Sì, è una virtù rifiutare la carità

C’è un passaggio che ho trovato un pochino allarmante nella nuova serie di Netflix di Anne of Green Gables. La fattoria è in difficoltà e la banca sta procedendo col pignoramento. La famiglia entra nel panico. Anne suggerisce che molte persone contribuiranno e aiuteranno la famiglia in questi tempi difficili.

La madre reagisce con severità e convinzione: “Assolutamente no. Non accettiamo la carità.”

Che arretratezza! La sola frase rivela che qui stiamo parlando del passato. Mi ricordo vagamente qualcuno tra i miei parenti- nelle riunioni di famiglia nel Texas occidentale, seduti attorno a piselli da sbucciare- dire qualcosa di simile. Era una questione di orgoglio, addirittura di moralità.

Quando è stata l’ultima volta che avete sentito quella frase? Io personalmente non ricordo di averla sentita per molti anni.

Forse è il tempo di tornare indietro a quell’ethos e a quell’etica.

Ciò che abbiamo qui è un principio in azione, una questione di carattere. Non vivere alle spalle degli altri. Segui la tua strada in questo mondo. Mantieni la tua indipendenza e conserva la tua dignità.

C’è qualche virtù qui? Io suggerirei di sì. E’ una virtù dimenticata, sicuramente, ma nondimeno una virtù.

 

Carità con dignità

La famiglia della storia aveva veramente bisogno di aiuto. Piuttosto che mendicare, raccolse molti dei suoi beni e li portò in città per venderli. I mercanti avevano sentito dello stato di bisogno della famiglia, così alcuni pagarono una somma più alta in modo da aiutare senza far sapere alla famiglia che lo stavano facendo. La Bibbia racconta di persone che davano agli altri senza far sapere alla mano sinistra cosa stava facendo la mano destra- il che significa, non congratularsi con se stessi e allo stesso modo non aspettarsi che gli altri vi elogino per la vostra generosità. Questo è quanto facevano i vicini.

Allo stesso modo, la vergogna associata al mendicare è sempre presente nella Bibbia. Nella parabola dell’amministratore disonesto, il ragazzo lamenta che è stato mollato dal suo padrone, ma è troppo debole per zappare e “si vergogna troppo di mendicare”.

Vergognarsi! Potete immaginare? Il welfare professionale ha provato a rimuovere lo stigma del welfare per un secolo. Ma a ben guardare non sparirà mai del tutto. Che potrebbe essere perfino una buona cosa.

 

Non essere un mendicante

La storia di Anne è ambientata in Canada, ma la tendenza di fondo è tipicamente americana. C’è fondamentalmente un tratto del carattere forgiato all’interno di un quadro di libertà. Lo trovate spesso anche nei libri della Little House, tale tendenza a rappresentare come umiliante accettare la carità da altri.

Perfino quando si presenta l’opportunità, sembrava comunque esserci un impegno culturale contro la dipendenza dagli altri, contro il vivere alle spalle degli altri. Pensate al vecchio termine “hobo”. L’etica del hobo non era mai mendicare- che è ciò che fanno i barboni- ma piuttosto evitare tutte le forme di dipendenza, anche il bisogno di un letto comodo e vestiti buoni, e viaggiare e svolgere piccoli lavori in modo da ricevere il sufficiente per sopravvivere e poi andarsene. Gli hobo credevano che questo fosse l’unico modo per rimanere liberi.

Nello spirito americano l’hobo stava facendo una scelta dignitosa. Il barbone? No.

Anche quando si sviluppò lo Stato redistributivo, lo spirito americano individualista si ribellò.

Rose Wilder Lane, la figlia dell’autore di questi libri, scrivendo a proposito del New Deal, la mise così:

lo spirito dell’individualismo è ancora qui. Il numero di noi che ha perso il lavoro e che sta fronteggiando la fame non è noto; la stima più lasca è stata di dodici milioni. Di questo numero, solamente un terzo appariva nei registri delle iniziative umanitarie. Da qualche parte questi milioni di persone in stato di necessità, che non erano stato aiutati, stanno ancora combattendo da soli questa crisi. Milioni di contadini sono ancora signori sul loro terreno; non stanno ricevendo ispezioni dai responsabili delle sovvenzioni pubbliche a cui essi contribuiscono con l’aumento delle tasse.

Milioni di uomini e di donne hanno pagato in silenzio i debiti, da cui non hanno chiesto alcun sollievo; milioni hanno ridotto le spese alle necessità più evidenti spendendo ogni soldo con il timore che presto non avrebbero posseduto niente, ed in qualche modo sono stati lieti durante il giorno e hanno scoperto che Dio conosce quanta forza e debolezza sia presente in loro nelle notti buie.”

Gli Americani stanno ancora pagando il prezzo della libertà individuale, che significa responsabilità dell’individuo e insicurezza.

Questa concezione è ovviamente regolarmente derisa sulla stampa progressista, apertamente da socialisti come Elizabeth Warren ma implicitamente in sedi come il New York Times e National Public Radio. Le loro voci fanno gocciolare con disprezzo quello che dicono essere il mito dell’ “individualismo spinto”, un’espressione divenuta famosa alla fine del 19° secolo. Si tratta dell’idea ritenuta crudele e irrealistica per cui le persone dovrebbero ottenere da se stessi quanto di cui hanno bisogno.

L’idea sottostante questa espressione è la celebrazione del successo individuale e l’invito a considerare l’attendersi che gli altri si preoccupino per voi se non è necessario come una limitazione del vostro potenziale come esseri umani.

Troppo spesso di questa idea è stata data una caricatura, almeno da quando il New Deal cercò di rompere lo stigma sociale della dipendenza dagli altri. Per esempio, può darsi che le persone associno questa idea con l’egoismo. Non è vero. C’è un paradosso per cui, più indipendenti siete, più volete aumentare il passo e aiutare gli altri. Come dice Lane: “Noi siamo il popolo più premuroso sulla Terra; ogni giorno premurosi con qualcuno e simpateticamente responsivi ad ogni voce di disagio. Soltanto in America una macchina che passa si fermerà per prestare un cric ad uno sconosciuto bloccato.”

Questo non è vivere sulle spalle degli altri. Questo significa beneficiare della gentilezza altrui quando ciò è necessario e d’aiuto. Lo accettate perché fareste certamente lo stesso per loro. E non lo aspettate dagli altri. E di sicuro non basate la vostra vita sull’idea che tutti o qualcuno siano moralmente obbligati ad aiutarvi quando vi imbattete nella sfortuna.

 

Aiuto sì, dipendenza no

Non è complicato: si accetta aiuto quando necessario ma non ci si fa un’abitudine. Mia madre, che viene da una famiglia e da un retaggio che celebrava il fare affidamento su se stessi, mi diceva, molto semplicemente: “non indebitarti mai.” Se contraete un debito verso qualcun altro, avete perso il bene più prezioso, la vostra indipendenza, che significa perdere qualcosa della vostra libertà.

Ciò comprende il debito da pagare. La CNN riferisce: “Il debito totale delle famiglie è salito a 12.58 migliaia di miliardi di dollari alla fine del 2016, un aumento di 266 miliardi di dollari dal terzo trimestre, in accordo con il report della Federal Reserve Bank di New York.” Allo stesso tempo, il 44% degli Americani non ha la disponibilità di 400 dollari da poter spendere in caso di emergenza.

I creditori privati sono abbastanza malvagi. E’ sicuramente peggio essere indebitati con il governo. In questo momento 43 milioni di Americani usano i buoni spesa. Che non è una nota di orgoglio nazionale. E questo si verifica perfino quando i generi alimentari sono incredibilmente a buon prezzo e disponibili allo standard storico.

Le persone lo giustificano argomentando con quanto stanno contribuendo al sistema. Esso saccheggia ogni loro stipendio, così possono benissimo aspettarsi qualcosa indietro. Non importa quanto welfare pagano, non riescono mai a prenderne a sufficienza per rendere lo scambio equo. Per molte persone, questo è sicuramente vero.

Una volta accettata la liberalità, ci sarà un interesse politico a continuarla. Le vostre loyalties gradualmente cambiano. Lo Stato diventa il vostro benefattore. Il vostro senso di affidamento su voi stessi è compromesso.

Vedete il circolo vizioso? Siete costretti a pagare, così non avete impedimenti morali a goderne quando arriva il momento. Ben presto vi trovate parte del teorema di Bastiat: lo Stato diventa la grande finzione con cui ciascuno cerca di vivere alle spalle di qualcun altro.

Al servizio della dignità delle persone, i programmi come quello dei buoni spesa dovrebbero essere aboliti tanto quanto ciò disturberebbe gli interessi delle lobby dell’agricoltura sempre impegnate a chiedere che questo traffico continui.

Sembra che il governo di questi tempi faccia tutto il possibile per costringere le persone al ruolo di dipendenti. Che siano prestiti per gli studenti, Obamacare, o soltanto un senso di responsabilità che fa scattare in tutti noi l’amore per le strade, e la gloriosa difesa nazionale, recuperiamo i nostri dollari di tasse, siamo considerati sempre presi al gancio, sempre in debito. Per sempre vincolati.

Questa non può essere un’aspirazione per le persone libere.

 

Una parola per l’individualismo

Sentir parlare di “individualismo spinto” è un po’ forte per noi oggi. Abbiamo una vaga impressione che la gente ci creda. Sentiamo come problematico perfino percepire che ci potrebbe essere un granello di verità in questo. L’atteggiamento costruì l’economia più prospera del mondo. Ci diede nuove invenzioni. Creò la società più dinamica, più florida, più progredita nella storia, e questa divenne un modello per il mondo.

Di certo, c’è spesso una certa confusione sull’espressione “fare affidamento su se stessi”. Questa non significa coltivare il proprio cibo, costruire i mobili da sé, e camminare invece di guidare. Non ha nulla a che fare con la tecnologia che usiamo, e c’è un valido motivo per cui il mercato e la divisione del lavoro che esso induce ci rende tutti profondamente dipendenti l’uno dall’altro. Questa è una bella cosa.

Il punto è che la dipendenza dal mercato è fondata sullo scambio e sul mutuo beneficio. Arriviamo ad ogni scambio con la libertà di modificare le nostre menti, e traiamo giovamento dallo scambio tanto quanto l’altra parte. Non stiamo facendo favori all’altro. Cooperiamo nel nostro stesso interesse.

Fare affidamento su se stessi significa qualcos’altro. Significa non essere presi al gancio per un favore che qualcuno vi ha fatto o essere nella situazione per cui gli altri si aspettano che viviate in uno stato costante di debito per qualche azione di benevolenza che vi è stata fatta. Significa invece rifiutarsi di costringere gli altri ad essere produttivi cosicché possiate ricevere uno sconto.

 

Pagate i vostri debiti.

Mia madre ha ragione. Non è un bene dipendere dagli altri. Quest’idea una volta era introiettata nelle nostre istituzioni. Il governo non aveva carità da offrire a nessuno. Dovevate pagare i vostri debiti. Gli Americani non avevano fretta di creare lo Stato sociale dalla culla alla tomba. La cosa esisteva in Europa da lungo tempo prima di giungere sulle nostre sponde. Perfino quando furono messe in piedi le isitutuzioni, la gente era restia a servirsene.

E ciò non ha a che fare soltanto con il compromesso con il vostro individualismo che raggiungete quando accettate i servizi di welfare. Ha a che fare anche con il fastidio che gli altri hanno nell’essere costretti a pagare per essi. Entrambe le parti vengono degradate in questo trasferimento forzato di benessere.

Questo è il pensiero soggiacente la citazione che La rivolta di Atlante di Ayn Rand indusse a trasformare in una dottrina di vita: “Giuro, sulla mia vita e sul mio amore per essa, che non vivrò mai grazie alla benevolenza di un altro uomo, né chiederò a qualcun altro di vivere grazie alla mia.”

E’ la cosa migliore pensare a queste righe, non come una dura dottrina religiosa, ma un consiglio di vita ben solido, un buon sostrato pratico per come concepire noi in relazione agli altri. Con questa idea in campo, tutte le altre virtù si sistemano nel modo giusto.

 

Cosa possiamo fare per questo.

L’idea di rifiutare la carità significa che dovreste prendere in carico la vostra vita senza volgervi verso le pressioni presenti attorno a voi per fare diversamente. Ciò è possibile perfino oggi. E’ vero che siete costretti a contribuire al sistema. Ma nessuno sta costringendo nessuno a ricevere i buoni spesa, a vivere di elemosina, a dipendere dai programmi governativi. Non è così facile rifiutarli di questi tempi. La sfida è reale. Tuttavia, questo è qualcosa che potete controllare, diversamente dalle politiche nazionali.

Per i nostri avi questa era una questione di carattere personale. E’ sempre più facile prendere la strada temporaneamente più profittevole e la via più sicura. Forse vi sentite degli idioti a respingere i soldi del governo quando sono così facilmente disponibili. Ma se ci pensate, a cosa state rinunciando in cambio?

Non abbiamo bisogno di ricondurvi alla vergogna che deriva dal vivere alle spalle degli altri. Chiunque lo faccia quando non è assolutamente necessario sa in cuor suo che c’è una via migliore. Se possiamo scegliere la strada migliore, dovremmo farlo.

Se lo facessero tutti, lo Stato sociale verrebbe de facto abolito nel giro di una notte.

L'articolo originale: https://fee.org/articles/yes-it-is-a-virtue-to-reject-charity/