Russia 2018: aquile imperiali e stelle rosse

Nel corso di un recente viaggio a San Pietroburgo ho avuto modo di visitare la mostra allestita all’Ermitage in occasione dei 100 anni dalla Rivoluzione di Ottobre.
Un dipinto mi dà lo spunto per scrivere queste brevi osservazioni. Si tratta di un ritratto “bifronte”, da un lato lo zar Nicola II (Nikolaj Aleksandrovič Romanov, Carskoe Selo 1868 – Ekaterinburg 1918) e dall’altro Lenin (Vladimir Il’ič Ul’janov, Simbirsk 1870 – Gorki Leninskie 1924) e la sua storia è piuttosto curiosa. Si tratta di un ritratto ufficiale esposto in un ufficio pubblico che, dopo la rivoluzione stante la carenza di materiali, è stato “riciclato”. L’artista ha prima ricoperto di vernice lavabile bianca il ritratto dello zar, così salvando l’opera del suo precedente collega, poi dipinto il ritratto di Lenin sul lato opposto.

Credo che esso sia una perfetta metafora della Russia post-sovietica, dove simboli opposti convivono pressoché ovunque senza soluzione di continuità. Vedremo poi che gli esempi di ciò sono numerosissimi.
La mostra, ricca di materiale storico ed iconografico, descrive gli eventi in modo per così dire cronachistico senza esprimere un giudizio storico e politico. La figura di Nicola II ne esce piuttosto bene, a differenza di Kerenskij (Aleksandr Fëdorovič Kerenskij, Simbirsk 1881 – New York 1970). Viene peraltro ricordato che lo zar da tempo non risiedeva nel Palazzo d’Inverno che veniva utilizzato esclusivamente per le cerimonie ufficiali; già prima dell’abdicazione la famiglia imperiale viveva in una più modesta residenza a Carskoe Selo a 26 chilometri da San Pietroburgo.

All’inizio della prima guerra mondiale l’Ermitage venne trasformato a spese dello zar in un ospedale militare dotato delle più moderne attrezzature mediche allora disponibili, neurochirurgia compresa. Le stesse figlie maggiori dell’imperatore, dopo aver conseguito la necessaria abilitazione, prestarono la loro opera come infermiere in vari ospedali militari.

All’imperatore viene contestato il carattere indeciso ed influenzabile. A tal proposito la figura del mistico Rasputin (Grigorij Efimovič Rasputin, Pokrovskoe, 1869 – San Pietroburgo 1916) ed il suo ascendente sulla zarina giocarono un ruolo importante nello screditare la famiglia imperiale. Inoltre l’esito infausto della guerra russo-giapponese, i gravi eventi del 1905 e le successive timide riforme non furono sufficienti a porre termine al diffuso malcontento. Tutti questi fattori, insieme ai rovesci subiti dall’esercito russo nella prima guerra mondiale, crearono un terreno favorevole alla rivoluzione.
Molto interessante l’accostamento della rivoluzione russa alla rivoluzione francese, la mostra ne evidenzia le analogie ed i tratti comuni come il significato puramente simbolico della presa della Bastiglia e del Palazzo d’Inverno. Viene ricordato che nel 1789 Bastiglia non era più da tempo una prigione per prigionieri politici così come l’Ermitage non era più una residenza imperiale.

L’assalto al Palazzo d’Inverno rappresentato con toni epici nel film Ottobre del regista Sergej M. Ėjzenštejn (Riga 1898 – Mosca 1948) non è mai avvenuto e le celebri immagini dei soldati che assaltano il palazzo sono pura disinformazione. In realtà le persone uscite dal teatro Mariinskj che nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1917 passeggiavano tranquillamente nella piazza antistante l’Ermitage non si resero nemmeno conto di quanto stava accadendo. I bolscevichi, dopo il colpo di cannone “a salve” sparato dall’incrociatore Aurora, si introdussero nel palazzo da un ingresso secondario ed arrestarono Kerenskij e gli altri membri del governo provvisorio. Tutti furono condotti nella fortezza dei Santi Pietro e Paolo e quasi subito rilasciati.

Dunque al di là dell’imponente apparato iconografico non emerge un giudizio storico chiaro sulla rivoluzione e sulle sue terribili conseguenze. Visioni del mondo diametralmente opposte vengono rappresentate in un unico affresco dove l’unico collante che unisce gli opposti è il vigoroso patriottismo russo.
Proprio questo aspetto è quello che più colpisce della Russia odierna e gli esempi sono innumerevoli.

La Pietra di Solovki ossia monumento alle vittime dei Gulag e della repressione comunista fa bella mostra di sé in un parco a pochi centinaia di metri dal palazzo Kshesinkaya (Museo della Storia Politica della Russia, già Museo Statale della Rivoluzione Socialista di Ottobre) sulla cui facciata una lapide ricorda solennemente che proprio lì Lenin pronunciò un celebre discorso all’indomani della rivoluzione.
Poco oltre, ormeggiato sulla riva della Neva, si trova l’incrociatore Aurora altro celebre simbolo della rivoluzione sulla cui prua sventola la bandiera di bompresso della marina zarista. A bordo manufatti ed oggetti che ricordano la vita a bordo, dalla battaglia di Tsushima avvenuta il 27 e 28 maggio 1905 (secondo il calendario Giuliano) durante la guerra russo-giapponese (1904-1905), alle operazioni di soccorso in occasione del terremoto di Messina nel 1909 fino al celebre colpo di cannone del 1917. Un foglio di congedo ricorda al marinaio il suo dovere di combattere contro la religione, ma, a pochi passi, troviamo un’icona di San Nicola e poi ancora fotografie di ufficiali e marinai bolscevichi accanto ad un dipinto raffigurante la celebrazione della Messa a bordo.
Chi ha assistito all’imponente parata militare che si svolge il 9 maggio a Mosca e a San Pietroburgo per celebrare l’anniversario della vittoria della Grande Guerra Patriottica (1941 -1945) avrà osservato che il picchetto che apre la parata porta due bandiere, la prima quella della Federazione Russa (già bandiera dei “bianchi” durante la guerra civile russa 1917-1922) seguita a ruota dalla rossa “Bandiera della Vittoria” su cui campeggiano falce e martello.

Anche la toponomastica è caratterizzata da questo dualismo, se infatti San Pietroburgo ha riavuto il suo nome, non così la regione di cui è capoluogo che ancora oggi si chiama Leningradskaja Oblast.
A cento anni dalla rivoluzione bolscevica alcuni monumenti ricordano le vittime del terrore comunista, ma molte sono vie tuttora dedicate ai loro aguzzini.
Insomma Lenin, i cui monumenti campeggiano in numerose piazze non è affatto dimenticato ed il giudizio su di lui, che viene contrapposto a Josif Stalin (Gori 1878 – Mosca 1953), è sostanzialmente positivo. Insomma le efferatezze del comunismo vengono pressoché esclusivamente imputate a Stalin.
Forse oggi pochi russi si definirebbero comunisti, non deve però stupire che nonostante ciò la nostalgia per l’Unione Sovietica come superpotenza “imperiale” sia viva e vegeta. Sono in molti a rimpiangere le “sicurezze” che il sistema sovietico assicurava ai cittadini: lavoro, casa, ordine pubblico, ecc. Insomma certamente il sistema sovietico post-stalinista godeva di un consenso superiore a quanto si credeva in occidente e la dissidenza era un fenomeno di èlite.

Certamente le cause dell’implosione dell’Unione Sovietica vanno cercate più nell’insostenibilità del sistema economico socialista, come previsto da Ludwig Von Mises (Lemberg 1881 – New York 1973) nel suo saggio Socialism del 1922, che non nel malcontento popolare.
Nel mondo occidentale libertà e responsabilità individuali sono valori fondanti, non così in oriente dove la comunità prevale sempre sul singolo ed il soddisfacimento dei bisogni primari garantito dallo stato è preferito ai rischi legati alla libertà ed alla responsabilità individuali.

Alla luce di quanto sopra certi entusiasmi tutti occidentali per il presidente Putin appaiono un poco eccessivi. Certamente vi sono numerosi ed innegabili segni positivi impensabili due decenni orsono, ritengo però che essi vadano considerati in modo oggettivo nel loro contesto e senza sentimentalismi, solo il tempo potrà dirci quanto siano profondi i cambiamenti in atto.
La Russia, al di là delle apparenze, è davvero un mondo “altro” rispetto all’occidente, per questo mi piace concludere queste mie brevi osservazioni con una citazione di Winston Churchill (Sir Winston Leonard Spencer Churchill, Woodstock 1874 – Londra 1965) che in un radiomessaggio del 1939 definì la Russia “un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma”.