Per un’archeologia del liberalismo italiano: Giovanfrancesco Lottini (1512-1572)

Tra le figure dimenticate, o solo distrattamente ricordate, del Rinascimento italiano, merita senz’altro una particolare attenzione – sperabilmente foriera di adeguate riscoperte scientifiche – quella del volterrano Giovanfrancesco Lottini (1512-1572). La sua “presenza”, nella storiografia, è duplice, e l’una dimensione – quella dell’economista molto occasionale e non sistematico, in tempi in cui certamente l’economia politica e la teoria economica non erano ancora scienze isolate da morale e teologia – sembra, negli scritti a lui dedicata, estranea all’altra: quella, affascinantissima, dell’avventuriero al servizio dei principi, assassino, mandante, affarista e diplomatico, e uomo legato agli ambienti vaticani, non solo fiorentini, ove si muoveva non senza difficoltà, e cui dedicò complessi scritti (sul tema del conclave, e delle sue valenze e significati), ancora parzialmente inediti.

Quel che qui immediatamente interessa, è, innanzi tutto, la sua collocazione nel contesto degli anticipatori, ancorché naturalmente ancora molto grezzi, della teoria dell’utilità marginale. Che in un contesto di piccoli stati rinascimentali in perpetua lotta tra di loro una teoria economica marginalista non fosse fuori luoghi, è senz’altro vero; siamo in un contesto di “concorrenza”, tra piccoli principi, e dunque piccoli stati, e tra individui e fazioni, mentre, al di fuori dell’Italia, ma ormai anche ampiamente in Italia, i “grandi stati”, in forma di imperi, mettevano tristemente piede, dopo la caduta di Firenze e soprattutto dopo Cateau-Cambrésis; e dunque occorre ritenere che il Lottini non sia altro di uno dei tanti – in una galassia di pensatori italiani ancora tutta da mappare — ad avanzare timide ed incerte ipotesi volte a demolire la dogmatica del valore prefissato, oggettivo, e a “soggettivizzarlo” in modo intuitivo, e certamente basato sull’esperienza.

Poiché Lottini, come del resto Machiavelli suo contemporaneo e costante punto di riferimento critico nell’opera del volterrano, non è un accademico o uno scienziato ma un uomo di intrighi, di corte, d’azione, che addirittura non lascia un corpus di scritti storici come il segretario fiorentino; ma affida – aldilà degli scritti sul conclave, solo parzialmente editi – ad una sola opera, gli Avvedimenti civili, il precipitato del proprio sapere, ma soprattutto della propria immensa esperienza politica, maturata sul campo, e non sui libri. Ma come del resto in Machiavelli, e in tutti gli scrittori politici italiani del tempo, la sua erudizione classica è vastissima, e il repertorio di citazioni spazia da Omero agli scrittori persiani, dalle Scritture a Petrarca. Gli Avvedimenti escono postumi, nel 1574, a due anni dalla morte. Saranno tradotti in francese, e godranno di una certa fortuna, con un buon numero di edizioni immediatamente successive. Se ne perdono le tracce nel Settecento, e fino ad Ottocento inoltrato.

Ma sarà un economista italiano – e qui comincia la fortuna del Lottini come marginalista ante-litteram – a riscoprirlo, iniziando una rivalutazione che lo vede comparire in opere fondamentali di storia dell’economia politica e del pensiero economico, da Emil Kauder (A History of Marginal Utility Theory, 1965, pp. 19-23), fino ad un lettore attento di Kauder, Murray N. Rothbard (An Austrian Perspective on the History of Economic Thought, I, 1995, pp. 165ss), che ripete in buona sostanza quanto scritto da Kauder (che conosceva da bene l’italiano, avendo anche commentato l’opera del Fubini), facendo seguire a Lottini l’altro toscano Bernardo Davanzati, di fama ben maggiore.

L’economista in questione è il notevolissimo Augusto Graziani (1865-1944), ebreo modenese ordinario di Economia Politica alla Federico II dal 1899 all’anno del suo ritiro, nel 1935, e socio ordinario dal 1913 dell’Accademia dei Lincei, autore, tra l’altro, di un importante trattato di economia politica pubblicato nel 1904. Da questi Kauder attinge (espandendo la lettura) per la propria conoscenza, e descrizione, del marginalismo abbozzato del Lottini. Il volterrano emerge prima la prima volta da un lungo oblio nell’opera del Graziani, dopo che però nella collana di classici dell’economia di Bettoni, a Milano, erano stati ripubblicati in due volumetti in 32° nel 1830 (e poi in un singolo volume ristampati nel 1839).

Ecco quanto scrive Graziani su Lottini nella sua Storia critica della teoria del valore in Italia (1889, pp. 29s):

Ma se questi scrittori [Di Tapia, Peri, Gasparino, tutti autori del Seicento precedentemente analizzati da Graziani n.n.] attribuiscono principale importanza al costo di produzione, altri si riferiscono al concetto di utilità che erigono a fondamento delle leggi del valore. Il Lottini chiaramente afferma che i bisogni sono il primo motore delle azioni economiche, le quali appunto si propongono lo scopo d’ottenere la soddisfazione di essi. “Certa cosa è – egli soggiunge – che le ricchezze hanno il ben loro nell’uso e non nella possessione e non debbono essere desiderate se non per adoperarle. Ma è da considerare che non si adopera meno una cosa conservandola per un bisogno il quale possa avvenire, ch’ella s’adoperi usandola per un bisogno presente [corsivo del Graziani]. E’ quindi, a parere del Lottini, un solo principio che governa l’accumulazione e il consumo, e dipende da motivi utilitari l’applicazione della ricchezza in una guisa o nell’altra.

Ed altri concetti fondamentali pei teorici del grado finale d’utilità intravvede il Lottini: egli afferma che la soddisfazione di un bisogno determina tosto il sorgerne di un altro che vorrebbe dallo stesso soggetto economico appagarsi. Ammessa la dipendenza dell’applicazione produttiva dalla natura dei bisogni e l’importanza crescente dei meno urgenti di questi per chi abbia appagato i più urgenti, si sono poste due proposizioni dalle quali e da altre poche, a guisa di corollari tutta discende la dottrina del valore di Jevons e di Menger. Né il Lottini può dirsi un espositore del tutto inconscio di tali principi, poiché la distribuzione delle ricchezze fra bisogni presenti e futuri è da lui afferrata.

Così comincia la fortuna del Lottini “marginalista senza saperlo”, o non sapendolo del tutto, come vorrà Kauder, che cercherà – come vedremo – di andare oltre la lezione di Graziani, andando tra l’altro a leggere Lottini nell’originale. Ma le pagine di Graziani sono notevoli perché collocano Lottini, un autore del Cinquecento pieno, a cavaliere tra autori secenteschi, il cui solo Davanzati (1529-1606) sembra più avanti nella dottrina marginalistica – quanto valeva un singolo uovo per il povero conte Ugolino affamato? Più di tutto l’oro del mondo, in quel momento, ed ecco scardinata ogni teoria del giusto prezzo e del giusto valore – mentre gli altri citati, sono ancora incerti tra marginalismo e oggettività del valore/prezzo. Ma Di Tapia, Peri, Gasparino, sono figure molto importanti nel pensiero economico, soprattutto per quel che riguarda la demolizione del dogma oggettivistico del prezzo giusto. Carlo Tapia è ricordato per essere un “precursore della lotta alle carestie”, e il suo Trattato dell’abondanza, pubblicato a Napoli nel 1638, gode di fama assai più ampia rispetto agli Avvedimenti civili del Lottini. Ma anche in esso vi sono ampie notizie di relativismo e soggettivismo economico, bene evidenziate dal Graziani. Il genovese Giovanni Domenico Peri (1590-1666), nel suo celebre Il Negoziante, cominciato nel 1638, pubblicato in edizione definitiva a Venezia nel 1665, forse “il primo trattato al mondo di economia aziendale”, secondo Raymond de Roover l’opera più importante di tutto il Seicento per la pratica degli affari, è ugualmente legato a nozioni di “umana necessità e utilità”, secondo il Graziani. Di sicuro interesse per il marginalismo originario, che non poteva non nascere nel contesto della libera concorrenza, e guerra, tra gli stati italiani rinascimentali, Bartolomeo Gasparino. Di cui poco si conosce, se non che fu originario di Bologna, e canonico della cattedrale di Faenza. E che pubblicò nel 1634 un trattato De legitimo et naturali rerum venalium pretio praesertim circa frumenta (Forlì), dove certamente si occupava soprattutto di grani, e dunque del prezzo di essi che dovevano fissare le autorità, ma distinguendo tra un prezzo “legittimo”, quindi giusto (secondo i Canonisti), e un prezzo “naturale”, determinato da leggi marginalistiche, che non sfuggono a Graziani. In particolare, secondo Graziani, per Gasparino “l’utilità (…) è fondamento del prezzo, come pure lo è la quantità della cosa, e dichiara perciò falso [corsivo del Graziani] il prezzo legittimo, allorché viene stabilito senza tenere conto di tali circostanze e non si regola in guisa da rendere proficuo lo scambio per il compratore e per il venditore reintegrando a quest’ultimo le spese produttive”.

Kauder prende da Graziani lo spunto per parlare di Lottini, lo tratta come un economista “inconsapevole” (ma non lo erano forse tutti quanti in quel tempo?), lo paragona al Monsieur Jordan di Molière, che non sapeva di star parlando in prosa, mentre lo faceva. E assegna a Bernardo Davanzati la palma di iniziatore della “scuola italiana” di economia politica che poi porterà a Geminiano Montanari – figura centrale anche per il pensiero liberale, e sarebbe ora che il testo tuttora fondamentale di Salvatore Rotta, (“Scienza e ‘pubblica felicità’ in Geminiano Montanari”, Miscellanea Seicento, vol. II, Firenze, Le Monnier, 1971, pp. 63-207) venisse ripubblicato – e finalmente a Ortes, Galiani, Carli e i grandi del Settecento. Tuttavia Kauder vede bene l’importanza di Lottini come marginalista, forse troppo attento nel considerare il futuro nella scelta economica, la “time preference” che non piacerà a Rothbard, che vi vedeva germi di pianificazione potenzialmente extra-individualistica, eterodiretta, insomma. Ma Kauder individua bene in Lottini l’elemento aristotelico, peraltro mai celato, la distinzione tra bene pubblico e bene privato, con la clausola che al primo occorre sempre sacrificare il secondo, che non lo fa ovviamente un liberale classico (in senso moderno, si veda ad esempio il tradizionalissimo attacco all’usura all’Aforisma n. 555, verso la fine del libro), ma lo rende nella misura in cui utilizza Aristotele per distinguere, chiaramente, tra i due tipi di bene prima che di individuare il (fondante, per la sua teoria) nesso tra i due. (Ma con significative corrispondenze bi-univoche tra città e cittadino: “…la grandezza e la gloria della città non è altro che quella de’ medesimi cittadini”, Aforisma 435.)

Tra l’altro, è veramente degno di nota che una copia degli Avvedimenti sia finita sul tavolo di John Donne, e poi da qui alla Houghton Library di Harvard. La copia, dall’edizione veneziana degli Avvedimenti del 1588, presenta annotazioni a margine di pugno del filosofo e teologo anglicano, dove sono messe in luce tutti i rapporti, anche quando non espliciti, col pensiero politico aristotelico. Kauder poi critica Graziani, asserendo che non è vero che Lottini parli di una catena naturale di bisogni, vedendo invece nella progressione di essi probabilmente una aberrazione morale.

Lottini marginalista, aristotelico, moralista classico, alla Plutarco, ma ben attento alle nuove tendenze morali dei tempi del Machiavelli, e dunque acuto e spassionato indagatore dell’animo umano, in tutte le sue pieghe, anche le più oscure?

Se andiamo vedere gli Avvedimenti, vi troviamo un testo di estremo fascino, che mai ha avuto un’edizione degna di questo nome. La pregevole voce del DBI dedicata a Lottini dallo storico Stefano Tabacchi (Dizionario biografico degli italiani, 66, 2006), indica come edizione “forse migliore” quella curata da Guido Mancini nel 1941, per l’Istituto Nazionale di Cultura Fascista, n. 22 della sezione “Scrittori politici italiani”. A parte il fatto che il Mancini si sforza di individuare nella prefazione nozioni di “stato fascista” nell’opera del Lottini, che parla di principati e repubbliche di varia costituzione, ed in cui la nozione di (forma dello) stato è molto flessibile, sul modello aristotelico, l’edizione è penosa. Priva di indici analitici, priva di note di ogni sorta, con una divisione tematica inserita del tutto arbitrariamente, priva di apparati, è filologicamente inesistente, e ideologicamente compromessa. Dunque, il Lottini attende ancora l’edizione che si merita. Sempre a proposito della voce di Tabacchi, assai accurata dal punto di vista biografico – ne emerge un Lottini forse assassino già in gioventù a Volterra, intrigante e intrigato dal potere, implicato nell’assassinio di Lorenzino (o Lorenzaccio…) de Medici, salvo poi immergersi nella mistica di Filippo Neri in vecchiaia, una mistica peraltro sospetta e poco virtuosa, in fondo, ma molto attiva e viva – una notazione: da Graziani a Rothbard, nessun economista che si sia interessato di Lottini viene citato nella pur ricca bibliografia finale. Sono discipline che non comunicano, economia e storia, o semplicemente si vuole depurare il Lottini dei suoi caratteri di tenue anticipatore di una dottrina fondamentale per il liberalismo, come quella dell’utilità marginale?

Quanto vi è di originale negli Avvedimenti? Questa è domanda la cui risposta va affidata al lavoro filologico. Certamente, essi si pongono come critica, aristotelica, fondata sulla dottrina della virtù, al Principe del Machiavelli, mai citato esplicitamente, ovviamente, ma spesso implicitamente, come quando si parla della “fiducia” che non può essere tradita, né dal principe, né da nessun altro, ma soprattutto non dal principe: la “doppia morale” del Machiavelli è costantemente attaccata (vd. Aforisma 203 e ss). E da uno che nella vita l’aveva esercitata eccome, andando a cercare nella sua Volterra i sicari per il povero Lorenzino. Proprio perché giunge come redenzione ideale al termine di una vita di passione e azione, quest’opera merita attenzione, non è solo un trattato di precettistica morale e politica per il principe, è molto altro, né solo ai principi si rivolge, tratteggiando un’antropologia dell’uomo rinascimentale accurata, e solo a tratti moraleggiante.

Dal punto di vista del pensiero liberale, il suo costante riferimento al bene dello Stato come bene supremo naturalmente non lo pone in linea diretta, poniamo, con un Etienne de la Boétie. “Liberale” equivale, nella terminologia del tempo, a “generoso”, e si parla spesso di liberalità, come virtù da usare con attenzione da parte del principe. Ma per il pensiero liberale vi è ben altro, qui, su cui riflettere. A partire da questioni epistemologiche: il principe non può conoscere tutto, né fare tutto, e dunque esistono “particolari infiniti”, che non possono tutti rientrare nell’azione del principe, sia per un discorso pratico, sia per uno cognitivo (Aforisma 3). Oppure il classico (ma non così pacifico, dopo Machiavelli) discorso circa il “buon governo”: “Il buon governo s’intende esser quello che è fatto a beneficio di coloro che sono governati, e il cattivo a beneficio di coloro che governano (Aforisma 10). O altrimenti: “Quando si dice che la volontà del principe è la legge, non si dice, quanto ad ogni cosa, che gli venga voglia di volere; ma quanto a quello che dee volere…” (Aforisma 36).

Ma anche il senso della “legge”— pur non essendovi mai riferimenti al diritto naturale o divino, essendo in un contesto estremamente pratico e positivista, alla fine – è straordinariamente moderno, il principio della Legge è contrapposto, direbbe Giovanni Birindelli, alle “leggi fiat…”, ovvero arbitrarie (Aforisma 39):

Gran differenza è tra le leggi e quelli che si chiamano statuti, ovvero decreti, il quali tutto che sieno fatti osservare come le leggi, nondimeno parte possono essere buoni, parte cattivi, dove la legge sempre convien che sia buona, perciocché venendo questo nome di legge, da legittimo, altro non è che giusto, e così non può essere legge se non giusta. Al che si aggiugne, che essendo fatte le leggi per conservare i buoni, i buoni non si possono conservare con le cose cattive.

E ancora (Aforisma 47):

L’autorità delle leggi deve essere sopra gli uomini, non contra gli uomini. Sopra gli uomini, perciocché, dovendo esser corretti da lei, ha bisogno di forza da poterlo fare. Non contra gli uomini, perché perde il nome di legge, e si chiama violenza…

Ma la modernità di Lottini diviene quasi imbarazzante, per tanti altri rispetti:

Aforisma 53:

La quantità delle leggi dà piuttosto segno di confusione, che di buon ordine, perciocché poco numero basta per far gli uomini buoni, ogni volta che con effetto si osservi. Ma alcuni principi sono caduti in questo errore per poco avvedimento e per molto desiderio e fretta, o diciamo ambizione, che hanno avuta di provvedere a troppe cose per via di legge.

Certamente, non siano in un contesto di liberalismo moderno, molto spesso Lottini scrive che “importa molto più la pubblica salute, che la soddisfazione de’ privati”, e che dunque occorre che i privati si adeguino a pagare tasse anche elevate per la sicurezza, ovvero il mantenimento, tramite gli eserciti, della “libertà” dello Stato. La vera nozione di “libertà” del tempo, riferita dunque agli Stati, e ai principi – il principe è colui che solo vive la vita piena dell’individuo, che i liberali ora vogliono giustamente, che ogni individuo viva – che ne sono i difensori: “Dovrebbe il principe sempre far di maniera, che i popoli credessero, che le imposizioni, le decime e tutti gli altri aggravi, che si fanno da lui, fossero fatti per necessità…” (Aforisma 118).

D’altra parte (e si veda l’Aforisma 181) siamo in un contesto italiano rinascimentale di piccoli Stati, eredi delle ancor minori realtà medievali, dove “stato” e “comunità” in qualche modo si identificano, dove tutti dovrebbero conoscere tutti, attraverso comune partecipazione alla conduzione dello Stato, nei governi popolari, ed in ogni caso attraverso feste, giuochi, e momenti di socialità.

Ma per altri rispetti ancora Lottini vede bene i limiti di politiche collettivistiche ante litteram, soprattutto in relazione alla nozione di uguaglianza, “equalità”, ma anche “uguaglianza” (vd. Aforisma 545, modernissime considerazioni sul rapporto quasi-paritario tra marito e mogllie come tra due “cittadini”) di cui intravede tutte le ambivalenze, e gli effetti perniciosi di un suo eventuale abuso (Aforisma 239):

Siccome il nome dell’equalità, semprecché bene inteso, è la migliore e la più util cosa che aver possano le compagnie degli uomini, così quando egli è inteso male, è la più rovinosa e la più brutta di tutte…

Quasi una profezia dei disastri nati, nei secoli a venire, da una cattiva interpretazione della nozione di uguaglianza. Peraltro, sul finire dell’opera egli parla anche di “equalità” tra moglie e marito, dando però una funzione di guida all’uomo, all’interno della famiglia, per sua naturale destinazione, ma proteggendo anche la donna, che vede come “compagna” e non mai “serva” all’interno della famiglia (ma vedi anche l’Aforisma 360, dedicato alla necessità di una gerarchia naturalmente formantesi anche in contesti di uguaglianza fissata per decreto, come in organi politici, magistrature e così via, e quello n. 369 sulla “diversità degli uomini”, che porta a “diversità di fini”, e “diversità delle repubbliche”).

Dopo aver parlo di “equalità”, affronta il tema della povertà. Le dottrine oggettivistiche del valore, a partire dal iustum pretium dei canonisti, sono state ovviamente sempre influenzate dalla questione del pauperismo, ovvero di situazioni in cui non esista un mercato libero, e una libertà d’azione, e dunque non sia idealmente applicabile la nozione di utilità marginale, quando in gioco è la stessa sopravvivenza, non individuale, ma di collettivi. Questo è vero fino a Marx e fino agli economisti statalisti di oggi, naturalmente. Come affronta Lottini il tema della povertà, nell’Italia ormai dominata da stranieri (la “dolcezza del nome della libertà”, all’Aforisma 308, ha un vago sentore di malinconia), e largamente impoverita dopo Cateau-Cambrésis?

Aforisma 241:

Non è dubbio che tutti i sovvenimenti fatti a’ poveri per pietà cristiana siano buoni, ma conviensi nondimeno aver gran considerazione di non dar materia alla pigrizia di molti i quali confidando del tutto nelle altrui speranze, se ne stanno a man giunte, ed oltra che vengono a torsi da quell’industria che dovrebbono per comodo loro e del pubblico esercitare, privano ancora del sovvenimento, che loro si dovrebbe maggiore, gli altri che sono veramente poveri.

Considerazioni, ma va senza dirlo, di stretta attualità.

Mentre sempre nello spirito dei tempi è il “decisionismo” politico, questo sì ereditato da Machiavelli:

Aforisma 320:

Il consiglio è trovato per le cose dubbie, e perciò quando la cosa è per sé manifesta, non bisogna porla in consiglio, ma in esecuzione, e ciò fare tanto più prontamente quanto che ella senza aiuto d’argomenti, né di consulto ovvero di discorso, per sé stessa apparisca e si manifesti esser buona.

Ecco ri-emergere, in contesto rinascimentale, l’idea, peraltro antica, di verità auto-evidenti, importanti non tanto in un quadro speculativo, quanto in uno pratico. Ad esempio l’uso preventivo della forza (da leggersi come apologia della difesa personale, legittima in assoluto):

Aforisma 456:

Vedendo un nobile un altro nobile amico suo, che s’armava, gli disse, o amico, armiti tu perché hai paura? L’amico rispose: anzi io mi armo per non l’avere, e ciò disse sicuramente, perciocché in niun altro modo si può meglio dispregiare il nimico e farlo rimanere con scorno, quanto temendone e apparecchiandosi contro di lui, di maniera che quando pensi cosa nuova contro di te, e si muova per volerti offendere ne rimanga egli offeso.

Queste nozioni saranno poi precisate poco più avanti, in un aforisma importante per comprendere la nozione di legittima difesa in età rinascimentale:

Aforisma 513

Se colui che ha la spada del nimico sopra il capo avesse ad aspettare la giustizia che nel difendesse, l’aspetterebbe invano, e intanto rimarrebbe ucciso; però in tal caso le leggi concedono che l’assalito possa offendere chi l’assale, e possa com’egli fosse persona pubblica, esercitare la giustizia, e vendicare la persona privata, restando, come che se avvenga, d’ogni colpa assoluto.

Siamo di fronte a 561 massime o aforismi assai densi. L’ultimo, il numero 561, sembra portarci in un anti-climax quasi necessario, tratta delle malattie che colpiscono pigri e ingordi…”I catarri, i dolori de’ fianchi, e le enfiagioni e le gotte non nascono da stemperamento, né da inegualità di aria, né dal caso, come fanno le ferite e certi mali che schivar non si possono: ma ben nascono da morbidezza, da pigrizia, e da troppo grasso vivere…” Ma almeno un altro aforisma, il 532, merita di essere nominato. Riguarda l’accesa questione della Riforma, anche se non è nominata direttamente, ma potrebbe, ognuno lo capisce bene, aver oggi, nel 2017, importanti valenze, e sospingere verso altrettanto rilevanti considerazioni:

Aforisma 532

Disse Catone mentre era console, e dava ordine di spegnere quella setta che tanto fu pericolosa in Roma de’ Baccanali che non era cosa, la quale più potesse ingannare gli uomini che la religione, perciocché sempre a chi vuol castigare coloro che la seguono, entra nell’animo un certo timore che per esser cosa appartenente a Dio, gli fa dubitare che in quel castigo non si venga a derogare in alcuna cosa alla maestà divina: il qual timore nondimeno diceva egli, doversi cacciar via con l’autorità dei pontefici, e con le constituzioni antiche; e pensare che non sia cosa, la quale possa più nuocere alla vera religione, che lasciare introdurre nuovi modi di sacrificj. Ora, se questo dissero gli antichi, mossi solamente da un certo poco lume naturale e dal costume della patria loro, che dovremmo dir noi che abbiamo il soprannaturale? E se il zelo di Dio non ci muove (come senza alcun altro rispetto doverebbe fare) muovaci almeno che non è cosa più dannosa agli stati, né che possa dar più cagione a cose nuove che questa; ma la troppa voglia che hanno alcuni di tirare a sé quell’autorità che non perviene [recte: pertiene?, n.n.] è cagione di tanto male, il quale siccome per l’addietro è tornato sopra il capo della maggior parte di loro, così per lo innanzi tornerà sopra il capo di qualunque altro che camminerà per le medesime strade.

La modernità di Lottini è ancora, dunque, tutta da rivalutare. Psicologia, antropologia, considerazioni larvatissime sul proprio stesso passato (spesso si parla di “assassinio” e morte), e riflessioni acutissime su iracondia, invidia, orgoglio, fanno di questo testo un piccolo tesoro da scoprire. Avrà plagiato da altri? Ecco, poiché sapeva che era un’opera che avrebbe visto la luce dopo la propria morte, non credo ci tenesse a farlo. In qualche modo, volevo lasciare ai posteri qualcosa che bilanciasse, nel bene, una fama che sapeva già essere abbondantemente compromessa. In qualche modo, ci riesce. Quanto vi sia in lui di Guicciardini, di Francesco Sansovino, siano i filologi a stabilire. Certamente, sarà una triade riconosciuta ai tempi come tale, con un’edizione ancora ad inizio Seicento delle loro opere unite. Ma al contrario di Sansovino (di Venezia Lottini naturalmente parla molto) e Guicciardini, l’opera di Lottini è una sola, e per tanti rispetti davvero originale.

 

Nota

En faute de mieux, le citazioni sono tratte dall’edizione a cura di Guido Mancini citata nel testo come carente.