Tra antropologia culturale e storia globale: una nota su Jack Goody (1919-2015) dalla prospettiva liberale

Ad appena due anni dalla sua morte, avvenuta nel 2015, è forse difficile fare un bilancio dell’attività di Sir John Rancine Goody. Certamente, siamo di fronte ad uno dei maggiori intellettuali del Novecento, ma anche dei primi anni del secolo successivo. Siamo anche di fronte ad una personalità eccezionale, fino alla fine impegnata negli studi più diversi, con un crescendo di opere a partire dal pensionamento, nel 1993, dal St. John’s College di Cambridge. Morì a 96 anni, ma ancora a 93 diede alle stampe un volume Metals, Culture and Capitalism: An Essay on the Origins of the Modern World (Cambridge University Press, 2012) che è di una lucidità mirabile, nello studiare, dalla prospettiva della storia globale, l’evolversi dell’uso dei metalli congiunto con quello del sistema capitalistico.

Definirlo “antropologo culturale” è davvero restrittivo, anche se questo fu per decenni il titolo del suo insegnamento. Nel quadro del ritorno prepotente del concetto stesso di interdisciplinarietà, ebbene Goody può essere definito senz’altro studioso interdisciplinare. Nel quadro poi della progressiva affermazione della “Global History”, siamo certo davanti ad un “Global Historian”, anche se ci sembra che difficilmente egli avrebbe accettato la categoria, anche perché, pur scrivendo effettivamente su temi e con modalità di “Global Historian”, si pensi a lavori magistrali come quello che ritengo il suo capolavoro, lo studio sulla “cultura dei fiori”, del 1993 – uscito in edizione italiana, presso Einaudi, immediatamente a ridosso di quella inglese, presso la Cambridge University Press – manca nelle sue opere il senso di appartenenza alla categoria, e in generale una tematizzazione dei metodi, delle prospettive, delle strutture, pur sempre mutevoli e mai definite, della “Global History”; mentre è l’origine antropologica della ricerca di Goody che fa da linea guida – e dunque vi è se mai, in poche righe, una pregnante definizione di “cultura”, che include la dimensione antropologica, e quella della cultura “alta”, letteraria e filosofica, che Goody, in questo davvero erede del suo amato Rinascimento – o piuttosto dei suoi amati “rinascimenti”, secondo la categoria che mutua, ci pare, dalle “Renaissances” della Crouzet-Pavan (senza però ammetterlo esplicitamente) – dominava. Continuando peraltro quella tradizione di antropologi – come il suo costante punto di riferimento critico, Lévy-Bruhl – che sapevano parlare con cognizione di causa di popolazioni “primitive” (il concetto di Lévy-Bruhl costantemente attaccato da Goody) – e della critica all’idealismo tedesco di un sofisticato scrittore e pensatore come F. H. Jacobi.

In un momento in cui l’antropologia culturale sembra essere in crisi – anche negli USA, dove pure fiorì – e in cui i paradigmi storici sono inclinati a rilevare, nel globale, le profonde divergenze “locali”, e “nazionali” – la visione “unitarista”, conciliante e riconciliante, nemica di ogni dicotomia e di ogni gerarchia culturale di Goody, vero rovesciatore dell’antropologia razziale e gerarchica ottocentesca (ma anche largamente novecentesca), potrebbe essere facilmente attaccata, o cadere in un rapido oblio. Inoltre il suo – per quanto ci risulta – non dichiararsi “Global Historian”, non cercando il dialogo con la “Global History” se non occasionalmente, proiettano in qualche modo la sua opera in un regno non ben definito di “sapere universale”, tra l’enciclopedistico e il generico (in senso positivo), ove non si avverta la presenza preponderante della disciplina originaria, nel suo caso, appunto, la antropologia culturale. Naturale dunque che sia impresa troppo ardua per un singolo cercare di tratteggiare, anche solo rapidamente, una personalità così complessa. Che era a proprio agio tra gli indigeni del Ghana, e in mezzo alle sue amatissime culture orali, dove trascorse decenni di “field work”, studiando e ristudiando la complessa epopea del “Bagre”, così come nelle biblioteche di ricerca di tutto il mondo, e segnatamente quella splendida di Cambridge, in grado di dominare molte lingue, moderne, e anche classiche, a cominciare dal latino, condannato all’oblio dagli storici e certo a fortiori non richiesto agli antropologi culturali. Ma a casa propria anche con l’italiano, in tempi (e talora luoghi) in cui italica non leguntur. Certamente, la sua prosa e la costruzione dei suoi libri seguono linee di alta densità, e talora difficile comprensione; è uno scrivere compatto, quasi granitico, che occorre smembrare e ponderare, privo di leziosità e sbavature, certo, ma alle volte troppo denso, appunto, e non immediatamente godibile, ove le citazioni di classici – ad esempio, di poesia – sembrano provenire da reperti archeologici, propri dello studio (anche) dell’antropologo culturale, dove spesso lo “scritto” viene “trattato” come fosse “orale”. O almeno questa è l’impressione che mi fa: e occorre dire che leggere Dante come si leggerebbe un’iscrizione paleolitica o la trascrizione di un’epopea orale del Ghana alla fine può essere esercizio intellettuale molto salutare.

Di notevole interesse il rapporto di Goody con il mondo mediterraneo. Di nuovo, egli non si presenta come storico del Mediterraneo, e neanche, ovviamente, come antropologo dell’area mediterranea – cosa che non era, avendo fatto “field work” eminentemente in Africa – e la sua nozione di “eurocentrismo”, che egli pone in essere e critica aspramente – non vede sempre e necessariamente nel bacino del Mediterraneo l’ombelico e il centro dell’Europa – come voleva Hegel – ma allarga la stessa nozione di Europa a quella di “Eurasia”, una Eurasia dove talvolta proprio entrambi i continenti, nella loro interezza, sono trattati insieme, dal Portogallo al Giappone, dunque, sfidando la comune nozione di Eurasia che riguarda soprattutto l’Asia centrale. Il “miracolo” dell’Eurasia certamente ha uno dei fulcri nel Mediterraneo, il Mediterraneo dei traffici mercantili interrotti solo e parzialmente a ridosso della caduta dell’Impero romano, il Mediterraneo come centro di culture e religioni affini, come quelle ebraica, cristiana, e musulmana, trattate spesso come un unicum da Goody. E qui possiamo cominciare a prendere in esame una delle sue opere maggiormente discusse, anche perché scritta in qualche modo sull’onda lunga dell’11 settembre 2001, come del resto diverse altre, tese, eroicamente, a disinnescare la spirale di odio e tensioni tra Islam e mondo cristiano (e non solo cristiano), all’indomani dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle. Qui, ci si pone, in un contesto che vede presenze consimili in Richard Bulliet, ad esempio, in una dimensione “apologetica” non tanto dell’Islam, quanto della comune civiltà europea, dove l’Islam, insieme all’Ebraismo, giuoca un ruolo fondamentale in un’Europa che, come scrive Bulliet, a ragione, non fu mai “solo cristiana”. Il fatto che Goody, al contrario di Bulliet, non si spinga a parlare di una civiltà islamico-cristiana, dipende forse dal fatto che comunque Goody non è un assimilazionista delle culture, che infatti individua nelle loro peculiarità e differenze, non solo negli elementi di identità; ma anche perché l’elemento ebraico è poco presente in Bulliet, ma lo è moltissimo in Goody. Molto onestamente, Goody dice che si propone obiettivi politici nel libro Islam in Europe, che è del 2004, e che dunque si muove in un orizzonte dove è presente, ma non ha ancora raggiunto i livelli di tragedia attuale, il fenomeno della migrazione clandestina, cui troppo benevolmente, nella logica politica ma tragica delle “braccia aperte”, si muove uno studioso che invece si colloca esplicitamente nei “Mediterranean Studies”, come David Abulafia, alla fine della sua sintesi sul Mediterraneo, dalla preistoria ad oggi, Il grande mare. Libro apologetico o libro critico o libro scientifico, o libro ideologico o tutto questo insieme? Certamente, Islam in Europe, che mostra benissimo la fondamentale importanza della cultura “alta” islamica nel mondo occidentale, e viceversa, naturalmente, appare oggi invecchiato. Non tanto perché si metta in dubbio tale influenza. Anzi. Pensiamo ad opere come Florence and Baghdad: Renaissance Art and Arab Science di Hans Belting (edizione inglese: Belknap Press of Harvard University Press, 2011.), che la mostrano con sottigliezze ignote sia a Goody sia a Bulliet. Ma perché troppo spesso – e lo fa ovviamente Goody nel 2004, tre anni dopo la tragedia del 9/11 – il discorso utilizza la cultura, alta, per legittimare politiche di accoglienza che nulla hanno a che vedere con la “cultura” (ma alla fine neanche con la religione), e che si stanno rivelando veramente sciagurate, con la trasformazione del tratto di mare dalla Tunisia e Libia alla Sicilia in una seconda Lepanto, con diecine di migliaia di morti, e miliardi di giro d’affari.

Quel che da una prospettiva liberale-classica colpisce, è il disperato, ma coerente tentativo di Goody – non per nulla autore amato dalle sinistre classiche e dalla sinistra anarchica, si pensi solo all’opera magistrale del suo allievo Keith Hart, e quella, legata a Goody, dell’antropologo anarchico di sinistra David Graeber – di raddrizzare, per dir così, i torti dell’antropologia ottocentesca, tutta intesa a delineare una gerarchia di razze, con in cima quella bianca, che legittimò prima l’ideologia imperiale inglese – con tutti i suoi massacri, insieme a tutte le glorie, naturalmente – poi l’ideologia imperiale nazista, che certamente ebbe massacri, come è ben noto, ma assai poche glorie. Sembra che tutta o quasi la vastissima opera di Goody sia intesa a delegittimare l’antropologia razzistica del secolo precedente, in un contesto di de-colonizzazione del pensiero, radicale e sofferto, e in un modo sistematico, e quasi ossessivo.

Ma come l’ossessione per la gerarchia abbagliò l’antropologia ottocentesca, l’ossessione per l’uguaglianza, potremmo dire, abbaglia quella del Novecento. E qui incontriamo il primo limite di Goody: il tendere a spodestare il “primato occidentale” in tutti o quasi i settori, dal capitalismo alla cultura: come il libro Renaissances, del 2010, mostra bene. La traduzione italiana apparve immediatamente, presso Donzelli, col titolo Rinascimenti. Uno o molti? L’Europa, il mondo arabo, L’India e la Cina alle origini dell’età moderna, una traduzione assai poco scorrevole e certo non riuscita. Come non felice è la tesi: certamente vi furono periodi di rigoglio culturale nel mondo arabo, in India e in Cina, ma non furono mai legati, come in Italia, e come in Europa, ad una serie di situazioni felici (o meno): riscoperta dei classici, cultura delle corti, esplorazioni geografiche, espansioni politiche, consolidamento dei nuovi stati. Lo sforzo di Goody è titanico, ma il risultato mostra solo una cosa: se si rimane in categorie di “primazia” (negata, è conservata, direbbe Hegel, ovvero non basta “negarla” per toglierla dal discorso), ebbene essa appartiene del tutto e incontestabilmente proprio a quell’Occidente che Goody intende pervicacemente sminuire. Forse se si parlasse di “differenze radicali” – o di realtà culturali alla fine così diverse da essere incommensurabili – la stessa “World History”, se non vuol essere storia globalistica, ma davvero storia globale, ne riuscirebbe arricchita.

E così Goody, in questo suo libro va alla ricerca di “rinascimenti” globali, ma lo fa senza tenere conto, innanzi tutto, di un autore, che impegnò la sua esistenza di storico proprio nel tentativo di strappare all’Italia quel primato nel Rinascimento che le aveva conferito Jacob Burckhardt, nel classico pubblicato nel 1860. Si tratta di Sir John Hale (1923-1999), per il quale evidentemente Goody non mostrava simpatie, se è vero che mai è citato nel suo libro. E che però nel 1993 aveva compiuto la notevole impresa di “europeizzare” il Rinascimento, con un’opera davvero mirabile e ancora attualissima, The Civilization of Europe in the Renaissance. In qualche modo, nel “mondializzare” il rinascimento, o piuttosto i “rinascimenti”, Goody ignora la tappa intermedia, dimostrata con solidi argomenti e in una vita di studi dedicati solo alla storia, da John Hale. Togliere un primato all’Italia, o all’Europa, non significa però conferirlo al resto del mondo, soprattutto nel momento in cui il Rinascimento divenne in qualche modo da “pensiero” ad “azione”, facendo dell’Europa il padrone del mondo, a partire da inizio Quattrocento, con le spedizioni del portoghese Enrico il Navigatore, fino alla fine dell’Ottocento almeno, o se vogliamo, fino alla seconda guerra mondiale e alla fine dell’Impero inglese. Se poi andiamo a vedere il mondo globalizzato, nei grandi paesi d’Oriente alla fine il modello economico – e dunque culturale, come ha ben visto lo storico globale Yuval N. Harari, — è quello occidentale. Non si tratta di essere “eurocentrici”. Si tratta di essere semplicemente oggettivi. Alla fine, troppo spesso, seppur implicitamente, il riferimento è l’Europa: “anche qui”, “anche là”, alla fine, si applica il modello europeo, negli stessi “rinascimenti” di cui parla Goody, dall’India alla Cina. Dal punto di vista liberale-classico, che non è mai quello di Goody: la concorrenza tra stati e imperi, anche violenza, di tutta la prima età moderna, non ha luogo nel mondo se non in Europa: ed è questa concorrenza spietata che porta ad un progresso europeo immane, non paragonabile a quello di mondi non necessariamente “senza storia”, ma con una storia infinitamente diversa, come il grande monolite chiamato impero cinese, o il suo omologo – pur con tutte le differenze del caso – indiano.

Quel che ho detto sopra non si configura che come critica, dalla prospettiva liberale, di un autore che è stato talmente prolifico ed enciclopedico, da rendere quasi impossibile un’analisi che non sia sporadica ed occasionale: certamente, se avesse dedicato maggiore attenzione agli effetti distruttivi, oltre che costruttivi, dello Stato e degli Stati nelle vicende umane che ha minutamente analizzato, la sua opera ne avrebbe giovato. Il suo attacco al primato dell’Occidente come appare nel libro che mi pare il meno riuscito, The Theft of History (2006), diviene un attacco in cui al bersaglio “Occidente”, di per sé molto vago, ma anche molto solido – il mondo che conosciamo alla fine è stato tutto costruito dall’Occidente, compresa la globalizzazione – vengono sostituiti bersagli molto più deboli, i suoi colleghi storici, come Norbert Elias, che davvero Goody ama poco, Fernand Braudel, Moses Finlay e Perry Anderson, che vengono attaccati sia metodologicamente, sia nei risultati, “eurocentrici”, delle loro ricerche. Ma Goody è davvero in grado di proporre un metodo alternativo? Esiste davvero un modo di fare storiografia, e soprattutto antropologia, non eurocentrico? Anche quando si attacca l’eurocentrismo, non lo si fa forse con un armamentario concettuale del tutto elaborato, del tutto nato su questa minuscola appendice d’Asia che si chiama Europa? A che serve tanto livore, a che serve tanto accanimento?

Goody divenne molto noto in Italia, soprattutto negli anni Novanta, con la traduzione in italiano di tutti i suoi libri, o quasi. Era caro ad una certa cultura di sinistra “post-coloniale”, relativizzante, “accogliente”, che ancora, in forme più o meno degenerate, sopravvive e addirittura governa oggi. E allora forse per comprendere meglio Goody occorre risalire ai suoi anni italiani, giovane ufficiale inglese prigioniero dei nazi-fascisti durante la seconda guerra mondiale. Per farlo, occorre leggere uno dei libri meno noti di Goody, Beyond the Wall, Oltre i muri, pubblicato in italiano nel 1997 da Il Mondo 3 edizioni, a Roma. Non (mi) è chiaro se il testo sia stato pubblicato anche in inglese. Si tratta di un volume raro che ebbe pochissima circolazione. Eppure, è un testo autobiografico rivelatore. Davvero Goody si liberò mai di quello sguardo lievemente sprezzante e superbamente distaccato, che tradisce un infinito senso di superiorità, che appare nella foto in copertina, un giovane ufficiale inglese catturato dai tedeschi? Per liberarsi del complesso di superiorità occidentale, gli ci volle davvero una vita? E ci riuscì? L’antropologia prima della II guerra mondiale era ancora abbondantemente eurocentrica e gerarchica, e forse lo fu – nonostante titaniche lotte, anzitutto interiori, degli antropologi – anche oltre.

Il libro è affascinante – dovrebbe essere ristampato e adeguatamente glossato – soprattutto perché nel narrare le sue peripezie di prigioniero di guerra in centro Italia, vicino a Sulmona, che fugge e viene catturato di nuovo, che entra nella vita complessa e tragica della Roma occupata, Goody addirittura passa, ad un certo punto, dalla prima alla terza persona. Ed è passaggio cruciale. Ricerca di oggettività, ma anche abbandono di quella “partecipazione emotiva” che l’antropologo “nuovo” doveva avere nei confronti dei propri “oggetti di studio”. Cambia addirittura nome, in terza persona. Uno straniamento quasi necessario, per superare, forse, un’identificazione troppo forte. Ma che segna anche una frattura. Per quanto si sforzerà poi di comprendere e valorizzare culture “altre”, Goody rimane un figlio legittimo dell’antropologia coloniale inglese. Può darsi che questa contraddizione abbia portato a drammi nella sua esistenza personale – ma questo sinceramente non so dire. Certamente, il modo in cui osserva, poniamo, i contadini di Sulmona e abruzzesi in generale, tradisce tutto il distacco del “gentleman” inglese: ad esempio quando riporta il loro “dialetto”, così diverso dall’italiano letterario che conosceva Goody, che proveniva, occorre sottolineare, da studi di letteratura. Nel giovane ufficiale britannico si nasconde un’anima ancora vittoriana. Ed infatti si trova a maggior agio in una Roma borghese, in compagnia di gentildonne, quando riesce ad arrivarci, per essere di nuovo catturato e spedito poi in Germania, ove sarà liberato. Orgoglioso (a ragione) della propria cultura, dell’usanza del bridge, del proprio grado di ufficiale. il giovane Goody guarda con l’occhio dell’entomologo – prima che dell’antropologo – i parlanti dei dialetti dell’Italia centrale, i loro balbettamenti in inglese, le loro strategie di sopravvivenze tra eserciti diversi, e tra alleati che si detestano (i tedeschi e gli italiani); non gli difetta una curiosità devastante: per il passato e per il presente, e questa sarà sempre la combinazione vitale, la chiave, davvero, della propria vita professionale, tra antropologia e storia. Ma il suo sguardo sembra sempre cadere dall’alto.

In fondo, il campo di prigionia in cui egli vede con occhio acutissimo il costituirsi di una società vera e propria, di una comunità con le proprie regole, i propri riti, le proprie trasgressioni, il proprio linguaggio, i propri scambi (e tutto questo sarà al centro degli studi di Goody, per sempre), sarà una società altrettanto artificiale, anche se certamente meno elitaria, quanto quell’altra cui apparterrà sempre Goody. Il college. La comunità accademica, in fondo così simile ad un campo di prigionia, pur con le porte aperte al mondo intero.

Forse Goody – ma non lo conosco abbastanza per sostenerlo – non ritornò mai a quel calore umano che traspare ogni tanto da questa secca, icastica, oggettiva narrazione di guerra e prigionia, di desolazione e di speranza:

“Si fece sera prima che fossero riusciti a saltare fuori da quella valle silente e misteriosa, così lontano dalla guerra e dal suo fragore fatto di spari e rumori di motori. Quando si fece buio raggiunsero l’orlo di una scarpata da cui a fatica potevano scorgere un villaggio nella vallata sottostante. Dopo avere come rifugio alcune rocce, spezzarono dei rami dagli alberi che crescevano su quelle montagne per farsi un giaciglio per la notte; era una situazione scomoda e faceva freddo. I ramoscelli si sentivano attraverso le foglie e il vento sembrava infilarsi da tutte le parti. Si strinsero l’uno all’altro per non disperdere il calore dei loro corpi” (p. 110).