La caduta dell’impero romano, l’Italia e le analogie

In questo mini riassunto desidero comprovare una affermazione di Giambattista Vico (1668-1744 filosofo, storico e giurista italiano) historia se repetit – corsi e ricorsi storici in relazione alla caduta dell’Impero Romano dettato da:

  1. un calo demografico … omissis …

  2. La crisi economico-produttiva, al crollo dei traffici commerciali, all’inflazione galoppante e, quindi, al ritorno ai pagamenti in natura.

  3. La crisi e la fuga dalle città, a rischio non solo di saccheggio da parte degli eserciti barbarici, ma anche di malattie infettive per le disastrose condizioni igieniche.

  4. La perdita di coesione sociale, dovuta all’enorme squilibrio nella distribuzione della ricchezza: lusso eccessivo per pochissimi privilegiati e povertà estrema per la grande massa dei contadini e del proletariato urbano;

  5. La mancanza di consenso nei confronti del governo centrale, causata anche dalla degenerazione burocratica, dalla corruzione sistematica, all’eccessivo peso fiscale che finiva per gravare sui ceti meno abbienti;

  6. I difetti del sistema costituzionale, con il governo centrale condizionato dallo strapotere dell’esercito e sempre a rischio di usurpazione.

  7. La caduta della parte occidentale ad opera di popolazioni germaniche.

  8. Il gigantesco apparato imperiale che comportava costi crescenti.

  9. Si ingenerò, inoltre confusione tra erario e fiscus. (L’ Erario era l’antica cassa dello Stato ed il Fiscus la cassa privata dell’imperatore),

  10. La crisi produttiva si manifestò in tutta la sua virulenza per poi ‘accentuarsi con l’instabilità politica.

  11. La stasi produttiva e l’insicurezza dei traffici impoverirono nel corso del Tardo Impero i ceti medi cittadini (artigiani e commercianti), i quali dovevano far fronte anche alla necessità di sfamare le moltitudini di contadini immigrati in città dalle campagne in seguito alla crisi dell’agricoltura.

  12. I senatori latifondisti ed i ricchi imprenditori (banchieri, armatori, alti funzionari), che avevano privilegi esorbitanti, vivevano di rendita in un lusso sfarzoso.

  13. Le imposte avevano raggiunto un intollerabile peso fiscale.

  14. Dato che i nullatenenti non avevano niente ed i ricchi contavano su appoggi e corruzione chi ne pagò il costo furono il ceto medio (piccoli proprietari terrieri, artigiani, trasportatori, mercanti) e gli amministratori locali (decurioni).

  15. Bastava un asse al giorno (un quarto di sesterzio) per sopravvivere, come scrisse Cicerone nelle sue Orationes in Catilinam, in cui descriveva i seguaci di Catilina come rifiuti umani: «Vivono o sopravvivono con un asse al giorno, grazie a mestieri meschini e occasionali». E se non si riusciva a lavorare bisognava sperare o nei sussidi frumentari o nella “sportula”, cioè l’elemosina raccolta davanti alle case dei ricchi.

  16. Gli argentari (che esercitavano un’attività simile al banchiere), oltre che a dedicarsi ad operazioni bancarie e creditizie potevano operare vere e proprie speculazioni finanziarie. Godevano di privilegi speciali, il che non toglie che fossero severamente puniti se avessero compiuto malversazioni e le loro attività erano sorvegliate dal praefectus urbi.

  17. Le popolazioni germaniche occuparono i territori dell’Impero d’Occidente, si trovarono di fronte una società profondamente divisa tra una minoranza di privilegiati e una massa di povera gente.

  18. L’immigrazione massiccia: alcuni storici hanno individuato nelle invasioni o migrazioni barbariche la ragione principale del crollo finale dell’Impero romano d’Occidente, pur riconoscendo i limiti interni dello Stato romano che agevolarono la caduta.

  19. Le spese militari costituivano il 75% circa del bilancio totale statale, in quanto poca era la spesa “sociale”.

  20. L’avanzamento sociale (possibile solo con la carriera militare, burocratica o ecclesiale) non derivava dalla competizione sui mercati, bensì dai favori provenienti dall’alto.

  21. La contabilità con i numeri romani ha contribuito anch’essa al declino.

Fu la crisi economico-sociale, insomma, che alla lunga finì per indebolire fatalmente la struttura politico-militare dell’Impero romano d’Occidente, oltre che alla degenerazione burocratica, caratterizzata dall’endemica corruzione e dall’eccessivo peso fiscale sui ceti medi, che produssero quella profonda frattura sociale tra una ristretta casta di privilegiati e la grande massa dei contadini e dei proletari urbani costretti alla quotidiana sopravvivenza.

Sicuramente una cosa non va dimenticata: i romani avevano una percentuale di alfabetizzazione uguale a quella di oggi in Italia. C’erano scuole pubbliche totalmente gratuite ed anche private a costi generalmente molto moderati. Solo i ricchi potevano permettersi il lusso di avere dei precettori. Vi erano, comunque scuole ordinarie, inferiori, superiori e di II grado (tipo università) e conoscevano la medicina, le lettere le arti, il diritto, la stenografia e molto altro per questo possiamo dire che la cultura non fa parte della caduta dell’impero romano.

Ebbene, si potrebbe aggiungere di più, ma presumo che queste molte analogie con l’oggi siano, purtroppo molto accostabili alle problematiche italiane … se non europee.

Tempus omnia medetur (Il tempo rimedia a tutto).