso mansioni meno qualificate, ciò non significa che esse siano necessariamente pagate meno degli uomini che svolgono lo stesso lavoro in quel settore. La causa dei loro salari più bassi è il sessismo in luoghi diversi dal mercato.

I difensori del mercato possono legittimamente sostenere che esso tende a non discriminare per sesso, ma che il sessismo esiste altrove ed influenza indirettamente il modo in cui i risultati economici sono modellati per sesso.

Preferenze, scelte e cultura

Secondo le critiche femministe anche le spiegazioni che persone come me utilizzano per giustificare il divario salariale sono incerte quando si parla delle diverse “preferenze” che gli uomini e le donne hanno.

Ad esempio, il fatto che le donne abbiano più probabilità di lavorare a tempo parziale rispetto agli uomini, o probabilmente di fare meno straordinari quando lavorano a tempo pieno, sono fattori che spiegano le differenze di retribuzione per genere. Se le donne preferiscono trascorrere più tempo con la famiglia, o avere mansioni meno rischiose i loro salari diminuiranno.

Non c’è motivo di negare che la rilevanza dei fattori sociali.

Le femministe affermano che tali “preferenze” non sono veramente tali, ma che sono piuttosto prodotti della socializzazione. Le donne “scelgono” veramente di fare certe cose o stanno giocando solo ruoli di genere che non hanno davvero scelto?

Non c’è motivo di negare l’importanza della socializzazione e concordare con tale affermazione non implica alcunché di politico. Abbiamo già visto come tale problema non sia causato dai datori di lavoro o dal mercato del lavoro. Se pensiamo che certi condizionamenti sociali costituiscano un problema e che il mondo sarebbe un posto migliore e più liberale se le donne si sentissero maggiormente abilitate, ad esempio, ad affrontare studi di matematica e di altre materie scientifiche per conseguire un miglior tenore di vita, possiamo lavorare per cambiare la cultura in modo da risolvere questi problemi. Lo stesso si potrebbe dire per persuadere gli uomini a dedicare più tempo alla crescita dei figli e ad altre forme di attività legate alla casa.

Ridurre il sessismo tramite processi volontari e le istituzioni della società civile sembra un’opzione molto più valida che non che non l’uso della lotta politica. Ritengo inoltre che la vecchia preoccupazione liberale circa la dignità e la crescita di tutti gli individui dovrebbe spingerci ad affrontare il sessismo che ancora rimane nella nostra cultura.

Su tali questioni possiamo concordare con le femministe progressiste, ossia lavorare insieme per cambiare la cultura, sarebbe questa una soluzione preferibile rispetto a cercare di regolare i mercati del lavoro in modi che non sono necessari.

Una corretta quadratura.

Il divario di retribuzione tra i sessi non è così semplice da spiegare come i difensori del mercato o i critici femministi lo descrivono. Anche se l’intero divario non è il risultato di una discriminazione causata dal mercato del lavoro, potrebbe tuttavia esserlo in parte. Questa, non imputabile al mercato del lavoro, potrebbe essere il risultato di una misoginia latente nella cultura.

Il mercato del lavoro è oggi ben lontano dall’essere libero, non sorprende dunque che i risultati non siano competitivi ed ottimali.

C’è un fattore aggiuntivo che riguarda le istituzioni. I mercati del lavoro controllati ed ostacolati riducono per tutti la competitività di posizioni e stipendi ed offrono maggiori opportunità per la discriminazione invisibile ed irrazionale.

Meno il mercato è competitivo, più agiscono altre forme di potere, comprese quelle che derivano dai pregiudizi.

Oggi il mercato del lavoro è tutt’altro che libero, perciò non dovrebbe sorprenderci lo scoprire che i risultati non sono competitivi ed ottimali.

Quelli di noi che credono nel mercato non devono temere di sostenere che la discriminazione del mercato del lavoro non è oggi il problema principale, ma al tempo stesso non devono aver timore di ammettere che il sessismo è un problema importante e che, ove possibile, dobbiamo collaborare con i nostri amici di sinistra per risolverlo.

Poiché entrambi i punti di vista sono condizionati da miti, l’adozione di misure a favore della parità di genere richiede un’onesta considerazione dei fatti economici e sociali.

L'articolo originale: https://fee.org/articles/truth-and-myth-on-the-gender-pay-gap/