Recensione della trilogia borghese di Deirdre McCloskey

La trilogia borghese della McCloskey esplora le cause che stanno alla radice della rivoluzione industriale e l’enorme miglioramento delle condizioni di vita prodotte dalla medesima.

Niente forma tanto le nostre opinioni politiche quanto la comprensione della storia. Forse il più influente libro dell’intera tradizione socialista è “Le condizioni della classe operaia in Inghilterra” di Friedrich Engels. In quel lavoro, pubblicato quando la collaborazione tra Marx e Engels era agli albori, Engels dispose il terreno di un bel pezzo della futura storiografia. Il libro di Engels è la testimonianza di un borghese tedesco, rimasto scioccato dalle condizioni di vita dei poveri nella Londra del suo tempo.

Nel terzo libro della sua trilogia sui valori della borghesia, la storica dell’economia Deirdre McCloskey ha riconosciuto che lavori come quello di Engels erano una forma di “salutare rottura”: “a chiunque capiti di leggere questo genere di libri viene strappato dalla comoda ignoranza verso l’altra metà”.

E ancora,

prenderne coscienza non implica perdere la speranza, o peggio prefiggersi di rovesciare il Sistema, se questo alla lunga accresce il benessere tra i poveri, ad un tasso ben superiore di quanto fatto da ogni altro Sistema sperimentato fino ad ora” (McCloskey 2016, 42).

La trilogia di Deirdre McCloskey (Le virtù borghese, La dignità borghese, L’uguaglianza borghese), incessantemente ci ricorda l’eccezionalità della crescita economica. I tre libri costituiscono una sfida intellettuale volta a rispondere al grande rebus che attanaglia gli storici dell’economica contemporanea: perché è decollata a quel modo la crescita economica, quando e dove è successo? Perché in Inghilterra? Perché nel Diciottesimo secolo?

La risposta della McCloskey è da ora ben conosciuta. Il suo lavoro è imponente, comprende circa 2000 pagine raccolte in tre volumi. A cui vanno aggiunte diverse sue interviste dove quelle tesi sono state dall’autrice succintamente esposte, e un certo numero di articoli specializzati. In poche parole, la sua tesi è che sia la cultura a dirigere e a creare le condizioni per il cambiamento che poi ha la possibilità di concretizzarsi attraverso lo sviluppo economico. La ricchezza poteva essere creata in dimensioni più estese che mai, ma solo fino a quando la creazione di ricchezza non fosse più a lungo sentita come un obiettivo riprovevole.

Questo difficilmente significa che il mondo torni a celebrare come guerrieri e santi gli uomini d’affari, la cui riconoscenza ha assunto i toni celebrative degli eroi nella “Rivolta di Atlantide” di Ayn Rand. Di ben altra stoffa è lo spirito borghese – una più misurata comprensione del lavoro, del trafficare, migliorandosi l’un l’altro attraverso l’acquisto e la vendita – che però a un certo punto decolla e diventa parte della cultura dominante.

Il primo libro della trilogia “Le virtù dei borghesi” (McCloskey 2006), è organizzato in modo da far recepire al lettore il sostrato etico che possiede il sistema di mercato. Fai attenzione al verbo: possedere, non avere bisogno. Una florida e libera economia di mercato non si sviluppa senza una società che premia le virtù dei borghesi, non solo quelle dei cavalieri. Questo significa, certamente, prudenza, il principale carattere del mercante previdente. Ma la prudenza non basta, a chi persegue l’innovazione è richiesto anche il coraggio.

Nel secondo e nel terzo libro della trilogia, la dignità dei borghesi e l’uguaglianza dei borghesi, emerge con maggior forza il loro essere due parti di uno stesso progetto. McCloskey qui accentua il ruolo svolto dal “dignitoso” commercio nella costruzione del grande arricchimento; fu in verità, un processo di “livellamento” di quella dignità, che condusse attraverso la combinazione delle due forze alla prosperità. Le persone esprimevano per certo un “uguale rispetto” per il loro sforzo, e questo è uno dei due modi in cui McCloskey utilizza il termine. D’altro canto lei con forza spiega che “quell’uguaglianza” non aveva nulla in comune con l’uguaglianza del risultato, marchio di fabbrica del socialismo, ma piuttosto con l’uguaglianza davanti alla legge: il sovrano non deve discriminare, sebbene lo faccia il mercato. E’ l’uguaglianza “Scozzese”, come si espresse in Scozia più che nell’illuminismo francese, “con la sua dura, e pure tragica, conclusione. Ciò implica uguale compensi per uguali meriti in un mercato dove ognuno, grazie alla libertà di contrattazione, può sempre competere” (McCloskey 2016 XXXII).

Il miglioramento del mondo

Mentre McCloskey respinge l’uguaglianza dei risultati, tuttavia evidenzia continuamente come “l’idea dell’uguaglianza della libertà e della dignità per tutti gli uomini abbia causato, e pure salvaguardato, uno stupefacente progresso…materiale” (McCloskey 2016, 403). In questi ultimi due libri, McCloskey enfatizza come queste idee, questa cultura dell’uguaglianza ben compresa, non sia in conflitto con una paziente e scrupolosa enumerazione dei modi con cui si è esteso “il grande arricchimento”, essendo andato a beneficio proprio dei meno abbienti. Certo, non c’è dubbio ci sia una certa ridondanza nei due volumi. Il lettore, comunque, lo perdonerà facilmente, non appena comprende che McCloskey non si limita ad avanzare una tesi. Lei ingaggia una vera e propria propaganda a favore di una corretta comprensione di ciò che ha significato per tutti noi la Rivoluzione Industriale, nel mondo occidentale prima e più tardi per il resto del globo.

E di questo c’è un disperato bisogno. Il ritratto di Engels di una vita destinata all’indigenza in città lerce è diventata un cliché della Rivoluzione Industriale. Il suo spaccato del capitalismo agli albori, ha formato la conoscenza dell’economia politica di milioni di persone. Questi macchinari erano una meraviglia tecnologica ma incatenavano i poveri a una vita di stenti, e tutto ciò era sentito come una ovvietà. Solo poche persone sembrano ricordare che la povertà esisteva anche prima della comparse del motore a vapore. La conseguenza di questa attitudine nelle percezione della legittimità dell’economia di mercato, può difficilmente essere sovrastimata come F. A. Hayek ben sapeva. In “Il capitalismo e gli storici”, egli mise insieme alcuni scolari che erano presumibilmente qualificati quali avanguardie degli storici “revisionisti”, convinti che la Rivoluzione Industriale meritasse un controllo più accurato.

E’ stato solo dagli anni 70 che diverse scuole di storici hanno sviluppato una più corretta comprensione della Rivoluzione Industriale. Purtroppo però le loro scoperte sono ancora relativamente sconosciute al grande pubblico. Il sentiero tracciato da Engels è difficile da scalzare quando è supportato da libri di testo tuttora ritenuti autorevoli.

Profondi e radicati pregiudizi possono causare una mancata comprensione di cambiamenti storici senza precedenti quali: la moderna crescita economica. Questo è il soggetto della trilogia di McCloskey: il cambiamento dovuto alla crescita economica. Prima di affrontare in modo più accurato quest’ultimo argomento dobbiamo esaminare il precedente contenuto dei suoi libri.

Due secoli fa l’economia mondiale era al presente livello del Bangladesh… Nel 1800 il consumo medio umano atteso per figli e nipoti e per le generazioni a venire era dollaro più dollaro meno di 3 dollari al giorno. Il calcolo è espresso è attualizzato ai nostri giorni secondo il costo della vita americano. E’ sconvolgente.

Per contrasto, oggigiorno un cittadino medio di un paese come il Giappone o la Francia spende probabilmente circa 100 dollari al giorno. Cento dollari contro tre. Questo è l’ordine di grandezza della moderna crescita economica.

E’ dalla comprensione dell’entità di questo miglioramento economico che McCloskey trae le sue preferenze in politica economica. In contrasto al socialismo di Engels e a tutti i numerosi profeti di sventura che hanno fornito una quadro della Rivoluzione Industriale come causa dell’inquinamento dei fiumi e della corruzione dell’anima, “Il fatto che ancora persone qualche volta muoiano in ospedale, non significa che il rimedio sia la semplice rimozione dei dottori” (McCloskey 2016, 43). Quando si affronta la povertà, la moderna crescita economica e la medicina, non la malattia.

La chiave di lettura dell’insegnamento di McCloskey è che la crescita economica in queste proporzioni, è la vera novità nella storia dell’uomo. McCloskey sottolinea che il Reverendo Malthus era nel giusto a sostenere che la produzione di cibo cresceva a un tasso aritmetico mentre la popolazione in quei tempi, tendeva a crescere in modo geometrico. In quel contesto era un gioco a somma zero, se uno vinceva l’altro perdeva. La corsa tra progresso tecnologico e crescita della popolazione, McCloskey osserva, citando due storici dell’economia Voigtlander e Voth, “ è la tartaruga contro la lepre”.

Allora:

prima del 1800 il tasso di crescita non era mai più alto di mezzo punto l’anno, e d’accordo con l’economista Oded Galor più vicino a un decimo che all’uno per cento, raggiungendo così al massimo il 64% nell’arco di un secolo. Ma la popolazione poteva cresce al 3% l’anno, questo significa il 1800 percento in un secolo. La tartaruga non aveva alcuna possibilità” (McCloskey 2016, 15).

Come è potuto avvenire questo cambiamento? come la moderna crescita economica è diventata possibile? Per definire in modo accurato l’avvenimento, bisogna guardare a cosa è cambiato da tutto il resto. La miseria – che significa la miseria per le masse – è stata la condizione umana naturale da quando Adamo ha morso la mela. Adam Smith non ha cercato le cause della povertà delle nazioni, perché la povertà non ha mai bisogno di una spiegazione. Questa enorme crescita della ricchezza è ciò che ha bisogno di essere spiegata.

Impilando un mattona sopra l’altro?

La risposta di McCloskey è duplice. Da una parte, mantiene che “l’innovazione (non gli investimenti o la spoliazione) causarono la Rivoluzione Industriale” (McCloskey 2010, 6). Sostenendo che nell’accumulazione di capitale, impilando un mattone sopra l’altro, non c’era niente di innovativo. C’è sempre stata prudenza, parsimonia e avarizia, tra le altre cose. Ma a un certo punto l’accumulazione gira dalla trasformazione del capitale in ville sempre più sfarzose verso il finanziamento di macchinari e aziende. Il capitale venne usato per offrire un fiume senza fine di novità, a beneficio di un crescendo numero di consumatori.

Ma fu veramente la posa di un mattone sull’altro la peculiarità essenziale di questo processo? Il più eminente critico del “capitalismo”, Karl Marx, derise “l’accumulazione originaria” come qualcosa che “gioca in economia politica all’incirca lo stesso ruolo del peccato originale in teologia” (Marx 1871, 784), e su quella falsariga avallando la favola che la parsimonia serviva solo a rafforzare l’amor proprio delle classi più agiate. Ma anziché rigettare l’intera faccenda, lui sviluppò la propria versione dei fatti. Per Marx, la vera accumulazione originaria avvenne “ quando la gran parte degli uomini vennero improvvisamente e forzatamente strappati dai loro mezzi di sussistenza e gettati come liberi e “autonomi” proletari nel mercato del lavoro. (Marx 1871, 787). Paradossalmente, il profeta del materialismo storico – che pretende che politica e cultura siano solo finzioni dei rapporti di produzione – cerca la sorgente dell’accumulazione borghese nella violenza politica, in quel mercato degli schiavi prodotto dalle recinzioni dei terreni adottate nel Quindicesimo secolo. Dal suo punto fai vista, tutto il male accaduto nella storia, è il prodotto del male scaturito con l’avvento del capitalismo.

L’accumulazione originaria” di Marx potrebbe essere intesa come la versione più elaborata della non infrequente idea che ogni maniera di arricchirsi è sempre alle spese di qualcun altro. Questo, ovviamente, potrebbe accadere: il mondo non è mai a corto di ladri. Ma fu questo a rendere possibile l’emergere del capitalismo? Non per McCloskey. “Non è un buon piano per fare affari affidarsi ”alle briciole guadagnate rubandole alla povera gente”, ha scritto nel secondo libro sulla “borghesia”. Se così fosse, l’industrializzazione sarebbe avvenuta quando il Faraone rubò il lavora agli Ebrei ridotti in schiavitù. (McCloskey 2010, 156). Rubare ai poveri non potrà mai “essere una spiegazione sostenibile per un grande arricchimento”.

La crescita senza precedente sperimentata in Occidente negli ultimi due secoli richiede una differente spiegazione. Avviene quando la società inizia a liberare innovazioni senza precedenti. Questa si traduce in una enorme produttività.

Dal 1800 l’abilità degli uomini di avere cura ed educare se stessi, benché il loro numero crescesse al sorprendente fattore di sette, è cresciuta per ciascuno all’ancor più sorprendente fattore di 10… Noi umani ora produciamo e consumiamo per 70 – 7X10 – volte di più beni e servizi globali che nel 1800 (McCloskey 2016, 6). Sì, questo significa molte cose. Gli individui diventano meglio in senso materialistico: possono contare sulle macchine per lavare i loro piatti, e possono divertirsi con la TV al plasma, e Spotify. Ma loro vivono anche una vita più salubre; sono liberi di regolamentare i loro appetiti con una dieta vegetariana perché lo vogliono e non perché sono forzati dalle circostanze a farlo; sono cresciuti di numero, hanno accresciuto la loro capacità di leggere scrivere e far di conto; guidano auto e utilizzano macchinari complessi.

Questo processo non venne previsto e tantomeno pianificato. E’ stato in gran parte il risultato di uno sforzo dal basso, ottenuto da persone che erano primariamente interessate alla loro sorte (“non dalla benevolenza del macellaio…”). McCloskey cita opportunamente l’insigne Nobel Robert Lucas, che ha osservato che: “perché una significativa crescita avvenga in una società, una gran parte delle persone deve sperimentare un cambiamento nelle proprie possibilità di vita, immaginandolo per loro stessi per i loro figli… in altre parole… lo sviluppo economico richiede “milioni di ribellioni” (Lucas 2002, 17). Le innovazioni di successo emergono dalla diffusa ribellione verso lo status quo, mentre resistono alla più dura cartina di tornasole, la sottomissione al giudizio dei consumatori, come espressione del mercato. Anziché “capitalismo”, McCloskey chiama la moderna crescita economica “miglioramento certificato dal mercato” o “progresso certificato dal mercato”. Così facendo, lei riferisce al contempo degli effetti e delle cause: del miglioramento e del processo di sperimentazione (qualche volta generando novità di successo, qualche volta meno efficaci) che lo rende possibile.

Cultura non Istituzioni

Ma, al di là dell’innovazione, ciò che McCloskey si sforza di comprendere è come questo processo di sperimentazione sia diventato possibile e si sia diffuso. L’arricchimento materiale non ha cause materiali. Lei sostiene che “comunicare, etica e idee, sono la causa dell’innovazione”. In particolare, “le quotidiane conversazioni relative all’innovazione e al mercato sono determinanti per la ricezione” (McCloskey 2010, 7). La sua risposta è questa: la rivoluzione industriale ha bisogno di una cultura accogliente, che implica una politica accogliente, ma non si esaurisce in questa.

Uno degli obiettivi preferiti di McCloskey è il neo-istituzionalismo, che lei considera ingenuo nella comprensione delle regole del gioco. Il quale di converso risponde, alle sue critiche argomentando che la parola cultura è una parola troppo vaga per diventare una pietra di paragone su cui poggiare ipotesi scientifiche capaci di spiegare l’origine della crescita economica; McCloskey può agevolmente replicare che lo stesso argomento vale per la parola istituzione. Le istituzioni esistono “primariamente per i buoni principi morali dei partecipanti, intrinsecamente motivati e potentemente rinforzati dall’opinione morale che le persone hanno l’una dell’altra. (McCloskey 2016, xxiii-xxiv). Ciò che separa McCloskey dai neo-istituzionalisti è la sua volontà, e forse il suo entusiasmo, nel tenere in considerazione dati che altri deliberatamente ignorano: come i romanzi e i drammi (non tanto opera e musica). Tipicamente considerati immeritevoli di attenzione e di valore scientifico fuori dai confini umani, loro hanno, McCloskey li considera, una segnalazione di importante valore. Questi sono delle significative evidenze dei comuni preconcetti e credenze di particolari società e di precisi momenti storici – informazioni che in altra maniera non sarebbe possibile ottenere. I romanzi che le persone leggono, gli spettacoli che li divertono, gli autori che prediligono, ci permettono di dedurre qualcosa a proposito del loro punto di vista e dei loro valori. McCloskey non si riferisce a Austen o Balzac come a un mero abbellimento del suo lavoro; il riferimento alla letteratura sono parte delle sue prove.

Discutendo il lavoro di McCloskey, Joel Mokyr ha opportunamente evidenziato, che “la cultura non può essere compresa senza le istituzioni, così come le istituzioni non possono essere capite senza la cultura” (Mokyr 2014). La cultura e le norme possono rinforzarsi a vicenda, ma per tenere insieme l’uovo e la gallina tu hai bisogno di pensare a cosa succede quando sono in disaccordo. Più spesso di quanto non si pensi, abitudini e costume vanno oltre le norme formali. Di quanti fallimenti di innesti di regole e procedure in paesi stranieri siamo stati testimoni in passato – se pensiamo ad esempio al ruolo svolto in tanti paesi dagli aiuti stranieri – tutto questo sembra supportare il ragionamento di McCloskey. Si guardi a fatti come, ad esempio, nel mio paese, l’Italia, dove una simile organizzazione di regole formali può produrre risultati completamente differenti seppur applicate ad aree geografiche contigue ma caratterizzate da differente “capitale civile” (che è parte di una più larga nozione di “cultura”). Certo “cultura” rimane un termine molto problematico. Sembra troppo denso, troppo onnicomprensivo per essere usato con perizia e precisione nelle scienze sociali. Ancora, le “idee” in McClosckey non sono quelle che enfaticamente vengono definite le idee e le attitudini della cultura o della politica delle élite. Un “milione di ribellioni” non è un fenomeno di élite, ma bensì la trasformazione di una mentalità e in un certo senso, di uno stile di vita, che attraversa l’intera società. Questo spiega l’insistenza di McCloskey nell’uso della parola borghese, che altrimenti potrebbe essere visto come un tentativo di stupire il senso comune, per indignare lo stesso lettore. McCloskey cita l’accademico della letteratura Franco Moretti, che ha scoperto che nella letteratura vittoriana c’è spesso il caso di due generazioni poste in competizione l’una con l’altra, la più vecchia in procinto di diventare la borghese e, naturalmente, pronta per essere sostituita e tradita dalla più giovane e filantropica (McCloskey 2016, 62). Borghese è solitamente un termine di denigrazione, ancora più degradante dell’aggettivo “insignificante”.

Borghese per la Ragione

McCloskey non usa il termine borghese per parlare di classe: lei lo usa perché identifica nella borghesia una nuova ondata di simboli e idee, per mezzo dei quali viene cambiata la vita sociale. Sergio Ricossa, un grande economista italiano sfortunatamente sconosciuto all’estero, ha fatto notare nel 1986 che:

Nella cultura signorile l’eroe era un modello di perfezione e di eroismo, questo implicando un’assoluta dedizione a cause di valore infinito, in comparazione a cui ogni calcolo diventava insignificante e volgare. Il borghese, al contrario, era un calcolatore, si assume rischi, anche se calcolati, e non sarebbe disponibile a sacrificare alcunché se non in vista – o con la speranza – di un adeguato compenso. (Ricossa, 2006, 58). Borghese è un termine utile perché esprime un’attitudine che è equidistante a due differenti seppur convergenti comportamenti: l’Etica e i valori dell’aristocrazia e “l’eresia dei salvatori”. I primi considerano i valori economici pari a nulla, tutti intenti a perseguire l’eroismo delle armi. I secondi concordano con l’annullamento dei valori economici, perché tutti i mezzi devono essere al servizio del raggiungimento della salvezza umana, la quale è compatibile solo con l’approntamento di particolari istituzioni politiche.

Al contrario, la mentalità borghese sposa la razionalità pratica, calcolo prudente e miglioramento continuo. Il borghese non sente se stesso come un cavaliere, ne le sue parole annunciano una migliore rigenerazione del mondo. Il borghese ottiene la sua ricchezza attraverso il miglioramento produttivo, diventando un uomo d’affari, un commerciante, un inventore. Laddove il nobile e l’attivista rifiutano di affrontare il calcolo insignificante della vita economica, il borghese non vede nessuna vergogna in esso. Lui sa che “una prova commerciale valuta la fornitura di un bene di consumo attraverso il segnale del profitto monetario.” Quando qualcosa verificato nel mercato è popolare, determina un guadagno per qualcuno.” (McCloskey 2016, 563). Non c’è nessuna vergogna nel fornire alle persone le cose che gli piacciono. Questo genere di movimento è un processo mediante il quale le persone sempre più percepiscono se stesse come esseri liberi di scegliere, ma anche liberi di essere scelti. Loro sono liberi di scegliere nel senso che non sono costretti nella loro volontà di consumatori, ma spesso, cosa di non poco conto, quel genere di libertà diventa alla fine parte della loro identità. Come ben sappiamo, siamo spesso in grado di dedurre cose tanto differenti quali: preferenze politiche, gusti musicali, o provenienza sociale, dal modo di vestirsi delle persone. Allo stesso modo, dal loro costane esercizio della libertà di scegliere, il borghese crea le condizioni affinché essi stessi diventino fornitori di differenti beni e servizi. Adam Smith ha parlato della “divisione del lavoro limitata dall’estensione del mercato”. Più il mercato è esteso più la specializzazione diventa complessa. Non si trovano dog sitters in piccoli villaggi di montagna, ma nelle grandi città, di questi tempi, alcune persone si guadagnano da vivere passeggiando con i cani di altre persone. La moderna crescita economica è un complesso enigma, ma se ha un carattere unificante, è il costante allargamento del grado di scelte disponibili. Questo è in verità l’egualitarismo della borghesia di McCloskey riportato nel titolo del suo libro: un idea di parità di dignità, parità di opportunità nel ricercare la realizzazione di se stessi, nel perseguimento della propria felicità (citata nel più eminente documento borghese, la Dichiarazione d’Indipendenza).

Un cambiamento nel modo di pensare

L’era della borghesia inizia, e così l’onda della grande crescita economica parte, quando le persone iniziano a pensare che non c’è alcuna vergogna nel fornire ad altri cose che gli piacciono. Prima di ciò, come l’economista Don Boudreaux ha scritto riassumendo il punto di vista di McCloskey: “Diversamente da guerrieri che sporcavano le loro mani con onore (ossia col sangue), i commercianti si sporcavano le mani con disonore (ossia con il profitto). Diversamente da nobili che ottenevano la loro ricchezza con onore (ossia, pigramente incassavano la rendita della terra) i mercanti ottenevano le loro ricchezze con disonore (ossia, attraverso lo scambio). Diversamente dai chierici che ricevevano la loro ricompensa con onore (ossia, contemplando l’eternità), i borghesi ricevevano la loro ricompensa con disonore.” (Boudreaux 2014). Questa era “la tassa del disonore” scrisse Bourdeaux, che come tutte le tasse “ scoraggia le attività che colpisce, rendendo le attività alternative non tassate relativamente più attrattive” (Boudreaux 2014). A un certo punto della storia, si ebbe, se non una completa scomparsa, una sostanziale riduzione di quella tassa. (intervista i tuoi colleghi di università e immediatamente scoprirai come ancora oggi tante persone continuino a credere che vendere e acquistare sia ben lontano dall’essere una attività onorevole!) Non è passato tanto tempo da quando si diceva che la vita del venditore era una vita da canaglia, poi le persone hanno iniziato a considerarla in modo differente: persone intelligenti e ambiziose hanno iniziato a pensare che fosse una professione di valore da perseguire senza vergogna.

Consideriamo al posto del commercio la medicina. Per un lungo tempo nella storia, i medici erano per metà parrucchieri per metà dottori. Le cure mediche era considerate complementari alla preghiera, e quest’ultima era generalmente più efficace. Le cose cambiano quando migliorano gli strumenti, la medicina diventa una scienza, le cure vennero “industrializzate” con l’ospedale. E tutto ciò ha portato al contempo un forte apprezzamento sociale verso i medici, tant’è che tutte le madri del mondo sono piene di felicità quando i loro figli esprimono il desiderio di diventare medici. La questione dell’approvazione sociale è determinante per il successo di una professione, spinge un gran numero di brillanti studenti alle scuole, nella fattispecie, di medicina, tra questi chi diventerà un apprezzato professionista, mentre altri saranno loro stessi scienziati, a rafforzare il circolo virtuoso.

Nel mio paese l’Italia, gli intellettuali tendono a privilegiare le scienze umane alle scienze naturali. Le famiglie tendono a credere che i loro figli non avranno futuro se faranno studi matematici o scientifici, se non quello di diventare professori delle scuole superiori (carriere a non alto salario). Questi fattori potrebbero avere qualcosa a che fare con il fatto che nelle università italiane ci sono un basso numero di matricole nelle discipline scientifiche, tecnologiche o matematiche e di conseguenza un basso numero di laureati. Si sta soltanto ora aggiustando questa domanda del mercato del lavoro, in una economia che si dirige viceversa verso l’informatica e la robotica. Se l’apprezzamento sociale di imprenditori, commercianti e inventori è stata la chiave che ha reso possibile la crescita economica, l’ultimo libro della trilogia di McCloskey inevitabilmente deve – e lo fa – affrontare le forze che si contrappongono a tale apprezzamento. McCloskey è ben consapevole che facendo risalire il sorgere della moderna crescita economica alla “cultura”, si è posta in grande dissonanza con gran parte della “cultura” del nostro mondo, che perlopiù si oppone al cosiddetto “capitalismo”. “ Qualcosa di strano è accaduto nelle menti dei letterati”, scrive (McCloskey 2016 559-568), riferendosi a: “artisti, intellettuali, giornalisti, professionisti e burocrati”.

Il problema degli Intellettuali

McCloskey non è la prima a evidenziare il problema. La questione “Perché gli intellettuali si oppongono al capitalismo?” Per echeggiare il titolo di un lavoro di Robert Nozick (Nozick 1998), è stato uno dei temi del liberalismo classico dello scorso secolo. In ambito accademico, gli intellettuali liberali classici si sono trovati di fronte ad una crescente opposizione proprio da parte dei loro pari. Solo una piccola parte del mondo accademico apprezza il sistema di mercato. Il capitalismo era visto come un sistema senza speranza nel Diciannovesimo secolo, mentre una nuova era, liberata dalla’”anarchia della produzione”, stava per sorgere. Gli accademici liberali classici hanno fatto di tutto per opporsi a questa fobia del mercato da parte di molti intellettuali, timorosi “dell’effetto a cascata” che questo avrebbe avuto sull’intera società. Per questo tentarono di identificarne lo schema su cui si reggeva, per cercare di prevenire i motivi che opponevano tanti intellettuali all’economia di mercato. Molti di loro pensarono che il loro interesse avesse avuto un ruolo importante nell’antipatia di tanti colleghi verso le relazioni commerciali, e alcuni di loro teorizzarono che gli intellettuali erano primariamente motivati dal risentimento. McCloskey pensa che non ci siano vere prove in tal senso.

La prima serie di risposte alla domanda “perché gli intellettuali si oppongono capitalismo?” può essere sintetizzata prendendo a riferimento il lavoro di Ronald Coase “Il mercato dei beni e il mercato delle idee” (Cose 1974, 384-391). Gli intellettuali sono fortemente favorevoli verso un’alta regolamentazione del mercato delle “cose”, ma non così per il mercato delle idee, dove si oppongono in modo irremovibile. Il mercato delle idee e il mercato dove gli intellettuali conduco il loro commercio. Questo li conduce al paradosso prodotto dalla convergenza del proprio interesse con la stima di se stessi. La stima di se stessi porta gli intellettuali ad enfatizzare l’importanza del loro proprio mercato. Viceversa quello degli altri sembra naturale che sia regolato, soprattutto se molti intellettuali identificano in se stessi proprio coloro che dovranno farlo. Allo stesso modo il proprio interesse combinato con la stima di se stessi assicura loro che, mentre gli altri vengono regolati, la medesima regolazione non deve essere applicata a loro. (Cose, 384-391) Milton Friedman argomenta per analogia evidenziando che per gli intellettuali soluzioni coercitive sono sempre più facili da vendere ad un largo pubblico più che quelle basate sul mercato. “Soluzioni collettiviste sono più semplici. Se c’è qualcosa di sbagliato basta una legge per porvi rimedio” (Cobb, Maghan, Raico 1974), e una risposta semplice vende più libri e riviste meglio di una risposta complicata.

La seconda serie di risposte è stata data da pensatori diversi come Joseph Schumpeter, Ludwig von Mises e Robert Nozick. Per Nozick gli intellettuali sono semplicemente persone che erano studenti di successo nella loro classe, dove le ricompense era distribuite attraverso chiare modalità definite da una autorità centrale. Una volta usciti da scuola e entrati nel mondo del lavoro, questi sono rimasti sconvolti nel constatare quante differenti competenze venivano premiate rispetto a quelle in loro possesso, per le quali si erano esercitati. “Gli intellettuali vogliono che l’intera società per decreto diventi una grande scuola, per ritornare in quel piacevole ambiente dove si erano trovati così bene ed erano tanto apprezzi” (Nozitk 1998, 10). Schumpeter e Mises entrambi sottolineano come il capitalismo per la prima volta nella storia abbia generato una abbondante educazione di massa. Da questo punto di vista, la scuola di massa crea un eccedenza di intellettuali, i quali difficilmente potranno tutti trovare un lavoro conforme alle loro aspettative. Da questo nasce e si sviluppa quel risentimento contro il capitalismo. La loro evoluzione anti-capitalista poi si modellata nel constatare che i partiti politici e la burocrazia saranno potenzialmente i loro maggiori datori di lavoro, entrambi interessati a questo genere di buone penne generosamente prodotte dalla moderna educazione. In età avanzata, Mises ha dedicato alla “mentalità anti-capitalista un breve ed illuminate saggio. Mettendo in evidenza quanto gli intellettuali fossero colpiti dalla povertà di gusto delle masse, e il carattere irreversibile di questa mancanza: “Il capitalismo poteva rendere le masse tanto ricche da potersi permettere di acquistare libri o riviste. Ma non le poteva dotare della capacita di discernere un Mecenate o un Can Grande della Scala. Non è una mancanza del capitalismo se l’uomo comune non è in grado di apprezzare libri non comuni”. (Mises 1956, 52). Da notare che il problema non è la semplice cecità degli intellettuali verso le virtù del mercato e del libero scambio, ma la loro distonia con lo storico accadimento rappresentato dalla moderna crescita economica, che ci ha dato produzione di massa e ci ha fatto diventare parte della cosiddetta “società dei consumi”.

McCloskey mantiene un atteggiamento indulgente verso i suoi oppositori. O almeno appare indulgente ad una prima occhiata. Lei vede che l’anti-capitalismo sorge da diverse ragioni, incluse quelle psicologiche: “raramente non si trovano simultaneamente negli intellettuali francesi e inglesi del Diciannovesimo secolo, l’essere per un verso figli della borghesi e per l’altro inflessibili oppositori a tutto ciò che è borghese” (McCloskey 2016 597). Ma l’anti-capitalismo cresce in parte anche perché le verifiche del mercato disturbano quelle società mancanti di una prima generazione pienamente arricchita” (McCloskey 2016, 595). Che il mondo fosse già sfuggito alla trappola Malthusiana era già abbastanza chiaro al tempo in cui Engels scrisse Le condizione della classe operaia in Inghilterra: il reddito medio era già abbastanza cresciuta seppur non ancora “alle vette raggiunte, come poi finalmente accadrà, nel terzo quarto del Diciannovesimo secolo” (McCloskey 2016, 608). Quell’immagine di desolazione eccitò la fantasia degli storici e fu immortalata da romanzieri, da pittori e fotografi. Ma essenzialmente, McCloskey sostiene, che gli intellettuali anti-capitalisti non comprendono ciò di cui stanno parlando. Gli economisti e gli storici dell’economia lo sanno, in termini quantitativi, (McCloskey 2016, 26). Loro hanno una percezione quantitativa della caduta del tasso di analfabetismo (“dal 90 percento della popolazione adulta mondiale nel 1850 al 20 percento nel 2000”), o quanto “la speranza di vita…sia cresciuti vertiginosamente… da una aspettativa di vita alla nascita di meno di trent’anni nel 1800 a cinquantadue nel 1960 e a settanta nel 2010, includendo anche le zone povere del mondo” (McCloskey 2016, 26-27), o quanto “l’accesso all’acqua potabile abbia enormemente contribuito a tutto ciò” (McCloskey 2016, 27). Certo, gli intellettuali, di destra e di sinistra, si sono sempre lamentate “del carattere di masse della nostra società” (McCloskey 2016, 25) come se la produzione di massa abbassasse l’apprendimento, la cultura o la morale. McCloskey è d’accordo con George Stigler (non il suo favorito collega di Chicago) quando alla fine sostiene che la critica degli intellettuali alla società di massa e mal posta, e per molti versi ipocrita (Strigler 1967, 5) Strigler sostiene che: “Molte società sono state giudicate dalla loro cultura aristocratica – Infatti nei periodici remoti la maggior parte della popolazione non era considerata né parte della cultura né della società: la maggior parte erano analfabeti, sottomessi alla tradizione, e gran parte di quelle persone viveva un’esistenza brutale in baracche miserabili. Viceversa ora il nostro senso sociale si forma sulla maggioranza della popolazione, e questa maggioranza oggi è generosa, insoddisfatta, impegnata duramente nel lavoro, per una larga parte concentrata in uno sforzo senza precedenti nella propria educazione, tanti di loro sono voraci frequentatori abituali delle arti. (Strigler 1967, 5-6) Maggior benessere, cultura del mercato, più “uguaglianza borghese”, la società tende ad essere più giusta. La globalizzazione, il neoliberismo e Milton Friedman sono stati un bene per i poveri, in una maniere senza precedenti” (McCloskey 2016, 73). Perché i letterati non riescono a leggere i dati?

Non una vera meritocrazia

La risposta di McCloskey è che questi diventarono degli “Neo-pseudo-aristocratici” che credevano nel “merito” ma giudicavano il merito non strettamente in termini monetari (McCloskey 2016 124). Il loro punto di vista era simile al risentimento degli intellettuali verso la società di mercato di Nozick: perché loro non ricevevano il premio per i loro sforzi come credevano di meritare. Ma l’autrice amplia il punto di vista di Nozitck, facendo notare che gli intellettuali considerano il “merito” in termini strettamente aristocratici. Loro non sopportano la caratteristica per eccellenza della società di mercato: il cambiamento, quel genere che noi osserviamo nel cambiamento di prodotti e costumi, e che rende le vecchie gerarchie, compresa le gerarchie dei meriti, spesso obsolete.

La moderna crescita economica fu veramente “la grande trasformazione” (McCloskey 2016, 543); questa significava il passaggio “dallo status al contratto”. Tutto ciò significa più alta mobilità sociale ma anche erosione della gerarchia. Questa è stata una storia molto stimolante (in tre generazioni, una parte consistente delle nostra famiglie è passata dalla condizione di contadini a quella di professionisti educati all’università), ma ha generato anche un grande spavento. Essere bloccati in una posizione sociale può essere una maledizione, ma è psicologicamente confortevole. Per qualsiasi accadimento negativo, si può facilmente dare la colpa alla nascita o al destino. In una società basata sul contratto le persone sono ricompensate per la loro abilità di soddisfare i bisogno dei loro simili. “Molte persone, per certo, vivono con dolore il ruolo assegnato al profitto, in particolare il ristoratore che pensava fosse una buona idea aprire un locale dove si serve pessimo cibo e che, tristemente, deve ricredersi sulla sua pessima idea, socialmente parlando. (McCloskey 2016, 568).

McCloskey sa bene, e lo enfatizza fortemente, che la società borghese non è in senso stretto una “meritocrazia”, che i consumatori possono non avere gusto o gli uomini d’affari possono solo essere più fortunati e non “migliori” dei loro competitori. E questo in verità non è il motivo dell’esistenza del mercato: non esiste per premiare il migliore, qualsiasi cosa significhi, ma per dare alle persone le cose che vogliono. In questo senso possiamo leggere ciò che McCloskey chiama “la riforma borghese”, l’immaginario patto sociale tra gli innovatori e gli uomini d’affari e tutti noi: “Lasciateci distruggere in modo creativo il vecchio e pessimo modo di fare le cose, la falce, il carro trainato dai buoi, le lampade ad olio, gli aeroplani ad elica, le macchine da presa, e la fabbriche senza l’alta tecnologia dei robot, e vi faremo tutti ricchi. (McCloskey 2016, xxxiii)”. Nessuno, ovviamente, ha sottoscritto coscientemente questo patto: ma nella società borghese questo è il comune sentire, la silenziosa accoglienza riservata alla celebrazione di “milioni di ribellioni”. Questo tipo di attitudine, a dire il vero, è più comune negli Stati Uniti che nei paesi europei, dove un non piccolo numero di imprese di successo inizia nel garage di un innovatore.

Libri inusuali

I libri della McCloskey sono alquanto inusuali perciò facilmente godibili da un pubblico di non specialisti. Il suo stile rapsodico nell’Uguaglianza Borghese come pure nei precedente, è coinvolgente e accessibile anche al profano. Lei è un’economista che sa scrivere, che rende la lettura per se stessa piacevole. I suo lettori di lunga data non saranno sorpresi nel venire sapere, che tra i suoi sforzi accademici, c’è stata la pubblicazione di un piccolo e divertente libro proprio sulla scrittura degli accademici (McCloskey 1999). Inoltre, McCloskey è certamente colpevole di un eccesso di generosità verso gli autori che ammira. Il lettore viene messo a conoscenza di nomi e riferimenti con una pedanteria di cui farebbe certamente a meno. McCloskey è ossessionata dal proposito di dare a ciascuno ciò che lei gli deve, lei vuole evitare a tutti i costi di non menzionare e riportare gli accademici che gli hanno fornito informazioni utili. Questa generosità è apprezzabile e nobile, ma spesso tutto ciò appesantisce pagine altrimenti molto belle. Ed infatti le belle pagine non mancano in questi libri. McCloskey travolge il lettore con fatti, intuizioni, stile. L’importanza del lavoro di Deirdre McCloskey può difficilmente essere sottovalutata. Se tu inserisci in un motore di ricerca “Deirdre McCloskey bourgeois” risultano 215.000 collegamenti. La sua trilogia è stata largamente recensita e largamente discussa. Ancor più importante, grazie alla sua infaticabile testimonianza in ogni parte del mondo, lei ha aiutato a cambiare la retorica tanto dei singoli accademici quanto dei pensatoi, tradizionalmente attaccati ai classici argomenti del liberalismo: governo minimo e libertà di mercato. La “riforma della McCloskey” è l’aver evidenziato gli indiscutibili benefici materiali prodotti da queste idee per le masse, ed in alcuni casi per il modo con cui quelle vennero messe in pratica. Ricordare al pubblico la grandezza del cambiamento in termini di beni sperimentata da quando James Watt perfezionò il motore a scoppio, imparare ad apprezzarlo, significa aiutare a non metterlo a rischio. Recentemente, McCloskey riferendosi al suo approccio lo ha chiamato “liberalismo umano” (McCloskey 2017, 10). Tutte le etichette sono per definizione imperfette, e questa non la è di meno. Per un verso, il liberalismo, come ogni teoria politica, si occupa dell’uomo, non di uccelli o greggi. D’altro canto, il liberalismo è stato umanitario fin da principio: si pensi a quanto ha fatto per limitare il potere assoluto, l’abolizione della schiavitù, per permettere alle persone di fare ciò che voglio del proprio corpo e con le cose di loro proprietà. Che il liberalismo metta “il profitto prima delle persone” è una caricatura che McCloskey ben conosce.

Il carattere innovativo dell’opera di McCloskey, è l’aver dato un più solido terreno di difesa a ciò che iniziò l’economista Ludwing von Mises, quando, negli anni Venti del secolo scorso, troppo a lungo rimasto il solo e riconosciuto difensore del liberalismo classico in circolazione. I demagoghi, scrisse Mises, dipingono la rivoluzione industriale come se “tutti i progressi della tecnica e della produzione fossero ricaduti ad esclusivo beneficio e a favore di pochi, mentre le masse affondavano sempre più profondamente nella miseria.” Ma “basta solo una minima riflessione per comprendere che i frutti della rivoluzione tecnologica e industriale ha prodotto un miglioramento e una soddisfazione proprio ai desideri delle grandi masse. Tutte le grandi industrie che producono beni di consumo lavorano direttamene a loro beneficio; tutte le industrie che producono macchine per la produzione di semilavorati lavorano indirettamente per loro. Il grande sviluppo industriale delle ultime decadi – comprese quelle della seconda metà del Diciottesimo secolo designata con la non per tutti felice espressione di “Rivoluzione Industriale” – hanno prodotto, soprattutto, un miglior soddisfacimento dei bisogni delle masse. Lo sviluppo dell’industria dell’abbigliamento, della produzione di scarpe, e i miglioramenti nel processo di distribuzione dei beni alimentari hanno, per loro natura, beneficiato il più largo pubblico. E’ grazie a queste industrie se oggi le masse sono meglio vestite e curate come mai prima. Comunque, la produzione di massa non ha provvisto solo a cibo, alloggio e vestiti, ma anche ad altre richieste da parte della moltitudine. I giornali servono la massa tanto quanto l’industria del cinema, persino il teatro e altre simili fortezze dell’arte sono diventate, giorno dopo giorno, altrettanti luoghi dell’intrattenimento. (Mises 1927, 10-11). Nell’età dei più formidabili guadagni per i grandi uomini, Mises ci ricorda l’uomo comune. Per troppo tempo questo punto di vista è stato omesso. Lo schema avanzato di “spennare il ricco”, senza considerare le possibili ricadute su innovazione e produttività, non funziona. “Produzione” e “distribuzione” di ricchezza sono state distinte in modo analitico, come se l’alterazione di quest’ultima non potesse mai danneggiare la prima. I consumatori sono stati biasimati per il decadimento morale, e pochissimo rispetto è stato prestato alla libertà di scelta delle persone. Le poche voci dissidenti, hanno spesso mancato quella comprensione in termini storici del cambiamento che li avrebbe resi più forti. Una miglior apprezzamento dell’Era Borghese può dar loro coraggio. Questo liberalismo classico come filosofia dell’uomo comune, è ciò che rende perfetta la meravigliosa trilogia di McCloskey.

L'articolo originale: https://fee.org/articles/reviewing-deirdre-mccloskeys-bourgeois-trilogy/