Lo stato del mercato del lavoro

Si parta da una situazione di mercato puro, cioè caratterizzato dall’assenza di costi arbitrari, sia diretti che indiretti.

In un contratto di lavoro, entrambe le parti cercano di trarre il massimo vantaggio dall’esecuzione di questo contratto.

L’oggetto di questo contratto concerne uno scambio: a fronte della sua prestazione lavorativa il lavoratore riceve in cambio un salario.

Nel momento in cui le due parti si accordano, entrambe pensano di aver raggiunto un utile.

Il tasso salariare, cioè la quantità di salario per unità di tempo, rappresenta il prezzo del lavoro.

La domanda di lavoro è composta dalle richieste dai datori di lavoro.

L’offerta di lavoro è composta dalle prestazioni lavorative offerte dai lavoratori.

Il lavoro, in quanto fattore della produzione, è in realtà formato da una costellazione di fattori differenti, pertanto non esiste il fattore lavoro in generale, ma fattori lavoro diversi che danno servizi diversi.

Non si può sostenere che in linea di principio esiste una parte contrattuale forte e una debole.

Possono esistere situazioni caratterizzate da eccessi di offerta di lavoro rispetto alla propria domanda – in tali situazioni i salari tenderanno a essere spinti verso il basso – o eccessi di domanda di lavoro rispetto alla propria offerta – in tali situazioni i salari tenderanno a essere spinti verso l’alto –  ma per affermare che esiste in linea di principio una parte contrattuale forte e una debole bisognerebbe che o la domanda o l’offerta di lavoro fosse caratterizzata da un monopolio imposto per legge.

Il lavoratore, se fosse possibile, desidererebbe un salario più elevato, mentre il datore di lavoro preferirebbe che il salario fosse il più basso possibile tenuto conto dell’apporto produttivo fornito dal lavoratore.

Che ogni datore di lavoro miri a fare cosiddetto dumping salariale è tendenzialmente scontato, così come è però tendenzialmente scontato che ogni lavoratore se potesse vorrebbe ricevere un salario sempre più alto.

Tuttavia, i desideri di entrambe le parti sono limitati da quello che si può definire lo “stato del mercato del lavoro al momento della firma del contratto”.

Di conseguenza, il lavoratore sa che probabilmente non potrebbe trovare un’occupazione se mantenesse una richiesta di salario più elevato, perché i potenziali datori di lavoro gli preferirebbero un altro, mentre il datore di lavoro sa che probabilmente non potrebbe trovare un lavoratore altrettanto produttivo disposto ad accettare un salario più basso.

Ora, si inserisca in questo libero rapporto tra domanda e offerta di lavoro un terzo soggetto che ha il potere di imporre sull’attività di impresa dei costi arbitrari, sia diretti che diretti, che non arrivano fino al punto di sradicare il mercato, ma che comunque instaurano una situazione di mercato condizionato.

Cosa succede allo stato del mercato del lavoro?

Succede che lo stato del mercato del lavoro si deve modellare tenendo conto dell’entità dei suddetti costi.

Questi costi producono inevitabilmente una tendenza alla disoccupazione e più questi costi sono rigidi ed elevati, tendenzialmente maggiore sarà la disoccupazione prodotta.

Questi costi tenderanno inoltre a spingere i salari verso il basso.

A risentire di più di questa spinta verso il basso saranno:

  • quei lavori dove a causa di questi costi si è creato oppure si è ampliato un eccesso di offerta di lavoro rispetto alla propria domanda;
  • quei lavoratori che non riescono o non possono incrementare la propria produttività marginale;
  • quei lavoratori che non godono di protezioni politiche.

Il rapporto Paying taxes 2017 di Banca Mondiale e PWC ci informa che in Italia il “total tax rate”, l’aliquota fiscale totale sulle imprese, cioè la percentuale complessiva di imposte e contributi obbligatori rispetto al profitto commerciale, si attesta al 62 per cento.

Per fare qualche paragone nell’ambito europeo, la stessa aliquota in Svizzera è del 28,8 per cento, nel Regno Unito è del 30,9 per cento, in Norvegia del 39,5 per cento, in Olanda al 40,4 per cento, in Germania è del 48,9 per cento, in Spagna del 49 per cento, in Svezia del 49,1 per cento, in Austria del 51,6 per cento, e solo in Francia stanno messi peggio che in Italia con un’aliquota del 62,8 per cento.

Ora, chiedetevi quante imprese vengono uccise in Italia da un’aliquota del genere e con esse quanti posti di lavoro.

Non solo.

Poiché le risorse che lo Stato sottrae al libero settore privato non sono un gioco a somma zero, in quanto nell’allocazione delle risorse il sistema di libera impresa è e sarà sempre più efficiente dello Stato, chiedetevi anche quanti posti di lavoro meglio retribuiti non vengono realizzati.

Il mercato è in grado di funzionare efficientemente anche se questo è costretto a subire un certo grado di costi arbitrari, ma ovviamente questi costi non possono superare una certa soglia.

La produttività, nel suo insieme, dipende dall’accumulazione di beni di capitale, cioè dagli stadi intermedi – soggettivamente considerati come tali – nei quali si plasma ogni processo produttivo intrapreso dall’agente.

Beni di capitale la cui accumulazione è subordinata alla funzione imprenditoriale e al flusso di risparmio reale.

Con un total tax rate che raggiunge o supera il 50 per cento è allora certamente plausibile sostenere che l’accumulazione di beni di capitale viene oltremodo ostacolata.

Tutto ciò significa che in Italia servirebbe una riduzione universale del total tax rate di almeno circa 13 punti percentuali.

Non solo.

Se il benessere economico di una comunità trae principalmente origine dal suo dinamismo imprenditoriale, il quale genera impieghi più o meno intensi e centrati a seconda di quanto i singoli diritti di proprietà privata vengono ben definiti e tutelati, allora in tal senso servirebbe anche:

  • farla finita con la politica sistematica dei sussidi, degli sgravi, delle esenzioni e dei bonus perché questi strumenti causano più perdite che guadagni: generano nuova spesa pubblica, producono il caos economico e finiscono per marginalizzare una sana selezione competitiva;
  • sottoporre di norma tutte le imprese alle leggi di fallimento di mercato: misure di sostegno in favore di imprese o settori industriali in declino, oltre a essere sinonimo di allocazione inefficiente di risorse, finiscono per falsare le decisioni concernenti i costi di opportunità;
  • aprire integralmente al mercato i cosiddetti beni pubblici: questi infatti possono essere prodotti con migliore efficienza liberalizzando il loro accesso alla produzione e non imponendo sulla loro produzione un monopolio per legge;
  • sostituire la contrattazione collettiva tra governo e sindacati con la contrattazione tra il datore di lavoro e il lavoratore: se il nostro obiettivo è operare per remunerare la razionalità e penalizzare tutte le forme d’irrazionalità,  sicuramente non possiamo fare affidamento sulla pianificazione centralizzata della contrattazione tra governo e sindacati; se si decide comunque di assegnare una certa protezione legislativa ai lavoratori occupati per via centralistica questa non dovrebbe mai arrivare a penalizzare eccessivamente il datore di lavoro;
  • togliere ai sindacati il potere attualmente assegnatoli dalla legislazione di co-gestore forzato delle imprese e dell’economia in generale, destinandoli invece al ruolo di supporto ai lavoratori, aiutandoli, quando richiesto da quest’ultimi, a negoziare un contratto di lavoro e/o a trovare un lavoro;
  • che l’esercizio di determinate professioni non sia soggetto all’iscrizione obbligatoria a un ordine professionale: un ordine professionale dovrebbe essere considerato come un’opportunità e non come un’imposta, dato che la qualità delle prestazioni non può essere assicurata dall’iscrizione a un ordine professionale.

Inoltre, serve sempre difendere la libertà monetaria: monete alternative a quelle a corso legale imposto in linea di principio e la possibilità di uso del contante per quanto riguarda quelle a corso legale imposto in linea di principio, rappresentano dei validi strumenti per sfuggire, almeno parzialmente, agli abusi di autorità legale da parte del potere politico.

E altro ci sarebbe da dire.

In ultimo, come nota a margine, non credete alle favole di chi sostiene che il progresso tecnologico, se non viene calmierato con dosi adeguate di spesa pubblica, finisce per produrre inevitabilmente una disoccupazione permanente e proporzionale alla sua intensità.

Di certo, la sostituzione del fattore lavoro con il fattore capitale contrae temporaneamente la base produttiva e ingrosserà necessariamente le fila delle persone temporaneamente senza lavoro.

Tuttavia, questa sostituzione da contemporaneamente forza alla crescita di nuovi e altri rami produttivi, alla domanda di nuove e diverse competenze umane, a un incremento quindi nel tempo dell’occupazione derivante da un allargamento della base produttiva che va quantomeno a compensare l’iniziale diminuzione della stessa.

Ovviamente, questo processo potrà essere tanto più soddisfatto e sarà tanto più rapido quanto più l’attitudine dei datori di lavoro e dei lavoratori ad avviare e assorbire il cambiamento sarà accentuata e pertanto accompagnata da norme che non intralcino la mobilità dei fattori della produzione e della struttura salariale.