Contro uno stato mondiale

I politici sono semplicemente esseri umani, esseri umani come tutti, niente di più e niente di meno.

Come tutti, essi cercano di stare soggettivamente il meglio che possono, confrontandosi ogni giorno con le limitazioni che l’ambiente circostante impone loro.

I politici pertanto sono individui che rispondono anche loro a incentivi privati e tali incentivi finiscono per influenzarne almeno in parte il comportamento.

Tutti i politici, così come tutti i burocrati, possono maturare un interesse diretto nell’aumentare sia la spesa pubblica che il proprio potere discrezionale e se vogliono ricercare effettivamente questo interesse devono sfruttare quell’organizzazione del potere politico che è lo Stato per diminuire le possibilità di sfuggita dei propri contribuenti.

Tra le strategie principali per chi vuole sfuggire al controllo di politici e burocrati particolarmente amanti di spesa pubblica e di potere discrezionale vi è il cosiddetto “voto con i piedi”, vale a dire il trasferirsi lì dove politici e burocrati stanno tenendo in tal senso un comportamento più morigerato.

Di conseguenza, più ci si avvicina alla creazione di uno Stato mondiale, cioè ad una sola organizzazione del potere politico avente una costituzione condivisa e un governo comune, tanto minori sono gli incentivi a favore di un ordine sociale interno liberale e tanto minori sono le possibilità di veder sistematicamente perseguire un ordine capace di tendere ad andare nel senso di una maggiore aderenza alle esigenze e ai bisogni individuali di tutti.

Qualcuno potrebbe sostenere che la creazione di uno Stato mondiale quantomeno eviterebbe il ripetersi di conflitti tra nazioni, ma ciò potrebbe corrispondere al vero soltanto se tutto il genere umano potesse riflettersi spontaneamente nelle medesime e nello stesso livello di intuizioni morali, in un’unica tradizione, in un’unica lingua, nelle stesse identiche abitudini e negli stessi identici costumi.

Un conto è riconoscere che esiste un comune unità di tutto il genere umano che si fonda sull’essere tutti quanti ontologicamente ignoranti, il che ci condanna universalmente, volenti o nolenti, ad accettare l’assioma o forse sarebbe meglio dire il teorema della libertà.

Altro conto è cercare di imporre politicamente l’abbandono del pluralismo delle visioni del mondo a favore di un’unica concezione del mondo.

Detto quanto, le cause dei conflitti tra nazioni non risiedono nella sovranità nazionale, bensì nel peso e nel ruolo dello Stato e pertanto quelli che sono stati e vengono definiti come anche conflitti tra nazioni, in realtà, sono soltanto conflitti tra Stati.

In un autentico regime liberale, lo Stato ha un peso esiguo e svolge un ruolo marginale: in tale situazione, questo strumento molto difficilmente può essere quindi usato dalla nazione che si trova in maggioranza contro la nazione che si trova in minoranza.

Ma più lo Stato diviene onnipresente, maggiori sono le possibilità che questo strumento venga utilizzato per scatenare conflitti di ogni tipo.

In altre parole, per ridurre al minimo le possibilità di conflitto tra nazioni la condizione necessaria non è un artificioso e forzato Stato mondiale, bensì un peso e un ruolo ovunque decisamente ridotto dello Stato nella vita sociale.

Se giustizia significa quell’ordinamento sociale sotto cui può prosperare la ricerca della conoscenza, non abbiamo certo bisogno di abbandonare la molteplicità a favore dell’unità, piuttosto serve garantire simultaneità e coesistenza senza che ciò implichi anche un movimento artificiale e forzato dalla pluralità all’unità.