L’Italia e la crisi

Se è vero che il 2008 ha rappresentato uno spartiacque per l’economia mondiale, lo è stato soprattutto per paesi come l’Italia, ancora incapaci di riformare quell’architettura keynesiana delle nostre istituzioni politiche ed economiche adottate in tutto l’Occidente dal secondo dopoguerra sino alla fine della guerra fredda. Mentre allora proprio quel mix di big government e inflazione permisero il controllo del conflitto sociale e furono decisive per la vittoria della battaglia ideologica, con il cambio di scenario gli stessi strumenti sono divenuti decisamente obsolescenti. Tra i tanti effetti della grande crisi sul sistema capitalistico italiano, il più dirompente in termini economici è stata la messa in discussione del modello imprenditoriale familiare, largamente diffuso fino a quel momento nel nostro paese. Il sistema industriale italiano da sempre si caratterizza per un numero molto elevato di piccole e medie imprese a conduzione famigliare, mediamente sottocapitalizzate, dove il rischio di impresa è stato sostenuto per decenni da un reticolo di banche locali compiacenti. Grazie agli enormi guadagni fatti sulla pelle dei consumatori spolpati da un sistema creditizio non concorrenziale, quelle banche si sono permesse il lusso di finanziare fino alla crisi a tassi bassi il sistema imprenditoriale senza un’attenta valutazioni del rischio. La stessa fonte gli ha consentito di pagare profumatamente il loro personale impiegatizio e dirigenziale, per decenni il mito del posto in banca, ora anch’esso in crisi, ha nutrito i sogni di mamme e fidanzate. Non bisogna infine dimenticare la proprietà di quelle banche, quasi sempre coincideva con gli stessi imprenditori più potenti e i loro accoliti apparecchiati per il banchetto. Tutto questo non esiste più, perché la nostra classe politica abbia negato per anni l’esistenza di un problema banche in Italia, è spiegabile solo attraverso la connivenza della stessa con quel tipo di sistema economico e finanziario andato in tilt con la crisi. Purtroppo i tentativi delle élite di autoriformarsi, e non poteva essere altrimenti nella patria di Pareto e di Mosca, sono tutti falliti. Questo nonostante la diffusa convinzione presso quelle stesse élite di dover passare da una politica consociativa a una politica decidente e trasformare la suddetta architettura keynesiana dello stato: da gestore e limitatore del mercato a creatore e propulsore di cornici giuridiche atte a favorire la diffusione di mercati efficienti e aperti operanti in ogni ambito del nostro vivere civile. Come sempre le crisi assieme ai problemi se affrontate diventano occasioni, oltre che per sanare storture e ingiustizie, anche per costruire un futuro su gambe più solide. Magari la politica in quanto sovrastruttura, si sarebbe detto un tempo, può anche prendersela comoda e veti incrociati, personalismi, difese castali, avranno ancora per un po’ la meglio; viceversa per l’economia reale già ora il re è nudo, e il problema di costruire imprese finanziate in modo adeguato e solido non è rinviabile.

E le imprese…

Così con l’arrivo della crisi qualcuna ha chiuso (purtroppo circa un quarto del manifatturiero), altre hanno velocemente passato la mano confluendo in grandi gruppi quotati in borsa, qualcuna proverà a quotarsi lei stessa, mentre per quelle medio piccole e per le start up si sta cercando di mettere a punto strumenti finanziari come i PIR (piani individuali di investimento) o i gli equity crowdfunding (il finanziamento di idee imprenditoriali attraverso raccolte di fondi on line). Quel che qui preme evidenziare non sono tanto i tecnicismi delle nuove forme di finanziamento, ma il minimo comune denominatore che le accomuna, la netta separazione tra chi ci mette il capitale e chi fa impresa, superando così la tradizionale e abusata distinzione tra capitale e lavoro e tutte le idiosincrasie classiste incorporate. Nella vita di ognuno tutto ciò è da tempo ben radicato, non solo il possesso di capitale è sempre più anonimo e diffuso, ma l’attenzione è rivolta al solo  rendimento dei propri investimenti dove il rapporto con l’asset è decisamente più simile a quello tra consumatore e bene di consumo; mentre dall’altra parte chi produce, gli imprenditori e la variegata schiera di professional, sono impegnati a vario titolo nella catena del valore legando il loro destino alla capacità di creazione della “torta”. Che sia la volta buona per chiudere i conti col Novecento, a torto almeno per l’Italia definito “secolo breve” dallo storico inglese Hobsbawm? E’ il caso di approfondire questa ulteriore divisione del lavoro e della conoscenza già largamente diffusa nei paesi a capitalismo più avanzato e finalmente, speriamo, in arrivo anche da noi. L’impresa pre-crisi era costruita attorno al capitalista imprenditore e le suddette modalità di finanziamento; costui, come un vero dominus, sceglieva i propri dirigenti instaurando con questi un rapporto più di tipo fiduciario che di puntuale verifica dei risultati attraverso il mercato. Non che questi non contassero, ma quella verifica era interamente sulle spalle e orgogliosamente rivendicata dal capitalista imprenditore. Fino a quando la dimensione e la complessità del modello di business hanno permesso di accentrare su una sola figura quel ruolo il sistema ha funzionato egregiamente, la cosiddetta flessibilità del modello italiano derivava proprio da quella semplificazione della catena di comando. Quando però il mercato ha iniziato a chiedere modelli di business per un verso worldwide e per l’altro formati da pacchetti di componenti tecnologici integrati, risultati di articolate e variegate storie imprenditoriali, è iniziato un processo di fusione dove per estensione e complessità le nuove imprese sono completamente sfuggite al controllo di una singola figura. Il moderno principe imprenditore è diventato un feudatario costretto a condividere il comando con altri feudatari e le loro rispettive corti, ognuno più occupato a curare quest’ultime e i relativi rapporti di forza interni più che a creare valore per il mercato. La grande crisi ha reso manifesta l’inefficienza di quel modello di business, costringendo il nostro paese ad adottare quello già selezionato per prova ed errore dalle economie più avanzate, e accelerando la creazione di un azionariato diffuso e anonimo in grado con pochi numeri, seguendo il profitto, di premiare chi fa bene immettendo liquidità e di punire i meno capaci togliendone. In questo modo il capitale si stacca dalla gestione passandola completamente in capo a chi crea il valore, mentre il primo ne diventa il controllore e il giudice. Certo i mercati azionari sono manipolabili, bolle, truffe e scorciatoie varie ci saranno sempre come esisteranno sempre uomini che cercheranno di vivere alle e sulle spalle di altri, ma la natura del capitale ha ormai cambiato segno nella testa di ognuno. Da Moloch a lungo posto come causa di ogni perversione, cliché abusato e ormai stantio di una certa visione aristocratica del mondo; a ricchezza sempre più mobile e plasmabile nelle nostre idee e aspirazioni, tanto se buone e vittoriose quanto se cattive e perdenti.

Dall’etrepreneurship all’azione umana

Di converso l’entrepreneurship acquisisce finalmente la centralità che merita nelle relazioni sociali ad ogni livello. Si tratta in realtà di un ritorno alle origini come ben raccontato da Newton M. Rothbard nella sua monumentale storia del pensiero economico. L’economista americano evidenzia come per la più antica tradizione liberale francese, già a partire da Catillion poi fatta propria dalla scuola austriaca, l’entrepreneurship era il motore del processo economico; centralità per lungo tempo oscurata dal successivo liberalismo anglosassone, a partire da Hume e Smith, responsabile dell’annacquamento dell’entrepreneurship nella più larga nozione di capitalista. Ma che cos’è l’entrepreneurship? A prima vista sembrerebbe la capacità in capo a poche persone di cogliere la necessità di un prodotto o servizio, e di mettere insieme mezzi e risorse tali per produrlo a un costo inferiore al prezzo di vendita, dove l’altezza di quel differenziale è direttamente proporzionale alla necessità di quel prodotto o servizio. Il successo, il profitto, non sono lo sterco del diavolo ma il faro che guida in modo non intenzionale quelle persone a fare, seguendo il proprio tornaconto, l’interesse collettivo. A ben vedere però questo processo – ed qui la chiave dello straordinario progresso materiale realizzato dall’economia di mercato – è il risultato finale e più eminente di un carattere ormai sempre più imperante nell’agire di ognuno. Certo nasciamo tutti con un patrimonio genetico ereditario fatto di qualità e mancanze, come siamo il frutto di un patrimonio famigliare magari esteso o pressoché inesistente, ma quelli sono i punti di partenza. Sussunto quei dati, ognuno di noi passa il resto della vita a sperimentare, rimescolare, lavorare incessantemente per migliorare quella condizione di partenza. Il famoso “right to the pursuit of Happiness” scritto nella dichiarazione d’indipendenza americana si esprime proprio in quel processo senza fine. Laddove “la felicità” non è attribuibile a un risultato quantitativo, ma al grado di libertà con cui perseguiamo attraverso le nostre azioni l’idea spesso mutevole che ci facciamo di noi stessi. E questo sentirci un po’ tutti “classe media” contenitore con al suo interno storie e condizioni agli antipodi, definita dai detrattori “società liquida”, è il vero emblema e tratto definente della modernità. Ben diversa era la condizione precedente, tanto l’aristocrazia quanto il clero ma anche la stragrande maggioranza sottomessa ai primi, percepiva se stessa la propria condizione come un dato non mutabile; il fato, il destino, la volontà di dio o un disegno superiore, erano le diverse versioni con cui ognuno faceva propria quella condizione, chi osava metterla in discussione veniva semplicemente eliminato, si chiamasse Socrate, Spartaco, o Savonarola. Potremmo quindi definire l’entrepreneurship in senso lato come: la creazione di valori sempre contenibili attraverso il continuo mutamento; dove quel che viene giudicato di maggior valore o “migliore”, non è il prodotto di una gerarchia prestabilita o di un autovalutazione, bensì un miglioramento certificato dal mercato. Il nuovo modo di fare impresa, di finanziarle, e le istituzioni che cresceranno con loro non saranno quindi un destino, ma il risultato, vedremo quanto soddisfacente, della transizione in capo ad ognuno, chiamato a farsi carico della propria condizione, sotto la guida di quelli che L. von Mises chiamava i caratteri a priori dell’azione umana. Da un esistenza scandita da valori gerarchici, collettivi, ereditati, alla costruzione – attraverso il miglioramento dato dal costante confronto / competizione col prossimo – della propria autonoma e individuale gerarchia di valori espressione del nostro percorso esistenziale.

Riprendiamoci in nostro destino 

Nella nuova impresa ognuno vedrà crescere o meno le proprie chance nella misura in cui saranno necessari investimenti e formazione per produrre il bene richiesto dal consumatore, l’articolo 18 sparirà non perché sono mutati i rapporti di forza, come direbbero i teorici del secolo scorso, ma perché rimanere attaccati ad un impresa incapace di creare un valore certificato dal successo nel mercato danneggerebbe in primis tutti i partecipanti a quell’impresa, del resto quegli stessi lavoratori – assunto il vestito comune di consumatori – sono parte di quel giudizio. Vale la pena sottolineare la portata del mutamento, quel che sta avvenendo tra quei due lavoratori è una rivoluzione antropologica e morale, per tanti ha significato vedere la propria esistenza spezzata tra un prima e un dopo, non meravigliamoci delle difficoltà, dei conflitti, sarebbe assurdo se accadesse il contrario. Di fronte a certe sfide, quando la perseveranza sembra affievolirsi, può essere d’aiuto il ricordo della propria storia. Certo l’Italia è stata anche un impero decrepito, un estensione geografica di signorie corrotte, finanche uno stato corporativo e aggressivo, ma anche il paradigma della Repubblica nella Roma antica, e dei Comuni poi culla del Rinascimento e delle arti e dei commerci, nonché del Risorgimento liberale su cui è nata la nostra patria. Per chi ha un patrimonio genetico, morale e materiale di tal fatta, basterebbe ponderarlo soppesando torti e meriti per ritrovare coraggio, motivazioni, e perché no l’orgoglio capace di indicarci la giusta direzione.