Il fallimento dell’economia laicista

Questo è il testo di una lezione tenutasi alla Conferenza della Trinity Foundation su Cristianesimo ed Economia nell’Ottobre del 1999.

Permettetemi di iniziare dicendo che non intendo raccontare barzellette sugli economisti, almeno non molte barzellette, ma certamente intendo citare le loro stesse parole per confermare la mia tesi che l’economia laicista ha fallito. Le loro parole saranno molto più devastanti di qualunque numero di barzellette. Il problema non sono tanto gli economisti, come le barzellette posso indurci a credere, ma è la disciplina economica stessa. Come è attualmente costituita la disciplina dell’economia non è in grado di dotarci di verità. Tuttavia, per prima cosa devo spiegare cosa intendo per fallimento in questa discussione. Uso il termine fallimento per intendere fallimento epistemico o cognitivo. L’economia, come disciplina, come un corpo di proposizioni, si suppone ci spieghi, correttamente, qualcosa riguardo al mondo. Ma non è stata in grado di farlo, e non per mancanza di tentativi, ma per la mancanza di corrette assunzioni e di metodi corretti.

Io mi aspetto molto dall’economia, io non riguardo ad essa come una scienza tipo la chimica o la fisica che sono incapaci di offrirci di verità, ma come una disciplina che appropriatamente fondata e sviluppata, ci può offrire davvero un considerevole corredo di verità. Se le mie aspettative fossero inferiori, naturalmente, non ci sarebbe bisogno di parlare del fallimento dell’economia laicista. Dopo tutto per diversi aspetti essa vanta notevoli successi: ha mantenuto il posto di lavoro di centinaia di migliaia di economisti e di quando in quando ha fatto previsioni che sembrano essersi rivelate accurate.

Ma non è stata tuttavia in grado di dotarci di verità. Cercherò di illustrare questo fallimento presentando una breve storia del pensiero economico.

Aristotele

Il più grande nome nell’economia è ovviamente Aristotele. Egli propose quattro idee collegate, l’aridità o l’infertilità del denaro, l’immoralità dell’interesse, il valore intrinseco del valore e la nozione della parità nello scambio, che hanno controllato il pensiero economico per due millenni. A questi errori, il filosofo medievale Tommaso d’Aquino aggiunse la nozione del giusto prezzo, basata sulle idee di Aristotele. E queste idee sono ancora con noi, appaiono per esempio nelle forme della parità di salario, salario di sussistenza, le leggi sul salario minimo, e le leggi sull’usura. Sia l’Aquinate sia Aristotele erano ostili sia al commercio sia ai mercanti. Aristotele scrisse:

Essa [la crematistica], come dicemmo, ha due forme, l’attività commerciale e l’economia domestica: questa è necessaria e apprezzata, l’altra basata sullo scambio, giustamente riprovata (infatti non è secondo natura, ma praticata dagli uni a spese degli altri); perciò si ha pienissima ragione a detestare l’usura, per il fatto che in tal caso i guadagni provengono dal denaro stesso e non da ciò per cui il denaro è stato inventato. Perché fu introdotto in vista dello scambio, mentre l’interesse lo fa crescere sempre di più (e di qui ha pure tratto il nome: in realtà gli esseri generati sono simili ai genitori e l’interesse è moneta da moneta): sicché questa è tra le forme di guadagno la più contraria a natura.1

Nello spiegare la sua concezione che il commercio comporta la parità nello scambio, Aristotele scrisse:

E bisogna contraccambiare secondo la proporzione espressa dall’unione in diagonale. Ad esempio sia Α un architetto, Β un calzolaio, Γ una casa, Δ un calzare. Occorre dunque che l’architetto prenda dal calzolaio l’opera di costui e che egli stesso a sua volta gli dia la propria opera. Se dunque anzitutto v’è l’equa proporzione, quindi si verifica il contraccambio, avverrà ciò che s’è detto. Se invece non è così, non vi sarà equità e non sussisterà il rapporto: nulla impedisce infatti che l’opera dell’uno sia migliore di quella dell’altro: in tal caso bisogna pareggiare la differenza.

Perciò tutte le cose di cui vi è un reciproco scambio bisogna che si rendano un qualche modo permutabili. Per questo sorse la moneta, ed essa è in certo modo un intermediario: essa infatti misura ogni cosa, cosicché misura anche l’eccesso e il difetto, e quanti calzari ci vogliono per permutarsi con una casa o con del cibo.

La moneta quindi, come misura, serve a pareggiare le cose rendendole commensurabili: infatti se non vi fosse scambio non vi sarebbe vita sociale, non vi sarebbe scambio se non vi fosse eguaglianza, non si sarebbe eguaglianza se non vi fosse commensurabilità (p. 128)2.

Quindici secoli più tardi, Tommaso d’Aquino scrisse nella Summa Theologiae:

Usare la frode per vendere una cosa a un prezzo più alto del giusto è sempre peccato: poiché così s’inganna il prossimo a suo danno…

Ora, quello che è fatto per un vantaggio comune non deve pesare di più su l’uno che sull’altro. Ecco perché qui il contratto reciproco dev’essere basato sull’uguaglianza… Perciò, se il prezzo supera il valore di una cosa, o se la cosa supera il prezzo, è compromessa l’uguaglianza della giustizia. E quindi vendere a più, o comprare a meno di quanto la cosa costa è un atto ingiusto ed illecito.

[42231] IIª-IIae q. 77 a. 1 co. 3

È proprio dei commercianti dedicarsi agli scambi delle merci… il primo tipo di scambi [ovvero quello per necessità e non per profitto NdA] è degno di lode: poiché soddisfa a una esigenza naturale. Il secondo invece è giustamente vituperato [quello dei commercianti NdA]: poiché di suo soddisfa la cupidigia del guadagno, che non conosce limiti, e tende all’infinito. Perciò, considerato in se stesso, il commercio ha una certa sconvenienza: in quanto nella sua natura non implica un fine onesto e necessario.

[42257] IIª-IIae q. 77 a. 4 co4.

Percepire l’usura, o interesse, per il denaro prestato è per se stesso un’ingiustizia: poiché si vende così una cosa inesistente, determinando una sperequazione che è in contrasto con la giustizia…

[42270] IIª-IIae q. 78 a. 1 co.5

Perciò come pecca contro la giustizia chi, per il denaro prestato, o per altre cose di consumo, riceve dei soldi per un patto tacito o espresso, secondo che abbiamo dimostrato; così incorre in un peccato consimile chi per un patto tacito o espresso percepisce altre cose che si possano valutare in denaro

[42270] IIª-IIae q. 78 a. 2 co.6

Come vedremo fra breve non c’è ragione alcuna per pensare che anche una delle idee economiche di Aristotele sia vera. Aristotele non è stato in grado di rispondere in modo adeguato alla domanda “Come fai a conoscere?” tanto nell’economia quanto in altre discipline. La sua epistemologia generale è un fallimento e non propone alcuna specifica epistemologia per le sue affermazioni in economia.

Tommaso d’Aquino creò un ibrido filosofico tentando di combinare l’empirismo di Aristotele con la rivelazione Biblica, ma la chimera Tomistica cominciò a scricchiolare quasi subito, e la carriera della filosofia occidentale dai suoi giorni a oggi può essere compresa come il collasso della tentata sintesi tomistica tra sensazione e rivelazione proposizionale. Nella rivelazione Biblica, l’Aquinate aveva tutta l’epistemologia di cui necessitava, ma non fu abbastanza accorto per riconoscerlo. Peggio ancora, egli basò perfino la rivelazione proposizionale nell’esperienza dei sensi. Le sue idee economiche naufragano per lo stesso motivo di quelle di Aristotele: egli non è stato in grado di renderne coerentemente conto. Il fallimento di Tommaso, tuttavia, non ha impedito a menti inferiori di tentare ancora una volta di richiamare in vita il frankenstein tomistico, e infatti molto di quanto è stato spacciato per apologetica Cristiana nel ventesimo secolo non è altro che varie versioni del Tomismo.

Ma bisognò attendere la Riforma per vedere finalmente le idee economiche di Aristotele messe effettivamente in discussione. Lutero non affrontò l’immoralità del prestito a interesse o la nozione del valore intrinseco, ma il suo disprezzo per la filosofia di Aristotele preparò il terreno per poterlo fare al suo più giovane contemporaneo Giovanni Calvino. Il più grande contributo, per quanto non intenzionale, di Lutero al pensiero economico fu la sua elevazione del lavoro produttivo alla sua propria sfera e la distruzione della nozione che l’attività di suore e monaci sia in qualche modo più gradita a Dio del lavoro produttivo di contadini, mercanti, pescatori, falegnami, fabbri e fabbricatori di tende.

Fu Calvino che per primo contestò il dominio di Aristotele in economia rifiutandosi di condannare la richiesta di interesse come peccaminosa in sé stessa. Calvino rigettò la dottrina Aristotelica della sterilità del denaro. Nel corso della sua esposizione dei diritti e dei rovesci dell’interesse, Calvino fece la distinzione chiave tra il prestito per affari, per il quale la richiesta di interesse non è peccaminosa, e il prestito per il povero, per le sue esigenze immediate, caso nel quale lo è certamente. Calvino argomentò questa distinzione dalle Scritture, e non dovendo nulla al Filosofo7 egli fu libero di comprendere quale fosse l’insegnamento delle Scritture, piuttosto che cercare di conformarlo al paganesimo di Aristotele.

Anche se diversi Puritani, come Richard Baxter e John Bunyan per esempio, scrissero cose che potrebbero essere considerate questioni economiche, questi erano più preoccupati con l’etica che con l’economia, e non si spinsero oltre a sviluppare il loro pensiero in modo sistematico. Ma il fondamento per lo sviluppo dell’economia come una disciplina distinta era finalmente stato gettato dalla Riforma. Il primo passo fu il rigetto dell’autorità di Aristotele e della Chiesa-Stato Romana. Il cammino, prima per una migliore comprensione del mercato e in seguito per l’individualismo economico, era ora diventato chiaro.

Vorrei ora qui sottolineare il fatto che l’economia, come una disciplina distinta da studiare sistematicamente, è uno sviluppo relativamente recente. Thomas Robert Malthus, uomo di chiesa, divenne il primo professore di Economia Politica nel 1805. (Adam Smith era professore di Filosofia Morale all’università di Edimburgo quando pubblicò la sua Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni nel 1776). La prima cattedra di Economia Politica negli Stati Uniti venne occupata da Charles Dunbar, ad Harvard nel 1871. La American Economic Association, venne fondata da Richard T. Ely della Università John Hopkins nel 1885. La dicitura prevalente nel diciottesimo secolo, Economia Politica, divenne sempre meno accettabile, e gli economisti politici e la loro disciplina non vennero chiamati economisti ed economia fino al ventesimo secolo. Prima del 1870 gli economisti americani erano autodidatti, dato che non esisteva virtualmente alcun corso sulla materia.

Empirismo in Economia

Ai primordi della storia dell’economia, ancora prima quindi di Adam Smith che è generalmente considerato il fondatore della disciplina, vi ritroviamo la questione del metodo. La scuola proto-positivista, empirico-matematica aveva avuto un primo proponente nel pensatore del diciassettesimo secolo William Petty:

Il metodo che adotterò a questo scopo non è molto usuale: invece di usare solo concetti al comparativo e al superlativo e argomenti intellettuali, ho deciso (come esempio dell’aritmetica politica, che da tempo cerco di formulare) di esprimermi in termini di numero, peso o misura, di usare solo argomenti fondati sulle sensazioni e di considerare unicamente quelle cause che hanno fondamenta visibili nella natura: lasciando quelle che dipendono dalle diverse mutevoli intelligenze, opinioni, ambizioni e passioni di singoli uomini alle considerazioni di altri…8

Adam Smith scartò il metodo matematico di Petty ma non il suo metodo empirico, e sarà per ancora un centinaio d’anni dopo Smith, fino al ventesimo secolo, che il positivismo non sarà la concezione maggioritaria tra gli economisti. L’approccio di Smith all’economia era proprio quello scartato da Petty: argomenti intellettuali e l’uso di parole. Ma entrambi, Smith e Petty, si affidavano comunque all’osservazione.

Per quanto riguarda la materia stessa dell’economia, ci sono state svariate concezioni su cosa essa sia. L’idea di Adam Smith era che l’economia fosse la scienza della ricchezza e della prosperità. Bernard Mandeville pensava all’economia come alla scienza dell’avarizia. Il suo libro La favola delle api, vizi privati e pubbliche virtù argomentava che vizi privati come la cupidigia sono in effetti benefattori pubblici. L’avarizia di alcuni, per quanto deplorevole come pecca del carattere, di fatto beneficia il pubblico. Mandeville scrisse:

La radice del male, l’avarizia,

vizio dannato, meschino, pernicioso

era schiava della prodigalità,

il nobile peccato

mentre il lusso dava lavoro a un milione di poveri

e l’odioso orgoglio a un altro milione.

Perfino l’invidia e la vanità servivano l’industria.

La loro follia favorita, la volubilità

nel nutrirsi cibi, nell’arredamento e nel vestire

questo vizio strano e ridicolo,

era divenuta la ruota che faceva muovere il commercio.9

Ne La situazione della classe operaia in Inghilterra, nel 1844, il mai perseguito cospiratore alleato di Marx, Friedrich Engels, scrisse:

Per il borghese inglese è del tutto indifferente che i suoi operai muoiano o no di fame, purchè egli guadagni del denaro. Tutti i rapporti umani vengono misurati secondo il guadagno, e ciò che non procura denaro è cosa stupida, inopportuna, idealistica. Perciò l’economia politica, la scienza del guadagno, è la disciplina favorita da questi trafficanti ebrei [NdT, nell’edizione italiana la parola ebrei non compare]10.

Come questa citazione dimostra, i Marxisti disprezzavano i capitalisti, gli economisti e gli Ebrei.

Nel diciannovesimo secolo l’Arcivescovo Anglicano Richard Whately definì l’economia come scienza dello scambio. Per Karl Marx, l’economia era la scienza dello sviluppo umano. Nel ventesimo secolo Lionel Robbins definì l’economia come la scienza del risparmio, e Ludwig von Mises pensò che l’economia è la scienza dell’azione umana. Da non dimenticare il fatto che lo storico del XIX secolo Thomas Carlyle chiamò l’economia “scienza triste”. Sua l’ironica battuta: “Di tutti i ciarlatani che abbiano mai ciarlato gli economisti politici sono i più chiassosi”.

Gli economisti più famosi differivano fra loro tanto sull’oggetto dell’economia quanto sul suo metodo più appropriato. Il logico ed economista britannico di tardo XIX secolo, William Stanley Jevons, riprendendo da dove Petty aveva lasciato, scrisse nella Teoria della Economia Politica “è evidente che se l’economia dev’essere una scienza, dev’essere una scienza matematica”11. Jevons così continua:

In realtà non esiste alcuna scienza esatta salvo che in senso relativo. L’astronomia è più esatta di altre scienze perché la determinazione della posizione di un pianeta o di una stella si presta a una misura rigorosa: un esame dei metodi dell’astronomia fisica rivela, per altro, ch’essi sono tutti approssimati. Ogni soluzione a cui si addiviene implica ipotesi non realmente esatte, quale, ad esempio, quella che la terra sia uno sferoide piano e omogeneo. Gli stessi problemi apparentemente più semplici della statica e della dinamica non sono che ipotetiche approssimazioni alla verità12.

Jevons, uno dei tre leader, assieme allo svizzero Leon Walras e all’austriaco Carl Menger, della rivoluzione marginalista in economia negli anni settanta del XIX secolo, vide nella scienza naturale, in particolare nella fisica, il modello per l’economia. Il metodo appropriato per l’economia, pertanto, deve essere la matematica. Lo stesso Carl Menger, che è considerato il padre della scuola razionalista Austriaca di economia in quegli anni, propose per l’economia l’adozione dello stesso metodo usato nella scienza naturale. Egli scrisse:

Tale metodo di ricerca … è comune a tutte le scienze sperimentali e dovrebbe essere chiamato più correttamente metodo empirico13.

Il fatto che il nostro tempo consideri con soddisfazione i progressi ottenuti nel campo delle scienze naturali, mentre la nostra scienza è così poco considerata anche da coloro a cui potrebbe servire come base per la loro attività pratica, non è del tutto immotivato… Il motivo di questo disinteresse così evidente deve essere ricercato piuttosto nelle condizioni attuali della scienza economica, nella sterilità degli sforzi fatti finora per dare ad essa dei fondamenti empirici14.

Menger non fu il razionalista coerente che invece fu in seguito Ludwig von Mises.

Forse il più famoso proponente dell’economia positiva nel ventesimo secolo è stato Milton Friedman. Nel suo saggio del 1953 La metodologia dell’economia positiva, Friedman scrisse che il compito dell’economia è di fare corrette previsioni sulle conseguenze di qualunque cambiamento nelle circostanze. Le sue prestazioni devono essere giudicate della precisione, dalla portata, e dalla conformità con l’esperienza delle previsioni che elabora. In breve, l’economia positiva è, o può essere, una scienza obiettiva, precisamente nello stesso senso di ogni altra scienza fisica [sic].

L’obiettivo ultimo di una scienza positiva va ricercato nello sviluppo di una “teoria” o di “ipotesi” che generino previsioni valide e significative (e cioè non tautologiche) su fenomeni non ancora osservati15.

Considerata come un insieme di ipotesi sostanziali, la teoria deve essere giudicata secondo la sua capacità previsiva rispetto alla classe di fenomeni che essa è intesa a “spiegare”. Solo la prova dei fatti può mostrare se essa sia “giusta” o “sbagliata” o, per meglio dire, se si possa in via sperimentale “accettarla” come valida oppure “rifiutarla”… L’unica verifica rilevante della validità di un’ipotesi consiste nel raffrontare le sue previsioni con l’esperienza. L’ipotesi viene rifiutata se le sue previsioni sono contraddette dai fatti (“frequentemente”, o più frequentemente di quanto lo siano le previsioni generate da un’ipotesi alternativa); viene accettata se le sue previsioni non vengono contraddette; e viene giudicata assai attendibile se ha superato molte prove suscettibili di contraddirla. Una verifica empirica non può mai “convalidare” un’ipotesi; può soltanto rivelarsi incapace di confutarla, ed è questo che in genere intendiamo dire quando affermiamo, in modo piuttosto impreciso, che l’ipotesi è stata “confermata” dall’esperienza16.

Friedman si rese conto dei limiti del suo metodo: egli ben comprese che questo non poteva offrire verità, eppure nonostante ciò persistette nell’usarlo. La frase biblica “stanno sempre lì ad imparare, senza riuscire mai a giungere alla conoscenza della verità.”17 non potrebbe trovare miglior applicazione che con i moderni praticanti delle scienze sia naturali sia economiche.

Ma la realtà è che la situazione dell’economia empirica è anche più disperata di quanto Friedman esplicitamente ci dica. Egli scrive:

La validità [per validità Friedman apparentemente intende che l’ipotesi “funziona” NdA] di un’ipotesi non costituisce in sé stessa un criterio sufficiente per scegliere fra ipotesi alternative. Il numero dei fatti osservati è necessariamente finito; quello delle ipotesi possibili, infinito. Non vi è mai un’unica ipotesi che sia compatibile con i dati disponibili, se ne esiste una, ne esistono infinite18.

Se Friedman ha ragione in questa affermazione, e infatti ce l’ha, allora la sua probabilità di scegliere quella corretta tra un numero infinito di ipotesi coerenti con l’evidenza è zero. Pertanto tutti i principi dell’economia positiva sono falsi.

Ironicamente, sono gli stessi economisti che pensano che l’economia debba usare gli stessi metodi della fisica ad averla condotta nello stesso vicolo cieco epistemologico dove è finita questa: proprio come tutte le leggi della fisica sono false, così tutte le leggi dell’economia positiva sono altrettanto false. L’invalidità dell’induzione, e per invalidità io intendo che la conclusione di una argomentazione induttiva non è scaturita dalle sue premesse, ovvero che la conclusione non è un’inferenza necessaria ottenuta dalle premesse, che alcuni Cristiani ancora difendono come valida, è stata largamente riconosciuta tale dai filosofi sin dal tempo di Hume, se non già da prima. Nel ventesimo secolo, Bertrand Russell e Karl Popper, per nominare due filosofi non Cristiani di spicco, hanno alla fine candidamente ammesso l’invalidità dell’induzione. Forse qualche ulteriore citazione sull’argomento è ancora necessaria, dato che molti Cristiani nelle università ancora non l’hanno recepito.

Karl Popper ha scritto:

Sono d’accordo con l’opinione di Hume che l’induzione non sia valida e non sia in alcun senso giustificata… l’induzione non [è] valida in ogni senso , e quindi sia non giustificabile.19

La base empirica delle scienze oggettive non ha in sé nulla di «assoluto». La scienza non posa su un solito strato di roccia. L’ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire, sopra una palude.20

Uno degli economisti più brillanti, che discuterò a breve sotto il titolo Razionalismo, ha scritto:

Il problema insormontabile dell’empirismo consiste proprio nella sua incapacità di spiegare in modo convincente come sia possibile inferire da fatti osservati qualcosa riguardo a fatti ancora da osservare21.

Razionalismo in Economia

Lasciandoci alle spalle ogni forma di empirismo o induzione come vicoli ciechi epistemologici, volgiamoci ora a un altro metodo in economia, il razionalismo. Ci sono molte insuperabili difficoltà in ogni tipo di empirismo, che sia il metodo matematico-empirico di William Petty, l’ingenuo empirismo di Adam Smith, o il positivismo scientifico del ventesimo secolo, per questo alcuni economisti hanno dissentito dalla concezione empirista prevalente. Per esempio ecco cosa scrisse l’economia francese di inizio XIX secolo, Jean Baptiste Say nel Trattato di Economia Politica:

Altre persone dotte in scienze, e troppo straniere a cotesta, s’immaginano, dal canto loro, non esserci altre idee positive all’infuori delle verità matematiche e delle osservazioni accuratamente fatte nelle scienze naturali; s’immaginano non trovarsi fatti costanti e verità incontrastabili nelle scienze morali e politiche: quindi non essere queste scienze vere, ma solamente corpi d’opinioni ipotetiche.22

Nel tardo XIX secolo, una nuova scuola di economia fece la sua apparizione in Austria. Invece di fare affidamento sull’esperienza, sull’osservazione, sulla misura o sul calcolo matematico, la Scuola Austriaca di economia inaugurata da Carl Menger negli anni ’70 del XIX secolo e sviluppata più completamente da Ludwig von Mises negli anni ’40 e ’50 del XX secolo tentò di rendere l’economia laicista veritiera. Purtroppo non ci riuscì, ma il suo tentativo rimane tuttavia istruttivo.

Menger pubblicò i suoi Principi di Economia nel 1871 e le sue Ricerche sul metodo delle scienze sociali e in particolare dell’economia politica una dozzina d’anni dopo. Nella Prefazione al suo secondo libro Menger scrisse:

Le ricerche teoriche nel campo dell’economia politica non sono finora pervenute a definire alcuna metodologia peculiare per questa scienza, perlomeno non in Germania23.

Il suo libro diede inizio la battaglia dei metodi (Methodenstreit) in Germania e Austria negli anni ’80 del secolo, dato che questo presentava un attacco frontale alla Scuola Storica, una scuola empirica, guidata da Gustav von Schmoller. Menger così argomentava:

Il contrasto di opinioni sulla natura della nostra scienza, sui suoi scopi e limiti e in particolare il tentativo di stabilire nuovi scopi per la ricerca economico-politica, non è originariamente sorto dall’interesse degli economisti per le ricerche teoriche. Esso ha preso le mosse dalla sempre più evidente consapevolezza che la teoria economica, nella formulazione di Adam Smith e dei suoi allievi, è priva di fondamenti sicuri, e che anche per i suoi problemi più elementari non si è trovata alcuna soluzione soddisfacente. Soprattutto, essa costituisce una base insufficiente per le scienze pratiche dell’economia, e anche per l’azione pratica nel suo àmbito24.

Il progresso della nostra scienza è ostacolato attualmente dal dominio di principî metodologici errati.25

Uno dei principî della Scuola Austriaca articolato ma non coerentemente difeso da Carl Menger era il rigetto della verificabilità empirica delle ipotesi economiche. Egli scrisse con sarcasmo:

Voler mettere alla prova la pura teoria economica tramite l’esperienza nella sua piena realtà è procedimento analogo a quello di un matematico che volesse legittimare i principî della geometria per mezzo della misurazione di oggetti reali.26

In seguito Mises avrebbe argomentato che le teorie economiche non avrebbero potuto essere verificate mediante i “fatti”, e né pure le promesse ottenute dall’osservazione: “è sbagliato disputare intorno a ‘è dall’osservazione che l’economica deduttiva ricava le sue premesse fondamentali.’ Quello che possiamo ‘osservare’ sono sempre e soltanto fenomeni complessi”27

Prendendo spunto da un suggerimento di Mises, un’idea che si ritrova ampiamente diffusa negli scritti di John Dewey e William James, il più famoso economista austriaco e vincitore del premio Nobel, Friedrich Hayek, cercò di sviluppare un’epistemologia evoluzionistica nel suo libro finale, La Seduzione Fatale. Mises aveva scritto:

I concetti di selezione naturale ed evoluzione rendono possibile la formulazione di un’ipotesi sull’emergere della struttura logica della mente umana e dell’a priori”.28

Senza dubbio rendono possibile formulare un’ipotesi, ma garantiscono pure che quell’ipotesi è falsa. Continuando con Mises:

Gli animali sono spinti da impulsi e istinti. La selezione naturale ha eliminato quelle specie ed esemplari che hanno sviluppato istinti che li svantaggiavano nella lotta per la sopravvivenza. Solo quelli dotati di impulsi utili alla loro preservazione sono sopravvissuti e hanno potuto propagare le loro specie29

Nulla ci impedisce di assumere che nel lungo cammino che va dagli antenati non umani dell’uomo all’avvento della specie homo sapiens, alcuni gruppi di antropoidi più avanzati abbiano sperimentato, per così dire, con categorie e concetti differenti da quelli dell’homo sapiens e abbiano tentato di usarli come regole per la loro condotta. Ma il comportamento diretto da un quasi-ragionamento basato su quelle pseudo-categorie che non erano allineate con le condizioni della realtà sarebbe destinato fallire e a condurre al disastro coloro che l’avessero adottato. Avrebbero potuto sopravvivere solo quei gruppi i cui membri avessero agito in accordo con le giuste categorie, cioè con quelle in conformità con la realtà e che, per prendere a prestito un concetto del pragmatismo, pertanto funzionassero30.

La nozione che un concetto, un’idea, un ipotesi o una proposizione è giustificata perché “funziona” ovviamente non è altro che una forma della fallacia logica dell’affermazione del conseguente. Tutte le forme di pragmatismo commettono questa fallacia. L’epistemologia evoluzionistica di Mises e Hayek, fondata sul lavoro di William James e John Dewey, è un completo fallimento tanto quanto l’induzione e l’empirismo. Nietschze l’aveva capito bene, quando disse che quelli che ci portiamo dietro nei nostri cervelli sono gli errori che ci hanno permesso di sopravvivere.

In una certa misura Mises era anche Kantiano. Egli scrisse:

La mente umana non è una tabula rasa su cui gli eventi esterni scrivono la propria storia. Essa è dotata di una gamma di strumenti per afferrare la realtà. L’uomo ha acquisito questi strumenti, cioè la struttura logica della mente, nel corso della sua evoluzione da ameba al suo stato presente. Ma questi strumenti sono logicamente anteriori ad ogni esperienza.31

Quel che conosciamo è ciò che la natura o la struttura dei nostri sensi e delle nostre menti ci rendono comprensibile. Noi vediamo la realtà, non come “è” e può apparire a un essere perfetto, ma solo come quel tratto speciale della nostra mente e dei nostri sensi che ci permette di vederla. Cosa che l’empirismo radicale e il positivismo non vogliono ammettere… Non dobbiamo mai dimenticare che la nostra rappresentazione della realtà e dell’universo è condizionata tanto dalla struttura della nostra mente quanto dai nostri sensi. Non possiamo scartare l’ipotesi che ci siano aspetti della realtà inafferrabili alle nostre facoltà mentali ma che potrebbero essere invece rilevabili a esseri dotati di una mente più efficiente, e che certamente lo sono a un essere perfetto32.

Nonostante le implicazioni scettiche di questo paragrafo Mises, quantunque incoerentemente, non era disposto a rinunciare al concetto di verità. Attaccò quindi il comportamentismo per averlo reso impossibile.

Se la comparsa di qualunque idea viene trattata alla stessa stregua di quella di tutti gli altri eventi naturali, allora non è più ammissibile distinguere tra vere e false proposizioni. I teoremi di Cartesio non sono né meglio né peggio degli scarabocchi di Pierino nel suo compito d’esame, il candidato tontolone alla licenza elementare. I fattori materiali non possono sbagliarsi. Hanno prodotto nell’uomo Cartesio la geometria analitica e nell’uomo Pierino qualcosa che il suo maestro, non illuminato dal vangelo del materialismo, considera segni privi di senso. Ma chi dà diritto a costui di assidersi in giudizio sulla natura? Chi sono costoro, i filosofi materialisti, per condannare quello che i fattori materiali hanno prodotto nei corpi dei filosofi “idealisti”? 33

I materialisti pensano che la loro dottrina elimina semplicemente la distinzione tra ciò che è moralmente buono e moralmente sbagliato. Non si rendono invece conto che questa spazza via pure ogni differenza tra ciò che è vero e ciò che non lo è, deprivando così di significato ogni atto mentale… Per una dottrina che sostiene che i pensieri sono nella stessa relazione col cervello come la cistifellea lo è con il fegato, non è più ammissibile distinguere tra idee vere e non vere, più di quanto lo sia distinguere tra vere e non vere cistifellee.34

La sua perspicace bocciatura del comportamentismo e del materialismo lasciò tuttavia Mises senza nessun’altra opzione possibile. Egli manifestò il desiderio per la verità ma non fu in grado trovarla. Alla pagina 7 della sua magnum opus, L’Azione Umana, Mises scrisse:

Molti sogliono biasimare l’economia come retriva. Ora è del tutto ovvio che la nostra teoria economica non è perfetta. Non v’è perfezione nella conoscenza e nelle conquiste umane. L’onniscienza è negata all’uomo. La teoria più elaborata che sembra soddisfare completamente la nostra sete di sapere può essere un giorno emendata e soppiantata da una nuova teoria. La scienza non ci dà una certezza assoluta e definitiva. Essa ci dà assicurazione soltanto nei limiti delle nostre abilità mentali e dello stato del pensiero scientifico prevalente. Un sistema scientifico non è che una stazione in una ricerca conoscitiva che progredisce indefinitamente e necessariamente influenzata dalla insufficienza inerente a tutti gli sforzi umani35.

Va da sé che se la ricerca della conoscenza progredisce indefinitamente non arriverà mai da nessuna parte. La conoscenza non sarà mai acquisita.

Perdipiù, la dicotomia che Mises ci presenta, con la quale spera di sostenere il suo ragionamento, è falsa. Le alternative non sono onniscenza e ignoranza, ma ignoranza e qualche conoscenza, per quanto limitata. A causa dei principi filosofici che adotta, Mises non è in grado offrircene alcuna.

In seguito ne L’Azione Umana scrive:

I problemi filosofici, epistemologici e metafisici della causalità e dell’induzione imperfetta sono al di là dello scopo della prasseologia. Dobbiamo semplicemente stabilire il fatto che per agire l’uomo deve conoscere la relazione causale fra eventi, processi o stati di cose. E che solo nella misura in cui egli conosce questa relazione, la sua azione può raggiungere i fini cercati. Siamo pienamente consci che asserendo ciò ci muoviamo in un cerchio, poiché l’evidenza di avere correttamente percepito una relazione causale è data solo dal fatto che l’azione guidata da questa conoscenza si trasforma nei risultati attesi36.

Ed ecco ripresentarsi la fallacia dell’affermazione del conseguente per avere la sua vendetta. Poche pagine prima Mises aveva scartato questa forma di ragionamento quando veniva usata per difendere il meccanicismo:

I sostenitori del meccanicismo non si preoccupano dei problemi ancora irrisolti relativi alle basi logiche ed epistemologiche dei principî della causalità e dell’induzione imperfetta. Per loro questi principî sono sani perchè funzionano. Il fatto che gli esperimenti di laboratorio diano i risultati previsti dalle teorie e che le macchine delle fabbriche funzionino nel modo predetto dalla tecnologia prova, essi dicono, la solidità dei metodi e delle scoperte della scienza naturale moderna. Concesso che la scienza non può darci la verità – e chi sa che significa realmente verità? – comunque certo che essa serve al conseguimento del successo37.

Mises, tuttavia, riconobbe molto chiaramente i limiti della sua teoria:

Si può ammettere l’impossibilità di fornire la prova esclusiva per le proposizioni che la propria logica sia la logica degli altri e senz’altro l’unica logica umana e che le categorie della propria azione siano le categorie dell’azione di tutti gli altri e nel modo più assoluto le categorie di ogni azione umana. Tuttavia il pragmatista deve ricordare che queste proposizioni operano sia in pratica che nella scienza, e il positivista non deve trascurare il fatto che rivolgendosi ai suoi simili presuppone – tacitamente e implicitamente – la validità intersoggettiva della logica e conseguentemente la realtà del regno del pensiero e della logica altrui, del suo eminente carattere umano38.

Mises instistette che non c’era modo legittimo di fare appello all’esperienza, sia scientifica sia storica, per stabilire la verità:

Pure le scienze naturali trattano degli eventi passati. Ogni esperienza è l’esperienza di qualcosa passato via; non v’è esperienza di accadimenti futuri. …

Ogni esperienza storica è suscettibile di varie interpretazioni, ed è anche effettivamente interpretata in modi differenti39.

Mises sviluppò un fondamento razionalistico per l’economia. Infatti, l’economia, o per usare una parola coniata dall’Arcivescovo Whately, che egli spesso usava, catallattica, era semplicemente la meglio sviluppata delle scienze umane. A quel fondamento diede il nome di prasseologia. Mises scrisse:

La prasseologia è una scienza teoretica e sistematica e non una scienza storica. Suo ambito è l’azione umana come tale, indipendentemente da ogni circostanza individuale, accidentale e d’ambiente degli atti concreti. La sua conoscenza è puramente formale e generale senza riferimento al contenuto materiale e alle configurazioni particolari del caso concreto. Essa tende a una conoscenza valida per tutti i casi in cui le condizioni corrispondono esattamente a quelle implicate nelle sue assunzioni e inferenze. I suoi enunciati e le sue proposizioni non sono derivati dall’esperienza. Sono degli a priori come quelli della logica e della matematica. Sia sul piano logico che su quello temporale essi sono antecedenti a qualsiasi comprensione dei fatti storici, e pertanto requisito necessario per afferrare concettualmente qualsiasi evento storico40.

Il ragionamento aprioristico è puramente concettuale e deduttivo. Esso non può produrre null’altro che tautologie e giudizi analitici. Tutte le sue implicazioni sono logicamente derivate dalle premesse ed erano già contenute in esse41.

I discepoli di Mises hanno differito tra di loro nelle loro epistemologie. Mises prese le mosse da un insieme di assiomi a priori. Hayek, tuttavia, incorporò alcuni elementi empirici. Murray Rothbard cercò di dare all’economia Austriaca un fondamento Aristotelico. Mario Rizzo e Gerald P. O’Driscoll hanno tentato di usare la fenomenologia di Henri Bergson come base per il soggettivismo Austriaco. In una lezione successiva suggerirò un’altra possibilità.

Alcuni economisti hanno semplicemente messo da parte le questioni sul metodo. Uno dei più influenti economisti Americani del XX secolo, Paul Samuelson, fugge le discussioni sul metodo ritenendole fondamentalmente diaboliche, una bizzarra dichiarazione teologica da parte di un laico:

È più corretto dire, anche se questo ci aiuta poco, che le scienze sociali perdono tempo a disquisire intorno al metodo perché il diavolo trova sempre un impiego per mani oziose. La Natura aborrisce il vuoto e l’aria calda riempie lo spazio più dell’aria fredda. Quando i libertini perdono il potere di sbalordirci, ricominciano poi con dei pistolotti morali per annoiarci42.

Forse Samuelson si era vagamente accorto che il re è nudo, e che pertanto quelli che discutevano del suo guardaroba stavano inconsapevolmente richiamando l’attenzione sulla sua nudità.

Altri economisti hanno cercato di nascondere la confusione e la vacuità delle loro teorie nel fitto sottobosco del gergo e di una ingarbugliata prosa. John Kenneth Galbraith ha scritto:

La complessità e l’oscurità hanno valore professionale. Sono gli equivalenti accademici delle regole di apprendistato per l’edilizia. Tengono a distanza gli estranei, e custodiscono l’immagine di una casta privilegiata o sacerdotale. L’uomo che cerca di rendere le cose chiare è un guastafeste. Si attira più critiche per la sua slealtà che per la sua chiarezza.

Inoltre, specialmente nelle scienze sociali, molta della incomprensibilità nello scrivere scaturisce da un pensiero confuso o incompleto. Sicuramente si può essere tecnicamente oscuri su un soggetto su cui non si è riflettuto abbastanza, ma è impossibile essere assolutamente chiari su qualcosa che non si è capito per niente. In questo modo la chiarezza svelerebbe dei vizi nel pensiero. La persona che si prefigge di rendere chiari argomenti difficili oltraggia così il diritto regale di numerosi economisti, sociologi e “scienziati” politici di usare un modo di scrivere scadente come camuffamento di un pensiero sciatto, impreciso o incompleto. È ben comprensibile lo sdegno che provoca43.

Per quanto azzeccata sia l’analisi di Galbraith, la nostra conclusione è se possibile ancor più radicale. Abbiamo poco da spartire con Gunnar Myrdal, il socialista svedese che condivise il premio Nobel per l’economia con Friedrich Hayek, tuttavia egli aveva assolutamente ragione quando scriveva:

Ogni economista è angosciosamente consapevole dell’esistenza di un diffuso sospetto riguardo il supposto carattere “scientifico” dell’economia. Questa diffidenza è infatti pienamente giustificata. Una branca della conoscenza che è del tutto priva dell’insieme di premesse sulle quali opera si può a malapena ritenere affidabile44.

Recentemente, in una discussione a proposito dell’economia e della filosofia della scienza è stata negata l’esistenza di un criterio generale per la verità, concludendosi in un totale scetticismo. L’autrice cerca nondimeno di apparire ottimista: “Una volta ammesso che non esiste un arbitro finale nella valutazione delle teorie, i concetti di ‘razionalità’, ‘obiettività’, ‘scienza’ e così via, acquisiscono un nuovo significato”45. Ma a me sembra che se davvero non esiste un arbitro finale nella valutazione delle teorie, tutti quei concetti vengano invece svuotati di ogni significato, e l’intera economia assieme a loro. L’economia laicista, che sia nella sua modalità empirica, razionalista o Kantiana, non ha potuto offrirci conoscenza. Il mondo sta ancora aspettando un’economia che sia in grado di farlo.

1Aristotele, Politica. Da Opere, Volume secondo. Mondadori. , Milano, 2008, p. 494.

2Aristotele, Etica Nicomachea. Da Opere, Volume secondo. Mondadori, Milano, 2008, pp. 124, 128.

3San Tommaso d’Aquino, La Somma Teologica. Sola trad. italiana: Volume 3, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 1996, p. 587.

4Ibid. p. 592

5Ibid. p. 595

6Ibid. p. 597

7Filosofo è l’appellativo che nella sua Summa Theologiae Tommaso d’Aquino usa nei confronti di Aristotele.

8William Petty, Aritmetica Politica, 1986, Liguori editore, pp 45, 46.

9Bernard Mandeville, La Favola delle api, ovvero vizi privati e pubblici benefici, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008, p 14.

10Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, Editori Riuniti, Roma, 1972, p. 303.

11William Stanely Jevons, Teoria della Economia Politica ed altri scritti economici, UTET, Torino, 1947, p. 36.

12Ibid. pp. 37, 38.

13Carl Menger, Principi di Economia Politica, UTET, Torino, 1975. Versione ebook. Dalla prefazione alla prima edizione. http://books.google.it/books?hl=it&id=AAuGRUsM3JEC

14Ibid.

15Milton Friedman, Metodo, consumo, moneta, Il Mulino, Bologna, 1996. p 97.

16Ibid. p. 99.

172 Timoteo 3:17 (CEI)

18Ibid. p. 100.

19Karl Popper, La logica delle scienze sociali e altri saggi, Introduzione di Massimo Baldini, Armando Editore, Roma, 2005, p. 84

20Karl Popper, La logica della scoperta scientifica, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2010, pp. 108,109.

21Von Mises, The Ultimate Foundation of Economic Science, D. Van Nostrand Company, Inc, Princeton, New York, 1962, p 21.

22Jean Baptise Say, Trattato di economia politica, Cugini Pomba e comp. Editori e Librai, Torino, 1854, p 11.

23Carl Menger, Sul metodo delle scienze sociali, Liberilibri, Macerata, 1996, p. 3.

24Ibid. pp. 8,9.

25Ibid. p. 13.

26Ibid. p. 54.

27Ludwig Von Mises, The Ultimate Foundation of Economic Science, D. Van Nostrad Company, Inc. New York, 1962, p. 74.

28Ibid, p. 14.

29Ibid, p. 14, 15

30Ibid, p. 15

31Ludwid von Mises, L’Azione Umana, Traduzione e presentazione a cura di Tullio Biagiotti, UTET, Torino, 1959, p 34.

32Ludwig Von Mises, The Ultimate Foundation of Economic Science, pp. 18, 19.

33Ibid. p. 29

34Ibid. p. 30

35Ludwid von Mises, L’Azione Umana, p 7.

36Ibid. p. 22.

37Ibid. p. 23.

38Ibid. p. 24.

39Ibid. p. 30.

40Ibid. p. 31.

41Ibid. pp. 36, 37.

42Paul Samuelson, Problems of Methodology – Discussion, da Milton Friedman – Critical Assessments, Volume 1, a cura di John C. Wood, Ronald N. Woods, Routledge, Londra, 1990, p. 107.

43John Kenneth Galbraith, Writing, Typing, and Economics, The Atlantic Magazine, 1 Marzo 1978.

44Gunnar Myrdal, The Political Element in the Development of Economic Theory, prefazione, xiii. NdT, La prefazione nell’edizione italiana del 1981 della Sansoni Editore, L’elemento politico nello sviluppo della teoria economica, tradotta da Pier Luigi Cecioni si è rivelata priva questa parte.

45Deborah A. Redman, Economics and the Philosophy of Science, Oxford University Press, 1993, p. 167