Perché il paradigma keynesiano distrugge la libertà

Keynes presentò nel 1936 una Teoria Generale del processo economico aggregato che sembrò spiegare la crisi degli anni 30 come un risultato spontaneo dell’interazione dei mercati, piuttosto che una perversa conseguenza di errori di politica economica – prolungata inflazione del credito associata a un’estesa gamma di misure interventistiche, che adottate con il presupposto di evitare e poi di uscire dalla crisi, l’hanno invece resa più profonda.

Keynes ci dice che all’equilibrio che il processo di mercato concretamente raggiunge permane una condizione complessiva di “disoccupazione involontaria” che non riuscirebbe a diminuire o quantomeno a diminuire largamente neanche se gli individui si offrissero di lavorare per salari monetari più bassi.

Per smuovere il sistema economico dalla sua spontanea situazione di impasse, Keynes quindi raccomanda stimoli per aumentare la spesa in beni di consumo dei singoli individui e l’abbassamento del tasso di interesse, ma anche e soprattutto spesa in deficit da parte dello Stato.

In sostanza, il paradigma keynesiano ci racconta che il mercato nella sua migliore condizione presenta uno sbalzo di spesa per difetto che provoca elevata disoccupazione involontaria e pertanto è compito dello Stato correggere questo difetto manovrando sulla propria spesa e aumentando il proprio deficit.

Di conseguenza, secondo Keynes, devono essere prodotti deficit di bilancio quando la domanda aggregata minaccia di rimanere al di sotto del livello necessario per mantenere la piena occupazione, e viceversa, e simmetricamente, surplus di bilancio devono essere accumulati quando la domanda aggregata minaccia di eccedere gli obiettivi della piena occupazione, generando troppa inflazione.

Quando si parla di occupazione/disoccupazione, quale è allora l’errore teorico di base del paradigma keynesiano?

Esiste un corpo di conoscenze molto importanti, cioè le conoscenze delle circostanze particolari di tempo e di luogo.

In merito a questo tipo di conoscenze, ogni individuo si trova in vantaggio rispetto a tutti gli altri, perché ha conoscenza diretta dei cambiamenti rilevanti e delle circostanze immediatamente disponibili per farvi fronte.

Di conseguenza, queste conoscenze possono essere utilizzate al meglio solo se le riguardanti decisioni vengono lasciate al concernente singolo o prese con la sua attiva collaborazione, ossia quanto più il processo decisionale è definibile di mercato.

Tuttavia, il mercato, neanche nella sua condizione più pura, non è e non sarà mai perfetto, ma rimane sempre perfettibile, dato che l’esistenza stessa delle fluttuazioni rende ogni processo decisionale, compreso quello più definibile di mercato, sottoposto a incertezza e alla ricerca sempre inconclusa di parziali soluzioni – i gusti dei consumatori cambiano; le preferenze temporali, e in tal modo il rapporto tra investimento e consumo, cambiano; la forza lavoro cambia quanto quantità, qualità e ubicazione; si scoprono nuove risorse e altre si esauriscono; i miglioramenti tecnologici cambiano le possibilità di produzione; ci sono anche le stranezze del clima a cui prestare attenzione e dover far fronte; etc.

Come risvolto di questa perfettibilità, nel mercato ci saranno sempre individui che vivono stati di disoccupazione, ma non necessariamente questo provocherà un’elevata disoccupazione di lungo periodo.

Se al mercato è infatti concesso di fare il mercato, alla struttura dei prezzi e quindi anche dei salari viene conseguentemente consentito una piena o quantomeno una decisamente abbondante mobilità e ciò finisce per fornire quello stimolo necessario a minimizzare la disoccupazione.

L’aggiustamento però sarà più o meno rapido a seconda delle aspettative dei singoli, cioè della loro volontà anche di spostarsi e/o anche di impiegarsi in attività che non ricadono nelle loro scelte più desiderabili e più in generale di assecondare le fluttuazioni.

Le aspettative degli individui sono puramente soggettive e pertanto non possono essere dedotte da un uso meccanicistico di grafici e regressioni matematiche.

In breve, sostenere che all’equilibrio che il processo di mercato concretamente raggiunge permane una condizione complessiva di disoccupazione involontaria è sbagliato, perché anche qualora permanesse una condizione complessiva di disoccupazione “questa non sarebbe involontaria”, cioè imputabile alle regole del mercato, bensì legata alle aspettative degli individui.

Quali sono invece le conseguenze complessive che derivano dall’applicazione del paradigma keynesiano?

Il paradigma keynesiano consiglia l’impiego dell’intero strumentario di bilancio dello Stato per assicurare la piena occupazione e una modesta inflazione, con relativo rialzo dei prezzi che non colpisce però tutti i prezzi nella stessa misura, sarebbe il conto da pagare per mantenere permanentemente un livello di occupazione più elevato di quello che sarebbe ottenibile in assenza di questa modesta inflazione.

Tuttavia, in tal senso, l’inflazione non potrà mai essere modesta, dato che per conservare il suo effetto stimolante sull’occupazione dovrà non solo non fermarsi mai, ma anche galoppare a un ritmo sempre più veloce delle previsioni degli agenti economici.

Quando ci si trova costretti a rallentare o ad arrestare l’inflazione, gli aspetti strutturali permanenti dell’economia riemergono e quindi quella parte in più di “occupazione volontaria” ottenuta con l’inflazione viene meno.

Allo stesso tempo, man mano che gli effetti indesiderati dell’inflazione si manifestano sui prezzi e quindi anche sui salari, lo Stato sarà propenso a intervenire con strozzature e imposizioni sempre più estese sul sistema economico per contenere o reprimere questi effetti, con il fine ultimo di allontanare il momento in cui dovrà rallentare o arrestare l’inflazione.

Strozzature e imposizioni che a loro volta agiscono parallelamente come ostacolo all’impiego del fattore lavoro all’interno del quadro di regole di mercato.

Il problema diviene poi che queste strozzature e imposizioni che accompagnano lo sviluppo progressivo dell’inflazione non hanno un’inclinazione transitoria, cioè una volta adottate non vengono spontaneamente meno quando ci si trova costretti a rallentare o ad arrestare l’inflazione, perché il potere politico ha, per sua natura, facilità a espandersi, ma difficoltà a restringersi.

Giunti a questo punto, un regime di deficit di bilancio permanenti, inflazione, quote crescenti dell’economia rappresentata dal settore pubblico e dai gruppi privati contigui a tale settore e il prolificare di restrizioni delle libertà degli individui divengono le conseguenze di un’applicazione continuata del paradigma keynesiano.

In sostanza, all’applicazione continuata di tale paradigma corrisponde un aumento dell’autoritarismo più o meno manifesto e più o meno esteso delle istituzioni politiche – non a caso, Keynes stesso, nella presentazione dell’edizione tedesca della sua Teoria Generale, arriva disinvoltamente ad affermare che la sua teoria della produzione aggregata può molto più facilmente essere adottata nelle condizioni di uno Stato totalitario.

L’unico modo infatti per garantire permanentemente piena occupazione seguendo la strada tracciata dal paradigma keynesiano, sarebbe quella di “abolire ogni possibilità di disoccupazione volontaria”, il che corrisponderebbe a un mercato del lavoro completamente statalizzato, ossia privo in ogni suo aspetto di qualsiasi vera libertà di scelta – in pratica, avremmo un enorme massa di individui di certo stabilmente occupati però, in tale situazione, più propriamente configurabili come schiavi che come lavoratori, e un relativamente ristretto Comitato i cui membri tutto decidono e tutto dirigono – ma ciò non eviterebbe comunque all’ordine economico di essere più, anziché meno, fragile, dato che quando la scelta individuale viene fondamentalmente meno o viene fuorviata da manipolazioni statali l’allocazione efficiente delle risorse viene sempre marginalizzata.

Per concludere, si può dire che il danno definitivo arrecato dalla conversione al keynesismo è quello di cercare di ottenere la salvezza nell’uso della forza senza però alla fine mai davvero ottenerla.

Oltre al danno quindi anche la beffa.