In difesa della tesaurizzazione

Quella parte della produzione che non viene consumata o viene tesaurizzata o si riversa nel sistema economico sotto forma di risparmio.

Attraverso il risparmio si fa il credito.

Il credito mobilita gli investimenti e allo stesso tempo è una promessa di pagamento, quindi qualsiasi prezzo della preferenza temporale, cioè qualsiasi interesse, presenta un premio per il rischio come sua componente aggiuntiva e contemporaneamente connaturata.

Ricordiamo la legge della preferenza temporale:

a parità di circostanze, i beni presenti si preferiscono sempre ai beni futuri.

Questa legge non trae origine da una categoria psicologica, bensì da un’esigenza della struttura logica dell’azione che si trova inserita nella mente di ogni essere umano.

Attraverso l’intermediazione della moneta, consumo, tesaurizzazione e risparmi/investimenti assumono una dimensione sviluppata.

Per tesaurizzazione si deve intendere l’accumulazione e la conservazione di reddito per usarlo in occasioni ritenute straordinarie e/o per il puro piacere di possederlo.

Alcuni fanno risalire alla tesaurizzazione la causa dei cicli di boom and bust dell’economia.

Il ragionamento dei suddetti alcuni è il seguente:

supponendo innanzitutto che quando il reddito della comunità cresce, essa (la comunità) non incrementerà le sue spese per il consumo in maniera proporzionale al crescere del reddito ma in maniera meno che proporzionale, se questa perdita di proporzione tra consumo e reddito non viene compensata da un aumento del risparmio e pertanto degli investimenti, ma va invece nella direzione della tesaurizzazione, ecco che si verifica il sorgere di un bust, cioè della fase recessiva o depressiva dell’economia.

Sempre per i suddetti alcuni occorre quindi, onde evitare l’attuarsi di vere e proprie fasi recessive o depressive dell’economia, ridurre al minimo o addirittura azzerare le possibilità di tesaurizzazione del reddito, in maniera che così il reddito possa pressoché solo o solo suddividersi tra l’immediatamente speso e l’immediatamente risparmiato/investito.

Tale ragionamento è errato e vediamo il perché.

In verità, i cicli di boom and bust dipendono infatti da “un tasso di interesse sul capitale monetario stabilito in valore più basso rispetto a quello sul capitale reale, con tale squilibrio che non viene corretto tempestivamente da un meccanismo di compensazione interbancaria” – per capitale reale si deve intendere l’insieme dei beni di capitale che costituiscono la struttura produttiva, mentre per tasso di interesse sul capitale reale, si deve intendere quel tasso di interesse che si formerebbe in natura nell’ipotesi che i beni di capitale fossero prestati senza l’intermediazione della moneta.

In altre parole:

non l’incedere di una supposta mancanza di una fluida circolazione del denaro, dovuta a un supposto progredire della tesaurizzazione, ma la presenza di una certa discrepanza tra gli aspetti monetari e quelli reali, più precisamente tra la preferenza temporale reale e come questa ci viene tradotta in termini monetari, è la causa dei cicli boom and bust.

Di conseguenza, un aumento della tesaurizzazione può essere semmai “un effetto e non una causa” dei cicli di boom and bust, dato che durante una fase recessiva o depressiva la paura delle liquidazioni delle imprese e l’aspettativa di un declino dei prezzi stimolano la tesaurizzazione, ma questo stimolo viene spontaneamente meno non appena la fase recessiva o depressiva tende a risolversi.

Uno squilibrio tra il tasso di interesse sul capitale monetario e quello sul capitale reale, che non viene corretto tempestivamente da un meccanismo di compensazione interbancaria, finisce per produrre un’alterazione nell’allocazione intertemporale delle risorse.

Nel caso di uno squilibrio non corretto tempestivamente in cui il tasso di interesse sul capitale monetario è più basso di quello sul capitale reale avremo prodotto inflazione.

L’inflazione può avere effetti favorevoli sull’attività economica solo nell’intervallo di tempo in cui il processo sequenziale di riaggiustamento dei prezzi non arriva a completamento.

Quando poi si giunge a dover fermare o a rallentare l’inflazione tutte quelle iniziative, che erano state poste in essere sulla base di aspettative inflazionistiche, non possono essere più portate a termine (la domanda corrente di beni di consumo è troppo pressante per consentire d’investire i servizi produttivi correnti in processi lunghi per i quali è stata erroneamente resa disponibile la necessaria attrezzatura durevole) e ciò finisce per comportare sempre una qualche dilapidazione di capitale reale, con relativa fase recessiva o depressiva.

L’inflazione non riesce invece a produrre alcuno di quegli effetti stimolanti sull’attività economica se i prezzi futuri sono, in sostanza, correttamente previsti.

Nel caso contrario, invece, cioè di uno squilibrio non corretto tempestivamente in cui il tasso di interesse sul capitale monetario è più alto di quello sul capitale reale, ci sarà della capacità produttiva inutilizzata se contemporaneamente dei prezzi che dovrebbero variare verso il basso, per disattivare gli effetti di questo squilibrio, non riescono a farlo o quantomeno a farlo adeguatamente.

Tale capacità produttiva riuscirà ad essere utilizzata nel momento in cui vi sarà il raccordo tra i due tassi oppure nel momento in cui quei prezzi riusciranno adeguatamente a variare verso il basso.

Al netto quindi della tesaurizzazione, nell’intero sistema economico quanto è maggiore il risparmio più basso sarà il tasso di interesse, viceversa quanto è minore il risparmio più alto sarà il tasso di interesse, ma avere un tasso di interesse a zero in termini reali è un’opzione economicamente inconcepibile, perché ciò significherebbe un mondo che agisce in contrasto con la legge della preferenza temporale, un mondo cioè dove nessuno consumerebbe al tempo attuale e la collettività pertanto si consegnerebbe all’inanità.

Per inciso, possono sussistere anche le ipotesi di tassi di interesse sul capitale monetario a zero o addirittura negativo e comunque essere in linea con la legge della preferenza temporale che prevede tassi sul capitale reale sempre positivi, ma queste ipotesi possono verificarsi nella realtà solo se ci trovassimo di fronte a un’aspettativa di aumento del potere di acquisto del denaro tale da compensare o più che compensare il prezzo della preferenza temporale e il connaturato premio per il rischio e quindi sussistono come ipotesi possibili, ma allo stesso tempo parecchio insolite.

In conclusione, non esiste alcuna valida giustificazione a sostegno dell’idea che vede nella tesaurizzazione la causa dei cicli di boom and bust dell’economia, così come dovrebbe essere ormai chiaro che il tasso di interesse non è un fenomeno esclusivamente monetario, bensì un fenomeno reale generato dalle preferenze intertemporali degli attori sociali.