Le tasse sul profitto sono antiquate

La posizione di preminenza relativa del governo pubblico sugli affari privati non è in nessun posto più chiara ed evidente che sul potere del governo di tassare gli affari. La conduzione degli affari privati riceve dal governo pubblico molte regolazione sull’esercizio della propria azione. Il governo publico dispone i limiti nell’esercizio di queste regole di conduzione degli affari, e protegge la libertà degli attori economici all’interno di quest’area di autorità. La tassazione è una di queste limitazioni predisposta dal governo sul potere degli affari di fare ciò che preferiscono.

Non c’è nulla di riprovevole in queste procedure. Le transazioni economiche oggetto di tassazione non sono creature in carne ed ossa, non sono cittadini, non hanno nessuna voce su come dovrebbero essere governate…o meglio non dovrebbero. Il problema della tassazione degli affari non è un problema morale, ma una questione di effetti pratici: Quali di questi metodi ottiene il miglior risultato? Come dovrebbero essere tassati gli affari affinché diano il maggior contributo alla creazione del bene comune?

Qualche volta è istruttivo affrontare in modo alternativo la richiesta relativa alle questioni sopra evidenziate. Se dobbiamo comprendere i problemi inerenti alla tassazione degli affari, dobbiamo prima chiedere: perché il governo ha bisogno di tutte quelle tasse? Questa sembra essere una domanda semplice, ma come spesso accade davanti alle questioni semplici, la risposta più ovvia è probabilmente anche la più superficiale. La risposta semplice è, ovviamente: le tasse procurano al governo il reddito di cui ha bisogno per pagare i propri conti.

E’ successo

Se guardiamo alla storia finanziaria degli ultimi anni solo in apparenza le nazioni sono state in grado di pagare le loro spese, benché le loro entrate fiscali fossero state più basse delle spese. Queste nazioni le cui spese sono state superiori alla loro raccolta di tasse hanno pagato i loro conto prendendo in prestito i soldi necessari. La richiesta di prestito di soldi, pertanto, è un alternativa con cui il governo supplisce alla mancanza di proventi dalla tassazione corrente sufficiente in ordine all’ottenimento dei mezzi necessari a pagare le loro spese.

Un governo che dipende dal prestito e dalla restituzione del prestito per ottenere i soldi necessari alla sua attività è nei fatti dipendente dalla sorgente da cui riceve i soldi. Nel passato, se un governo persisteva nella pratica di pesanti prestiti per coprire le spese, il tasso di interesse diventava sempre più alto, e sempre più grandi diventavano le garanzie richieste dai creditori al governo. Questi governi alla fine scoprirono che l’unico modo per mantenere tanto la propria indipendenza sovrana quanto la solvibilità, era attraverso una maggior tassazione in grado di coprire una parte cospicua dei propri fabbisogni finanziari, e essere preparati – se sottoposti a pressioni esagerate – a versare il mancante con nuove tasse.

La necessità per i governi di tassare al fine di mantenerle entrambe – la propria indipendenza e solvibilità – è vera per il governo locale dello stato ma non lo è per il governo nazionale. Due cambiamenti dalle grandi conseguenze sono intervenuti negli ultimi venticinque anni ad alterare sostanzialmente la posizione del governo nazionale rispetto al finanziamento delle proprie necessità correnti.

Il primo di questi cambiamenti è l’acquisizione di una vasta e nuova esperienza nella gestione del sistema creditizio attraverso la banca centrale.

Il secondo cambiamento è l’eliminazione, per gli obiettivi domestici, della convertibilità della valuta in oro.

Liberi dal mercato della moneta

La libertà completa dal mercato domestico di moneta esiste per ogni stato nazionale sovrano dove esiste una istituzione che funziona alla maniera della moderna banca centrale, la cui valuta è diventata non convertibile in oro o in qualche altro bene.

Gli Stati Uniti sono uno stato nazionale che ha un sistema bancario centrale, il Sistema di Riserva Federale, la cui valuta, per obiettivi domestici, non è convertibile in alcun bene. Ne consegue che il nostro Governo Federale è completamente libero dal mercato della moneta nel provvedere e nel gestire il proprio fabbisogno finanziario. Di conseguenza, le inevitabili ripercussioni sociali ed economiche dovute ad ogni forma di tassazione sono ora diventate la prima fonte di considerazione riguardo all’imposizione fiscale. In generale, si potrebbe dire che da quando tutte le tasse hanno conseguenze di carattere economico e sociale, il governo dovrebbe prendersi cura di questi effetti nella formulazione della propria politica di imposizione fiscale. Tutte le tasse federali vanno incontro all’esame degli effetti pratici dovuta alla politica pubblica. Gli obbiettivi pubblici insiti nei programmi fiscali non dovrebbero mai essere oscurati sotto la maschera della crescita del gettito.

Che cosa sono veramente le tasse

Le tasse federali possono essere istituite per perseguire quattro principali obbiettivi di carattere economico e sociale. Questi obiettivi sono:

1. Come strumento di politica fiscale per stabilizzare il potere d’acquisto del dollaro;

2. per attuare politiche pubbliche di ridistribuzione della ricchezza e dei redditi, come nel caso della tassazione progressiva del reddito o delle proprietà immobiliari;

3. per attuare politiche pubbliche di sostegno o di penalizzazione i diversi settori industriali o gruppi economici;

4. per isolare e valutare direttamente i costi di certi beni comuni, quali le autostrade o la sicurezza sociale.

Nel passato recente, noi abbiamo utilizzato consapevolmente per ognuno di questi obiettivi i nostri programmi di tasse federali. Nel perseguire questi obiettivi il programma delle tasse è un mezzo per raggiungere un fine. Gli stessi obiettivi e le questioni alla base della politica nazionale, dovrebbero essere stabiliti, in prima istanza, indipendentemente da ogni programma nazionale sulle tasse.

Tra gli indirizzi politici che dovremmo concordare vi sono questi:

Vogliamo un dollaro con una ragionevole stabilità nel tempo di potere d’acquisto?

Vogliamo una maggiore eguaglianza di ricchezza e di reddito, superiore a quanto risulterebbe dall’autonomo gioco delle forze economiche?

Vogliamo sovvenzionare certe industrie o certi gruppi economici?

Vogliamo che i beneficiari di certe attività federali siano consapevoli dei costi di quei servizi?

Questi quesiti non sono questioni fiscali; sono domande relative a che tipo di paese vogliamo e a che tipo di vita vogliamo condurre. Il programma fiscale è semplicemente il mezzo per perseguire il fine. Il programma fiscale dovrebbe essere concepito come uno strumento, e dovrebbe essere giudicato sulla base di quanto bene persegue il suo obiettivo. Tra i vari, il più importante tra i singoli obiettivi da perseguire attraverso l’imposizione di tasse federali è il mantenimento nel tempo della stabilità del potere d’acquisto del dollaro. Qualche volta questo obiettivo ha coinciso con “l’annullamento dell’inflazione”; e senza l’utilizzo delle tasse federali tutti gli altri mezzi di stabilizzazione, come quelli politica monetaria o controllo dei prezzi o delle sovvenzioni, sono risultati infruttuosi. Tutti gli altri mezzi, in ogni caso, devono essere integrati con la politica di tassazione federale se vogliamo avere un dollaro domani con un valore vicino a quello che ha oggi.

La guerra ha insegna ai governi, e il governo ha insegnato al popolo, che le tasse federali hanno molto a che fare con inflazione e deflazione, con i prezzi che devono essere pagati per le cose che vengono acquistate e vendute. Se le tasse federali sono insufficienti o di tipo sbagliato, il potere d’acquisto nelle mani del privato è probabilmente maggiore della produzione di beni e servizi necessari a soddisfare la domanda d’acquisto. Se la domanda diventa troppo grande, il risultato è una crescita dei prezzi, e non ci sarà una proporzione con l’incremento della quantità di cose da vendere. Questo significa che il dollaro vale meno di quanto valeva prima – questa è l’inflazione. Dall’altra parte, se le tasse federali sono troppo pesanti o del tipo sbagliato, l’effettivo potere d’acquisto nelle mani dei privati non sarà in grado di tenere testa alla produzione di beni e servizi e di tutte le cose che l’apparato produttivo sarebbero in grado di fare. Questo significa diffusione della disoccupazione. I dollari che il governo spende diventano potere d’acquisto nelle mani di chi li riceve. I dollari che il governo prende per mezzo delle tasse non possono essere spesi dalle persone, e, pertanto, questi dollari non possono essere più utilizzati per acquistare le cose che sono disponibili alla vendita. La tassazione è, pertanto, uno strumento di primaria importanza nell’amministrazione di ogni politica fiscale e monetaria.

Per distribuire ricchezza

Il secondo obiettivo principale delle tasse federali è di ottenere una maggior eguaglianza nella distribuzione di ricchezza e reddito di quanto sarebbe risultato dal libero funzionamento delle forze economiche. Le tasse dedite a questo obiettivo sono la tassazione progressiva del reddito individuale, la tassa progressiva sugli immobili, e la tassa sulle donazioni. Queste tasse dovrebbero dipendere dagli effetti che hanno sulla politica pubblica in termini di distribuzione della ricchezza e del reddito. E’ importanti qui notare, che le tasse sul sugli immobili e sulle donazioni hanno poco per non dire nessuna importanza, come misura impositiva, per la stabilizzazione del valore del dollaro. Il loro scopo è il proposito sociale di prevenire ciò che altrimenti sarebbe un alta concentrazione di ricchezza e reddito in pochi punti, concentrazione e accumulazione risultante da investimenti e reinvestimenti del reddito non speso per il fabbisogno quotidiano di consumo. Queste tasse dovrebbero essere difese o attaccate per i concreti effetti prodotti sulla vita degli americani, e non come misura del gettito fiscale.

La terza ragione a supporto delle tasse federali è di sussidiare alcune industrie o interessi economici. Il più grande e cospicuo esempio di queste tasse sono le tariffe sulle importazioni. Originariamente, tasse di questo tipo veniva imposte oltre che per perseguire il suddetto obiettivo, anche come forma di finanziamento del governo stesso, questo da quando circa un secolo e mezzo fa il governo nazionale ha avuto bisogno di un gettito per pagare le proprie spese. Oggi, le tariffe sull’importazione non sono più necessarie per raccogliere il gettito per lo stato. Queste tasse non sono altro che uno strumento per procurare sussidi ad un certo numero di industrie selezionate; il loro obiettivo sociale è di costruire un prezzo base sopra il quale le industrie domestiche possano competere coi beni prodotti all’estero, che potrebbe invece essere vendute ad un prezzo inferiore se non fosse per quelle tariffe protettive. Questi sussidi sono pagati non hai porti d’ingresso dove entrano le merci e sono tassate, ma nei prezzi più alti pagati dai consumatori per tutte le merci dello stesso tipo prodotte e vendute nel paese.

Il quarto obiettivo perseguito dalla tasse federali è di sottoporre a giudizio, in modo diretto e visibile, il costo di certi servizi. Questa tassazione è altamente desiderabile al fine di limitare i benefici accumulati da quelle persone che dovrebbero pagare i benefici ricevuti. Il più eminente esempio di queste misure sono i benefici relativi alla sicurezza sociale, pensioni sociali e sussidi per la disoccupazione. Gli obiettivi sociali nel dare questi benefici e di valutare le tasse specifiche necessarie a pagarne il costo sono evidenti. Sfortunatamente e non necessariamente, in entrambi i casi, i programmi hanno implicato impressionanti conseguenze deflazionistiche come risultato dell’eccesso di spesa corrente ricevuta rispetto a quanto sborsato per l’assicurazione.

La tassa cattiva

La tassa federale sui profitti aziendali è la tassa che ha gli effetti più importante nelle operazioni commerciali. Ci sono altre tasse che hanno grande influenza su speciali tipi di commerci. Ci sono diversi problemi tra tasse locali e statali sugli affari che diventano estremamente importanti specialmente quando le aziende non producono profitti. Comunque, preferiamo delimitare la nostra discussione sulla tassa federale sui profitti aziendali, essendo questa la maniera principale di tassare gli affari. Desideriamo inoltre limitare le nostre considerazioni agli ordinari problemi prodotti dalle tasse in tempo di pace; difatti durante le guerre diverse modalità di tassazione, come la tassa sugli extra profitti, hanno speciali giustificazioni.

Le tasse sui profitti delle corporazioni hanno tre principali conseguenze – tutte e tre negative. Brevemente, i tre effetti negativi delle tasse sui profitti delle corporazioni sono:

1. I soldi che sono presi dalle corporazioni con le tasse devono venire da questi tre differenti modi. Devono arrivare dalle persone, medianti gli alti prezzi che pagano sulle cose che acquistano; dai salari pagati agli occupati nelle medesime aziende, più bassi di quanto potrebbero essere senza tassa; o dagli azionisti delle corporazioni, sotto forma di basso ritorno del loro investimento. Qualunque sia la forma di questa sorgente, o la proporzione, queste tasse danneggiano la produzione, il potere d’acquisto, e gli investimenti.

2. La tassa sui profitti delle corporazioni è un fattore di distorsione dei giudizi sulla gestione, un fattore che pregiudica la chiarezza delle analisi ingegneristiche e economiche necessarie per utilizzare al meglio i diversi fattori per la produzione e per la distribuzione. E, maggiori sono le tasse, più grande diventa il fattore di distorsione.

3. La tassa sulle corporazioni è la causa della doppia tassazione. Il contribuente è tassato come individuo quando il suo profitto è guadagnato per mezzo della corporazione, e di nuovo è tassato quando riceve il profitto sotto forma di dividendo. Questa doppia tassazione rende più difficile indurre le persone a investire i loro risparmi negli affari di quanto sarebbe se fossero tassati una sola volta. A maggior ragioni, gli azionisti con piccole entrate, come vedremo, sopportano il pesante carico della tassazione sul reddito da impresa maggiormente di quanto facciano gli azionisti con maggiori entrate.

Analisi

Lasciatemi esaminare più da vicino questi tre pessimi effetti prodotti dalla tassa sul profitto delle corporazioni. Il primo effetto che abbiamo osservato è stato che il risultato della tassa sui profitti delle corporazioni erano rispettivamente: alti prezzi, bassi salari e riduzione del ritorno sugli investimenti, o una combinazione di tutti e tre. Quando la tassa sulle corporazioni fu imposta per la prima volta si poteva credere da parte di alcuni, che un tributo impersonale fosse stato messo sui profitti verso un’entità astratta come la corporazione, e che non sarebbe stata né un imposta sulle vendite, né sui salari, o una doppia tassazione sugli azionisti. Ovviamente questo non è vero da ogni punto di vista. Le corporazioni non sono altro che un metodo di fare affari dietro cui ci sono persone rappresentate da parole scritte su pezzi di carta. La tassa deve essere pagata da una o più persone in quanto portatori di interesse e parte di quel modo di condurre gli affari, siano essi clienti, dipendenti, o azionisti.

E’ impossibile sapere con esattezza e in che misura sia pagata dai diversi attori la tassa sulle corporazioni. Gli azionisti ne pagano un po’, nella misura in cui il ritorno dell’investimento e minore di quanto sarebbe se non vi fosse la tassa. Ma, è altrettanto certo che l’azionista non la paga tutta la tassa sulla corporazioni, in verità, potrebbe essere quello che la paga meno. Dopo un po’ di tempo, la tassa sui profitti d’impresa viene calcolata nei costi di produzione e caricata sui prezzi più alti dei prodotti e dei servizi forniti dalla medesima impresa, e sui salari più bassi, incluse le condizioni di lavoro le quali risultano inferiori di quanto potrebbero essere.

La ragione per cui la tassa sui profitti di impresa è stata trasferita per una certa misura, deve essere chiaramente compresa. Nel funzionamento di un’azienda, la gestione degli affari è guidata direttamente da motivi di profitto, prestando costante attenzione a quanto profitto rimane per gli azionisti. Da quando la tassa sui profitti delle corporazioni deve essere pagata prima di pagare i dividendi, le tasse sono computate – allo stesso modo di quanto viene fatto con altri aumenti di spesa – come una qualunque altra uscita da coprire attraverso prezzi più alti e costi più bassi, tra cui il principale è quello dei salari. Dovendo la competizione sulle stesse categorie di affari essere organizzata allo steso modo, prezzi e costi tendono a stabilizzarsi ad un livello da produrre un profitto dopo le tasse, sufficiente da dare all’industria un corretto accesso a nuovi capitali ad un prezzo ragionevole. Quando questo alla fine accade, come deve accadere se l’industria vuole rimanere in piedi, la tassa sui redditi da impresa sarà in larga parte assorbita dai prezzi più alti e dai salari più bassi. Gli effetti della tassa sul reddito da impresa è, pertanto, di produrre una crescita cieca de prezzi e un abbassamento dei salari difficilmente quantificabile. Entrambe le tendenza vanno nella direzione sbagliata e sono nocivi al pubblico benessere.

Dove vanno i soldi?

Si supponga che la tassa sui guadagli d’impresa venga rimossa, dove andranno i soldi che ora sono pagati in tasse? Dipende. Se l’industria è altamente competitiva, come nel caso della vendita al dettaglio, una larga parte andrebbe in riduzione dei prezzi, e una parte più piccola nell’incremento dei salari e in una più alta disposizione a investire il risparmio nell’industria. Se il lavoro nell’industria è fortemente organizzato, come nelle ferrovia, nell’acciaio e nell’industria dell’automobile, la parte destinata all’incremento dei salari tenderebbe a crescere. Se l’industria non è competitiva né organizzata né regolarizzata – caso assai raro nelle industrie – una larga parte andrebbe agli azionisti. Comunque sia l’eliminazione della tassa sul reddito da impresa determinerebbe un abbassamento dei prezzi, e una conseguente crescita nel tenore della vita di ognuno.

Il secondo pessimo effetto della tassa sui guadagni da imprese è la distorsione prodotta nei giudizi sulla gestione, entrando in ogni decisione, e causando l’impiego di azioni che non sarebbero state prese se si fosse agito sul solo terreno degli affari. Le conseguenze della tassa su ogni importante impiego deve essere valutata. Qualche volta, alcune azioni che dovrebbero essere intraprese non possono esserlo perché la tassa annulla o peggiora il valore della transazione commerciale. Qualche volta, azioni senza un senso apparente sono pienamente legittimate dai benefici fiscali. Il risultato di questi ragionamenti sulle tasse è la distruzione dell’integrità di giudizio negli affari, per allestire strutture e tradizioni imprenditoriali che ci espongo tutti ad obblighi impropri tanto in ambito economico che dell’efficienza produttiva.

Premio sul debito

La maggiore dimostrazione dei pessimi effetti esercitati dalla tassa sulla formazione del giudizio relativo alla gestione degli affari, sono riscontrabili nella posizione preferenziale assegnata al finanziamento attraverso i debiti piuttosto che mediante capitale proprio. Questa posizione preferenziale è dovuta al fatto che interessi e affitti, pagati sul capitale usato per gli affari, sono deducibili come spese; mentre i dividendi pagati non lo sono. Il risultato è uno spostamento del peso sempre più a favore dei debiti per il finanziamento delle imprese, dato che non ci sono tasse da pagare sui guadagni prodotti da questa forma di capitale, essendo considerata costo deducibile. Questa tendenza va avanti, nonostante ci sia universale accordo nel considerare gli affari e il paese in generale in una posizione più forte se la maggior parte degli investimenti provenisse da azioni comuni o capitali propri, e solo una parte più piccola attraverso ipoteche e obbligazioni.

Si deve inoltre ammettere che, in molti casi, un’alta tassazione sui profitti induce la direzione a fare spese che una gestione più prudente avrebbe evitato. Questo è particolarmente vero se si possono ottenere benefici a lungo termine, benefici che non possono o non hanno bisogno di essere messi a valore. Le spese di lungo periodo sono infatti una involontaria sovvenzione dei governi agli affari, e, sotto queste condizioni, una duratura occasione di ottenere spesso un bel valore. Dato che queste spese riducono i profitti, che a loro volta contemporaneamente riducono le tasse; e il costo per gli affari è solo il margine restante delle uscite dopo aver pagato le tasse – il resto ce lo mette il governo. Si deve ammettere che un certo ammontare di rischio per le spese deriva da questo favore fiscale; è una forma malsana e non regolata di sovvenzione degli affari la quale, alla fine, indebolirà la struttura gestionale, rendendola poi eccessivamente timida quando dovrà interamente sopportare da sola il rischio di impresa.

La terza sfortunata conseguenza della tassa sui profitti e che lo stesso guadagno vien tassato due volte, una volta quando viene guadagnato e un’altra volta quando viene distribuito. Questa doppia tassazione è la causa all’origine dell’enorme peso fiscale caricato sul margine del profitto, tale da rendere poi difficile la giustificazione dell’utilizzo di capitali propri per finanziare investimenti in nuovi e crescenti affari. Questo inoltre produce effetti opposti ai principi alla base della tassazione progressiva sul profitto, dato che i piccoli azionisti, con piccoli profitti, pagano lo stessa percentuale di tasse sulla loro parte di guadagno di quegli azionisti che per il totale dei loro guadagni rientrano nella fascia più alta di tasse. Questo difetto della doppia tassazione è decisamente importante, sia per gli effetti che ha sull’equità dell’intera struttura fiscale, che quale forma di disincentivo agli investimento dei risparmiatori verso le imprese.

Per farla breve, un Male

Ognuno di questi tre pessime effetti della tassa sui profitti da impresa, dovrebbero essere sufficiente da metterla severamente in discussione. Questi tre effetti, presi insieme, costituiscono enormi argomenti contro questa tassa. La tassa sui profitti d’impresa è una pessima tassa e dovrebbe essere abolita. La tassa sui guadagni d’impresa non potrà però essere abolita fino a quando alcune pratiche di gestione delle imprese la sfruttano per ripararsi dalle tasse sui profitti individuali e per accumulare non dovuti guadagni per investimenti fittizi. Un qualche modo dovrà comunque essere ideato per abituare i singoli azionisti, laddove ci sia un guadagno da impresa, a pagare un’adeguata tassazione come reddito individuale.

La debolezza e la pericolosità della tassa sui guadagni da impresa sono conosciuti da anni, e un maldestro tentativo di abolirla è stato fatto nel 1936 attraverso una proposta di tassa sui profitti non distribuiti. Questa tassa, per come fu impostata dal Congresso, possiede tutti i quattro difetti che ci hanno condotto fino a qui in questa analisi. Primo, la tassa sui profitti da impresa non venne eliminata nella sua formulazione finale, ma la tassa sui profitto non distribuiti fu aggiunta alla suddetta. Secondo, non fu mai completamente chiarito, attraverso regolamenti e statuti, quale forma di distribuzione di capitale trattenuto e di guadagni reinvestiti sarebbe stata tassabile agli azionisti e non alle imprese. Terzo, la SEC non ha mai predisposto uno speciale e semplice regolamento inerente al problema dei titoli da conteggiare come guadagni non distribuiti. Quarto, i guadagni delle imprese venivano congelati in un particolare anno fiscale, senza nessuna flessibilità prevista dalla legge per riportare negli esercizi successivi quelli accumulati negli esercizi precedenti.

Concesso che la tassa sui guadagni da impresa deve essere superata, non sarà comunque facile ideare misure protettive interamente soddisfacenti. Le difficoltà non sono solo di natura tecnica, compreso evitare le insidie di soluzioni perfette ma impossibili da gestire, ma vi sono questioni di principio come l’insorgere di problemi quale la definizione di luoghi idonei all’esercizio del potere sopra i nuovi capitali investiti.

Può lo sforzo del governo eliminare la tassa sui guadagni di impresa? La domanda è mal posta. La domanda giusta dovrebbe essere: è un buon modo quello di giudicare la tassa dall’effetto che ha sulle persone – in quanto consumatori, lavoratori e investitori – che d’altra parte sono quelli che la pagano? E’ infatti chiaro da ogni punto di vista che gli effetti della tassa sui profitti imprenditoriali sono pessimi per tutti. L’obiettivo pubblico di fornire servizi mediante le tasse non è pertanto centrato. La tassa ha effetti incerti per quanto concerne l’obiettivo di stabilizzare il dollaro, ed è iniqua come parte del livello progressivo di tassazione del reddito individuale. Inoltre tende a far crescere il prezzo di merci e servizi. Oltre a mantenere il livello dei salario più basso di quanto sarebbe in sua assenza. Riduce infine la tendenza agli investimenti e ostacola l’afflusso del risparmio a sostegno delle imprese produttive.

Rumi è stato rappresentate di alto grado della Fondazione Rockefeller. Penso fosse il più importate rappresenta della Fondazione Rockefeller di sempre. Convinse il congresso e Franklin Roosevelt ad adottare l’imposta alla fonte dell’oggetto imponibile che cambiò l’America.

L'articolo originale: https://www.garynorth.com/public/17569.cfm