Il Liberalismo classico ed il problema razziale in America

Le parole ispiratrici della Dichiarazione di Indipendenza salutano una concezione trasformativa della condizione umana dichiarando che tutti gli uomini sono stati creati uguali e dotati di certi diritti inalienabili, inclusi i diritti alla vita, alla libertà ed alla ricerca della felicità.

Non si affermava che tali diritti appartenessero solo a coloro che vivevano nelle colonie britanniche dell’America settentrionale. E nemmeno che questi diritti appartenessero solo alle persone di lingua inglese, o a quelle di una particolare fede religiosa, o ancora ai membri di uno specifico gruppo razziale o etnico. Tali parole sono dichiarative, inequivocabili ed universali. Questi sono diritti che appartengono ad ogni essere umano. Punto.

Ovviamente la grande ipocrisia era insita nel fatto che, tali diritti, non furono estesi a tutti gli esseri umani in America. C’era la schiavitù nelle colonie americane e più tardi negli Stati Uniti indipendenti, specialmente negli Stati del Sud.

La Grande Contraddizione di un’America Libera.

La discriminazione, il pregiudizio e la crudeltà hanno pervaso i rapporti tra gli americani di origine europea e quelli di origine africana. Prima della Guerra Civile, ciò era istituzionalizzato nella schiavitù umana legale, anche all’ombra del Campidoglio e della Casa Bianca a Washington, D.C.

Nel primo numero del giornale abolizionista di William Lloyd Garrison, The Liberator, pubblicato il 1 gennaio 1831, veniva pubblicato l’articolo “Il commercio degli schiavi nella capitale”. In esso si scriveva: E’ bene, forse, che il popolo americano sappia che, mentre ripetiamo i nostri vanti di libertà alle orecchie delle nazioni … noi stessi siamo oppressori. Sì, far sapere ai cittadini americani che, proprio mentre la processione con il Presidente degli Stati Uniti ed il suo Gabinetto marciavano in trionfo verso Capitol Hill per celebrare la vittoria dei francesi sui loro oppressori, un altro tipo di processione stava marciando in un diverso modo, e consisteva di esseri umani di colore, ammanettati in coppie, e guidati da quello che aveva l’aspetto di un uomo a cavallo!

“Una scena simile si ripeteva sabato scorso; un corteo a piedi costituito da maschi e femmine incatenati a coppie, a partire dalla Roby’s Tavern e diretto ad Alexandria, dove con gli altri dovranno imbarcarsi su una nave negriera in attesa per trasportarli a sud … Sono passate solo un poche settimane da quando, passando sul fiume, ho visto una nave con il suo carico di schiavi nel porto di Norfolk in Virginia e poi ancora un’altra nave brulicante di vittime della cupidigia umana fuori Alexandria..

“Queste sono le scene che si vedono nel cuore della nazione americana. Oh, patriottismo! Dov’è la tua indignazione? Oh, filantropia! Dov’è il tuo dolore? Oh, vergogna, dove è il tuo arrossire? . . . Queste scene scioccanti devono cessare da noi, o dobbiamo cessare di chiamarci liberi … “

La schiavitù ebbe termine legalmente nel dicembre 1865 con l’incorporazione del 13° emendamento nella Costituzione statunitense. Ma i pregiudizi razziali non erano affatto morti. Infatti le leggi segregazioniste istituite negli stati del Sud alla fine dell’Ottocento ripristinarono la separazione obbligatoria tra bianchi e neri.

George S. Schuyler, difensore dei diritti dei neri americani

Oggi è facile dimenticare quanto le crudeli leggi segregazioniste affliggessero una rilevante parte della popolazione americana, tutte persone ufficialmente cittadine degli Stati Uniti. Offro i seguenti esempi collocati nel periodo tra le due guerre mondiali, essi furono scritti dall’autore afroamericano, George S. Schuyler (1895-1977), brillante, spiritoso e spesso insolito.

Ho scelto questo autore, non solo a causa delle informazioni utili presenti nei sui articoli, ma perché, anche se egli in giovinezza aveva flirtato con il socialismo, presto respinse tutte le forme di collettivismo. Schuyler divenne apertamente anticomunista negli anni ’30 e sostenne l’uguaglianza dei diritti davanti alla legge per i neri americani.

Egli credeva così fortemente nella libertà individuale e nella libertà di associazione che negli anni ’60, scrisse contro alcune forme di integrazione obbligatoria in quanto esse costituivano semplicemente l’immagine speculare della segregazione forzata contro la quale si era opposto per tutta le vita. Assumendo tale posizione perse però il riconoscimento ed il rispetto di cui godeva come giornalista ed autore di spicco della comunità afroamericana nel ventesimo secolo .

Tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ‘30, H. L. Mencken, allora editore di The American Mercury, aprì le sue pagine a George S. Schuyler. Egli contribuì con diversi articoli circa i rapporti tra le razze destinati ad un pubblico prevalentemente bianco. Raccomando in particolare “Our White People” un ritratto mordente, sagace e brillantemente sarcastico sull’assurdità ed arroganza delle convinzioni errate circa il crudele trattamento degli afroamericani.

Una particolarmente severa enumerazione delle umiliazioni e dei soprusi subiti dagli afroamericani a causa di molti nella comunità bianca, si possono trovare negli scritti di Schuyler pubblicati da The American Mercury ed in particolare negli articoli “Keep the Negro in His Place” (agosto 1929), ” Travelling Jim Crow “(agosto 1930).

I soprusi e le umiliazioni del razzismo

Nella vita quotidiana, gli americani di origine africana sono stati esclusi da molte parti della società. Ad esempio, i neri venivano cacciati dai cinema o limitati in posti nelle file posteriori della galleria, lontano dalla clientela bianca. Una famiglia nera poteva raramente godersi un pomeriggio d’estate in riva al mare, perché le spiagge erano quasi invariabilmente limitate ai soli “bianchi”.

Come scrisse Schuyler i neri avevano imparato che “i poeti possono cantare del mare azzurro, ma per un afroamericano che desidera fare un tuffo esso sembra arrogantemente bianco” e poi spiegò: “Questo è vero per la maggior parte dei luoghi di balneazione americani, sia al mare che nell’entroterra. In quasi tutti il nero è persona non gradita ed anche gli abitanti bianchi più squattrinati non usano mezzi termini per farglielo sapere.

Nella maggior parte delle spiagge vicine a New York, i neri non possono fare il bagno, non perché vi sia una specifica ordinanza, ma perché nessuno affitterebbe loro i costumi da bagno o un armadietto per riporre i vestiti nel caso in cui ne avessero uno. In molti di questi luoghi è contro la legge andare in spiaggia in costume da bagno, per cui il nero che arriva nella sua automobile già pronto per un tuffo probabilmente finirà in gattabuia. Sulle spiagge la polizia diventa insolitamente “vigile” nell’applicazione alla lettera della legge quando si tratta di un afroamericano”.

Sarcasticamente, Schuyler aggiungeva: “Certamente, pochi Negri andrebbero a nuotare a Coney Island, anche se avessero il permesso di noleggiare i costumi da bagno e di affittare gli armadietti negli stabilimenti balneari, a causa delle frotte di marmaglia bianca che si crogiola al sole ovunque in spiaggia tra lattine, giornali e bottiglie di bibite. “

I neri potevano scordarsi di andare fuori per una serata di intrattenimento in molti luoghi, perché anche lì le porte erano chiuse per chiunque avesse la carnagione scura. Schuyler scriveva: “quando il tempo non è inclemente, ama andare in auto e fermarsi in qualche taverna lungo la strada per ballare e cenare. Ma come viene accolto? Quasi ovunque gli viene apertamente rifiutato il servizio o viene impedito nel riceverlo tramite qualche sotterfugio. . .”

“Raramente la polizia interviene, a meno che non alzino troppo la voce nel chiedere il rispetto dei loro diritti, cosa che avviene molto raramente. Le uniche volte in cui i custodi della legge intervengono per mantenere la supremazia bianca nei luoghi di ricreazione è quando un cabaret o una sala da ballo della Black Belt è segnalato per essere black-and-tan, ossia frequentato sia da neri che da bianchi . Ciò naturalmente non dovrebbe mai accadere se si vuole conservare la purezza della lingua anglo-sassone”.

Piuttosto che sopportare tali soprusi, la maggior parte degli afroamericani, continua Schuyler, rimangono nei loro quartieri neri dove possono mantenere un certo rispetto di sé evitando queste umiliazioni. Ma, essendo tali comunità generalmente povere economicamente, i servizi e gli intrattenimenti non esistono oppure sono di qualità molto scadente.

Barriere razziali sulle strade e sui treni in tutta l’America

Situazioni altrettanto spiacevoli e piene di limitazioni si verificavano allorché un afroamericano andava in vacanza in auto o doveva viaggiare in treno. Schuyler lamentava: “Infatti, i guai di Giobbe sembrano banali rispetto a quelli che affliggono il povero afroamericano che si avventura per visitare il suo paese. Non importa in quale parte di esso egli risieda, sa molto bene che le pubblicità di hotel e pensioni di cui legge su giornali e riviste non sono destinate a lui …

“È sufficiente dire che il viaggiatore negro dovrebbe andare esclusivamente in uno dei luoghi a lui destinati”, ma le locande per afroamericani non sono sempre a portata di mano e, quando disponibili, sono frequentemente di infimo ordine a causa del numero ridotto di clienti, ossia di viaggiatori Negri, da cui dipendono regolarmente. Nonostante la convinzione generale secondo cui le persone di colore sono tutte uguali, resta il fatto che tra i negri sono rappresentate tutte le categorie di persone, dai barboni ai milionari, ed un hotel o una pensione abbastanza soddisfacente per portuali, lavoratori e braccianti difficilmente incontrerebbe il gusto di un insegnante di scuola, di un medico o di un artista “.

Per il tipico nero americano, ottenere un semplice biglietto ferroviario era un’avventura aberrante. Prima della seconda guerra mondiale e della costruzione del sistema autostradale interstatale, i principali mezzi di trasporto a lunga distanza negli Stati Uniti erano i treni. I viaggi notturni in treno erano comuni, ma erano rari l’uomo o la donna di colore che potevano acquistare un biglietto per una cuccetta nei vagoni letto Pullman. Invece essi erano confinati in vetture “solo per neri” con sedili scomodi ed un comfort molto inferiore a quello dei vagoni di “terza classe” per i passeggeri bianchi.

Ottenere un pasto nel vagone ristorante era difficile, e spesso era possibile solo dopo che tutti i viaggiatori bianchi avevano finito i loro pasti.

Anche ad innocenti, piccole vecchie signore nere subivano tale trattamento. Ma l’ingegnosità creativa riusciva talvolta ad aggirare gli ostacoli posti dal colore della pelle, ha detto Schuyler:” Conosco una donna di colore che va spesso da New York a New Orleans ed indossa sempre un grembiule quando attraversa la linea [Mason-Dixon]. È un segno di servilismo che funge da protezione, dato che la colloca definitivamente nella classe dei servi. In effetti anche il negrofobo più rabbioso non ha nulla in contrario se deve viaggiare in una vettura Pullman o entrare in un negozio dove c’è un negro se questo si trova lì come servitore. Che una simile precauzione apparentemente assurda sia spesso saggia è stato ben dimostrato dal fatto che, tre o quattro anni fa, nel nord della Florida agenti di polizia hanno trascinato una donna negra fuori da una carrozza Pullman e le hanno inflitto una multa di 500 dollari per aver commesso il crimine di voler attraversare confortevolmente quel Commonwealth progressista”.

Schuyler scrisse di molti casi in cui la “linea invisibile” della Linea Mason-Dixon cambiava gli atteggiamenti e la condotta dei bianchi. Citava ad esempio l’episodio in cui un gruppo di insegnanti bianchi e neri viaggiavano sullo stesso treno dall’Arkansas per andare ad un convegno nel nord. Quando il treno partì dalla stazione in Arkansas, gli insegnanti rimasero nelle rispettive vetture “per bianchi” e “solo per neri”. Tuttavia, quando il treno attraversò il confine con il Missouri, i bianchi entrarono nella vettura dove viaggiava il preside negro Jim Crow che aveva portato con sé un quarto di gallone di liquore, così che tutti si divertirono fino alla fine del viaggio.

Ma questi episodi erano pochi rispetto a quelli in cui i bianchi rifiutavano di condividere la stessa vettura ferroviaria con gli afroamericani, indipendentemente dal fatto che la corsa fosse nel Nord o nel Sud, ma soprattutto nei vecchi stati schiavisti. Schuyler osservò tutto questo, avendo “viaggiato per quasi 20.000 miglia nel paese di Coon e Cracker” negli Stati del Sud. Ma sottolineava che anche sui treni “nel liberale Nord si tenta in ogni modo i dividere i commensali neri da quelli bianchi, anche se camerieri neri servono entrambi”.

Le storie di Schuyler raccontano delle difficoltà di un cliente di colore per trovare un tassista bianco e dei problemi di un nero che non riesce a trovare una stazione di servizio dove fare il pieno alla sua auto al di fuori dei quartieri neri.

Esigendo l’uguaglianza dei diritti individuali

Nel 1944 in una recensione pubblicata sul The American Dilemma di Gunnar Myrdal, Schuyler scriveva che gli afroamericani erano sempre meno disposti ad accettare per sempre una cultura basata sull’offesa e sull’esclusione:

Il cosiddetto Negro è stanco e stufo di essere preso a calci da persone che non ritiene siano migliori di lui (anche se questi possono pensarlo). Oggi vuole tutti i diritti ed i privilegi di cui gode qualsiasi altro americano ed intende ottenerli. Tutti i suoi leader concordano unanimemente, ed i suoi 200 giornali lo ripetono settimanalmente. Sarebbe un errore, però, se qualcuno supponesse che questo attivismo dei neri, in realtà è una miscela di europei, africani e amerindi sia un fenomeno nuovo. Durante tutta la storia americana è presente la paura di rivolte e disordini causati dai neri e non mancano numerose quanto feroci battaglie combattute dai neri per vedersi riconosciuto lo status di uomo.

Da sempre i negri hanno avuto una visione molto più chiara dei bianchi, e, in senso più ampio, sono stati anche più patriottici perché hanno combattuto in modo persistente per il Credo Americano, ossia per i principi che l’America bianca ha solennemente enunciato, ma indegnamente, o per nulla, praticato ».

E come Schuyler ha sottolineato in un altro articolo l’anno precedente, “dal momento che i negri vogliono trattati secondo i principi stabiliti nella Dichiarazione di Indipendenza e dalla Costituzione federale, sanno perfettamente di essere dalla parte del giusto ed hanno combattuto e continueranno a combattere per i loro diritti con un fervore che si avvicina allo zelo religioso. . . perché anche il negro più illetterato sa che diversamente non sarà mai considerato alla stregua di un essere umano”.

Come scriveva Schuyler, “i negri esigono di vivere e viaggiare dove vogliono, di cercare un lavoro dove esso è disponibile, di godere delle stesse strutture educative e ricreative” e questo di fronte ai “bianchi” che considerano un loro diritto avere esclusivi quartieri razziali, strutture educative e ricreative solo per bianchi e speciali privilegi “, tutto ciò reso possibile dalle leggi segregazioniste e da arroganti comportamenti razzisti.

I Liberali classici ed il problema della razza in America

Per quanto riguarda le leggi di segregazione razziale e la violenza contro gli americani di origine africana, quali erano le posizioni politiche dei liberali e dei libertari classici americani in questo periodo? All’inizio del ventesimo secolo, alcuni si erano pronunciati contro tali cose.

Albert Jay Nock, ad esempio, nell’articolo “What We All Stand For” raccontava un episodio avvenuti nel 1911 in Pennsylvania dove un uomo nero, accusato di aver ucciso un poliziotto bianco, è stato inseguito dalla folla e bruciato vivo, senza che nessuno levasse la voce in sua difesa o addirittura fosse scosso da tale evento.

Durante la direzione di HL Mencken, le pagine di The American Mercury erano piene di articoli suoi e di altri autori sia bianchi che neri che denunciavano l’arretratezza, e l’ignoranza troglodita dei membri del Ku Klux Klan che incappucciati con le tovaglie agivano come idioti violenti.

A volte le parole usate, in particolare da Mencken, circa le questioni razziali sembrano essere mal scelte, ma sono i prodotti linguistici del loro tempo. La sensibilità di linguaggio non aveva ancora raggiunto la nostra raffinatezza. Tuttavia i lettori non possono non sentire la rabbia etica con cui Mencken vedeva ingiustizie razziali.

Ma ciò che è maggiormente evidente, almeno in base alla mia interpretazione, è che qualunque seria lettura della letteratura liberale e libertaria classica degli anni ‘30, ‘40 e ‘50, mostra scarso interesse o non si concentra sulle problematiche poste dalle relazioni razziali nel Stati Uniti.

La loro preoccupazione primaria e legittima era concentrata sulla crescita e sull’accelerazione del potere politico e del relativo controllo su segmenti sempre più ampi della vita, in particolare da parte del governo federale, che si andava estendendo ben oltre i confini fissati dalla Costituzione.

Sì, correttamente la maggior parte di questi scritti considerava la schiavitù come una contraddizione nella storia americana.

Ci potrebbe essere un qualche riferimento all’ingiustizia rappresentata dalle leggi di segregazioniste praticate negli stati del Sud. Ma vi era uno scarso o inesistente senso di offesa morale nei confronti di un sistema giuridico che impediva obbligatoriamente l’associazione pacifica e volontaria tra razze diverse.

Pochi anche gli appelli per la fine immediata delle leggi di segregazione nel Sud, anche se nessuno degli autori liberali o libertari classici che ho conosciuto li hanno approvati o tollerati durante i decenni centrali del ventesimo secolo.

Friedman, Rothbard e Rand sulla razza e sulle discriminazioni

Naturalmente si erano levate vere voci libertarie contro le leggi di segregazione e contro la discriminazione razziale. Milton Friedman nel saggio Capitalism and Freedom (1962) sottolineava lo stretto ed essenziale legame tra libertà economica e libertà politica.

Riducendo il potere dello Stato virtualmente presente in tutte le forme di intervento politico sul mercato, sarebbero sorte opportunità di concorrenza per ottenere guadagni reciproci dal commercio riducendo o eliminando il potenziale di discriminazione e persecuzione dei governi.

Nel 1963, Murray Rothbard analizzò “The Negro Revolution” sottolineando il ruolo svolto dallo Stato nel fornire i mezzi politici coercitivi per sostenere la schiavitù e le leggi di segregazione, nonché l’impatto negativo degli interventi economici che hanno chiuso le opportunità di mercato agli afro-americani. Non sorprende dunque che Rothbard fosse consapevole della giustizia di una causa che si proponeva di liberare la gente dalle oppressive negazioni della libertà.

Anche Ayn Rand, nel 1963, scrisse un potente saggio sulla base immorale ed atavica del razzismo. Come ebbe a dire, “il razzismo è la più bassa e primitiva forma del collettivismo”, ed ancora la “manifestazione di una dottrina la cui espressione è la guerra tribale dei selvaggi preistorici ed il massacro all’ingrosso nella Germania nazista”.

Rand sottolineava che “c’è solo un antidoto al razzismo: la filosofia dell’individualismo e il suo corollario politico-economico, il capitalismo laissez-faire”. La biologia è un accidente di nascita, affermava la Rand. Quello che conta è giudicare e trattare gli esseri umani come individui, ossia vedere come nei loro atti creativi si rispecchiano le capacità di ragionamento delle loro menti. Tutto il resto porta facilmente agli effetti dannosi di una mentalità collettivista.

Il collegamento mancante: indignazione morale contro un sistema immorale

Ma dov’è il fervore morale con cui i liberali ed i libertari classici del XX secolo chiedevano la fine delle leggi segregazioniste e dei pregiudizi razziali? Qualcosa uguagliava l’indignazione degli oppositori della schiavitù ottocenteschi come William Lloyd Garrison? Se ne trova troppo poco.

Qualunque sia il valore della mia interpretazione, non ho mai avvertito alcuna forma di razzismo o pregiudizio razziale nei primi scrittori libertari della metà del ventesimo secolo. La maggior parte di loro, concentrandosi sulle minacce portate dal Welfare State in fase di espansione, sembra aver perso di vista quello che si è rivelato uno dei cambiamenti storici più importanti avvenuti in America negli ultimi cento anni: l’abbattimento delle barriere razziali nella vita quotidiana.

Di conseguenza, le discussioni riguardanti la razza e la tolleranza sono state lasciate quasi di default agli oppositori del razzismo appartenenti alla sinistra politica.

Tutte le discussioni circa la libertà di associazione sono state analizzate prevalentemente attraverso il prisma ideologico dei sostenitori del paternalismo politico e delle riforme coercitive viste come i migliori sentieri per raggiungere la giustizia, la pace e l’armonia razziale.

Questo sta ora mutando nella “politica identitaria” basata sulla razza dell’America contemporanea, minacciando un ritorno alla classificazione biologicamente determinata degli individui. “Ricompense” o “punizioni” attribuite in base alla categoria collettiva del gruppo a cui ciascun individuo è stato assegnato da ingegneri sociali “progressisti” ideologicamente guidati.

Gli amici della libertà, quindi, devono sviluppare un modo per fare rivivere la filosofia e la politica della libertà individuale. Riprendere la passione morale e la difesa, basata sui principi, della libertà di associazione nell’ambito delle questioni razziali con lo stesso senso di giustizia con cui i liberali classici nemici della schiavitù hanno abbattuto quel sistema inumano. Altrimenti, continueremo il nostro cammino sul treno ideologico della pianificazione governativa collettivista basata sulla razza.

L'articolo originale: https://fee.org/articles/classical-liberalism-and-the-problem-of-race-in-america/