“Made in America”. E allora?

Alla Casa Bianca è stata celebrata la settimana del “Made in America”… concludendo ben poco.

É stata una formidabile sfilata di oggetti di produzione americana, alcuni dei quali sono molto vicini al mio cuore: tra questi i cappelli Stetson e le chitarre Gibson.

Ma i nostri recentemente galvanizzati nazionalisti potrebbero non voler osservare troppo da vicino questi prodotti sentimentalmente considerati “All-American”.

Gibson produce alcune delle migliori chitarre elettriche del mondo, chitarre acustiche molto pregiate, mandolini e molto altro ancora. È stata fondata da un figlio di immigrati ed attualmente è di proprietà di un immigrato, Henry Juszkiewicz, i cui genitori si sono trasferiti dalla Polonia in Argentina prima di venire negli Stati Uniti. Per gran parte della sua storia, Gibson è stata una società panamense, e mentre le chitarre con il marchio Gibson sono davvero costruite negli Stati Uniti, vi sono altri prodotti marchiati Gibson, ad esempio i pianoforti Baldwin di fabbricazione cinese, le chitarre Epiphone fabbricate in Cina e Giappone, il Cakewalk Software realizzato a Boston ed i componenti audio Cerwin Vega prodotti in Malesia, la società possiede inoltre una partecipazione nella giapponese Onkyo (n.d.t. azienda giapponese che produce materiale elettronico, specializzata in apparecchiature home cinema e audio), e molto altro ancora.

Lo United States Fish and Wildlife Service (n.d.t. agenzia del Dipartimento degli Interni degli Stati Uniti che si occupa della gestione e conservazione della fauna selvatica) indagò su alcune importazioni di legname dal Madagascar che la Gibson effettuò tramite un intermediario tedesco.

Insomma, nei suoi trionfi come nei suoi problemi, Gibson è un’azienda veramente globale.

Attualmente i cappelli Stetson sono fabbricati su licenza in Texas, ma anche l’originale John B. Stetson Company con sede a Filadelfia è stata nel corso degli anni un’impresa a livello globale con strutture produttive ovunque, dalla Germania al Brasile, fino alla Nuova Zelanda. Negli anni ’90, l’azienda che produce l’iconico copricapo western è stata acquistata tramite un’operazione di leverage buy out (n.d.t. si tratta di una tecnica di acquisto di una partecipazione – totalitaria o di controllo – di una società che ha come caratteristica quella di ricorrere al debito per finanziare la maggior parte del valore di acquisto) da un gruppo interamente americano con sede a New York.

Ha dunque poco senso etichettare tutti o quasi i prodotti che sono “Made in the USA” o Made in qualsiasi altro luogo. La vita reale nell’economia del XXI° secolo è molto più complessa di qualsiasi cosa possa essere catturata su un’etichetta.

Shinola, un produttore di orologi con sede in Michigan, l’anno scorso è stato avvisato dalla Federal Trade Commission che non avrebbe più potuto etichettare i suoi orologi come prodotti in America. In effetti gli orologi Shinola sono sì assemblati in America, ma utilizzando movimenti fabbricati in Svizzera montati in casse prodotte in diversi altri luoghi.

Dunque questi orologi sono prodotti negli Stati Uniti? In un certo senso sì, in un certo senso no.

Circa l’80% dei componenti di una Toyota Camry è prodotto negli Stati Uniti, una percentuale molto maggiore di quella che troviamo in alcune auto “americane”.

Nel 2011circa il 70% dei componenti della Honda Civic era di fabbricazione americana, mentre solo il 2% circa di una Chevy Aveo dello stesso anno era di origine nordamericana. (Cosa strana: la scomposizione del paese di origine spesso evidenzia ciò che è stato prodotto negli Stati Uniti ed in Canada, ma il Canada è un paese straniero o no?)

Toyota ha successo sostenendo nella pubblicità che i camion che vende in Texas sono fabbricati in Texas e “al diavolo” gli altri 49 stati.

Una delle più grandi idiozie che persistono nella vita economica odierna consiste nella convinzione che comprare americano apporti un beneficio agli Stati Uniti nel loro insieme.

Un’altra sciocchezza a questa simile, molto popolare tra i nostri amici progressisti peraltro inorriditi dallo sciovinismo delle campagne “Buy American“, è che l’acquisto di prodotti locali aiuti le comunità e l’economia locali.

Questo argomento è stato studiato, studiato e ristudiato, e, per farla breve, i risultati di tutti questi sforzi “compra americano / compra locale” sono irrilevanti.

Se ci rifletterete la cosa ha senso, potete acquistare un sacchetto di fagiolini da una cooperativa agricola locale e sentirvi bene con voi stessi, ma quel contadino userà il denaro ricevuto da voi per pagare i suoi fornitori, tra questi, probabilmente, una finanziaria lontana che gli ha erogato un mutuo, o una casa automobilistica straniera o ancora una società estera con la quale a stipulato un contratto di leasing per acquistare un trattore.

Certamente il contadino acquisterà il carburante da un rivenditore locale, ma esso molto probabilmente è stato prodotto con il petrolio greggio che viene trivellato in qualche posto lontano (dal Canada al Medio Oriente) e raffinato in un altro posto lontano. Per finire anche i componenti necessari per coltivare quei fagiolini – semi, fertilizzanti, attrezzi agricoli – probabilmente non sono stati prodotti localmente.

Il denaro ama circolare.

Acquistare americano davvero crea lavoro o protegge i lavoratori americani? Quasi certamente no.

Questo perché tutti noi acquistiamo molte cose diverse, e pagando più del dovuto un’auto prodotta dalla General Motors e di qualità inferiore non si danneggia la Honda, ma piuttosto tutti quegli altri produttori che avrebbero potuto beneficiare di qualche nostri acquisto se non avessimo utilizzato più denaro del necessario per sentirci patriottici acquistando un’auto assemblata nel Michigan con componenti provenienti dai quattro angoli del globo.

Esiste un termine per definire una politica economica nazionale basata sul “comprare locale” o “comprare nazionale”, quella parola è “autarchia “. L’autarchia è ciò che accade quando un paese cerca di produrre tutto ciò che usa ed usa tutto ciò che produce. Ci sono alcuni paesi organizzati in base a qualcosa di simile a questo sistema, e sono disperatamente poveri. La Corea del Nord ne è l’esempio principale inoltre un po’ di politica autarchica ha trasformato il Venezuela, uno dei paesi più ricchi dell’emisfero occidentale in uno dei più poveri, un paese così inguaiato che non riesce nemmeno a produrre carta igienica in quantità sufficiente.

Autarchia e socialismo tendono ad andare di pari passo, per ragioni che sono abbastanza evidenti: sono entrambi tentativi di sottoporre al controllo della politica lo scambio economico e la produzione.

Il risultato di entrambi è prevedibile e simile: la miseria.

Una volta ho avuto il piacere di incontrare alcuni dei mastri liutai che realizzano le chitarre Gibson, e posso dire che non sono il sentimentalismo, il nazionalismo o la compassione che permettono loro di fare affari.

Ciò che li mantiene in affari è il fatto che sono tra i migliori al mondo in quello che fanno. Hanno molto di cui essere orgogliosi: arricchiscono l’America senza chiedere la nostra condiscendente protezione.

Allo stesso modo, alcuni anni fa ho chiesto ad alcuni lavoratori della Mercedes-Benz di Stoccarda se fossero preoccupati per l’eventuale esternalizzazione delle loro mansioni. Si sono fatti beffe dell’idea secondo cui dei lavoratori sottopagati del terzo mondo potessero privarli del loro lavoro. Sapevano bene che la vera concorrenza è costituita dai robot, molti dei quali sono progettati e realizzati proprio qui, negli Stati Uniti.

Gli americani producono gran parte dei migliori prodotti al mondo. Ma quante volte si sente qualcuno dire: “Al Walmart, tutti i prodotti sono”Made in China. Dove sono i prodotti Made in the USA “?

È vero che non si trovano molte T-shirt economiche, infradito o giocattoli di plastica stampati ad iniezione negli Stati Uniti. Queste cose sono fatte all’estero, spesso però impiegando attrezzature industriali prodotte negli Stati Uniti.

I consumatori ordinari vedono solo i beni di consumo e non comprendono la dimensione e la portata dell’industria americana nel mercato dei beni capitali (n.d.t. macchinari, impianti, ecc.). Importiamo molte scarpe ed abbigliamento, ma esportiamo molti più macchinari industriali ed il doppio di attrezzature di trasporto.

In generale esportiamo molti macchinari industriali e ne importiamo anche molti. Alcuni di questi macchinari importati sono usati per fabbricare, tra le altre cose, le chitarre Gibson.

Il vantaggio del libero scambio consiste nel fatto che gli uomini della Gibson conoscono certamente molto meglio dei signori di Washington i tipi di legno da utilizzare e quali macchinari servono.

E non c’è quasi nulla in questo mondo moderno che sia così americano come i principi e le pratiche che rendono possibile una produzione veramente globale. È un sistema di complessità incalcolabile e di grande sottigliezza, un vero capolavoro di genuina ed umana grandezza, come qualsiasi cosa prodotta dalle mani degli uomini.

Quindi, tornando a quei cappelli e chitarre: “Made in the U.S.A.”? Difficile a dirsi.

L'articolo originale: http://www.nationalreview.com/article/449762/made-america-not-important-21st-century