Capitalismo ed equivoci riguardo i monopoli

Numerosi equivoci e miti circondano il significato dei termini capitalismo e concorrenza, ma pochi sono paragonabili alla confusione circa il significato e la rilevanza del “monopolio” nel funzionamento dell’economia di mercato. Se considerato spassionatamente, in modo fattuale e rispettoso della storia, il monopolio ha quasi sempre rappresentato un problema solo quando è stato creato, protetto od imposto dall’intervento governativo.

I critici del capitalismo hanno proposto di nazionalizzare le industrie “monopolistiche”, di suddividerle in piccole imprese “competitive”, o di regolamentare le loro politiche di prezzo influenzandone la produzione. Una parte significativa delle critiche all’esistenza stessa o alle presunte “minacce” rappresentate da un monopolio è connessa al modo particolare e singolare in cui gli economisti pensano alla “concorrenza” e al “monopolio”. Basti pensare a come concorrenza e monopolio vengono trattati nei libri di testo su cui praticamente ogni studente studia economia.

L’illusorio mondo della “concorrenza perfetta”

Agli studenti viene insegnato che la teoria della “concorrenza perfetta” è il punto di riferimento per svolgere un’analisi di mercato. Si tratterebbe di una situazione in cui vi sono così tanti concorrenti sul lato dell’offerta che ciascuno è troppo piccolo per influenzare il prezzo di mercato del bene offerto agli acquirenti. Ogni venditore, quindi, prenderebbe il prezzo di mercato come “dato” al quale rispondere in termini di output ottimale da produrre ed offrire, dati i costi (marginali) di produzione.

Si presume inoltre che ciascuno dei venditori, nel proprio specifico mercato, offra un prodotto che, in termini di qualità, prestazioni e caratteristiche, è esattamente uguale a quello offerto dai concorrenti in quello stesso mercato. In altre parole, nel mondo della “concorrenza perfetta” non esiste una differenziazione competitiva di prodotto nel senso del singolo venditore che cerca di escogitare versioni nuove, migliori e rinnovate del suo prodotto per ottenere un vantaggio sui suoi concorrenti.

Si presume che l’ingresso e l’uscita da qualsiasi mercato possano avvenire senza sforzo e senza costi, quindi qualsiasi nuova possibilità di profitto o possibili perdite da evitare a causa, ad esempio, di una variazione della domanda di mercato, vengono quasi istantaneamente regolate, quindi tali profitti o perdite vengono eliminati in tempo reale.

Ciò che assicurerebbe quanto sopra è l’assunto addizionale secondo cui tutti gli acquirenti e tutti i venditori in ogni mercato hanno una conoscenza “perfetta” o “sufficiente” di tutte le circostanze e condizioni rilevanti ed inoltre che nessun errore può essere o sarà commesso dagli acquirenti pagando prezzi troppo elevati o dai venditori accettando prezzi troppo bassi.

L’assurdità logica della conoscenza perfetta nella concorrenza perfetta

L’economista dell’Università di Chicago, Frank H. Knight, formalizzò questa concezione della concorrenza perfetta “da libro di testo” nel suo saggio del 1921 Risk, Uncertainty, and Profit”. Ma cinque anni prima, nel 1916, lo stesso Knight ne evidenziava le assurdità fittizie e logiche:

“…le condizioni impossibili di una competizione idealmente perfetta, in cui spazio e tempo sono annichiliti e l’onniscienza universale prevale…”

“L’onniscienza [conoscenza perfetta], è il prerequisito della concorrenza perfetta e se essa fosse in qualche maniera raggiunta, nessuna quantità o tipo di cambiamento disturberebbe il funzionamento della legge economica ideale (l’equilibrio ottimale del mercato in “concorrenza perfetta)”.

Una volta postulato che gli individui sul mercato possiedono una “perfetta conoscenza”, allora è certo che il mercato sarà sempre in uno stato di perfetto equilibrio di lungo periodo, perché non potrebbe essere diversamente.

Nulla potrebbe mai essere nel posto sbagliato nel momento sbagliato e nessun bene o servizio potrebbe essere valutato al prezzo sbagliato. I “costi” totali sempre e ovunque equivarrebbero alle entrate totali. I profitti non potrebbero mai essere ottenuti e le perdite non potrebbero mai essere subite.

Dal momento che ogni individuo desidera “massimizzare” la soddisfazione soggettiva (“utilità”) o il proprio profitto, avendo una perfetta conoscenza di tutte le circostanze e condizioni attuali e future, ciascuno non potrebbe agire in altro modo che “oggettivamente ottimale”. Agire diversamente sarebbe contrario allo scopo di massimizzare l’utilità o il profitto.

L’assurdità dell’assunto circa la conoscenza perfetta nella teoria della concorrenza perfetta è stata, in particolare, sottolineata dall’economista austriaco Oskar Morgenstern in un suo articolo del 1935 ” Perfect Foresight and Economic Equilibrium”: “Completa lungimiranza… sembra significare una previsione fino alla fine del mondo…

“Come conseguenza dell’interdipendenza di tutti i processi economici e della reciprocità delle condizioni di un processo con tutti gli altri, in nessun caso una previsione limitata ad un settore, per quanto piccolo, non si estenderebbe allo stesso tempo a tutto il resto…

“Un individuo per formulare delle previsioni dovrebbe, non solo conoscere esattamente in quale modo le sue transazioni influiranno sui prezzi, ma anche quale sarà l’influenza di ogni altro soggetto, e come il suo stesso comportamento futuro influenzerà quello degli altri, specialmente quelli per lui rilevanti. . .

“Gli individui dovrebbero avere una conoscenza completa dell’economia teorica, se no in quale altro modo potrebbero prevedere un’azione a distanza?”

Come l’economista austriaco Friedrich A. Hayek, ha osservato nei suoi famosi articoli, “The Use of Knowledge in Society “ (1945) ed in “The Meaning of Competition” (1946) una tale teoria presuppone la rimozione di tutto ciò che normalmente pensiamo circa la concorrenza, intesa come rivalità attiva tra venditori che hanno una conoscenza limitata ed imperfetta e cercano di scoprire modi e mezzi per rinnovare, migliorare e rendere meno costosi i beni offerti al pubblico dei consumatori, e tramite tale attività conseguire profitti ed evitare perdite.

Questo processo di mercato concorrenziale, attivo, dinamico e reale opera con prezzi non già in equilibrio e che tendono a muovere i mercati verso un equilibrio coordinato tra offerta e domanda e in cui, col tempo, i profitti potranno essere contesi e le perdite eliminate.

La nozione di “concorrenza perfetta” presuppone l’esistenza di un ipotetico equilibrio di mercato “perfetto” che è compito della concorrenza dinamica del mondo reale determinare. Hayek osserva che le condizioni effettive di mercato verrebbero quindi valutate e giudicate in base ad uno standard o benchmark che, quasi necessariamente, considererebbe qualsiasi situazione di reale concorrenza come “anticoncorrenziale” e quindi potenzialmente “monopolistica”.

Come il monopolio viene trattato nei testi di economia.

Cosa rende “monopolistiche” le azioni di un fornitore nel mondo teorico della “concorrenza perfetta”? In sostanza, il fatto che egli è in grado di influenzare il prezzo di mercato a cui vende il suo prodotto diversificandolo da quello offerto da qualsiasi altro venditore in un determinato mercato. Nelle esposizioni che troviamo sui manuali, il “venditore monopolista” è in grado di imporre un prezzo più alto a fronte di una quantità minore di prodotto, così massimizzando il suo profitto, mentre se sul mercato fossero presenti una pluralità di venditori lo stesso bene sarebbe disponibile ad un prezzo inferiore ed in maggiore quantità.

I libri di testo descrivono la situazione del monopolista e la sua capacità di scegliere la combinazione prezzo-quantità su un grafico che rappresenta domanda ed offerta. Tuttavia, questa situazione di monopolio, così come viene illustrata nei diagrammi sui libri di testo, non conosce né passato né futuro. È il “quadro congelato” di una situazione di mercato “fuori dal tempo”. Infatti il grafico, di per sé, non risponde alle seguenti domande: quale mercato o quali altre forze nel “passato” hanno determinato la situazione attuale? Data questa situazione in un momento nel tempo, ci sono forze di mercato al lavoro che operano in vista di un “domani” che cambierebbe l’attuale situazione “monopolistica”? Vi sono barriere non dovute al mercato, cioè di tipo governativo, barriere o divieti che impedirebbero un simile cambiamento nel tempo?

In altre parole, la situazione di monopolio descritta nel diagramma è presentata senza un contesto per analizzare e interpretare ragionevolmente quali conclusioni potrebbero essere formulate ossia se il significato “sociale” di questa situazione di monopolio suggerisce la necessità di una politica economica per “correggere” qualche “problema” avvalendosi di esso. Oppure se invece, allorché osservato ed analizzato come un processo di mercato nel tempo, non si tratti affatto di un “problema di monopolio”, ma solo di una fase di “transizione” attraverso cui passano tutti i mercati .

Ragioni per cui potrebbe esistere un “venditore singolo” in un mercato

La parola “monopolio” deriva dal greco antico “monos“, che significa singolo, e “pólion“, che significa venditore. Possono esservi svariati motivi per cui, in un determinato periodo di tempo, vi è un solo venditore sul mercato. Prima di tutto, potrebbe essere perché un imprenditore ha sviluppato creativamente un prodotto nuovo o significativamente diverso, e di conseguenza egli è il primo ed unico fornitore di questo bene sul mercato.

Dopotutto, ogni idea nuova deve iniziare nella mente di una persona, ed è la volontà di quella persona di intraprendere a portarla sul mercato.

Nella misura in cui egli ha correttamente anticipato la domanda futura dei consumatori per questo nuovo o diverso prodotto, saranno gli stessi profitti che ottiene ad attirare i concorrenti che entreranno nel mercato per ottenere dei guadagni grazie alle loro idee producendo nuove versioni di quel prodotto con caratteristiche più attraenti ed offrendolo a prezzi più bassi rispetto a quelli praticati dal “monopolista”.

Se, d’altra parte, questo singolo venditore ha erroneamente previsto la domanda di mercato futura per il suo prodotto e subisce delle perdite, non sarebbe socialmente auspicabile che i concorrenti entrino nel mercato e sprechino altro tempo e risorse producendo un prodotto in perdita, a meno che essi, a differenza del “monopolista”, trovino un modo per renderlo redditizio.

In secondo luogo, vi può essere un singolo venditore su un mercato perché la domanda è troppo limitata per renderlo redditizio per più di un venditore. Immaginiamo una piccola città rurale dove vi è un grande magazzino. Il proprietario potrebbe trarne profitto, ma se un concorrente si stabilisse nell’area ed aprisse un altro grande magazzino, le vendite e quindi i ricavi divisi tra i due potrebbero non essere sufficienti a coprire i rispettivi costi operativi. Il risultato finale è che entrambi subirebbero delle perdite, perché il mercato è troppo limitato per sostenere più di un venditore.

Terzo, potrebbe esserci un singolo venditore perché questi ha l’esclusiva proprietà o il controllo di una risorsa vitale o di una materia prima senza la quale il suo prodotto non può essere realizzato e commercializzato con successo. Questa possibilità fu ipotizzata dagli economisti austriaci, Ludwig von Mises e Israel M. Kirzner.

La concorrenza dinamica del mercato libero

Tuttavia, se lasciamo passare il tempo, cioè, se guardiamo al di là della situazione in un particolare momento, possiamo vedere che probabilmente le forze di mercato si metteranno in moto solo se ci sono profitti potenziali derivanti dalla vendita di questa risorsa o prodotto specifico.

In primo luogo, questa situazione creerebbe incentivi per la ricerca e la realizzazione di forniture alternative di questa risorsa o materia prima al di fuori del controllo del “monopolista”, in modo tale che i concorrenti potrebbero entrare nel mercato in futuro.

In secondo luogo, ed in tempi più brevi, se si tratta di un prodotto redditizio, i concorrenti saranno incentivati a commercializzare dei prodotti sostitutivi usando risorse alternative o materie prime al di fuori del controllo del monopolista offrendo i loro prodotti sostitutivi a prezzi inferiori rispetto al prezzo del monopolista. Pertanto, nel tempo, le forze di mercato competitive potrebbero eliminare o indebolire persino una posizione di “monopolio” di questo tipo.

L’economista di origine austriaca, Joseph A. Schumpeter, sosteneva che l’essenza dinamica dell’economia di mercato sono gli imprenditori innovativi che introducono nuovi e migliori prodotti e nuovi metodi di produzione. Per comprendere ciò che Schumpeter chiamava il processo competitivo di “distruzione creativa”, è necessario guardare oltre ogni situazione di apparente “monopolio” in un dato momento nel tempo, e considerare una più lunga prospettiva storica del mercato visto come un processo dinamico nel tempo.

Concetti che si trovano sui libri di testo come “concorrenza perfetta” e “monopolio” sono di scarsa rilevanza o aiuto, quindi per capire come funzionano effettivamente i mercati. Come spiegò Schumpeter in “Capitalism, Socialism and Democracy “ (1942): “Nel trattare il capitalismo abbiamo a che fare con un processo evolutivo… che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall’interno, distruggendo incessantemente la vecchia e creandone incessantemente una nuova. Questo processo di distruzione creativa è una caratteristica essenziale del capitalismo.

“L’impulso fondamentale che regola e tiene in funzione il motore del capitalismo viene dai beni destinati a nuovi consumatori, da nuovi metodi di produzione o di trasporto, da nuovi mercati e da nuove forme di organizzazione industriale create dall’impresa capitalista.

“Il capitalismo reale è diverso dalla sua immagine nei libri di testo… Il tipo di competizione che conta… [è] la concorrenza delle nuove merci, le nuove tecnologie, le nuove fonti di approvvigionamento, i nuovi tipi di organizzazione… La concorrenza determina un vantaggio decisivo in termini di costo o qualità…

“È appena necessario sottolineare che la concorrenza del tipo che abbiamo ora in mente agisce non solo quando è presente, ma anche quando essa è semplicemente una potenziale minaccia. Essa impone disciplina ancor prima di manifestarsi. L’uomo d’affari si sente in una situazione competitiva anche quando è solo nel suo campo”.

La concorrenza di mercato è più comprensibile se intesa come un processo nel tempo.

L’economia di mercato, nella misura in cui è presente un livello notevole di libertà competitiva, è un’arena per il cambiamento, la trasformazione e la creatività. Invece, se osserviamo i grafici sui libri di testo che dovrebbero illustrare una presunta situazione di monopolio,vediamo che tutto ciò è assente e si prescinde da ciò che è successo prima e da ciò che potrebbe succedere poi.

Pensiamo al singolo fotogramma di un film raffigurante una persona sospesa a mezz’aria al di là del bordo di una scogliera. Quali conclusioni potremmo trarre da tale immagine? Ovviamente tutto dipende da ciò che ha preceduto quell’istante e da ciò che seguirà. La sfortunata persona potrebbe essere stata costretta all’angolo da un aggressore che l’ha poi spinta giù dalla scogliera con l’intenzione di farla sfracellare sulle rocce più in basso. Oppure questa stessa persona, vedendo approssimarsi il suo aggressore, potrebbe aver deciso di tuffarsi per sfuggirgli sperando di sopravvivere alla caduta tuffandosi nel fiume sottostante.

Non sappiamo come valutare e giudicare la situazione catturata da quel singolo fotogramma estratto dal film. Analogamente, non siamo in grado di valutare una situazione di mercato dove è presente un singolo venditore a meno che non si conoscano i processi di mercato prima e dopo il momento rappresentato dal diagramma.

Per dimostrare la necessità di un esame più prolungato nel tempo delle situazioni competitive e di monopolio rispetto ad un singolo istante cristallizzato nel tempo, possiamo utilizzare un interessante articolo pubblicato il 20 ottobre 2017 dall’economista Mark Perry sul sito web dell’American Enterprise Institute. Egli confronta le classifiche delle aziende pubblicate su Fortune 500 nel 1955 con quelle di sei decenni più tardi nel 2017.

Solo 59 imprese figuravano nell’elenco in entrambi questi anni ossia meno del 15%. Molte delle aziende nella classifica di Fortune 500 del 1955 non solamente non sono più presenti in quella del 2017, ma non esistono più. Molte delle aziende in classifica in entrambi gli anni occupano posizioni relative diverse, alcune più elevate e altre meno nel 2017 rispetto al 1955. Inoltre un buon numero di aziende presenti nella classifica del 2017 non esistevano nemmeno sessanta anni prima.

Intervento governativo come causa dei problemi di un monopolio

Qual è, allora, la causa di una situazione in cui è presente un singolo venditore, un “monopolio” che può essere considerato “anticoncorrenziale” e “socialmente dannoso”? Questo ci impone di considerare il ruolo dello stato nel creare e perpetuare tale situazione.

Vi può essere un singolo venditore su un mercato (o un ridotto numero di venditori) a causa di un privilegio legale concesso dal governo, ossia la possibilità di essere l’unico produttore e/o venditore di un bene o servizio in una parte o nell’intera area geografica su cui il governo ha autorità politica. Questa è una delle più antiche definizioni di monopolio ed è stata usata frequentemente dagli economisti da quando Adam Smith pubblicò The Wealth of Nations (1776).

In questo caso, il monopolista privilegiato può essere nella posizione di limitare l’offerta e di aumentare il suo prezzo per generare maggiori profitti perché è protetto da qualsiasi competizione di mercato diretta, dal momento che il governo ha reso illegale per tutti gli altri competere in questo mercato. Questo è l’unico caso in cui il “quadro congelato” del diagramma di monopolio dei libri di testo è appropriato, perché la competizione di mercato non può cambiare il “quadro”. Il governo impedisce a qualsiasi processo di mercato di lavorare nel tempo generando la competizione che probabilmente emergerebbe in un più mercato aperto.

Tuttavia, ci si aspetterebbe che potenziali concorrenti possano ugualmente provare a sviluppare ed offrire vari sostituti per il prodotto monopolistico protetto dal governo, nella misura in cui possono farlo senza violare la legge. Inoltre, potrebbe ancora accadere che “mercati neri” illegali, riescano ad emergere se i profitti sono sufficientemente elevati da renderli così attraenti da correre il rischio di essere arrestati e imprigionati.

Nella storia americana moderna, è stato il governo a fornire legalmente una posizione di monopolio alla AT&T nella fornitura di servizi telefonici negli Stati Uniti per la maggior parte del XX° secolo. Sono stati i regolamenti governativi a limitare l’ingresso sul mercato ed a controllare i prezzi e le rotte a favore di una manciata di compagnie aeree passeggeri sin dalla metà degli anni ’30 e fino alla fine degli anni ’70. È stato il controllo governativo delle onde radio che ha limitato la trasmissione di programmi radiofonici e televisivi ad un numero limitato di società, e questo sino alla fine degli anni ’70.

Ma una volta che queste situazioni di monopolio o quasi monopolio create e protette dal governo sono state abrogate per legge, i mercati della comunicazione, dei viaggi, dell’informazione e dell’intrattenimento sono esplosi in una gamma vibrante e diversificata di fornitori molto più competitivi che ora felicemente diamo per scontati rispetto al precedente sistema basato su privilegi e restrizioni del governo.

Considerata la lunga durata dei processi di mercato nel tempo, la comparsa di singoli venditori e di situazioni apparentemente “monopolistiche” o quasi monopolistiche si rivela limitata nell’ampio orizzonte della competizione dinamica e creativa nel tempo. Finché il governo protegge il diritto di proprietà privata, applicandolo a tutti i contratti stipulati volontariamente attraverso un mutuo accordo tra le parti ed assicurando la certezza della legge e l’ordine imparziale dello stato di diritto, il “monopolio” come problema economico o sociale è praticamente inesistente. Invece, allorché si introduce l’intervento del governo nel mercato, il monopolio comporta invariabilmente un danno sociale ed un problema economico.

L'articolo originale: https://mises.org/wire/capitalism-and-misunderstanding-monopoly