Il Venezuela prima di Chavez: un preludio al fallimento socialista

L’attuale catastrofe economica del Venezuela è ben documentata. Le narrazioni convenzionali indicano il regime di Hugo Chávez come il principale responsabile dietro la tragedia economica del Venezuela. Sebbene Chávez e il suo successore Nicolás Maduro meritino il peso della colpa per l’attuale calamità economica del Venezuela, i problemi sottostanti all’economia politica del Venezuela si rivolgono indicano questioni molto più sistemiche.

Chi osserva deve guardare oltre al primo livello e comprendere la storia generale del Venezuela negli ultimi 50 anni, se vuole ottenere una comprensione più approfondita di come il paese sia attualmente caduto verso tali punti di minimo.

Il Socialismo Prima di Chávez

Agli analisti piace far riferimento a immagini più rosee del Venezuela Pre-Chavez , ma ciò che questi “esperti” convenientemente trascurano è che i semi della distruzione del Venezuela sono stati seminati durante quegli “anni di gloria”. Anni di graduale interventismo economico hanno portato quello che un tempo era un paese destinato a raggiungere i ranghi del Primo Mondo ad essere un paese di metà classifica tra quelli in via di sviluppo. Questo declino costante creò un ambiente che un demagogo come Chávez avrebbe potuto sfruttare completamente per il proprio tornaconto politico.

Il Venezuela prosperoso di un tempo

Per comprendere il declino a lungo termine del Venezuela, si deve in primo luogo guardare indietro a ciò che lo rese così prospero. Prima del completamento del suo primo campo petrolifero, il 15 aprile 1914, il Venezuela era essenzialmente una Repubblica delle banane, caratterizzata da instabilità politica. Ciò era in gran parte una conseguenza del suo passato coloniale e del periodo successivo alla sua indipendenza dalla Spagna. Nonostante l’indipendenza dalla Spagna, il Venezuela mantenne molte delle sue antiche pratiche politiche ed economiche, soprattutto le sue politiche mercantilistiche e normative esclusorie che lo hanno mantenuto in uno stato impoverito.

Tuttavia, la scoperta del petrolio agli inizi del ventesimo secolo cambiò completamente l’intera situazione. La potente aristocrazia agricola sarebbe stata soppiantata da una classe industriale che cercava di aprire i propri mercati petroliferi allo sfruttamento multinazionale e agli investimenti stranieri. Per la prima volta nella sua storia, il Venezuela aveva un’economia di mercato relativamente liberale e libera e avrebbe raccolto innumerevoli benefici nei successivi decenni.

Dal 1910 al 1930 il dittatore Juan Vicente Gómez, molto mal considerato, contribuì a consolidare lo stato venezuelano e a rimodernare quella che sarebbe stata altrimenti un’area di isolamento neocoloniale permettendo agli attori di mercato, nazionali ed esteri, di sfruttare liberamente i depositi di petrolio appena scoperti. Il Venezuela avrebbe sperimentato una notevole crescita economica e si affermò rapidamente come uno dei paesi più prosperi dell’America Latina negli anni ’50.

Negli anni ’50 il generale Marcos Pérez Jiménez continuerà l’eredità di Gómez. A quel punto, il Venezuela fu al suo apice, con un quarto posto in termini di PIL pro capite in tutto il mondo.

Più che soltanto petrolio

Sebbene lo sfruttamento del petrolio abbia avuto un ruolo assai rilevante nella ascesa meteorica del Venezuela dagli anni Venti agli anni ’70, questo aspetto scalfisce solamente la superficie nello spiegare come il Venezuela divenne così prospero durante tale periodo. La miscela di un’economia relativamente libera, un sistema di immigrazione che ha attirato e assimilato lavoratori provenienti dall’Italia, dal Portogallo e dalla Spagna e di un sistema di diritti di proprietà forti, permise al Venezuela di sperimentare livelli senza precedenti di sviluppo economico dagli anni ’40 fino agli anni ’70.

Come accennato in precedenza, il Venezuela era all’apice della sua prosperità durante il regime del dittatore militare Marcos Pérez Jiménez. Come durante il regime di Juan Vicente Gómez, la gestione del Venezuela da parte di Pérez Jiménez fu caratterizzata da una pesante repressione politica.

La struttura capitalista del Venezuela rimase in gran parte intatta durante il mandato di Pérez Jiménez, anche se con livelli di coinvolgimento statale pericolosi. Pérez Jiménez effettivamente introdusse alcuni elementi di capitalismo clientelare1, progetti faraonici di opere pubbliche e un maggiore coinvolgimento statale nelle industrie cosiddette “strategiche”, come l’industria siderurgica. Tuttavia, il regime di Pérez Jiménez era aperto agli investimenti stranieri e lasciò che il sistema dei prezzi funzionasse normalmente nella maggior parte dei settori dell’economia e non si avventurò nella creazione di un dispendioso welfare state.

La strada verso la socialdemocrazia

Nonostante la prosperità causata dal boom dell’economia venezuelana negli anni ’50, il governo di Marcos Pérez Jiménez si attirò le ire di molti attivisti di sinistra a causa delle sue misure repressive dalla mano pesante. Il punto di svolta avvenne nel 1958, quando questi attivisti di sinistra, lavorando assieme a forze armate loro simpatizzanti, spodestarono con successo Pérez Jiménez con un colpo di stato. Pérez Jiménez avrebbe vissuto il resto della sua vita in esilio e sarebbe divenuto oggetto di scherno tra le élite intellettuali e politiche venezuelane, nonostante lo sviluppo economico e sociale senza precedenti avvenuti sotto la sua direzione.

Dopo il colpo di stato del 1958, l’ufficiale di marina Wolfgang Larrázabal occupò per un breve periodo la presidenza fino a quando più tardi non si tennero le elezioni generali. Il noto leader politico socialdemocratico Rómulo Betancourt uscì vincitore delle elezioni e assunse la presidenza dal 1959 al 1964. La Quarta Repubblica del Venezuela, il periodo più lungo di governo democratico del Venezuela, fu istituito sotto l’amministrazione di Betancourt. Nel 1961, fu introdotta una costituzione, dividendo il governo in 3 settori – esecutivo, legislativo e giudiziario – e stabilendo per lo Stato venezuelano un ruolo attivo negli affari economici.

Questo ordine politico fu ulteriormente consolidato dalla stipula del Patto di Punto Fijo. Il Patto di Punto Fijo consisteva in un accordo bipartisan tra due partiti politici – Acción Democratica (Azione Democratica) e COPEI (Cristiano-Democratici) – che pose le basi per un ordine politico socialdemocratico e l’alternanza di potere tra i due partiti.

Con quella che pareva una sincera mossa verso la stabilità democratica, la Quarta Repubblica del Venezuela segnò l’inizio di un processo di socialismo strisciante che si è progressivamente allontanato dalle basi economiche e istituzionali del Venezuela.

Le origini socialiste dei fautori della democrazia in Venezuela

Il collasso attuale del Venezuela non è avvenuto dal giorno alla notte. Fa parte di un processo di decadimento economico e istituzionale iniziato decenni prima.

Quando il Venezuela tornò alla democrazia nel 1958, sembrava che fosse in procinto di iniziare un’era di prosperità e stabilità politica senza precedenti.

Tuttavia, l’esperimento democratico del Venezuela era destinato al fallimento fin dall’inizio, e uno non ha bisogno di guardare ancora di più al background politico del suo fondatore, Rómulo Betancourt, per capire perché il suo intero sistema politico fu costruito su un castello di carte.

Rómulo Betancourt era un ex comunista che aveva rinunciato ai metodi marxisti in favore di un approccio più gradualistico di realizzazione del socialismo. Nonostante si fosse evoluto maggiormente in un socialdemocratico, Betancourt credeva ancora in un ruolo molto attivo dello Stato in materia economica.

Betancourt faceva parte di una generazione di intellettuali e di attivisti studenteschi che miravano a nazionalizzare totalmente il settore petrolifero del Venezuela e ad utilizzare le rendite del petrolio per instaurare un qualche genere di welfare statale. Queste figure politiche credevano fermamente che, affinché il Venezuela potesse diventare un paese veramente indipendente e libero dall’influenza degli interessi stranieri, il governo dovesse avere il completo dominio sul settore petrolifero.

Sotto queste premesse, un’industria petrolifera nazionalizzata avrebbe finanziato la fornitura di benzina a buon mercato, un’istruzione “libera” a tutti i livelli, assistenza sanitaria e un gran numero di altri servizi pubblici.

Questa retorica risuonò fortemente tra le classi basse e medie, che avrebbero costituito lo zoccolo duro della base dei votanti del partito di Betancourt, Acción Democrática, per gli anni a venire.

Al suo nocciolo, questa visione dell’organizzazione economica assumeva che il governo dovesse gestire l’economia attraverso una pianificazione centralizzata. Il petrolio sarebbe stato prodotto, gestito e amministrato dallo stato, mentre il governo avrebbe cercato di eliminare il settore privato.

Interventismo fin dall’inizio

L’amministrazione di Betancourt, pur non interventista come i successivi governi della Quarta Repubblica, completò diverse politiche inquietanti, tra le quali:

  1. La svalutazione della moneta venezuelana, il Bolívar.

  2. La fallimentare riforma agraria che incoraggiò l’occupazione abusiva e indebolì i diritti di proprietà dei proprietari terrieri.

  3. L’instaurazione di un ordine costituzionale basato sul diritto positivo e un ruolo attivo per lo Stato venezuelano nelle questioni economiche

Il governo di Betancourt proseguì con notevoli aumenti fiscali che videro le tasse sul reddito triplicare al 36%. In modo tipico, a questi aumenti si accompagnarono aumenti di spesa pubblica, dal momento che il governo venezuelano cominciò a generare deficit fiscali a causa dei suoi programmi sociali fuori controllo. Questi crescenti disavanzi sarebbero diventati un elemento fisso della finanza pubblica venezuelana durante l’epoca pre-Chávez.

La nazionalizzazione dell’industria petrolifera

Se, da un lato, Betancourt non raggiunse il suo obiettivo finale di nazionalizzare l’industria petrolifera venezuelana, il suo governo ha posto le basi per i successivi interventi in quel settore.

Grazie al grande boom petrolifero degli anni ’70, il governo di Carlos Andrés Pérez sfruttò il flusso senza precedenti delle rendite da petrolio provocato dalla crisi energetica degli anni ’70, durante la quale i paesi produttori di petrolio, come il Venezuela, ebbero molti benefici dagli elevati prezzi del petrolio.

La visione di Betancourt fu finalmente raggiunta nel 1975, quando il governo di Carlos Andrés Pérez nazionalizzò il settore petrolifero. La nazionalizzazione dell’industria petrolifera del Venezuela ha modificato fondamentalmente la natura dello stato venezuelano. Il Venezuela si trasformò in un “petrostato”, in cui il concetto del consenso dei governati fu completamente ribaltato.

Invece che fossero i venezuelani a pagare le tasse al governo in cambio della protezione di proprietà e simili libertà, fu lo Stato venezuelano a giocare un ruolo patrimoniale, corrompendo i suoi cittadini con ogni genere di sussidio al fine di mantenere il suo dominio su di essi.

Dall’altro lato, nei paesi basati su strutture di governance più liberali i cittadini pagano le tasse e, in cambio, questi governi forniscono servizi che nominalmente proteggono la vita, la libertà e la proprietà dei suoi cittadini. Lo Stato non è il proprietario, dando così ai cittadini un forte controllo contro il Leviatano se il governo supera i suoi limiti.

Nazionalizzazione del petrolio: un trogolo per i politici

Pérez approfittò di questa presa del potere statale per finanziare un vasto welfare statale e una quantità di programmi di welfare sociale che risuonarono fortemente con la popolazione. Di conseguenza, la spesa in disavanzo fu pienamente adottata dalla classe politica e livelli crescenti di debito estero e pubblico sarebbero divenuti la norma delle politiche fiscali venezuelane.

A questo punto, l’economia del Venezuela diventò sovra politicizzata. I periodi di boom del petrolio furono caratterizzati da un afflusso di petrodollari che lo stato utilizzò per realizzare opere pubbliche e progetti sociali faraonici come strumento di pacificazione sociale.

In realtà, durante questi periodi di boom non si verificò alcuna reale creazione di ricchezza, in quanto lo Stato redistribuì le rendite sulla base di capricci politici e usurpò funzioni che tradizionalmente erano detenute dalla società civile e dagli attori economici privati. Quando i politici e i burocrati sovrintendono alle imprese, il processo decisionale si basa su interessi partigiani e statali, piuttosto che sull’efficienza e sulle preferenze dei consumatori.

Sebbene la nazionalizzazione dell’industria petrolifera non abbia provocato un’immediata crisi economica, essa pose le basi per un decadimento istituzionale che si manifestò chiaramente negli anni ’80 e ’90.

Il peso maggiore della colpa per la catastrofe economica attuale del Venezuela dovrebbe ricadere su Hugo Chávez e sul suo successore Nicolás Maduro. Tuttavia, questo non significa che in Venezuela tutto andasse bene prima che Chávez arrivasse sulla scena. I semi ideologici e istituzionali delle crisi attuali sono stati seminati decenni prima. Una marea crescente di interventi governativi sui mercati durante gli anni ’60 e ’70 portò presto a una serie di nuovi problemi per il Venezuela.

I fasti del boom del petrolio giungono alla fine

Gli anni ’70 sembrarono un periodo di boom infinito per il Venezuela grazie agli elevati prezzi del petrolio. L’allora presidente Carlos Andrés Pérez approfittò appieno di questo boom per attuare il suo sfarzoso programma di spesa sociale. Alla fine, il periodo del boom arrivò ad un tremendo stop nei primi anni ’80, e il Venezuela dovette affrontare una dura crisi economica.

Luis Herrera Campins fu il successore di Carlos Andrés Pérez al governo. Fin dall’inizio, si rese conto che la spesa di Pérez era insostenibile. Infatti, Herrera non aveva parole gentili per le politiche di Pérez, sostenendo che Pérez gli aveva lasciato un paese “ipotecato”.

Sebbene Herrera fosse corretto nella sua valutazione dell’irresponsabilità fiscale dell’amministrazione di Pérez, ironicamente continuò altre stesse politiche clientelari del suo predecessore. I nodi vennero al pettine quando il Venezuela sperimentò il proprio “Venerdì Nero”.

Quella che una volta era una delle valute più stabili del mondo, il Bolívar, sperimentò la svalutazione ad oggi più importante. Purtroppo, l’amministrazione di Herrera rispose con pesanti controlli sul cambio per tamponare le fughe dei capitali. Questi controlli furono gestiti da un’agenzia denominata “Regime di Cambio Differenziale” (RECADI), creando di fatto un sistema di cambio a più livelli.

Nel corso del successivo governo di Jaime Lusinchi emersero notevoli scandali di corruzione, poiché innumerevoli membri della classe politica avevano sfruttato il sistema dei tassi di cambio a più livelli per il proprio guadagno.

Nonostante la sua abolizione nel 1989, il RECADI servì come precursore dei bizantini sistemi di tassi di cambio ai quali successivamente presiedettero la Commissione per l’Amministrazione del Cambio Valutario (CADIVI) e poi il Centro Nazionale per il Commercio Estero (CENCOEX), durante il periodo di predominio del Partito Socialista Unito in Venezuela per tutti gli anni 2000.

Nel complesso, la svalutazione del Venerdì Nero del Venezuela segnò l’inizio di un decennio perduto per le sorti del Venezuela durante gli anni ’80, che preparò la scena per le successive svalutazioni, i controlli monetari e l’irresponsabile politica fiscale degli anni successivi.

FMI in soccorso?

L’aumento dei tassi di povertà e del debito estero e pubblico, imprese statali corrotte e regolamenti gravosi contribuirono a creare un ambiente di crescenti tensioni sociali e malessere economico durante tutti gli anni ’80. Il miracolo della crescita precedente del Venezuela a questo punto divenne irrilevante. E la gallina dalle uova d’oro, il petrolio, non potè salvare la situazione a causa dei bassi prezzi degli anni ’80.

Affinché il Venezuela potesse raddrizzare la sua nave, avrebbe dovuto subire dolorose riforme fiscali.

Ironicamente, fu proprio Carlos Andrés Pérez ad essere incaricato a governare in questa fase di eccessiva ampiezza del perimetro governativo; lo stesso leader che fondò il dissoluto welfare state del Venezuela e posò le basi per il suo crollo negli anni ’80.

Nel 1988, Pérez fece una campagna elettorale basata su una piattaforma che prometteva di riportare lo splendore e la prosperità degli anni ’70. Ma una volta assunta la presidenza, Pérez si rese conto che il Venezuela davanti a lui era sull’orlo del fallimento ed era paralizzato da un eccessivo intervento statale nell’economia.

Sotto gli auspici del Fondo monetario internazionale, Pérez fece un fiacco tentativo di riformare il “petrostato” del Venezuela oramai a pezzi. Sezionate ed analizzate, le sue riforme consistettero in riduzioni tariffarie, aumenti delle tasse, privatizzazioni sbagliate e marginali tagli alla spesa pubblica che in ultima analisi non affrontarono i problemi sottostanti dell’economia politica venezuelana: la sua politica monetaria sbagliata, il pesante quadro regolatorio e le radicate politiche di capitalismo clientelare.

Tuttavia, queste riforme erano troppo per il partito di Pérez, Acción Democrática (AD). AD era furiosa per queste riforme che avevano comunque eliminato alcuni risvolti del petrostato clientelare da cui essa dipendeva per mantenere il suo potere politico.

Da notare, l’abolizione delle sovvenzioni sul gas da parte del governo Pérez – un programma sociale popolare che aveva mantenuto artificialmente i prezzi del gas a basso livello per i settori impoveriti della società venezuelana – fu utilizzata dal AD per veicolare il malcontento tra la popolazione generale.

Arriva Hugo Chávez

Numerosissime persone quindi scesero nelle strade per protesta contro le cosiddette politiche di “austerità” del governo Perez. Questo alla fine portò al famigerato incidente “Caracazo” nel 1989 dove la capitale Caracas fu travolta da una serie di proteste, saccheggi e rivolte. Il governo rispose in maniera dura, facendo centinaia di morti.

Nel bel mezzo del caos politico, i gruppi radicali approfittarono delle turbolenze politiche del Venezuela per promuovere il loro ordine del giorno. Uno dei più famosi è stato il gruppo del tenente colonnello Hugo Chávez, Movimento Rivoluzionario Boliviano-200 (MBR-200).

Chávez approfittò del disordine politico consolidando un movimento anti-governativo all’interno delle fila dell’esercito venezuelano. Questo culminò nei falliti tentativi di colpo di stato del 1992.

Anche se Chávez fu imprigionato per il suo tentativo di colpo di stato, l’agitazione che lui aveva provocato fu sufficiente a rimettere in discussione l’intero modello bipartisan di Punto Fijo. Alla fine, gli scandali di corruzione e il crescente grado di disordini sociali ridussero la legittimazione dell’amministrazione Pérez. L’ultimo chiodo sulla bara arrivò quando Pérez fu imputato con l’accusa di corruzione nel 1992, e con questo il modello Punto Fijo fallì.

Il collasso del modello di Punto Fijo

Due tentativi di colpo di stato, e l’impeachment di Carl Andrés Pérez, segnarono l’inizio dei tumultuosi anni ‘90 per il Venezuela. Il Venezuela degli anni ’50 agli anni ’70 – caratterizzato dalla sua prosperità economica senza precedenti e dalla stabilità politica – stava cominciando a diventare un ricordo lontano.

Nel 1994 il modello di Punto Fijo era a pezzi, mentre Rafael Caldera assunse la presidenza con una nuova coalizione di partiti politici scontenti, Convergencia (Convergenza).

Da un punto di vista politico, Rafael Caldera non smosse le acque. Seguì molte delle mezze misure del FMI, senza affrontare problemi strutturali come la privatizzazione dell’industria petrolifera, la politica monetaria del Venezuela in avvitamento verticale e le comode relazioni delle grandi aziende con lo Stato. Inoltre, Caldera perdonò Hugo Chávez nel 1994, riabilitandolo politicamente.

Grazie alle riforme fondiarie fallimentari e alle politiche di sovvenzionamento della casa perseguite dai due principali partiti socialdemocratici (AD e COPEI) nei decenni precedenti, le principali aree metropolitane quali Caracas, Maracaibo, Maracay e Valencia cominciarono ad essere popolate da un crescente numero di venezuelani in stato di povertà. Chávez attinse a questo strato basso della società venezuelana e lo trasformò efficacemente in truppe d’assalto per la sua campagna per trasformare radicalmente il Venezuela in uno stato pienamente socialista.

Il fallimento dell’epoca socialdemocratica

È innegabile che il consenso socialdemocratico del Venezuela conseguì risultati non ottimali. Dal 1958 al 1998, la crescita del PIL pro-capite del Venezuela fu di un misero -0,13%, il che indica che la popolazione venezuelana crebbe più velocemente della ricchezza prodotta in quel periodo. Nel suo libro “Introduction to Economic Growth”, Charles I. Jones classificò il caso venezuelano come un esempio di “disastro di crescita”. Il Venezuela è stato uno dei due paesi dell’America Latina che hanno subito una crescita negativa durante questo periodo di 40 anni, l’altro fu il Nicaragua, un paese che subì una costosa guerra civile ed era sotto il dominio di un governo socialista.

Chávez capitalizzò questa stagnazione lanciando una campagna contro il consenso politico bipartisan che aveva governato il Venezuela fino a quel momento. Etichettando se stesso come il candidato della “Terza Via”, Chávez cercava di fornire un’alternativa alla corruzione percepita nell’ordine politico di Punto Fijo.

Nonostante la retorica tutta rose e fiori, Chávez si circondò di marxisti incalliti e di altri personaggi collettivisti che erano fortemente determinati a sconvolgere il già fragile ordine politico del Venezuela. I disillusi elettori che lo elessero sapevano poco di dove si stavano cacciando.

Chavismo: Interventismo alla massima potenza

Se da un lato Chávez poteva anche essere nel giusto nel sottolineare la corruzione del vecchio ordine di Punto Fijo, ironicamente continuò molte delle stesse politiche fallimentari durante tutto il suo regime, amplificando i loro effetti disastrosi e applicandoli in modo tirannico.

I controlli monetari, gli espropri, i controlli sui prezzi e l’uso della società petrolifera statale, PDVSA, per finanziare programmi di spesa sociale erano elementi immancabili delle politiche economiche socialiste di Hugo Chávez.

In aggiunta, le istituzioni politiche venezuelane furono completamente eviscerate, i media soppressi e gli attivisti politici sono stati soggetti a numerose violazioni dei diritti umani sotto la mano pesante di Chávez.

Chávez ha avuto il lusso degli alti prezzi del petrolio dal 2003 al 2010 per finanziare i suoi programmi socialisti e veicolare le rendite da petrolio per consolidare il proprio sostegno politico a breve termine. Ma quando i prezzi del petrolio crollarono, le leggi dell’economia tornarono a digrignare i denti e il sistema cominciò ad andare in fumo in poco tempo.

Anche con la morte di Chavez nel 2013, il suo stile di socialismo tirannico è continuato senza tregua sotto il dominio del suo successore Nicolás Maduro.

Il Venezuela che sta davanti a noi è uno stato fallito. In un senso atavistico, il Venezuela è tornato nella situazione del suo XIX secolo come una area politica isolata sempre più frammentata.

Il tempo dirà se la nazione venezuelana continuerà ad esistere come un insieme coeso o se determinati settori della società venezuelana decideranno di tracciare il loro sentiero e cominceranno a frammentare il paese.

Lezioni apprese

Se i venezuelani vogliono ripristinare il Venezuela al suo stato prosperoso di un tempo, devono guardarsi indietro e comprendere la genesi della crisi attuale del Venezuela.

Sarebbe miope dare la colpa solo ai demagoghi e credere che le cose andranno a posto perfettamente una volta che le “persone giuste” saranno messe al governo. Eventi politici come l’ascesa di Hugo Chávez non nascono dal nulla. Gli osservatori perspicaci dell’economia politica devono analizzare nel loro complesso tutte le istituzioni e le politiche che creano il tipo di ambiente che consente agli autoritari come Hugo Chávez di arrivare al potere.

Il caso venezuelano deve servire come un forte ammonimento per molti paesi europei con stati di welfare in crisi e crescente malcontento sociale. Presto o tardi, i sistemi insostenibili di trasferimento [di ricchezza]2 sono destinati a crollare con il risultato di disordini sociali.

Lasciato senza controllo, il socialismo crea solo un circolo vizioso di interventismo che porta a maggiore caos e miseria. Per arrivare alla luce in fondo al tunnel, il Venezuela deve abbandonare completamente il socialismo e abbracciare la via capitalistica alla prosperità.

2 N.d.T.

L'articolo originale: https://mises.org/blog/venezuela-chavez-prelude-socialist-failure