Il servizio di leva civile per i giovani è una proposta da Stato totalitario (parte prima)

Nei giorni scorsi il ministro della difesa italiana Roberta Pinotti, a margine della sfilata degli Alpini a Treviso, ha proposto una qualche forma di leva obbligatoria, declinata in termini di utilizzo dei giovani in ambiti quali la sicurezza sociale: «non più solo nelle Forze armate ma con un servizio civile che divenga allargato a tutti».

Il ministro ha proseguito affermando che il tema «non è un dibattito obsoleto», tanto più che in Europa «si è riaperto non solo in Svezia ma anche in Francia, dove, alle ultime presidenziali, l’argomento è stato toccato da molti candidati, compreso Macron». Il ministro, pur sottolineando che «per le missioni internazionali abbiamo bisogno di militari professionalmente preparati e qui la leva obbligatoria non sarebbe lo strumento più idoneo» (puntualizzando in seguito che «non ho parlato di leva obbligatoria, ma di un progetto degli Alpini per coinvolgere i giovani al servizio civile universale»), di fatto non ha nascosto che l’idea sarebbe di «riproporre a tutti i giovani e alle giovani di questo Paese un momento unificante, non più solo nelle Forze armate ma con un servizio civile che divenga allargato a tutti e in cui i giovani possano scegliere dove meglio esercitarlo», concludendo che «è un filone di ragionamento che dobbiamo cominciare ad avere».

La proposta Pinotti non è affatto nuova, già tre anni fa il premier Matteo Renzi (che mise la Pinotti in quel dicastero) lanciò l’introduzione di una leva universale per i giovani nel servizio civile per «dare stabilità e ampliare le forme di sostegno economico, pubblico e privato, degli enti del terzo settore» attraverso il «riordino e l’armonizzazione delle diverse forme di fiscalità di vantaggio per gli enti del terzo settore», col «potenziamento del 5 per mille».

La precedente proposta renziana auspicava una leva di giovani per la «difesa della Patria accanto al servizio militare», con la creazione di «un Servizio Civile Nazionale universale»,  numericamente prossimo all’effettivo esercito italiano (attualmente a 105mila unità), in maniera non dissimile da quanto espresso in questi giorni dalla sua collega di partito.

Sembra, peraltro, che la Pinotti non si sia accorta (!) che un servizio civile universale è già stato istituito, dal Governo di cui fa parte, con decreto legislativo 6 marzo 2017, n. 40, che peraltro prefigura una sorta di gigantesca promessa di titoli preferenziali nei futuri concorsi pubblici.

Il servizio civile di Renzi, aperto ai giovani dai 18 ai 29 anni ma anche agli stranieri (l’allora sottosegretario al lavoro, Luigi Bobba, propose di far partecipare al nuovo esercito di volontari, oltre i cittadini dell’Unione europea, anche i profughi richiedenti asilo politico presenti sul territorio italiano) per la durata di 8 mesi, prorogabili di altri 4, avrebbe offerto un approccio al mondo del lavoro, prevedendo anche l’introduzione di benefit sotto forma di crediti formativi o tirocini da svolgere in parte nei Paesi dell’Ue.

Secondo gli auspici del segretario del PD, il Servizio Civile Universale avrebbe aperto le porte «ai giovani che lo richiedono» e che vogliono «confrontarsi con l’impegno civile, per la formazione di una coscienza pubblica e civica», fino «ad un massimo di 100.000 giovani all’anno per il primo triennio dall’istituzione del Servizio», occupandosi di protezione civile, assistenza, ambiente, patrimonio artistico e culturale, servizio civile (anche all’estero).

Ai primi 37 mila ragazzi coinvolti nel progetto, si sarebbero versati 433 euro mensili a testa, per 30 ore di lavoro settimanali. Ognuno di loro, venne calcolato, sarebbe costato alle casse dello Stato circa 6 mila euro all’anno. In tempi di “magliette gialle” e di disoccupazione giovanile costantemente in crescita in Italia, tali proposte costituiscono preoccupanti e pericolosi escamotage statalisti.

Nel libro La via della schiavitù, Friedrich von Hayek denunciò come una pianificazione economica fatta di tante apparenti “buone intenzioni” in realtà porti ad esiti de facto totalitari. In particolare, la proposta di leva civile del governo italiano “vanta” precedenti storici rintracciabili nella Germania di Weimar e in quella hitleriana, nella Russia sovietica, e nell’America della Grande Depressione.

Mette conto esaminare in dettaglio, anzitutto, l’evoluzione della “politica sociale” tedesca, da Bismarck in poi, per mostrare come analoghe proposte di sostegno all’occupazione giovanile abbiano finito per condurre al controllo totale dello Stato sull’economia, che non è separabile da una dittatura, sia per l’ammontare di coercizione che richiede, sia perché, come ricorda sempre von Hayek, attribuire allo Stato il controllo di tutti i mezzi equivale a consegnargli il controllo di tutti i fini.