Liberalismo classico & anarcocapitalismo

In questo primo decennio del XXI secolo, il pensiero liberale, sia nei suoi aspetti teorici sia in quelli politici, si è trovato a un bivio storico. Sebbene la caduta del muro di Berlino e del socialismo reale, iniziata nel 1989, apparve annunciare “la fine della storia” (per usare la sfortunata e pretestuosa frase di Francis Fukuyama) oggi, e in molti aspetti più che mai, lo statalismo prevale in tutto il mondo accompagnato dalla demoralizzazione degli amanti della libertà.

Un “aggiornamento” del liberalismo è pertanto d’obbligo. È giunto il momento di rivedere completamente la dottrina liberale e aggiornarla alla luce degli ultimi progressi della scienza economica e dell’esperienza offerta dagli ultimi eventi storici.

Questa revisione deve cominciare col riconoscimento che i liberali classici hanno fallito nel tentativo di limitare il potere dello Stato e che oggi la scienza economica è in grado di spiegare l’inevitabilità di questo fallimento. Il successivo passo è quello di concentrarsi sulla teoria dinamica dei processi di cooperazione sociale promossi dall’imprenditorialità che danno origine all’ordine spontaneo del mercato. Questa teoria può essere ampliata e trasformata in un’analisi completa del sistema anarcocapitalistico della cooperazione sociale che si rivela come l’unico sistema veramente vitale e compatibile con la natura umana.

In questo articolo analizzeremo in dettaglio questi argomenti, insieme a una serie di ulteriori considerazioni pratiche sulla strategia scientifica e quella politica. Inoltre, utilizzeremo questa analisi per correggere alcuni comuni fraintendimenti ed errori di interpretazione.

L’errore fatale del liberalismo classico

L’errore fatale dei liberali classici consiste nel non aver capito che il loro ideale è teoricamente impossibile, in quanto contiene il seme della propria distruzione, precisamente nella misura in cui include la necessaria esistenza di uno stato (anche minimo) come unico agente di coercizione istituzionale.

Pertanto, i liberali classici commettono un grande errore nell’approccio: vedono il liberalismo come un piano d’azione politica e un insieme di principi economici, il cui scopo è limitare il potere dello stato accettandone l’esistenza e ritenendolo persino necessario. Tuttavia, oggi, nella prima decade del XXI secolo, la scienza economica ha già mostrato:

a. che lo Stato non è necessario;

b. che lo stato (anche se minimo) è teoricamente impossibile; e

c. che, data la natura umana, una volta che lo stato esiste, è impossibile limitarne il potere.

Commenteremo ciascuna di queste questioni separatamente.

Lo Stato come un corpo inutile

Da un punto di vista scientifico, solo un frainteso modello di equilibrio economico potrebbe incoraggiare la credenza in una categoria di “beni pubblici” caratterizzati dalla non escludibilità nell’offerta e non rivalità nel consumo1 tale da giustificare, prima facie, l’esistenza di un organismo monopolistico titolare di coercizione istituzionale (lo stato) che obbligherebbe tutti a finanziare tali beni.

Tuttavia, la concezione dinamica dell’ordine spontaneo guidato dall’imprenditorialità elaborato dalla Scuola Austriaca ha demolito tutta questa teoria avanzata per giustificare lo stato: l’emergere di ogni caso (reale o apparente) di “bene pubblico”, ovvero non escludibilità nell’offerta e non rivalità nel consumo, è accompagnato dagli incentivi necessari per stimolare la creatività imprenditoriale a trovare una soluzione migliore attraverso innovazioni tecnologiche e giuridiche e scoperte imprenditoriali che permettano di superare qualsiasi problema che possa sorgere (fintanto che la risorsa non venga dichiarata “pubblica” e il libero esercizio dell’imprenditorialità sia consentito, insieme all’appropriazione privata dei frutti derivanti da ogni atto creativo e imprenditoriale).

Per esempio, nel Regno Unito, il sistema dei fari è stato per molti anni caratterizzato dal possesso e dal finanziamento privato, e i sistemi privati (associazioni di naviganti, tasse portuali, monitoraggio sociale spontaneo, ecc.) hanno offerto una soluzione efficace al “problema” di ciò che i libri di testo “statalisti” descrivono come l’esempio più tipico di un” bene pubblico “. Allo stesso modo, nel Far West americano, si è verificato il problema della definizione e della difesa dei diritti di proprietà riguardanti, ad esempio, i capi di bestiame in vasti territori. Sono state introdotte gradualmente varie innovazioni imprenditoriali che hanno risolto i problemi appena si sono manifestati (la marchiatura del bestiame, la vigilanza costante di cowboy armati a cavallo e, infine, l’invenzione e introduzione del filo spinato che per la prima volta ha consentito l’effettiva separazione di grandi tratti di terreno ad un prezzo molto conveniente).

Questo flusso creativo di innovazione imprenditoriale sarebbe stato completamente bloccato se le risorse fossero state dichiarate “pubbliche”, escluse dalla proprietà privata e gestite burocraticamente da un’agenzia statale. Oggi per esempio, la maggior parte delle strade e delle autostrade sono chiuse all’adozione di innumerevoli innovazioni imprenditoriali – il pagamento di un pedaggio per veicolo e per ora, la gestione privata della sicurezza e l’inquinamento acustico, ecc. – anche se molte di queste innovazioni non comportano problemi tecnologici; tuttavia, i beni in questione sono stati dichiarati “pubblici”, e ciò ne impedisce la privatizzazione e la gestione creativa e imprenditoriale.

Inoltre, la maggior parte delle persone crede che lo stato sia necessario perché confonde la sua esistenza (inutile) con la natura essenziale di molti dei servizi e delle risorse che attualmente (e miseramente) fornisce in forza di un monopolio (sempre sulla base della asserita, e pretestuosa, loro natura pubblica). Oggi le autostrade, gli ospedali, le scuole, l’ordine pubblico, ecc. sono servizi ampiamente forniti dallo stato, e poiché questi servizi sono molto necessari, le persone concludono senza ulteriori analisi che pure lo stato sia necessario.

Non riescono a capire che i servizi e le risorse esemplificati sopra possono essere prodotti ad un livello di qualità molto più elevato, più efficiente, più economico e in sintonia con le varie e mutevoli esigenze di ogni individuo, attraverso l’ordine spontaneo del mercato, la creatività imprenditoriale, e la proprietà privata. Inoltre, le persone fanno l’errore di credere che lo stato sia anche necessario per proteggere indifesi, poveri, e indigenti (“piccoli” azionisti, consumatori ordinari, lavoratori, ecc.), senza capire che le supposte misure di protezione hanno il risultato sistematico, come dimostra la teoria economica, di danneggiare proprio coloro che sono chiamati a proteggere, dissolvendo così una delle più goffe e stantie giustificazioni dell’esistenza dello Stato.

Rothbard ha sostenuto che l’insieme di beni e servizi che lo Stato fornisce attualmente può essere suddiviso in due sottoinsiemi: quei beni e servizi che dovrebbero essere eliminati e quelli che dovrebbero essere privatizzati. Chiaramente, i beni menzionati nel precedente paragrafo appartengono al secondo gruppo e la scomparsa dello stato, lungi da comportare la scomparsa delle autostrade, degli ospedali, delle scuole, dell’ordine pubblico, ecc., significherebbe la loro fornitura in quantità maggiore, a standard più elevati e a un prezzo più ragionevole (sempre rispetto ai costi effettivi che i cittadini attualmente pagano tramite tasse e imposte).

Inoltre, dobbiamo sottolineare che gli episodi storici di caos istituzionale e disordine pubblico che si potrebbero citare (ad esempio, molti casi precedenti e coevi la Guerra Civile Spagnola e la Seconda Repubblica, o, oggi, in grandi aree della Colombia o in Iraq) derivano da un vuoto nella fornitura di questi beni, una situazione creata dagli stati stessi, che non fanno con la minima efficacia quello che in teoria dovrebbero fare, secondo i loro sostenitori, impedendo che il settore privato e imprenditoriale facciano, dal momento che lo stato preferisce il disordine (che sembra anche legittimare maggiormente la sua presenza coercitiva) allo smantellamento e alla privatizzazione a tutti i livelli.

È particolarmente importante capire che la definizione, l’acquisizione, la trasmissione, lo scambio e la difesa dei diritti di proprietà che coordinano e guidano il processo sociale non richiede l’esistenza di un soggetto titolare del monopolio sulla violenza (lo stato). Al contrario, lo stato agisce invariabilmente calpestando numerosi titoli legittimi di proprietà, difendendoli molto male e corrompendo il comportamento (morale e legale) degli individui nei confronti dei diritti di proprietà privati ​​degli altri.

Il sistema giuridico è la manifestazione evolutiva dei principi giuridici generali (in particolare per quanto riguarda la proprietà) compatibili con la natura umana. Pertanto, lo stato non determina la legge (in modo democratico o in altro modo). Al contrario, la legge è contenuta nella natura umana, anche se viene scoperta e consolidata in modo evolutivo attraverso il sistema dei precedenti e, principalmente, della dottrina. (Riteniamo la tradizione giuridica romana e continentale, con la sua natura più astratta e dottrinale, molto superiore al sistema anglosassone di common law, che deriva da uno sproporzionato sostegno statale per decisioni o sentenze giuridiche. Questi giudizi, attraverso la giurisprudenza vincolante (stare decisis, n.d.t.), introducono nel sistema legale tutti i tipi di disfunzioni che derivano dalle circostanze e dagli interessi specifici e prevalenti in ciascun caso. La legge è evolutiva e si basa sull’abitudine, e quindi precede ed è indipendente dallo stato e non richiede, per la sua definizione e scoperta, alcuna agenzia con un monopolio sulla coercizione.)

Non solo lo stato è inutile nella definizione della legge; non è neanche necessario per farla valere e difenderla. Questo dovrebbe essere particolarmente ovvio in questi giorni quando l’uso – anche, paradossalmente, da parte di molte agenzie governative – di aziende private di sicurezza è diventato abbastanza comune.

Non è questa la sede per presentare il dettaglio di come funziona la fornitura privata di ciò che oggi è considerato “bene pubblico” (sebbene la mancanza di una conoscenza a priori di come il mercato possa risolvere innumerevoli problemi specifici è la ingenua e facile obiezione di coloro che favoriscono lo status quo attuale in base al pretesto “chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quello che lascia ma non quello che trova”). Infatti, oggi non possiamo sapere quali soluzioni imprenditoriali un esercito di individui intraprendenti potrebbe trovare per problemi particolari, se fosse loro permesso di farlo. Tuttavia, anche la persona più scettica deve ammettere che “ora sappiamo” che il mercato, guidato dall’imprenditorialità creativa funziona, e funziona precisamente nella misura in cui lo stato non interviene coercitivamente in questo processo sociale.

È anche essenziale riconoscere che difficoltà e conflitti nascono invariabilmente proprio in settori in cui è ostacolato l’ordine libero e spontaneo del mercato. Quindi, indipendentemente dagli sforzi compiuti dai tempi di Gustav de Molinari a oggi per immaginare come funzionerebbe una rete anarcocapitalista di agenzie private di sicurezza e di difesa, ognuna a sostegno di sistemi legali alternativi più o meno marginali, i teorici della libertà non devono mai dimenticare che ciò che ci impedisce di sapere come sarebbe un futuro senza stato – la natura creativa dell’imprenditorialità – è proprio quello che ci offre la serena consapevolezza che qualsiasi problema tenderà ad essere superato poiché le persone coinvolte dedicheranno tutto il loro sforzo e la loro creatività per risolverlo 2.

La scienza economica ci ha insegnato non solo che il mercato funziona, ma anche che lo statalismo è teoricamente impossibile.

Perché lo statalismo è teoricamente impossibile

La teoria economica della Scuola Austriaca dell’impossibilità del socialismo può essere ampliata3 e trasformata in una teoria completa sull’impossibilità dello statalismo, inteso come il tentativo di organizzare ogni settore della vita nella società attraverso comandi coercitivi che implicano intervento, regolazione e controllo e emanano da un soggetto detentore del monopolio della forza (lo stato). Lo stato non può realizzare i propri obiettivi di coordinamento in nessuna parte del processo di cooperazione sociale in cui cerca di intervenire, in particolare nell’ambito del denaro e del sistema bancario4, la scoperta della legge, l’erogazione della giustizia e l’ordine pubblico (inteso come prevenzione, soppressione e punizione di atti criminali), per i seguenti quattro motivi:

  1. Lo stato avrebbe bisogno di un enorme quantità di informazioni e queste informazioni si trovano solo in forma dispersa o diffusa nelle menti dei milioni di persone che partecipano ogni giorno al processo sociale.

  2. L’informazione di cui l’organismo interagente avrebbe bisogno per esercitare con i suoi comandi un effetto coordinatore è prevalentemente tacita e inarticolabile in natura e pertanto non può essere trasmessa con assoluta chiarezza.

  3. La società dell’informazione non è “data”; cambia costantemente come risultato della creatività umana. Quindi non c’è ovviamente possibilità di trasmettere oggi informazioni che saranno create solo domani e precisamente le informazioni di cui l’intervento statale necessita per raggiungere i propri obiettivi domani.

  4. Infine, e soprattutto, nella misura in cui i comandi di Stato sono obbediti ed esercitano l’effetto desiderato sulla società, la loro natura coercitiva blocca la creazione imprenditoriale delle uniche informazioni di cui l’organismo statale interveniente ha più disperatamente bisogno perché i suoi comandi siano coordinati (piuttosto che inadatti).

Non solo lo statalismo è teoricamente impossibile, ma esso produce anche una intera serie di effetti periferici distruttivi e molto dannosi: l’incoraggiamento dell’irresponsibilità (poiché le autorità non conoscono il vero costo del loro intervento, agiscono in modo irresponsabile); la distruzione dell’ambiente quando è dichiarata un bene pubblico e la sua privatizzazione è impedita; la corruzione dei tradizionali concetti di diritto e di giustizia, che sono sostituiti da comandi e dalla giustizia “sociale”5; la corruzione imitativa del comportamento individuale, che diventa sempre più aggressivo e meno rispettoso della morale e del diritto.

L’analisi di cui sopra consente anche di concludere che se alcune società oggi prosperano, lo fanno non a causa dello stato, ma a dispetto di esso6. Inoltre molte persone sono ancora abituate a modelli di comportamento soggetti a norme sostanziali; rimangono aree di maggiore libertà relativa; e lo Stato tende ad essere molto inefficace nell’imporre i suoi comandi ciechi e malcostruiti. Inoltre, anche gli aumenti più marginali della libertà forniscono grandi spinte alla prosperità, ciò illustra quanto la civiltà possa avanzare senza l’ostacolo dello statalismo.

Infine, abbiamo già commentato la falsa convinzione di tutti coloro che identificano lo stato con la fornitura dei beni (pubblici) che essa fornisce (male e con grande costo) e che sbaglia concludendo che la scomparsa dello Stato significa necessariamente la scomparsa dei suoi preziosi servizi. Questa conclusione è dovuta all’indottrinamento politico ambientale costante a tutti i livelli (specialmente nel sistema educativo, di cui nessun Stato vuole perdere il controllo per ovvie ragioni), un ambiente in cui gli standard di “correttezza politica” vengono imposti dittatoriamente e la lo status quo è razionalizzato da una maggioranza compiaciuta che si rifiuta di vedere l’ovvio: che lo stato non è altro che un’illusione creata da una minoranza per vivere a spese degli altri, altri che vengono prima sfruttati, poi corrotti, poi pagati – con risorse esterne (tasse) – per i “favori” politici.

L’impossibilità di limitare la potenza dello Stato: il suo carattere “letale” in combinazione con la natura umana

Una volta che lo stato esiste, è impossibile limitare l’espansione del suo potere. Certo, come afferma Hoppe, certe forme di governo (come le monarchie assolute, in cui il re-proprietario, ceteris paribus, sarà più attento a lungo termine per evitare di “uccidere l’oca che depone le uova d’oro”) tenteranno di espandere il loro potere e intervenire un po’ meno di altri (come le democrazie, in cui non ci sono veri incentivi a preoccuparsi di ciò che accadrà dopo le elezioni successive). È anche vero che, in determinate circostanze storiche, la marea interventista sembra essere stata in qualche misura arginata.

Tuttavia, l’analisi storica è irrefutabile: lo stato non ha cessato di crescere7. E non ha cessato di crescere perché la mescolanza tra natura umana e stato, come istituzione col monopolio della violenza, è “esplosivo”. Lo stato agisce come un magnete irresistibilmente potente che attrae e spinge le passioni, i vizi e le sfaccettature più basse della natura umana. Le persone cercano di eludere i comandi dello Stato e contemporaneamente sfruttare al massimo il suo potere monopolistico.

Inoltre, in particolare nei contesti democratici, l’effetto combinato dell’azione dei gruppi di interesse privilegiati, i fenomeni di miopia governativa e l’acquisto di voti, la natura megalomane dei politici e l’irresponsabilità e la cecità delle burocrazie sono un cocktail pericolosamente instabile ed esplosivo. Questa miscela viene continuamente scossa da crisi sociali, economiche e politiche che, paradossalmente, i politici e i “leader” sociali non mancano mai di usare per giustificare le successive dosi di intervento statale che creano solo nuovi problemi mentre aggravano ulteriormente quelli esistenti.

Lo Stato è diventato l’idolo che tutti adorano e a cui tutti si rivolgono. La statolatria è senza dubbio la più grave e pericolosa malattia sociale del nostro tempo. Siamo educati a credere che tutti i problemi possono e devono essere rilevati per tempo e risolti dallo Stato. Il nostro destino è nelle mani dello Stato e i politici che lo governano devono garantire tutto ciò che il nostro benessere esige. Gli esseri umani rimangono immaturi e si ribellano contro la propria natura creativa (una qualità essenziale che rende il loro futuro inevitabilmente incerto).

Richiedono una sfera di cristallo per assicurare non solo che si sappia cosa accadrà in futuro, ma anche che tutti i problemi che dovessero verificarsi saranno risolti. Questa “infantilizzazione” delle masse è deliberatamente promossa dai politici e dai leader sociali, perché in questo modo giustificano pubblicamente la loro esistenza e garantiscono loro popolarità, predominanza e funzione di governo. Per di più, una legione di intellettuali, professori e ingegneri sociali si unisce a questa arrogante abbuffata di potere.

Nemmeno le chiese e le confessioni religiose più rispettabili hanno effettuato una diagnosi accurata del problema: che oggi la statolatria costituisce la principale minaccia per gli esseri umani liberi, morali e responsabili; che lo stato è un falso idolo enormemente potente che viene adorato da tutti e che non consentirà a nessuno di liberarsi dal suo controllo né di avere lealtà morali o religiose al di fuori della sfera di dominio statale.

Infatti, lo Stato è riuscito in qualcosa che potrebbe sembrare impossibile a priori: ha distratto attentamente e sistematicamente la cittadinanza dal fatto che la vera origine dei conflitti e dei mali sociali è il governo stesso, creando capri espiatori ovunque (il “capitalismo”, il desiderio di profitto, la proprietà privata). Lo stato incolpa dei problemi questi capri espiatori rendendoli l’obiettivo della rabbia popolare e della condanna più severa e più empatica da parte di leader morali e religiosi, quasi nessuno dei quali ha visto attraverso l’inganno né ha osato finora denunciare che, in questo secolo, la statolatria rappresenta la principale minaccia alla religione, alla morale e quindi alla civiltà umana8.

Proprio come la caduta del Muro di Berlino nel 1989 forniva la miglior dimostrazione storica del teorema dell’impossibilità del socialismo, l’enorme sconfitta dei teorici e dei politici classici-liberali di limitare il potere dello Stato illustra perfettamente il teorema dell’impossibilità dello statalismo , in particolare il fatto che lo stato liberale è auto-contraddittorio (in quanto è coercitivo, anche se “limitato”) e teoricamente impossibile (perché una volta accettata l’esistenza dello stato, è impossibile limitare l’espansione del suo potere). In sintesi, lo “stato di diritto” è un ideale irraggiungibile e una lampante contraddizione in termini come quella di “neve calda, vergine licenziosa, scheletro grasso, quadrato rotondo”9 ben presente nelle idee di “ingegneri sociali” e di economisti neoclassici quando si riferiscono ad un “mercato perfetto” o al cosiddetto “modello di concorrenza perfetta”10.

L’Anarcocapitalismo come l’unico sistema possibile di cooperazione sociale veramente compatibile con la natura umana

Lo statalismo è contrario alla natura umana, in quanto consiste nell’esercizio sistematico e monopolistico di una coercizione che, in tutti i settori in cui è esercitata (compresi quelli che corrispondono alla definizione della legge e al mantenimento dell’ordine pubblico), blocca la creatività e il coordinamento imprenditoriale che sono proprio le manifestazioni tipiche ed essenziali della natura umana. Inoltre, come abbiamo già visto, lo statalismo incoraggia e porta all’irresponsabilità e alla corruzione morale in quanto trasforma il principale obiettivo del comportamento umano nell’ottenere il privilegio di tirare le redini del potere politico, in un contesto di ineradicabile ignoranza che rende impossibile conoscere i costi di ogni azione statale. Gli effetti dello statalismo sopra indicati appaiono ogni volta che esiste uno stato, anche se si cerca di limitarne il potere, obiettivo irraggiungibile che rende il liberalismo classico un’utopia scientificamente irrealizzabile.

È assolutamente necessario superare il “liberalismo utopico” dei nostri predecessori, i liberali classici, che erano sia ingenui nel pensare che lo Stato potesse essere limitato sia incoerenti nel non portare le proprie idee alla loro conclusione logica e accettandone le implicazioni. Quindi oggi, con il XXI secolo, la nostra priorità dovrebbe essere quella di permettere che il liberalismo classico (utopico e ingenuo) del XIX secolo sia sostituito dalla sua nuova formulazione, veramente scientifica e moderna, che potremmo definire capitalismo libertario, anarchismo della proprietà privata, o semplicemente anarcocapitalismo. Non ha senso per i liberali continuare a dire le stesse cose che dicevano centocinquanta anni fa quando – nel ventunesimo secolo inoltrato e nonostante la caduta del Muro di Berlino quasi venti anni fa – gli stati non hanno cessato di crescere e di colpire le libertà individuali delle persone in tutte le aree.

L’anarcocapitalismo (o “libertarianismo”) è la rappresentazione più pura dell’ordine di mercato spontaneo in cui tutti i servizi, compresi quelli di definizione del diritto, della giustizia e dell’ordine pubblico, sono forniti attraverso un processo esclusivamente volontario di cooperazione sociale che diventa così il punto focale della ricerca nella scienza economica moderna. In questo sistema nessuna area è chiusa all’impegno della creatività umana e al coordinamento imprenditoriale, e quindi l’efficienza e la correttezza aumentano nella soluzione dei problemi e tutti i conflitti, le inefficienze e i disadattamenti che gli organismi che possiedono un monopolio sulla violenza (gli stati) causano invariabilmente semplicemente in virtù di esistere, vengono sradicati.

Inoltre, il sistema proposto elimina gli incentivi corrotti creati dallo Stato e, al contrario, incoraggia i comportamenti umani più morali e responsabili, impedendo la nascita di un qualsiasi organismo monopolistico (statale) che legittimi l’uso sistematico della violenza e lo sfruttamento di taluni gruppi (quelli che non hanno altra scelta che obbedire) da parte di altri (quelli che in qualsiasi momento hanno la tenuta più stretta sulle redini del potere statale).

L’anarcocapitalismo è l’unico sistema che riconosce pienamente la libertà creativa degli esseri umani e la loro capacità continua di internalizzare modelli di comportamento sempre più morali in un ambiente in cui, per definizione, nessuno può arrogare a se stesso il diritto di esercitare una sistematica e monopolistica coercizione. Insomma, in un sistema anarcocapitalista qualsiasi progetto imprenditoriale può essere provato se attrae abbastanza supporto volontario e quindi molte possibili soluzioni creative possono essere elaborate in un ambiente di cooperazione volontaria dinamico e in continua evoluzione.

La sostituzione progressiva degli Stati da una rete dinamica di agenzie private che riprende diversi sistemi giuridici e fornisce anche tutti i tipi di sicurezza, prevenzione della criminalità e servizi di difesa costituisce l’elemento più importante dell’agenda politica e scientifica, nonché il più importante cambiamento a venire nel XXI secolo.

Conclusione: le implicazioni rivoluzionarie del nuovo paradigma

La rivoluzione, condotta dai secoli XVIII e XIX dai vecchi liberali classici, contro l’ancien régime trova oggi la sua naturale continuità nella rivoluzione anarcocapitalista del XXI secolo. Fortunatamente, abbiamo scoperto la ragione dietro il fallimento del liberalismo utopico e la necessità di superarla con il liberalismo scientifico. Inoltre, sappiamo che gli antichi rivoluzionari erano ingenui e in errore nel perseguire un ideale irraggiungibile che, durante il ventesimo secolo, apriva la porta alle peggiori tirannie stataliste che l’umanità abbia mai conosciuto.

Il messaggio dell’anarcocapitalismo è notevolmente rivoluzionario. È rivoluzionario nell’obiettivo finale: lo smantellamento dello Stato e la sua sostituzione con un processo di mercato competitivo in cui partecipa una rete di agenzie, associazioni e organizzazioni private. È anche rivoluzionario nei suoi mezzi, in particolare nelle sfere scientifiche, economiche, sociali e politiche.

  1. Rivoluzione Scientifica. Da una parte, la scienza economica diventa la teoria generale dell’ordine di mercato spontaneo esteso a tutti gli ambiti sociali. D’altra parte, esso incorpora le analisi sul disordine sociale che produce lo stato in qualsiasi settore che influenza (compresa la legge, la giustizia e l’ordine pubblico). Inoltre, i diversi metodi per lo smantellamento dello stato, i processi di transizione coinvolti e le modalità e gli effetti della privatizzazione totale di tutti i servizi, ora considerati “pubblici”, costituiscono un campo essenziale di ricerca per la nostra disciplina.

  2. Rivoluzione economica e sociale. Non si può nemmeno immaginare gli spettacolari risultati umani, i progressi e le scoperte che saranno possibili in un ambiente imprenditoriale completamente privo di statalismo. Anche oggi, nonostante la continua molestia del governo, una civiltà finora sconosciuta ha cominciato a svilupparsi in un mondo sempre più globalizzato. È una civiltà con un grado di complessità tale per cui il potere dello statalismo è fuori gioco, e una volta che si libererà completamente dello statalismo, si espanderà senza limiti. Perché la forza della creatività nella natura umana è tale da germogliare inevitabilmente anche attraverso le fessure più anguste dell’armatura del governo. Appena le persone acquisiranno una maggiore consapevolezza della natura fondamentalmente perversa dello stato che li limita e una volta che percepiranno le straordinarie opportunità che vengono frustrate ogni giorno quando lo stato blocca la forza trainante della loro creatività imprenditoriale, nel clamore sociale per la riforma, lo smantellamento dello stato e l’avanzamento verso un futuro non completamente sconosciuto a noi ma che è destinato a sollevare la civiltà umana alle altezze oggi inimmaginabili.

  3. Rivoluzione politica. La lotta politica quotidiana diventa secondaria a quella descritta in a e b. È vero che dobbiamo sempre sostenere le alternative meno interventiste, in linea con gli sforzi dei liberali classici per limitare democraticamente lo stato. Tuttavia, l’anarcocapitalista non si ferma a questo; sa, e deve anche fare, molto di più. Sa che l’obiettivo finale è lo smantellamento totale dello Stato, e questo spara tutta la sua immaginazione e alimenta ogni azione politica su base quotidiana. Piccoli progressi nella giusta direzione sono sicuramente benvenuti, ma non dobbiamo mai scivolare in un pragmatismo che abbandoni l’obiettivo finale di mettere fine allo Stato. Al fine di insegnare e influenzare il grande pubblico, dobbiamo sempre perseguire questo obiettivo in modo sistematico e trasparente11.

Ad esempio, l’agenda politica anarcocapitalista includerà sempre una riduzione della dimensione e del potere degli Stati. Attraverso il decentramento regionale e locale in tutti i settori, il nazionalismo libertario, la reintroduzione delle città-stato e la secessione12, l’obiettivo sarà quello di bloccare la dittatura della maggioranza sulla minoranza e di consentire alle persone di “votare con i loro piedi” invece che nelle cabine elettorali. Insomma, l’obiettivo è che le persone possano collaborare tra di loro su scala mondiale e oltre le frontiere per raggiungere gli scopi più diversi senza riguardo per gli Stati (organizzazioni religiose, club privati, reti Internet, ecc.)13.

Inoltre, ricordiamo che le rivoluzioni politiche non devono essere necessariamente sanguinose. Ciò è particolarmente vero quando derivano dal necessario processo educativo e dallo sviluppo sociale, così come dal clamore popolare e dal diffuso desiderio di fermare l’inganno, le bugie e la coercizione che impediscono alle persone di raggiungere i loro obiettivi. Ad esempio, la caduta del muro di Berlino e la rivoluzione di velluto, che hanno portato la fine del socialismo nell’Europa orientale, sono stati fondamentalmente privi di sangue. Lungo il cammino per giungere a questo importante risultato finale dobbiamo usare tutto i mezzi pacifici14

  1. tutti i mezzi e le procedure pacifici devono essere esauriti;

l’atto deve essere difensivo (una risposta ad atti concreti di violenza) e mai aggressivo;

i mezzi utilizzati devono essere proporzionali (ad esempio, l’ideale dell’indipendenza non vale la vita o la libertà di un solo essere umano);

ogni tentativo deve essere fatto per evitare di mietere vittime innocenti;

ci deve essere una ragionevole possibilità di successo (se non ci fosse, sarebbe un suicidio ingiustificabile).

Questi sono principi saggi, a cui aggiungo che la partecipazione e il finanziamento devono essere del tutto volontari. Ogni atto di violenza che si oppone a uno di questi principi è automaticamente delegittimato e diventa il peggior nemico dell’obiettivo prefissato. Infine, anche tutta la teoria del tirannicidio di padre Juan de Mariana è qui pertinente. Juan de Mariana, De Rege et Regis Institutione (Toledo: Pedro Rodríguez, 1599)15.

Un futuro emozionante si sta aprendo, in cui scopriremo continuamente nuove strade che ci porteranno, in linea con i principi fondamentali, verso l’ideale anarcocapitalista. Anche se questo futuro può sembrare lontano oggi, in ogni momento possiamo assistere a grandi passi avanti che sorprenderanno anche i più ottimisti. Chi era in grado di prevedere cinque anni prima che nel 1989 il Muro di Berlino sarebbe crollato e con esso il comunismo in Europa orientale? La storia è entrata in un processo accelerato di cambiamento e, anche se non si arresterà mai, inizierà un capitolo completamente nuovo quando l’umanità, per la prima volta nella storia moderna, riuscirà a liberarsi definitivamente dello Stato e a ridurlo a niente più di una oscura reliquia storica e tragica.

Il grafico mostra i diversi sistemi politici e come si evolvono naturalmente tra di loro. Sono raggruppati in base al grado in cui favoriscono lo statalismo o l’antistatalismo e sostengono o si oppongono alla proprietà privata.

Vediamo come il movimento rivoluzionario iniziale (erroneo e utopico) dei liberali classici contro il vecchio regime cede al pragmatismo di accettare lo stato e apre la porta a forme di totalitarismo socialista (comunismo e fascismo / nazismo). La caduta del socialismo reale introduce la democrazia sociale che oggi domina in lungo e in largo (collettivismo).

La rivoluzione liberale, che deve il suo fallimento a errori e ingenuità da parte dei liberali classici, ha una fase ancora in sospeso, che consiste proprio nell’evoluzione verso l’anarcocapitalismo.

Una conseguenza che seguì al fallimento della rivoluzione liberale fu l’apparizione del comunismo libertario, che fu unanimemente combattuto dai sostenitori degli altri sistemi politici (in particolare quelli più sinistrorsi) proprio per la sua natura antistatalista. Il comunismo libertario è anche utopico, perché il suo rifiuto della proprietà privata impone l’uso di violenze sistematiche (cioè “statali”) contro di esso, rivelando così una contraddizione logica insormontabile e bloccando il processo sociale imprenditoriale che guida l’unico ordine anarchico scientificamente concepibile: quello del mercato capitalista libertario.

Commenti sulla tradizione anarchica spagnola

La Spagna ha una lunga tradizione anarchica. Mentre non dobbiamo dimenticare i grandi crimini commessi dai suoi sostenitori (in ogni caso qualitativamente e quantitativamente meno gravi di quelli dei comunisti e dei socialisti), né le contraddizioni nel loro pensiero, è vero che, soprattutto durante la guerra civile spagnola, l’anarchismo fu un esperimento che godette di grande appoggio popolare, anche se era destinato a fallire. Come l’antica rivoluzione liberale, oggi gli anarchici hanno davanti loro la loro seconda grande opportunità, che per superare i loro errori (la qualità utopica di un anarchismo che rifiuta la proprietà privata) e accettare l’ordine del mercato come unico percorso definitivo verso l’abolizione dello stato. Se gli anarchici spagnoli del XXI secolo possono interiorizzare questi insegnamenti dalla teoria e dalla storia, la Spagna molto probabilmente sorprenderà il mondo di nuovo (questa volta per il bene e su larga scala), guidando l’avanguardia teorica e pratica della nuova rivoluzione anarcocapitalista.

Estratto da proprietà, libertà e società: saggi in onore di Hans-Hermann Hoppe; Mises Institute, 2009, pp. 161-178, questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in spagnolo come “Liberalismo Versus Anarcocapitalismo”, Procesi de Mercado: Revista Europea de Economía Política 4, n. 2 (2007): 13-32, e si basa su due diverse lezioni tenute sotto lo stesso titolo, uno all’università estiva dell’Università Rey Juan Carlos (Aranjuez, venerdì 6 luglio 2007) e l’altra all’università estiva dell’Universidad Complutense (San Lorenzo de El Escorial, lunedì 16 luglio 2007)16.

1 N.d.t.: nella teoria economica i beni pubblici sono tali quando presentano due caratteristiche: 1. l’assenza di rivalità nel consumo del bene, ossia quando più soggetti possono beneficiare simultaneamente di quel bene senza per questo ridurre l’utilità che essi traggono dal consumo, quindi il costo marginale per la fornitura a un consumatore addizionale è nullo; 2. l’assenza di escludibilità, ossia quando singoli individui non possono essere esclusi dal consumo di tale bene o servizio, quindi non è possibile ripartire i costi di produzione tra i soggetti tramite un prezzo.

2 Israel M. Kirzner, Discovery and the Capitalist Process (Chicago and London: University of Chicago Press, 1985), p. 168.

3 Jesús Huerta de Soto, Socialismo, Cálculo Económico, y Función Empresarial, 3rd ed. (Madrid: Unión Editorial, 2005), pp. 151–53.

4 Jesús Huerta de Soto, Money, Bank Credit, and Economic Cycles, Melinda A. Stroup, trans. (Auburn, Ala.: Mises Institute, 2006) (originally published in Spanish in 1998 as Dinero, Crédito Bancario, y Ciclos Económicos, 3rd ed. (Madrid: Unión Editorial, 2006).

5 F.A. Hayek, Law, Legislation, and Liberty: A New Statement of the Liberal Principles of Justice and Political Economy, 3 vols. (Chicago: University of Chicago Press, 1973–1979).

6Carlos Rodríguez Braun, A Pesar Del Gobierno: 100 Críticas al Intervencionismo con Nombres y Apellidos (Madrid: Unión Editorial, 1999).

7 Hans-Hermann Hoppe, Democracy—The God that Failed: The Economics and Politics of Monarchy, Democracy, and Natural Order (New Brunswick, N.J.: Transaction Publishers, 2001).

8 Forse la più recente e notevole eccezione appare nel brillante lavoro di Papa Benedetto XVI su Gesù di Nazaret. Che lo stato e il potere politico siano l’incarnazione istituzionale dell’anticristo deve essere evidente a chiunque abbia la minima conoscenza della storia che legge le riflessioni del Papa sulla tentazione più pericolosa che il diavolo può mettere sulla nostra strada: Il tentatore non è così grezzo da suggerisci addirittura che dovremmo adorare il diavolo. Semplicemente suggerisce di optare per la decisione ragionevole, che abbiamo scelto di dare priorità a un mondo pianificato e completamente organizzato, dove Dio può avere il suo posto come preoccupazione privata, ma non deve interferire nei nostri scopi essenziali. Soloviev attribuisce all’Anticristo un libro intitolato La Via Aperta alla Pace e al Benessere Mondiali (The Open Way to World Peace and Welfare). Questo libro diventa qualcosa come una nuova Bibbia, il cui vero messaggio è il culto del benessere e della pianificazione razionale. Joseph Ratzinger, Gesù di Nazareth, Adrian J. Walker, trans. (Londra: Bloomsbury, 2007), p. 41. James Redford fa commenti simili, anche se molto più categorici. James Redford, “Gesù è un anarchico,” Anti-state.com (2001).

9 Anthony de Jasay, Market Socialism: A Scrutiny: This Square Circle (Occasional paper 84) (London: Institute of Economic Affairs, 1990), p. 35.

10 Jesús Huerta de Soto, “The Essence of the Austrian School,” lezione tenuta al Bundesministerium für Wissenschart und Forchung, March 26, 2007, in Vienna; pubblicata in Procesos de Mercado: Revista Europea de Economía Política 4, no. 1 (Spring 2007): 343–50, leggere soprattutto pagg. 347–48.

11 Jesús Huerta de Soto, “El Economista Liberal y la Política,” in Manuel Fraga: Homenaje Académico, vol. 2 (Madrid: Fundación Cánovas del Castillo), pp. 763–88; ristampato a pp. 163–92 de Nuevos Estudios de Economía Política. Per esempio, una indicazione della crescente importanza dell’anarcocapitalismo nell’attuale agenda olitica è l’articolo “Libertarians Rising,” pubblicato ne Essay section del Time magazine in 2007. Michael Kinsley, “Libertarians Rising,” Time (October 29, 2007), p. 112.

12 Jesús Huerta de Soto, “Teoría del Nacionalismo Liberal,” in Estudios de Economía Política, 2nd ed. (Madrid: Unión Editorial, 2004); idem, “El Desmantelamiento del Estado y la Democracia Directa.”

13 Bruno S. Frey, “A Utopia? Government Without Territorial Monopoly,” The Independent Review 6, no. 1 (Summer 2001): 99–112.

14 Non dobbiamo mai dimenticare le prescrizioni degli scolastici spagnoli del “Siglo de oro” per quanto riguarda le condizioni rigorose che un atto di violenza deve soddisfare per essere “giusto”:

15 Come indicato da Rothbard, non è consigliabile violare le leggi attuali (sostanzialmente i comandi amministrativi), perché nella maggior parte dei casi i costi superano i benefici.

16 L’autore scrive “In queste lezioni ho formalizzato la mia rottura teoretica e politica col liberalismo classico, che è solo una fase per la naturale evoluzione verso l’anarcocapitalismo. Di ritorno, nel settembre del 2000, dal convegno della Mont Pèlerin Society in Santiago, Chile, in una relazione facente parte di una presentazione congiunta con James Buchanan e Bruno Frei, ho chiaramente lasciato intendere questa rottura. Jesús Huerta de Soto, “El Desmantelamiento del Estado y la Democracia Directa,” Nuevos Estudios de Economía Política, 2nd ed. (Madrid: Unión Editorial, 2007): cap. 10, pp. 239–45.”

L'articolo originale: https://mises.org/library/classical-liberalism-versus-anarchocapitalism